Ora il bavaglio è per Maroni. Per lui un nuovo partito?

Eccola, la pantomima sentimentale del divorzio Bossi-Maroni. “Non possono cacciare Bobo”, dice Tosi dalla fatal Verona, ma appunto proprio perché Bossi non lo può mandar via, gli mette la mordaccia (antica maschera di tortura che bloccava la bocca, impendendo di parlare). Saranno cancellati tutti gli incontri di Maroni nelle sedi della Lega. Cosentino è divenuto il punto di non ritorno fra maroniani e il Cerchio Magico. La Lega Tanzania è uguale uguale alla vecchia Lega Nord: il dissenso è impossibile, se dissenti sei fuori. Quale democrazia di partito? Nessuna. Non soprendetevi, non è cambiato nulla. L’unica differenza rispetto al passato è che è terminata la stagione dell’unanimismo. Qualcuno sta pensando con la propria testa. E questo è male, nel partito del Capo.

In fondo la Lega Nord è sempre stato questo: non un partito territoriale, come vi hanno fatto credere, ma un partito personalistico fondato sul carisma del leader. Ora il leader è una specie di Forrest Gump padano (cfr. imitazione di Crozza) e il partito va in pezzi. Normale. La Lega è un partito come gli altri, figlio della stagione del ’89, della fine delle ideologie e dell’avvento del partito-persona (come lo sono stati e lo sono tuttora Forza Italia/PdL, Idv, Udc (ex DC, è vero, ma è innegabile che quello sia il partito di proprietà di Casini e della famiglia che lui rappresenta). Non a caso il PD è rimasto nell’anomia, unico partito a non essere identificabile con una persona.

Intanto Maroni è sempre più ai margini e presumibilmente seguirà la medesima sorte di Fini. Ovvero, fonderà un partito-persona pure lui, naturalmente focalizzato sulla sua leadership. A questo si è ridotta la politica italiana: alla competizione fra personalismi. Non ci sono più le politiche per la società, sintetizzate dalle ideologie, bensì solo dei gruppi, dei cartelli, dei trust politici. O delle cosche, se preferite.

A sentire le voci dei leghisti in carriera, «nella Lega non c’è nessuna spaccatura». Lo dice Roberto Cota, governatore del Piemonte. Lo dicono tutti i parlamentari che chiamano la Radio e danno la colpa al Nemico, ai Poteri Forti, alle Massonerie. Lo dice perfino Marco Reguzzoni, il più noto dei Capetti, il capogruppo che, o almeno così sembra, parla con Maroni solo via messaggi indiretti su Facebook. Bobo è deluso e amareggiato? «Chi è causa del suo mal pianga se stesso». E in ogni caso la Lega è unita, Bossi è il Capo, si fa solo quel che dice il Capo (La Stampa.it).

Come in una configurazione classica medievale, anche il Medioevo partitico vede attorno al Feudatario una pletora di Vassalli e Valvassori, più o meno fedeli, in cerca di prestigio e visibilità al solo scopo di incrementare il proprio potere personale. Questo sono i vari Cota e Reguzzoni e Calderoli eccetera. Maroni ha ricordato in questi giorni la Lega delle origini. Si fa sempre ritorno alle Origini. Della serie, era meglio quando si stava peggio: “la Lega degli onesti, la Lega senza intrallazzi nè conti all’estero, la Lega che mi ha conquistato per i suoi ideali trasparenza, per i suoi valori etici e per i suoi meravigliosi militanti”. Tutto questo fa parte della leggenda. Non della Storia. Gli agiografi potranno sbizzarrirsi sulla vita e le opere di Bossi, ma quel che resta è la parabola di un partito che contestava i corrotti della Prima Repubblica al solo fine di sostituirsi ad essi. Nella corruzione (e nella vergogna).

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Nicola Cosentino salvo ancora grazie alla Lega

Tratto da il Fatto Quotidiano

Con 298 sì e 309 no, la Camera dei deputati ha negato l’autorizzazione all’arresto di Nicola Cosentino, ex sottosegretario all’economia dell’ultimo governo Berlusconi e attuale coordinatore regionale del Pdl in Campania. Il deputato di Casal di Principe è accusato dai pm napoletani di concorso esterno in associazione mafiosa, per i legami intrattenuti con i clan dei Casalesi.

Il voto è avvenuto a scrutinio segreto, ma determinanti per salvare Cosentino sono stati i voti della Lega, che sulla questione si è spaccata al suo interno. Dopo la divisione tra Maroni (che voleva votare sì all’arresto) e Bossi (“Non c’è nulla nelle carte, ciacuno voti secvondo coscienza” ha detto il Senatur), stamane la spaccatura è stata la riunione del Carroccio alla Camera, dove ci sono stati attimi di vera tensione. Ad un certo punto – viene raccontato – Roberto Paolini ha citato Enzo Carra e il caso delle ‘manette spettacolo’. Un riferimento storico (il portavoce di Arnaldo Forlani fu arrestato per falsa testimonianza e quelle immagini delle manette fecero il giro del mondo) per avvalorare la tesi della necessità di respingere gli ‘arresti facili’ che ha provocato la reazione di un gruppo di leghisti. A venire quasi alle mani Giampaolo Dozzo e Roberto Paolini. I due esponenti del Carroccio sono stati divisi dopo qualche momento di tensione. “Ma è vero che ti ha chiamato Berlusconi?” è stata la ‘risposta’ di alcuni deputati. E’ così che si è sfiorata la rissa tra i due, con alcuni esponenti del partito di via Bellerio, come Davide Caparini, intervenuti per dividere i ‘duellanti’. La discussione è stata molto animata. Umberto Bossi – riferiscono fonti parlamentari del Carroccio – ha preso inizialmente la parola spiegando che dalle carte non si evince nulla nei confronti del coordinatore campano del Pdl. Il ‘Senatur’ ha premesso che la gente del nord è per l’arresto, ma che occorre lasciare libertà di coscienza, proprio perché a suo dire non c’è alcuna prova di colpevolezza. Poi a prendere la parola è stato Roberto Maroni che, spiegano fonti del Carroccio, si è limitato a raccontare gli esiti della segreteria della Lega di lunedì, sottolineando di non essere stato l’unico a voler votare sì all’arresto del deputato Pdl. Bossi ha tirato le somme, evidenziando che non c’è alcun ‘fumus persecutionis’ ma ribadendo che ogni parlamentare potrà decidere autonomamente in Aula. “Si gioca sul filo dei voti, abbiamo recuperato più di trenta parlamentari”, dicono dal Pdl.

Su Tedesco il PD si gioca la faccia

Martedì inizierà l’esame della richiesta di arresto del sen. Alberto Tedesco da parte della Giunta per le Autorizzazioni. E’ inutile dire che il gruppo al Senato del PD è investito di una responsabilità gravissima: scegliere se mandare in galera uno dei suoi, pur se autosospesosi, oppure votare contro l’autorizzazione e attirarsi le ire di tutto il proprio elettorato.

Di Pietro ha già iniziato il marcamento a uomo: parla di inciucio e di accordi con la maggioranza, del genere oggi salvo te e domani salvi me. Rosy Bindi sembra propendere per l’arresto e Ivan Scalfarotto chiede che Tedesco si dimetta. Di fatto, dimissioni o no, Tedesco rischia l’arresto per la possibilità di reiterare il reato nella sua veste di senatore. Strano a dirsi: Tedesco è senatore dal 2009, ma la richiesta di arresto è giunta soltanto ora. I tempi dell’indagine sono stati estremamente lunghi, così come è strano il doppio giudizio dei gip su Vendola (uno archivia, l’altro parla di “leggi ad personam” volute dallo stesso Vendola).Ed è ugualmente curioso che giunga alla conclusione soltanto questo filone dell’indagine sulla Sanità Pugliese: tutta l’istruttoria relativa a Tarantini è ancora in alto mare.

Fatte queste premesse, dinanzi alla richiesta di arresto, non si potrebbe che reagire in un solo modo: accettarle. Il PD non può permettersi il lusso di sottrarre alla giustizia i propri parlamentari. Un voto favorevole all’autorizzazione, sebbene doloroso – nella storia repubblicana l’arresto è stato concesso soltanto per reati gravi quali l’omicidio e l’associazione sovversiva – sarebbe la dimostrazione di coerenza che la base elettorale si aspetta. Il gruppo PD al Senato, capeggiato da Follini, prende tempo. Sta studiando le 700 pagine dell’inchiesta. Certamente non ricorda che Tedesco è frutto della perversione dell’attuale legge elettorale.

Tedesco è diventato senatore per il PD nel 2008 ma è rimasto consigliere regionale in Regione Puglia fino al 14 Luglio scorso quando è subentrato a De Castro. Era già nelle liste PD alle elezioni dell’Aprile 2008 ed è stato candidato ben sapendo che era consigliere regionale e che non sarebbe diventato senatore a meno di situazioni particolari. Ma chi lo ha scelto? E sulla base di quale criterio?
I criteri:

  1. il suo “valore” elettorale – non merito, non capacità concrete, bensì solo perché possiede un nome in grado di attrarre i voti della propria clientela;
  2. scopo: far scattare il premio di maggiornza;

Chi lo ha proposto:

  • è andato a Roma accompagnato dal sindaco di Bari Emiliano;
  • faceva parte della corrente veltroniana, essendo stato uno dei fondatori – in Puglia – del PD.

I reati che gli sono stati contestati sono odiosi poiché relativi a un settore pubblico, quello della sanità, che ha a che fare con i diritti sociali degli individui, diritti costituzionali, sia chiaro. Questa persona, se vere sono le accuse, ha smerciato coi nostri diritti. Ed era stato candidato dall’allora segreteria del PD per la mera capacità attrattiva di voti. Non so se è chiaro.

Tutta la storia della Sanità Pugliese e di Alberto Tedesco

 

fonti:

Perché salveranno Tedesco – Europa

L’effetto delle liste bloccate. La selezione del peggio

Caso Ruby e federalismo, ipocrisia e falsità nei titoli dei giornali

Trecentoquindici, a un solo voto dalla maggioranza assoluta: la compravendita di deputati ha pieno successo. Il Capo del Governo viene salvato dalla sua maggioranza, che a dicembre era la più grande minoranza, e gli atti del Caso Ruby tornano alla Procura aprendo di fatto il conflitto di attribuzione, la via indicata dai machiavellici legali di Silvio per stoppare questo bubbone che è l’inchiesta di Milano.

L’opposizione si è fermata a 298. Altra sconfitta bruciante per Bersani e Co., dopo l’incapacità di incidere nella Giunta per le Autorizzazioni, sul voto di sifducia a Bondi, sulla sfiducia al governo. Ci si chiede che senso ha andare avanti così. Poiché il tanto sbandierato “pareggio” (15 a 15, con voto contrario del Presidente della Commissione Baldassarri, finiano) in Commissione Bicamerale per l’attuazione del Federalismo di oggi è una chimera. E’ stato votato il parere della Commissione e non il provvedimento, che è in realtà un decreto del governo in corso di approvazione durante il Consiglio dei Ministri riunito in questi istanti:

Un titolo come questo è fumo negli occhi. Non verrà stoppato niente. Così come è inutile gridare al “vadano a casa” quando è chiaro che l’intento è quello di fregarsene del parere del Parlamento:

Inutile poi fare ricorso ai Regolamenti parlamentari, la sostanza non cambia: si votava il parere e non il provvedimento che è un decreto ancora da approvare, chiaro no? Non è così automatico, però:

Insomma, ci siete cascati tutti. Ma era un barbatrucco di Bossi.

Cosentino è salvo, la maggioranza no, l’opposizione neppure

La Camera dei Deputati ha oggi negato con scrutinio segreto l’autorizzazione ad impiegare le intercettazioni telefoniche relative all’ex sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino. Ne danno il triste annuncio le agenzie di stampa.

Cosentino è salvo grazie ai 308 voti a favore, mentre 285 sono stati i voti contrari per un totale di 593 presenti in aula (maggioranza a 297). Fatti i conti, c’è qualche ribelle che ha votato in maniera disgiunta rispetto alle indicazioni dei capigruppo: dei trentaquattro votanti di Futuro e Libertà, quanti sono quelli che hanno “marinato”? Fra le opposizioni non è andato tutto liscio come ci si aspettava:

Il capogruppo del Partito Democratico Dario Franceschini ha sottolineato il fatto che sono mancati 15 voti al fronte di coloro che si erano dichiarati favorevoli alla richiesta della magistratura.

“Costituisce un fatto grave che manchino circa 15 voti, contando la differenza tra la somma di quelli che avevano annunciato di votare a favore dell’uso delle intercettazioni e il voto effettivo”, ha detto Franceschini, escludendo che le defezioni siano giunte dal suo gruppo. (Reuters).

Insomma, considerate le assenze – pari a 37 deputati – è chiaro che qualcosa è andato storto. E’ vero che la maggioranza ha soltanto sfiorato quota 316, ma l’opposizione non serra le fila. Le defezioni? Facciamo due conti:

  • Contrari all’uso intercettazioni: PdL e Lega, 297 membri a ranghi completi; ne hanno ricevuti 308, vale a dire 11 in più;
  • Favorevoli all’uso delle intercettazioni: PD, IDV, UDC e Fli, per un totale a ranghi completi di 303, mentre hanno votato in tal senso 285 deputati, 18 in meno del dovuto (per Franceschini 15).
  • Da questo conteggio ho escluso i deputati del Gruppo Misto, che sono 31, di cui non ho alcuna indicazione di voto.

Al momento non sono ancora disponibili gli elenchi sulle assenze dei deputati. C’è da giurare che qualcuno dell’opposizione, nel segreto dell’urna, ha fornito il proprio soccorso alla maggioranza. Un soccorso insperato, ma non sufficiente a dare indicazioni sul prossimo voto di fiducia. La quota 316 turberà per ancora una settimana i sogni di Berlusconi.

Caso Cosentino, il voto in aula copre con il segreto le defezioni dell’opposizione.

Nicola Cosentino

Nicola Cosentino, accusato di collusione con la Camorra del Clan dei Casalesi, collusione con la famiglia dei vincenti, gli Schiavone, Mr Gomorra ha incassato oggi il voto contrario dell’aula al suo arresto nell’ambito delle inchieste della procura di Napoli sui rapporti Camorra e Politica.
Secondo il relatore di maggioranza, il deputato del PdL Antonino Lo Presti, trattasi di fumus persecutionis, e per tre principali ragioni:
– il tempo: Cosentino è indagato dal 2001 e la richiesta di arresto giunge solo nel 2009;
– mancanza di riscontri sulle parole del pentito Vassallo;
– Vassallo non è genuino, ha motivo di rivalsa nei confronti del Cosentino stesso.
Dette così, motivazioni comprensibili. Ma leggete l’estratto del resoconto stenografico. Cosentino è sì indagato dal 2001, ma i pentiti parlano solo dal 2007; Lo Presti ammette egli stesso che Cosentino ha dato indicazioni relative alle nomine del corsorzio CE4 e di essere coinvolto nella torbida catena della gestione dei rifiuti; Cosentino è il referente politico di quella zona, non lo ha mai smentito, ci ricorda Lo Presti; Vassallo, infine, ha motivi di rancore nei confronti del sottosegretario, perché escluso dal giro di affari in quanto appartenente alla famiglia dei Bidognetti, i perdenti. E perché dovrebbe avercela con Cosentino? Se Cosentino fosse estraneo alla vicenda, ovvero non avesse favorito nelle nomine gli Shiavone, perché il Vassallo dovrebbe avere motivi di rivalsa contro il sottosegretario? Lo Presti se lo è domandato? Se lo sono domandati oggi in aula?
Quello che segue è il passo – allucinante – della difesa di Lo Presti a Cosentino, e la replica della relatrice di minoranza, Marilena Samperi del PD.
Il voto è avvenuto con la forma dello scrutinio segreto, sicché nessuno saprà mai chi dell’opposizione ha votato contro l’autorizzazione.

    • ANTONINO LO PRESTI, Relatore per la maggioranza
    • È noto al riguardo che la giurisprudenza della Corte di cassazione (per tutte vale la sentenza delle Sezioni unite penali n. 36267 del 2006) esige che le chiamate in correità provengano da soggetti intrinsecamente attendibili e siano corroborate da riscontri esterni individualizzanti
    • non è parso alla Giunta che questo standard di accertamento sia stato pienamente raggiunto
    • È vero che il deputato Cosentino ha ammesso di aver dato l’indicazione relativa a incarichi dirigenziali nel consorzio CE4, ma questa è una prassi diffusa e trasversale rispetto a tutte le forze politiche presenti in quella realtà, e che conoscesse diversi soggetti che i vari pentiti dicono che fossero suoi sodali.
    • È anche vero che egli fosse coinvolto nelle problematiche relative alla gestione del ciclo dei rifiuti.
    • E, ancora, egli stesso non ha mai negato di essere il referente politico di quella zona.
    • Tutto ciò, però, ancora non porta al consolidarsi di precisi profili fattuali di rilievo penale. Peraltro, questa conclusione è rafforzata da alcune evidenti incongruenze nell’impianto accusatorio
    • l’inchiesta si trascina da molti anni (la notizia di reato trova la sua prima iscrizione a registro nel 2001). Se gli inquirenti non sono riusciti per almeno otto anni a trovare elementi a carico Nicola Cosentino, vuol dire che questi sono quantomeno di dubbio accertamento
    • il Vassallo, ossia il pentito che lo accusa, per sua stessa ammissione ha motivi di rancore nei confronti di Cosentino, giacché – nell’ipotesi accusatoria – sarebbe stato escluso dal giro degli affari perché collegato alla famiglia perdente dei Bidognetti e non a quella vincente degli Schiavone, che sarebbe poi secondo l’accusa divenuta il riferimento di Cosentino
    • Vassallo sostiene di essere stato un socio di fatto della ECO4, ciò che per definizione non è verificabile, dal momento che solo i soci di diritto risultano dai libri societari. Senza contare il fatto che il collaborante – in ordine alla circostanza pure da lui riferita di una dazione illecita di danaro in favore di Cosentino – confonde addirittura la denominazione delle monete
    • la stessa ordinanza di custodia cautelare riconosce che la datazione delle principali risultanze di prova indiziaria non supera l’anno 2004. Ciò oggettivamente indebolisce il ragionamento sulle esigenze cautelari, anziché rafforzarlo come deduce il GIP di Napoli
    • In quarto luogo difetta, nell’impianto accusatorio, l’indicazione degli elementi che concretamente avrebbero sostanziato, da parte delle cosche, il sostegno elettorale in favore del Cosentino e soprattutto il vantaggio che questi avrebbe conseguito in termini di accrescimento del consenso.
    • MARILENA SAMPERI, Relatore di minoranza

    • abbiamo verificato scrupolosamente l’impianto accusatorio, non per sostituirci all’attività della magistratura, ma perché è nostro compito appurare che l’impianto procedurale e sostanziale non sia affetto da fumus persecutionis: è questo il nostro compito, è questo il compito della Giunta, è questo il compito dell’Assemblea
    • I gravi elementi circostanziati, riscontrati e – come dice l’onorevole Lo Presti – «individualizzanti» escludono il fumus persecutionis; le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, ma anche dei coindagati, trovano riscontri documentali, intercettivi, dichiarativi.
    • Per quanto riguarda i tempi, tanto contestati, vorrei ricordare che solo nel 2007 il collaboratore di giustizia Vassallo comincia a parlare dell’onorevole Cosentino: il tempo trascorso da allora, dal 2007, è indice piuttosto della serietà, della laica diffidenza, della cautela con cui i giudici hanno analizzato le dichiarazioni dei collaboratori e cercato riscontri.
    • Sono del 2007 le dichiarazioni dei fratelli Orsi e di Nicola Ferraro, del 2008 quelle di Di Caterina, del 2009 – solo del 2009 – quelle del Valente, uomo di fiducia dell’onorevole Cosentino e uomo di punta del consorzio CE4 e poi della società Spa mista pubblico-privata ECO4.
    • Solo quando il quadro è compiuto, e l’impianto è solido, il GIP chiede alla Camera l’autorizzazione ad eseguire la misura cautelare nei confronti dell’onorevole Cosentino. Ma guardate che questa non è la sola ordinanza di custodia cautelare, perché anche Giuseppe Valente, che nel frattempo è stato condannato in primo grado a cinque anni e quattro mesi per fatti sempre relativi a collusioni con la camorra, è stato raggiunto, per gli stessi fatti di cui oggi discutiamo, da un’ordinanza di custodia cautelare solamente nel 2009.
    • Questi sono i fatti. Poco dopo aver cominciato a collaborare con la giustizia Michele Orsi viene ucciso come Umberto Bidognetti, padre del pentito Domenico, e come ha rischiato di essere uccisa Francesca Carrino, nipote di Anna, collaboratrice di giustizia ed ex compagna di Francesco Bidognetti, che solo per un miracolo è sfuggita ad un agguato mortale. Lo scambio elettorale tra l’onorevole Cosentino e i clan nella condivisione dell’ambizioso progetto nel settore della raccolta e trasformazione dei rifiuti è assai verosimile dagli atti di indagine.
      L’onorevole Cosentino, e concludo signor Presidente, dice di aver più volte chiesto di essere sentito. Lo ha chiesto in modo formale il 21 ottobre 2008, quando ancora non era iscritto nel registro degli indagati, lo ha chiesto il 9 novembre 2009, quando già da due giorni era stata emessa l’ordinanza. Ma quando il lunedì successivo all’emissione dell’ordinanza, il tribunale lo convoca per essere sentito, l’onorevole Cosentino chiede un rinvio.

    • Discussione della domanda di autorizzazione a eseguire la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti del deputato Cosentino (Doc. IV, n. 5-A) (ore 11,16).
    • (Votazione – Doc. IV, n. 5-A)
    • Comunico il risultato della votazione:

      Presenti e votanti 586
      Maggioranza 294
      Voti favorevoli 360
      Voti contrari 226
      (La Camera approva – Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania – Vedi votazioni).

    • «Prendo atto che c’è stato un voto che ha oltrepassato tutti gli schieramenti, al di là della stretta maggioranza» è stato il primo commento dello stesso Cosentino. Il quale, a risultato ottenuto, dice di «non aver avuto timore del voto segreto»
    • Nel tardo pomeriggio l’aula di Montecitorio ha respinto le mozioni di sfiducia presentate da Pd, Udc e Idv nei confronti del sottosegretario. «Chiediamo le dimissioni del sottosegretario Cosentin – aveva detto nella dichiarazione di voto sulla mozione il deputato del Pd Andrea Orlando – perché le 300 pagine che motivano il suo arresto, i numerosi articoli non smentiti, le indagini dell’Antimafia, fanno emergere lo spaccato di una realtà della quale egli è parte. Per questo la sua permanenza al governo indebolisce la forza delle istituzioni. Cosentino fa la vittima, sostenendo che paga la sua origine: a noi interessa di più che la gente del suo territorio trovi la forza di ribellarsi alla Camorra»
    • Pdl e Lega hanno votato contro tranne il finiano Fabio Granata, che si è sempre astenuto: la sua lucina bianca era l’unica accesa tra tutte quelle rosse dei colleghi del Pdl. Su tutti i documenti si sono astenuti i deputati radicali. L’Udc si è astenuta sulla mozione dell’Idv.

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Immunità parlamentare, pronto il disegno di legge. Il tempo della Restaurazione.

E allora, dichiarato illegittimo il Lodo Alfano, non resta che rispolverare la vecchia immunità:  ci ha pensato il sen. Lucio Malan, del PdL, con l’intenzione di rifarsi al vecchio art. 68 della Costituzione, emendato con referendum nel 1993, senza cambiarne una virgola. Questo il senso della sua proposta di legge, come descritto nella relazione introduttiva (ripresa dal sito del sen. Malan):

<< Onorevoli Senatori ! – Il presente disegno di legge esprime la volontà di riportare l’equilibrio e l’armonia tra le istituzioni. La stessa volontà che animò i membri dell’Assemblea Costituente nel 1947 quando scrissero l’articolo 68 della Carta fondamentale della Repubblica.

Modificarlo sull’onda della piazza nel 1993 fu un errore, determinato da una temperie che non deve tornare. Come era stato un errore, negli anni precedenti, farne quell’uso indiscriminato che contribuì al determinarsi di tale temperie.

È venuta l’ora di cancellare quell’errore. Coloro che intendessero opporsi a questa iniziativa dando fondo all’arsenale del becero antiparlamentarismo e del giustizialismo forcaiolo, sono invitati ad andare a rileggere gli atti del dibattito in Assemblea Costituente e i nomi di coloro che approvarono l’articolo 68.

Per questo si propone qui, senza alcuna modifica, il medesimo testo di allora. Se fosse possibile, lo si vorrebbe stampare sulla stessa carta e negli stessi caratteri usati allora. Ma credo sia possibile e doveroso provare a tornare allo spirito di quei tempi, preoccupandosi non di ciò che nell’immediato può parere conveniente all’una o all’altra parte politica, ma di ciò che è bene per la Repubblica.

I senatori che lo sosterranno e lo voteranno, a cominciare dal proponente, assumono contestualmente l’impegno a vigilare in ogni modo affinché questo strumento sia usato esclusivamente a salvaguardia delle istituzioni democratiche.>>

 Roma, 10 ottobre 2009

 ECCO IL TESTO PROPOSTO PER L’ARTICOLO 68


I membri del Parlamento non possono essere perseguiti per le opinioni espresse e per i voti dati nell’esercizio delle loro funzioni.

Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale; né può essere arrestato, o altrimenti privato della libertà personale, o sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, salvo che sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è obbligatorio il mandato o l’ordine di cattura.

Eguale autorizzazione è richiesta per trarre in arresto o mantenere in detenzione un membro del Parlamento in esecuzione di una sentenza anche irrevocabile.

Per contro, l’attuale art. 68:
I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni.

Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza.

Analoga autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri del Parlamento ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza.

Già la legge costituzionale n. 3 del 1993 aveva ritoccato forzatamente l’art. 68, colpito dal referendum popolare che abrogò l’istituto dell’autorizzazione a procedere in giudizio: allora si estese l’immunità nell’esercizio delle funzioni, il cosiddetto principio di insindacabilità delle opinioni di un parlamentare, modificando il primo comma da "non possono essere perseguiti", a "non possono essere chiamati a rispondere", fatto che estese la prerogativa a ogni tipo di responsabilità (civile, penale, amministrativa, ecc.).
Malan, nel recuperare il testo originario, tralascia la modifica del 1993. In secondo luogo, non dispone alcunché per limitare il fenomeno della reiterazione del diniego all’autorizzazione a procedere, fatto che aveva creato i presupposti per l’abrogazione dell’immunità stessa. Quindi, l’operazione nostalgia di Malan non si pone in alcun modo il problema dell’abuso della pregogativa immunitaria né si pone alcun quesito sulla necessità di aver un parlamento pulito, i cui deputati e senatori non siano corruttori, corrotti, concussi, associati con la mafia, bancarottieri e quant’altro. Malan non sente di dover dare risposte in merito. Sostiene di voler riequilibrare il rapporto fra i poteri dello stato – nella fattispecie, Magistratura e Parlamento – quando l’aspetto problematico per eccellenza è la selezione della classe dirigente stessa.

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    • Il se­natore Lucio Malan ha presentato ieri un disegno di legge per rein­trodurre l’istituto che, ricorda, fu voluto dai padri Costituenti e «mo­dificato nel ’93 sull’onda della piazza». «Un errore», secondo Ma­lan, la cui iniziativa si propone «di riportare l’armonia e l’equilibrio tra le istituzioni».

    • Il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cic­chitto, da parte sua, mette l’immu­nità tra i temi di un’organica rifor­ma della giustizia e come il Guar­dasigilli ipotizza di aprire dopo il congresso del Pd il dialogo con le opposizioni.

    • ridisegnare quei rapporti tra politica e magistratura che so­no stati devastati nel ’92-’94 dal circolo mediatico-giudiziario

    • La di­sponibilità del senatore del Pd Marco Follini resta una caso isola­to: dopo la netta chiusura di Dario Franceschini, ieri anche Pier Luigi Bersani ha detto che più che l’im­munità è il caso di affrontare altre riforme, come quella della legge elettorale.

    • Mentre il leader Udc Pier Ferdinando Casini taglia cor­to: «Ripristinarla è pura follia»

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    • Riguardo l’ipotesi di reintrodurre l’immunità parlamentare, Ignazio ha dichiarato che “i parlamentari non hanno bisogno di immunità per portare avanti il proprio mandato. In ogni sistema democratico moderno è previsto un bilanciamento tra i poteri dello Stato. La giustizia costituisce un sistema di controllo per il rispetto della legalità e non può essere additata come un intralcio. Credo sia sbagliato continuare a ragionare con l’approccio di una casta, che sopravvive aumentando al contempo i suoi privilegi e la distanza con il paese reale. E’ necessario invece nutrire e crescere una nuova classe politica pronta a governare, a livello locale come nelle aule parlamentari. Per far questo penso si debba ripartire dai territori e dalla promozione di persone rispettose delle regole, con le mani libere da gruppi di potere e pressioni di lobbies”.

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