Siria, futuro plurale

Siria, futuro plurale – di Vanna Pisa

Il labirinto siriano è formato da numerosi percorsi che si intrecciano nello spazio e nel tempo. Questioni religiose, geopolitiche, economiche, sociali e culturali.
Come sappiamo USA e Russia stanno spostando ingenti forze militari nello scacchiere siriano: Assad per certi versi è un pretesto, lo scontro è mosso anche da potenti fattori economici.
Da una parte Russia e Iran, ambedue sponsor del regime di Assad. Nelle alleanze che coinvolgono gli attori del medio Oriente il rapporto tra SIRIA e IRAN rimane forte, hanno in comune l’interesse a depotenziare l’influenza delle monarchie del Golfo e dell’asse arabo – sunnita formato da Giordania, Egitto, Arabia Saudita.
Dall’altra gli Usa, che devono sostenere il primato del dollaro. Secondo questo dogma, le materie prime non devono essere commerciate in valute diverse ed è per questo che gli Stati Uniti hanno tutto l’interesse a mantenere la forza in questo senso e ad evitare che i commerci diventino sempre più indipendenti dal signoraggio del dollaro.
Le petromonarchie, dopo le cosiddette “primavere arabe”, sono assai preoccupate: la possibilità, seppur remota, di una democratizzazione dei loro paesi le sconcerta e mette in pericolo il monopolio da loro esercitato sulle fonti energetiche.
Non è il caso di fornire per l’ ennesima volta l’elenco delle ragioni della crisi siriana. In questo periodo sulla carta stampata, in rete, nelle televisioni è possibile trovare innumerevoli liste che dettagliatamente, in maniera più o meno approfondita, danno informazioni in proposito. Quello che però assai spesso manca è la profondità temporale, intendendo con ciò quello che lo storico francese F. Braudel chiamava “la lunga durata “: vanno esclusi, è chiaro, gli interventi di parte, in malafede o scritti per autocompiacimento.
Quello di cui non si vuole tenere conto nell’analisi condotta nei mass-media mainstream sulla crisi siriana sono dunque i fattori strutturali legati a durate temporali di lungo periodo. Le battaglie, i re e le imprese certo contano e per noi, la cui vita comunque passa in un soffio, sono decisivi, ma, considerati per sé stessi gli avvenimenti che vorticosamente si susseguono, rischiano di accecarci e di produrre un rumore bianco nel quale nessuna linea melodica è più distinguibile.
Che ci sia o meno un’intervento armato non è certo cosa senza importanza. Lo vediamo in questi giorni di frenetica attività diplomatica, l’abile proposta russa di consegnare le armi chimiche siriane a una terza parte neutrale , il solito ONU tanto per capirci. Ma non sarà un percorso facile .
Il direttore generale dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, l’ambasciatore Ahmet Üzümcü, ha accolto come significativo l’accordo sulle armi chimiche in Siria, annunciato a seguito di colloqui a Ginevra tra il Ministro degli Esteri della Russia, Sergey V. Lavrov , e il Segretario di Stato John Kerry.
A seguito saranno adottate le misure necessarie per attuare un rapido programma per verificare la distruzione completa delle scorte di armi chimiche della Siria, impianti di produzione e altre funzionalità importanti. Della Opwc non fanno parte altri sei Paesi oltre la Siria: Israele, Birmania, Angola, Egitto, Corea del Nord, Sud Sudan (tratto da Organisation for the Prohibition of Chemical Weapons).
La proposta russa è rafforzata, poi, dall’opinione avversa alla guerra della maggioranza dei cittadini dei paesi che dovrebbero intervenire per sanzionare Assad. Ed è una cosa che conta in primis per la popolazione che, già massacrata e martoriata da entrambe le parti in lotta nella guerra civile siriana, vedrebbe aumentare le sue spaventose sofferenze. E’ utile ricordare un fatto: la resistenza siriana è quanto di più frammentato si possa immaginare.
Se per prendere una scorciatoia vogliamo suddividerla in democratica e jihadista, bisogna aver chiaro che tali termini forniscono solo delle etichette assai approssimative, comunque qualche barlume lo danno, si pensi all’appello diffuso in questi giorni da Al-Zawahiri, il capo di Al-Qaeda, alle formazioni jihadiste di non stringere assolutamente alleanze con le formazioni “miscredenti”.
Chi andrebbero a favorire allora gli USA e i suoi partner? Altri Stati stanno facendo giochi non lineari. Viene in evidenza il ruolo francese e tedesco. La Germania è in “lotta” con la Francia per la supremazia in Europa, Parigi e Berlino concorrono per diventare perno dell’UE. Sono inoltre significative le immagini apparse nei social network di soldati americani che espongono cartelli nei quali affermano di non voler combattere per far vincere Al-Qaeda. Non possiamo poi dimenticare che l’ ultimo intervento in ordine di tempo delle potenze occidentali, in Libia, si sta rivelando un vero e proprio disastro, il paese è in preda all’anarchia. Centinaia di formazioni armate basate sulle più svariare motivazioni clanite, tribali, religiose, cittadine, si combattono ogni giorno alle volte per questioni di mera sopravvivenza.
Un potere centrale ed unitario, uno Stato, non si scorge all’orizzonte.
Che dire d’altronde dei risultati ottenuti in Iraq e Afghanistan?
E perché gli Stati che giustamente prendono posizione contro un dittatore qual è, senza dubbio, Assad, non intervengono concretamente per soccorrere i milioni di profughi siriani che strabordano nei paesi limitrofi, per andare a vivere in condizioni allucinanti nei campi profughi che crescono senza sosta?
Oppure che dire del confronto tra Israele e l’ Iran? Quest’ultimo tiene sotto pressione Israele, impedendole , o almeno cercando di ritardare i programmati raid contro i suoi siti nucleari, attraverso i suoi alleati sciiti, la Siria, Hezbollah, Hamas, rifornendoli di armi, soprattutto missili.

Dunque, va ripetuto, non è indifferente se vi sarà un attacco o meno, ma, quello che rimane  indubitabile, è che non risolverà nessuna delle questioni alla base della crisi siriana, perché nelle vicende storiche, per citare il verso di Stephane Mallarmé: “giammai un colpo di dadi abolirà l’ azzardo”, ovvero assai difficilmente un’intervento modificherà nel profondo una situazione storica. I cambiamenti, ci piaccia o meno, avvengono lentamente, dolorosamente e non sono guidati da nessuna legge.
Annunci

Cover-up sullo scandalo Prism. Con una guerra alla Siria

Immagine

Improvvisamente il faccione serioso di David Cameron travalica le righe fitte del Guardian per dirci che “sì, il governo siriano ha impiegato armi chimiche (il sarin) contro i ribelli”. A dar manforte al Primo Ministro anche Tony Blair, secondo il quale il Regno Unito dovrebbe aiutare i ribelli mediante armi e favorendo l’istituzione di una no-fly zone per “evitare conseguenze catastrofiche”.

L’uscita di Cameron e Blair viene un giorno dopo quella di Barack Obama. As usual, Londra e Washington fanno gioco di sponda quando si tratta di preparare l’opinione pubblica ad una nuova guerra ‘contro il male’. Per Obama, spostare l’attenzione su Assad e l’uso ‘ripetuto’ (e non documentato) del sarin potrebbe essere una scelta ragionata per muoversi dall’arrocco dello scandalo NSA; una scelta a cui tutti i media si sono debitamente accodati. Mentre Bengasi esplode e la Libia è fuori controllo, mentre le spiegazioni addotte per giustificare l’uso di Prism sono ancor più imbarazzanti dello scandalo medesimo, mentre i ribelli islamisti siriani si preparano a perdere Aleppo, Obama apre ad un piano di armamento che dovrebbe prevedere il dispiegamento di forze speciali dedicate all’addestramento dei ribelli.

Parte del piano è svelato in un retroscena dal Wall Street Journal

armare i ribelli siriani e proteggerli con una limitata no-fly zone all’interno della Siria, che verrebbe applicata dal territorio giordano per proteggere

, nonché trasportarli via treno,

 i rifugiati siriani e i ribelli. Secondo i funzionari americani, 

la creazione di una zona di addestramento richiederebbe un ponte aereo siriano ben lontano dal confine con la Giordania. Per fare questo, i militari, prevedono la creazione di una no-fly zone che si estenderebbe per 25 miglia in Siria, che verrebbe però applicata utilizzando aerei dalle basi giordane.

La guerra per la “libertà dei siriani dalla feroce dittatura” di Bashar Assad dovrebbe quindi passare attraverso un pieno coinvolgimento degli USA nel territorio travagliatissimo del Medio Oriente. Ragionevole aspettarsi che una medesima mossa la compieranno anche Russia e Cina. Obama certamente riceverà i plausi dei repubblicani, specie di John McCain (“Siamo d’accordo con il Presidente che questo fatto deve influenzare la politica degli Stati Uniti verso la Siria. Ora non è il momento di meramente prendere il prossimo passo incrementale. Ora è il momento per le azioni più decisive”, ha detto alla CBS). Nessuno ha obiettato al presidente che, così facendo, fornirà sostegno – fra gli altri – a un gruppo organizzato denominato Jabhat al Nusra, “ossia “Fronte della vittoria del popolo di Siria” – formatosi alla fine del 2011, qualificato “terrorista” dagli Stati Uniti medesimi alla fine del 2012. Come potranno gli americani distinguere i terroristi del Fronte al Nusra dalla formazione ritenuta legittima dell’Armata libera siriana (ASL)?

Il Fronte al Nusra è il gruppo armato che più di ogni altro ha combattuto in prima linea. Si è però macchiato di crimini gravissimi, come il massacro in un villaggio di cristiani e l’esecuzione brutale di un quattordicenne, reo di aver insultato Maometto. Asl appare più disorganizzato, quasi inadatto a mettere in campo strategie efficaci, poco armato. Privo della ferocia dei qaedisti di al Nusra.

Obama e Cameron, se davvero vogliono indirizzare l’indignazione dell’opinione pubblica contro Assad, letteralmente spostandola dal caso NSA e Prism, dovranno portare qualcosa di più di una semplice rivelazione. Il rapporto costi/benefici di un eventuale intervento di supporto è talmente alto che è molto probabile l’attenzione sul caso sarin-Assad calerà vistosamente nell’arco di qualche giorno. Giusto il tempo di far scivolare le rivelazioni di Snowden fuori dalle prime pagine.

E-mail imbarazzanti fra la corrispondente di Repubblica in Siria e il regime di Assad?

Leggo dal blog Camillo, di Cristian Rocca sul Sole24Ore, che la giornalista di Repubblica, Alix Van Buren, corrispondente per il mondo arabo, avrebbe avuto rapporti “confidenziali” con un membro dello staff di Assad, più precisamente con “la consigliera per la comunicazione di Bashar al-Assad, la potentissima Bouthaina Shaaban” (Camillo). Cristian Rocca cita tre e-mail intercorse fra la Van Buren e Bouthaina trafugate da Anonymous durante un attacco hacker contro il Ministero degli Affari Presidenziali – qualche notte fa, infatti, sono stati violati 78 account di posta elettronica che adottavano una password tanto diffusa quanto inutile alla protezione dei dati, ovvero 12345.

Secondo Lee Smith, su Weekly Standard, fonte della notizia lanciata da Camillo, l’attacco hacker sarebbe un mini cablogate: come per i cablo delle ambasciate americane svelati da Wikileaks, anche queste e-mail rivelerebbero al mondo gli intrecci vergognosi delle diplomazie occidentali. Tanto più che si tratta ora dei rapporti con il regime di Assad, quello che oggi mette a morte la sua stessa popolazione e contro il quale gli USA, la Nato, l’ONU sembrano essere impotenti.

E’ bene chiarire che le e-mail che vedono protagonista la giornalista di Repubblica, e che a detta di Rocca sono da considerarsi motivo di imbarazzo per il quotidiano di Ezio Mauro, sono datate 2010. Rocca definisce in apertura del post la Van Buren una giornalista “specializzata in interviste-soffietto al dittatore alawita” e che le e-mail “svelano infatti un’aderenza totale della giornalista di Repubblica alle posizioni di Assad”. Tutto ciò pare un po’ affrettato ed esagerato. Il tono della Van Buren nelle e-mail è strettamente confidenziale e addirittura un po’ lusinghiero. Alix si complimenta con Bouthadina per la riuscita di alcune azioni propagandistiche esclamando «ma come ci riesci?», «un grande successo»; in altri passaggi le due si scambiano i complimenti per l’intervista ad Assad che ha permesso alla Van Buren di surclassare il collega americano Charlie Rose, celebre volto della CBS, il quale avrebbe “copiato da capo a piedi” il loro pezzo. In un’altra e-mail, Van Buren cerca di far ottenere a Gad Lerner il permesso di poter visitare il paese e condurre una ricerca sui propri genitori, originari di Aleppo. Alix tenta di convincere Bouthadina a soprassedere sulla religione di Lerner – che è ebreo – e di far notare che il suo atteggiamento è prettamente quello di un intellettuale indipendente, contrario alla politica di Netanyahu. In quel periodo Lerner aveva appunto firmato una petizione – l’Appello alla Ragione – al Parlamento Europeo affinché Israele non perdesse “la propria strada” (blog Il Bastardo, maggio 2010). Van Buren cerca di far capire l’importanza di un viaggio del genere – da parte di un ebreo seppur di sinistra: il risultato, scrive Van Buren, sarebbe eccezionale, e ciò è da intendersi come tornaconto visivo, mediatico, propagandistico per il regime di Assad.

La mia opinione è semplice: è normale che i rapporti fra giornalisti e esponenti di regimi siano così “borderline” (mi si passi il termine). E’ in genere il medesimo rapporto che essi hanno in patria con il potere in generale. Politico, economico, ecclesiale. Parallelamente, è inverosimile che un giornalista del calibro di Charlie Rose abbia invece rapporti di fredda ostilità con gli addetti alla comunicazione di Assad. D’altronde ottenere interviste con dittatori più o meno sanguinari è sempre un bel colpo giornalistico. Ed è necessario contestualizzare: le e-mail sono del 2010, la primavera araba è lontana, Assad è un osso duro per Washington ma in un certo qual senso la sua presenza è un freno contro l’integralismo islamico. Oggi Assad è un assassino. E molto probabilmente i rapporti fra Van Buren e Bouthadina non sono più quelli di prima. Potrei però essere smentito. E solo allora il caso di collateralità sarebbe effettivamente un problema.

Verso la guerra di Siria

Ci sono forti, fortissimi segnali che il mirino della Santa Alleanza Occidentale che passa sotto il nome della Nato, si sita dirigendo con molta più precisione verso Damasco. La Siria di Assad, dopo essere stata scomunicata dal consiglio della Lega Araba, succede alla Libia di Gheddafi e forse permetterà di aprire il fronte Israelo-Iraniano. Insomma, un bel guazzabuglio. Perché da un lato ci sono i massacri dei civili da parte dell’esercito di Assad, dall’altra c’è il rischio fortissimo di incentivare dinamiche belliche pericolosissime, come quelle turche o quelle iraniane o israeliane che dir si voglia.

In Sira si dice, si narra, sia un massacro da sei-sette mesi a questa parte. Al Jazeera evidentemente è tesa a enfatizzare gli scontri, seppur ridotti di numero rispetto al periodo della ‘Rivoluzioe dei Gelsomini’. Ad essa si sovrappone la grancassa dei media anglo-americani. Ci sono voci dissonanti, come ai tempi dell’intervento in Libia, sul reale stato delle cose. Stefano Vernole (cpeurasia) scrive che Damasco è una città tranquilla, che l’esercito è nelle caserme e non c’è traccia di scontri e che quelli della Lega Araba lo sanno, poiché “sono usciti dal Palazzo Presidenziale dopo i [recenti] colloqui ridendo e senza alcun tipo di scorta” (Vernole, cit.). Non so se questo fatto debba esser preso a misura dello stato delle cose in Siria. Quel che è certo è che la scomunica della Lega Araba apre i giochi per il sovvertimento del regime di Assad, ovviamente manu militari.

Il verdetto della Lega Araba ha dato una scossa a Erdogan, primo ministro turco, che non vede l’ora di valicare il confine e invadere, avete capito bene, invadere la Siria. Vi ricordo che la Turchia è una paese Nato. Detto questo, una invasione della Siria è un atto di guerra della Nato contro uno stato indipendente. Secondo la teoria della Guerra Giusta, le continue violazione dei diritti umani in quel paese da parte del potere pubblico, rendono legittimo l’intervento di una forza esterna, naturalmente dietro mandato Onu. Che non arriverà. I segnali sono sempre più chiari. La Russia non autorizzerà l’intervento, neppure la Cina darà l’avvallo. E’ escluso che il Consiglio di Sicurezza Onu si pronunci per una invasione della Siria. Sarà un atto deliberato della Turchia, in violazione del diritto internazionale.

La decisione adottata sabato scorso dalla Lega Araba di sospendere la Siria è “giusta”: lo ha affermato il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, in visita a Rabat dove domani si svolgerà un vertice ministeriale della Lega Araba alla quale parteciperà anche il capo della diplomazia turca. “Il regime siriano non ascolta il suo popolo e persiste nella sua strategia della repressione”, ha sottolineato Davutoglu, aggiungendo che il suo governo è “pronto ad incontrare e ascoltare tutti i rappresentanti dell’opposizione siriana” (TMNews).

Ma la domanda è: esiste un’opposizione siriana? Quale è la condizione reale del paese? Sembra che invece una parte del paese si sia schierata dalla parte di Assad: è il terrore di una invasione straniera che li avrebbe spinti a scendere in piazza a fianco del presidente ( e non solo la coercizione). L’immagine di uno scontro di civiltà disegnato da Al Jazeera e dai media USA contrasta con il fatto che il paese è ” un coacervo di etnie e culture tutte rispettate e ben rappresentate dalle moschee, dalle chiese cattoliche e da quelle cristiano-ortodosse, che convivono pacificamente l’una di fianco all’altra” (Vernole, cit.).

La Turchia ha in serbo una mossa strategica, il taglio della fornitura di corrente elettrica:

La Turchia potrebbe rivedere le proprie forniture di energia alla Siria qualora l’attuale ‘clima’ repressioni dovesse continuare: lo ha detto il ministro dell’Energia turco, Taner Yildiz. Tagli all’energia e alla fornitura di acqua informalmente erano considerati esclusi dal pacchetto di sanzioni contro la Siria che, da settembre, Ankara sta mettendo a punto di concerto con gli Usa per ottenere un ammorbidimento della repressione contro le proteste popolari anti-regime. (ANSA).

Sarebbe il primo atto di guerra, non contro Assad ma contro il popolo siriano.