L’infelice #Italicum

Al di là degli psicodrammi sulla visita al Nazareno del Nemico Pubblico Numero Uno (con il quale il Pd ha – purtroppo – governato dalla fine del 2011), ciò che conta, dal mero punto di vista politico, sono due aspetti: uno prettamente legato al metodo, l’altro alla questione più tecnica del contenuto della proposta di legge elettorale.

Comincio dal secondo. Facendo riferimento all’analisi pubblicata oggi da Civati con il contributo di Andrea Pertici, il premio di maggioranza posto al raggiungimento del 35% dei suffragi è sproporzionato e irragionevole; il ballottaggio di coalizione si somma agli effetti distorsivi dello sbarramento, riducendo ulteriormente la rappresentatività; le liste sono nuovamente bloccate e la ripartizione nazionale dei seggi le unificherebbe in un unico listone nazionale, vanificando qualsiasi collegamento eletto-elettore. Inoltre, questo disegno di legge riguarda la sola Camera dei Deputati: nell’Italicum non è prevista alcuna norma per quanto concerne il Senato. Si è voluto collegare la nuova legge elettorale alla riforma costituzionale del Senato non elettivo. Un azzardo inutile. La “cancellazione” del Senato deve avvenire giocoforza sulla base del dettato costituzionale dell’articolo 138. I tempi non sono certi. Se la linea del consenso trovata è quella fra Pd e Forza Italia, non si capisce perché gli altri componenti della attuale maggioranza dovrebbero essere clementi nei confronti di questo complesso di riforme. Ergo, la riforma di Renzi è attesa al soglio di Montecitorio (e sappiamo di che palude si tratti). Tanto più che, recentemente, un precedente tentativo (non si sa quanto serio), spacciato per una riforma istituzionale ma incuneatosi in una torbida modifica al 138, è finito sul consueto binario morto (insieme a tutto l’armamentario di buone e buonissime intenzioni, finanche il cambiamento del Porcellum), con buona pace di tutti.

Appunto, il metodo. A parte lo scazzo (termine tecnico) con Cuperlo, la frase “Nessuna modifica o salta tutto” lascia ben intuire che verso abbia preso il #cambioverso. A che serve la Direzione? A che servono gli organi di un partito, se la discussione è messa in un angolo? Non si può modificare nulla? Allora perché se ne è parlato oggi? Per un patetico e formalistico voto? Quale può essere il contributo della minoranza se ciò che dice il Segretario è lettera scritta immodificabile?

Il ricorso alla speciosa argomentazione che un milione e settecentomila persone ti hanno dato un voto non giustifica l’azzeramento della dialettica interna. Questo valeva ai tempi di Bersani, e vale ora. Ancora di più, se possibile.

Annunci

Comunali 2013, Roma: ballottaggio Alemanno-De Vito?

Questo post è stato scritto alle 22 del 26 Maggio 2013. Chiaramente per motivi elettorali viene pubblicato solo a urne chiuse. Nella foto che segue è riportato il grafico di Google Trends sull’indice di ricerca dei tre candidati sindaco di Roma, Gianni Alemanno, Ignazio Marino e Marcello De Vito.

L’indicatore mostra, venerdì 24, il picco per tutti e tre i candidati ma De Vito raggiunge e supera Marino di due punti (69 a 67), mentre Alemanno viaggia su un punteggio di 98. Questo tipo di rilevazioni non sono affidabili – non tengono conto del ‘sentimento’ verso il nome ricercato, ovvero posso digitare Alemanno dieci volte su Google indignato per la inconsistenza della sua politica, ma l’algoritmo di Mountain View registra solo un generico +10… – in ogni modo vengono spesso impiegate per anticipare gli orientamenti dell’opinione pubblica in materia elettorale. Se tutto ciò ha un qualche fondamento, il ballottaggio per Roma sarà Alemanno-De Vito.

comunali_romaA posteriori posso aggiungere che ancora una volta gli strumenti di rilevazione del cosiddetto ‘sentiment’ su intenet falliscono nella previsione di un risultato elettorale. Fra qualche giorno qualcuno escogiterà un tipo di analisi che certamente gli permetterà di dire, “su twitter Marino aveva già vinto”, e via discorrendo, facendo passare noi poveri come degli stupidi che non hanno saputo interpretare quelle linee spezzate colorate e apparentemente prive di senso. Questi strumenti falliscono perché intercettano non la realtà ma una porzione molto piccola di essa, quella che viene registrata dagli algoritmi di Mountain View. Le tecnologie statistiche celate all’interno dei social network possono aiutare a ‘sentire’ l’opinione pubblica e a capire come si sta orientando, ma non possono spingersi più in là di una pura valutazione di massima: l’interesse verso i candidati sindaco di Roma è cresciuto fortemente due giorni prima del voto. Non perché siano diventati improvvisamente popolari, più semplicemente perché gli elettori si sono più frequentemente informati. Ciò è accaduto in un contesto in cui l’interesse per la politica è sceso a livelli minimi. I più scaltri vi diranno che ciò non è sfuggito al fiuto di Google Trend. Guardate il grafico che rappresenta il volume di ricerca sul nome ‘Beppe Grillo’ nell’ultimo anno.

interesse_grillo_1annoInsomma, mi pare evidente che dal 25 Febbraio in poi, l’interesse verso Grillo è sceso ai livelli di metà 2012. Significativo? Può darsi. Guardando questo grafico sarei spinto a dire che in generale la massa degli elettori, che ha accesso ad internet, si informa una settimana prima del voto, e poi abbandona la politica al suo corso. In ogni caso, è difficile spiegare il risultato odierno del 5S con questa curva discendente.

#Primariecsx, una analisi del fallimento di Renzi

A mente fredda, e soprattutto con in mano i dati definitivi (sebbene quelli del primo turno siano scomparsi, ne ho tenuto una copia anche se si trattava di dati parziali), ho dato uno sguardo alla performace di Renzi e a come è cambiata fra primo e secondo turno. Ebbene, il sindaco di Firenze non è minimamente riuscito ad incrementare i voti del primo turno se non in sole 31 province (su 111). Messe su una cartina, corrispondono alle bandierine blu:

renzi_incrementi

E’ interessante vedere come le bandierine blu si siano concentrate al sud, laddove al primo turno Renzi aveva preso meno voti. Al nord, Renzi incrementa i propri voti solo a Torino e stranamente no a Firenze. Inutile dirvi che Bersani incrementa i voti un po’ dappertutto. Tutte le province che nel precedente articolo indicavo come ‘contese’ (quelle in cui Bersani al primo turno aveva solo il 5% di voti di vantaggio) sono state vinte tutte da Bersani.

Una curiosità.

Nel fare questa analisi, mi sono imbattuto in quello che credo sia un errore di compilazione (?) della tabella dei dati definitivi. La provincia di Padova, se non vado errato, al primo turno aveva fatto segnare una affluenza di circa 14417 persone. Al secondo turno votano in… 35394! +300%. Inimmaginabile. Uno dei due dati è errato. Mi auguro. Anche il dato di Ogliastra e Lucca è anomalo. Qualcuno controlla prima di divulgare le tabelle?

Liveblogging Ballottaggio Primarie #Pday

Vi rimando alla homepage di questo blog (http://yespolitical.com) nonché all’account twitter http://twitter.com/yes_political per seguire insieme a me l’andamento del voto e lo spoglio di questa sera.

Questo post verrà aggiornato sino alle 21.30 con le notizie provenienti dallo spoglio.

A domani per i risultati definitivi e una analisi del voto, provincia per provincia.

Sulle partecipazioni negate: lo staff di Adesso partecipo è stato oggi tempestato di domande sulla possibilità di essere ammessi al voto senza il cedolino del primo turno. Sono gli effetti perversi della campagna – errata – posta in essere durante la settimana tramite la mail bombing, la quale ha avuto l’esito di male informare l’elettore. Leggete questo scambio di idee che ha avuto luogo su twitter:

https://twitter.com/MauroNaAlessia/status/275236245658025985

“Nella mail c’è scritto che si può partecipare”. Sulla mail, quella mandata da Renzi.

Un video di Repubblica.it testimonia le centinaia di telefonate ricevute dai comitati per le primarie di Milano:

E poi c’è la questione dell’affluenza. Berlinguer sostiene che alle 12 si sia già raggiunto il risultato del primo turno. madelle 13 (un milione di partecipanti):

Lo staff Renzi dice invece che si è verificato un calo netto, fatto che attrae un certo tipo di giornalisti, pronti ad affibbiare etichette:

Sempre lo stesso giornalista, che sta pensando al titolo per domani:

Qualche problema su Trending topics di twitter fa pensare immediatamente a un calo dell’interesse sul ballottaggio:

Ore 18.10: un po’ di delusione fra le fila dei sostenitori di Renzi. L’affluenza è data ancora una volta in calo. Meno 150 mila votanti.

Ore 20: attesa per i dati finali sull’affluenza. A Firenze, in mattinata, vi era stato un mezzo incidente che Renzi ha evitato diventasse un caso politico/elettorale senza soluzione:

C’è un altro hashtag di riferimento per lo psoglio su twitter: #ballottred

Ore 20.07 primi dati su Twitter:

Ore 20.12: affluenza occhio e croce meno 25% rispetto al primo turno:

Ore 20.30: Instant Poll, Bersani 61.5%, Renzi 38.5% – Diretta Unità

Stasera sarà festa romana per il segretario:

Renzi invece sarà alla fortezza da basso verso le ventidue:

renzi

Renzi sotto al 40% non avrebbe neanche conservato tutto il proprio elettorato.

Incubi:

Chiudo qui questa lunga ma intermittente diretta. Lo faccio prendendo in prestito le parole di Civati.

Confronto Bersani-Renzi, cinque aspetti degni di critica

Già mentre ieri sera ero in ascolto e cercavo di tenere una diretta Bog/Twitter, mi sorgevano alcuni dubbi sulla veridicità di quanto detto da entrambi i candidati. Di seguito provo a farne un elenco con tanto di verifica dei fatti:

  • Ritiro dall’Afghanistan e F35

In seguito ad una domanda della conduttrice su cosa direbbero i due in occasione di un eventuale incontro con Barack Obama, Bersani risponde così: “Innanzitutto, l’Afghanistan: il 2013 deve essere l’anno di chiusura di questa avventura; poi, gli F35: con questa crisi non mi sembra il caso…”. Renzi ha accusato il segretario di demagogia. Ha detto che il ritiro dall’Afghanistan è già previsto per il 2013 e che per quanto riguarda gli F35 è più un problema nostro, “dipendono da noi, non da loro”.

In realtà, il ritiro dall’Afghanistan delle truppe italiane è ancora tutto da definire. Qualche settimana fa, il presidente del Consiglio Mario Monti ha incontrato il presidente Karzai. La visita aveva lo scopo forse di decidere le modalità del ritiro, ma in ogni caso si parlava del 2014, non del 2013. Resta da chiarire se la sede più opportuna per discutere del ritiro sia Kabul o Washington.

Monti, confermando l’impegno italiano a ritirare le truppe entro il 2014, ha detto che è “importante che il rapporto tra l’Afghanistan e la comunità internazionale si modifichi per riflettere le nuove condizioni ma non si arresti”, sottolineando come in futuro la presenza della comunità internazionale sarà “meno basata sul contributo militare” e “sempre di più sulla cooperazione economica” (TMNews).

Invece sugli F35, Bersani incappa davvero in un Epic Fail? Si può dire di sì, anche se lo stanziamento dei denari per acquistare i 127 aerei F35 risale al Settembre 2011, nel pieno del caos del governo Berlusconi e della deriva dello spread. Questo modello di aereo da guerra è frutto di un progetto di Bill Clinton, il JAST (Joint Advance Strike Tecnology, poi JSF) e l’Italia vi partecipa sin dal 1996 (governo Prodi I, voto bipartisan di centro-sinistra e centro-destra). L’Italia è partners di livello 2, fatto che ha comportato un impegno economico pari a 1 miliardo di dollari (circa il 5% del costo previsto dalla Fase 1) – vedi Investire oggi|Finanza.

Questo dovrebbe, dunque, essere considerato un aereo italoamericano, perchè le ali e tutta la parte della fusoliera ad esse collegata – che rappresentano una grande parte dell’aereo – vengono realizzate in Italia, su disegno e progettazione in parte sviluppati in Italia dai circa 150 ingegneri di Alenia aeronautica […] “L’uscita del nostro Paese dal programma dei cacciabombardieri F-35 JSF (Joint Strike Fighter) non comporterebbe oneri ulteriori rispetto a quelli già stanziati e pagati per la fase di sviluppo e quella di pre-industrializzazione; infatti il Memorandum of Understanding, ovvero l’accordo fra i Paesi compartecipanti, non prevede il pagamento di alcuna penale in caso di rinuncia all’acquisto“) Investireoggi|Finanza.

Chiarito che se ne può uscire senza incappare in clausole contrattuali, che il problema è “tutto nostro”, come dice Renzi, visto il coinvolgimento di Finmeccanica e Alenia in questo affare che si è trasformato in un fiasco. Bersani farebbe bene a dire che il problema è un altro. Il problema è Finmeccanica.

  • Il voto all’Onu sull’ammissione della Palestina

E’ Bersani ad aver introdotto il tema del voto Onu sull’ammissione della Palestina come paese osservatore nel dibattito di ieri. Renzi ha reagito alla “provocazione” del segretario affermando un po’ pericolosamente che il problema non è la Palestina ma l’Iran. La politica estera è forse l’elemento che contraddistingue di più i due contendenti. Bersani è filoarabo, così come nella tradizione della sinistra italiana; Renzi invece ha ieri manifestato una posizione più “atlantica”. Quando Renzi afferma che il problema è l’Iran, cita l’Onda Verde, quella sorta di anticipo di primavera araba che attraversò Teheran alla fine del 2009. E facendolo dice che è scandaloso che una “ragazza in Iran non possa andare a ballare”. La frase in sé e per sé mi ha sconvolto. Essa contiene tutto un retroterra fatto di ideologia democratica dell’universalismo dei diritti umani. Quell’ideologia che giustifica le guerre chiamandole umanitarie. Per dirla come Elie Wiesel, la “religione secolare planetaria”. E’ davvero preferibile al pragmatismo bersaniano? Una volta che abbiamo individuato nell’Iran il problema, quale è la soluzione? La libertà dei suoi cittadini passa per il suo annientamento militare? Le carte dei diritti non si impongono ma si conquistano. Il popolo iraniano saprà come fare a conquistare la libertà che cerca. Così come le donne iraniane. Il nostro compito, il compito di un paese occidentale, non è quello di trapiantare il diritto ma al contrario di farlo crescere in via spontanea. Qualcosa che crea problema e ostacolo a questo processo sono certamente i rapporti economici che il nostro paese ha con la burocrazia teocratica iraniana. Si potrebbe cominciare da qui. E chissà perché, ritorno a parlare di Finmeccanica (e di Eni, obiuviously).   

  • Trasparenza partiti e Freedom of Information Act

Bersani sulla materia dei costi della politica ha mostrato di essere un po’ a corto di idee. Trincerandosi l’idea che la politica non la possono fare soli i ricchi, ha ribadito ancora una volta che il PD si è fatto portavoce della campagna per l’abolizione dei vitalizi, ha ammesso che certe cumulazioni di diversi trattamenti retributivi sono da evitare. Di fronte aveva Renzi, che ha fatto della rottamazione un’arte retorica. Renzi ha solleticato il segretario sulla questione del finanziamento pubblico della politica, ha detto che lui ha messo online ogni fattura e ha tracciato ogni donazione ricevuta. Così dovrebbe funzionare la politica, secondo il sindaco. Ed ha nuovamente citato il Freedom of Information Act. Su questa improvvida citazione, si è espresso Fabio Chiusi, su Il Nichilista, e Guido Romeo, su il diritto di sapere:

«Metteremo tutto online con il Freedom of Information Act», dice Renzi alla Leopolda. Peccato che con il mettere tutto online il FOIA non c’entri nulla: c’entra con le richieste dei cittadini (di accesso a documenti/dati di interesse pubblico), non con le decisioni delle amministrazioni pubbliche di rendere trasparenti i loro documenti/dati. Come spiega, molto chiaramente, Guido Romeo: http://www.dirittodisapere.it/2012/11/13/matteo-renzi-e-quel-pericoloso-malinteso-sulla-trasparenza/. Confondere trasparenza ‘reattiva’ e ‘proattiva’ è segno, a mio avviso, che Renzi di FOIA non capisce un bel niente. In guardia: errori di questo tipo si moltiplicheranno. Non facciamoci trovare impreparati. (Il Nichilista).

  • La riforma Fornero

Sia Bersani che Renzi hanno ammesso di non poter cancellare la riforma Fornero sulle pensioni. Ma con due sfumature diverse: Renzi, “la riforma per me va bene. Sarebbe facile dire sì, torneremo indietro, si andrà in pensione prima. Io dico di no. Qualcosa va rimesso a posto, non solo sugli esodati, ma non puoi pensare di metterla in discussione”. Bersani ha invece aggiunto che si possono inserire meccanismi di gradualità, oltre a risolvere definitivamente la questione esodati. Poi Renzi ha ribattuto, “la riforma delle pensioni del centrosinistra è costata nove miliardi, denari che ora potremmo utilizzare”. Il sindaco si riferisce forse allo spezzettamento dello ‘scalone-Maroni’, l’atto del governo Prodi II (cosiddetta Riforma Damiano) con cui nel 2006 si snaturò la riforma del ministro Maroni (all’epoca si passava a 57 a 60 anni di età e, almeno, 35 anni di contributi, e veniva fatto in modo drastico, subito, dal 2008, senza un inutile rinvio a date future, cfr. Daw-blog).

In ogni caso, Cesare Damiano, attuale deputato del PD, ha presentato lo scorso mese un disegno di legge che introdurrebbe modifiche alla riforma Fornero nel senso voluto dal segretario Bersani, ovvero di una maggiore gradualità dell’innalzamento dell’età pensionabile.

Il progetto che ha un costo complessivo ancora non facilmente stimabile (si parla di almeno 5 milardi di euro), prevede diverse modifiche sulla Riforma Fornero per rendere meno brusco l’innalzamento dell’età pensionabile almeno sino al 2018 e per salvaguardare rispetto alle nuove norme di pensionamento una ulteriore fetta di lavoratori esodati (oltre ai 120 mila) […] Sul Ddl damiano si è espressa di recente la ragioneria generale sostenendo che “abbassa significativamente l’età media di accesso al pensionamento, determina oneri di rilevante entità compromettendo gli effetti della riforma e dei precedenti interventi in materia” (Businnessvox.it).

In ogni caso, vi invito a leggere questo documento di Carlo Mazzaferro, del Dipartimento di Scienze Economiche dell’Università di Bologna. In esso è contenuto il grafico che vi sto per mostrare e che spiega come la disquisizione sull’innalzamento dell’età pensionabile riguardi solo il periodo della fase transitoria dal metodo retributivo a quello contributivo:

Dopodiché prevarrà il meccanismo dell’aggancio alle aspettative di vita, che come è noto, nel sempre maggior progresso umano, sono crescenti. Tant’è che nel 2050 l’età pensionabile sarà inequivocabilmente di 69 anni. Ciò che viene detto ora sulla eventuale correzione della riforma Fornero ha valore soltanto per i prossimi sei-otto anni.

  • 2547 giorni

Sono i giorni di governo dell’Ulivo (quindi i governi Prodi I, D’Alema e Amato) sommati ai giorni di governo dell’Unione (Prodi II). Bersani è stato ministro con il governo Prodi I (Ministro dell’Industria, del Commercio, dell’Artigianato e del Turismo nel Governo Prodi I, 1313 giorni) Dal 23 dicembre 1999 al 3 giugno 2001 ricopre la carica di Ministro dei Trasporti e della Navigazione (528 giorni). Bersani è stato ministro anche con il governo Prodi II, per circa 720 giorni. E’ divenuto deputato per la prima volta con la XIV Legislatura (elezioni politiche del 2001. E’ stato deputato al Parlamento Europeo nel corso della VI Legislatura. In totale fanno 2561 giorni [articolo modificato il 30/11/2012].

Scheda personale di Bersani sul sito della Camera.

Bersani vs. Renzi in diretta #1csx2

Fra pochi minuti su Rai1 il faccia a faccia fra Bersani e Rennzi. Seguite in diretta su Yes, political!

Comincia Renzi su economia e crisi. “Parto dal rafforzare il sistema dei comuni”, “sono come lo sceriffo di Nottingham”, nel senso di esattore delle tasse per lo stato centrale. La stato ha detassato il gioco d’azzardo. Rimettiamo quelle tasse.

(sheriffo?)

Bersani parla di patrimoniale senza nominarla. Far girare il credito alla piccola impresa, con la Cassa Depositi e Prestiti. Si paga molto perché non pagano tutti. E’ per umanità che gli mandiamo l’ambulanza (all’evasore fiscale). Fare una Maastricht della fedeltà fiscale? (Cos’è?).

Bisogna armonizzare i sistemi fiscali in Europa, altrimenti uno se ne va dove conviene.

Renzi sulle responsabilità del csx sull’evasione fiscale. Avevo i pantaloni corti quando se ne parlava. Perché non abbiamo fatto niente? Sembra che veniamo da Marte. Gli strumenti non sono stati all’altezza. Non facciamo l’accordo con la Svizzera.

C’è un po’ di disordine. Troppi applausi.

(sul tetto!)

Bersani dice che bisogna far pagare alla finanza ciò che ha causato. Europa, continente più forte, ora problema del mondo. Tutta l’Europa batta un colpo, s’è sedimentata l’idea che il più forte si salva da solo, come abbiamo fatto noi con il Nord con il Sud.

Bersani: votare sì al seggio all’ONU per la Palestina.

Renzi afferma che il voto di domani all’ONU non è importante. Bersani lo redarguisce, vorrei che il PD su questi temi importanti avesse una posizione unica.

Renzi: non ho preso molti voti al Sud. O il Sud cambia o non andiamo da nessuna parte. Riprende Bersani e lancia il secondo colpo alla Destra, che non è Renzi.

Fact Checking:

Renzi: Firenze luogo per Start-up. E poi sfodera un articolo dell’Economist del 2005. Bersani chiede replica: basta andare a vedere un po’ di risultati. Gli unici due anni in cui si è ridotta la forbice sono quelli in cui abbiamo governato noi.

E ora: vitalizi e costi della politica. Renzi: io sono per l’abolizione del finanziamento dei partiti. C’è stato un referendum. Se fai il bidello.. (battuta nota, la ripete sempre).

Bersani: abbiamo fatto passare l’abolizione dei vitalizi (idem, già sentito). Dobbiamo studiare un tetto all’accumulo di pensioni, vitalizi, eccetera. E che i manager non abbiano buoneuscite milionarie. Renzi, secondo me non basta. Bisogna abolire il finanziamento. Avere il coraggio di dire stop. Mettere online le fatture, secondo la logica del Freedom of Information Act.

Fact Checking:

Freedom of Information Act

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il Freedom of Information Act (FOIA), “atto per la libertà di informazione”, è una legge sulla libertà di informazione, emanata negli Stati Uniti il 4 luglio 1966 dal presidente Lyndon B. Johnson, che impone alle amministrazioni pubbliche una serie di regole per permettere a chiunque di sapere come opera il Governo federale, comprendendo l’accesso totale o parziale a documenti classificati.

[sempre lo stesso errore, Renzi]

Sul tema del conflitto di interessi, Bersani si trova in difficolta’. Renzi sfodera lo spirito del rottamatore: e’ la grande sconfitta del centrosinstra.

Invece ho trovato Bersani piu’ convincente sulle liberalizzazioni (“quella dei treni l’ho fatta io”); Renzi continua a leggere senza freni sull’iphone. In tema di alleanze e’ tornato alla ribalta il dilemma dell’Udc e di Sel. Bersani cita Crocetta. Renzi ricorda nuovamente che Vendola ha votato per far cadere il primo governo Prodi.

Bersani: stai attento a non usare gli argomenti dell’avversario. Noi oggi abbiamo il PD e dobbiamo dare evidenza che siamo capaci di governare.

Compare Vespa per dire addio alle primarie del centrodestra.

Ultima domanda. Lotta alla mafia: Renzi, ho fatto i Cento passi di Peppino Impastato. Intervenire con mezzi alle forze dell’ordine. Sequestro dei beni. E quindi, istruzione. Bersani: problema nazionale, al nord nell’economia legale. Rafforzare le norme. Informatizzare sistema giustizia. Ricrda Vassallo. Basta stereotipi, diamogli una mano, rivolto al nord.

Renzi, il programma e’ quello di chi vince le primarie. No all’Udc, soprattutto quella siciliana.

Il primo provvedimento: cittadinanza, anticorruzione, dice Bersani. Renzi: lavoro, meno leggi, digitale. Subito le Civil partnership. Bersani, unioni civili secondo la legge tedesca, legge contro l’omofobia.

Primarie, la mappa della contesa Bersani-Renzi

[Consulta la mappa interattiva cliccando qui]

Con un po’ di difficoltà, dovuta anche e soprattutto al ritardo con cui sono stati divulgati i dati definitivi, sono riuscito a produrre questa mappa del voto della primarie di ieri, 25 Novembre 2012, indicando il vincitore, provincia per provincia. Le bandierine rosse indicano le province in cui ha vinto Bersani, con uno scarto su Matteo Renzi maggiore del 5%. Le bandierine blu indicano invece le province in cui ha vinto Renzi, anche se con una soglia minima. Le bandierine verdi rappresentano (con un po’ di forzatura) le province contese, ovvero quelle in cui Bersani ha vinto ma il distacco su Renzi è minore del 5%. Le bandierine gialle sono le province vinte da Vendola, che presumibilmente diventeranno rosse, domenica prossima.

Cosa se ne deduce? Che Renzi è forte al Centro, in Toscana, Umbria, Marche. Si è insediato in Emilia, un po’ in Piemonte (province di Asti, Alessandria, Cuneo). Mentre Torino e Milano sono pro-segretario, le province dell’alta Lombardia e del Veneto scelgono Renzi. Il milione di voti del sindaco fiorentino sono voti del Nord. Al sud Renzi, stranamente, è una insidia solo nella provincia di Ragusa. Il resto della Sicilia, il Lazio, la Campania, la Calabria hanno fatto una scelta “conservatrice”.