Shutdown della politica

La crisi del governo federale degli Stati Uniti nasconde un lunghissimo braccio di ferro che alcune parti del partito Repubblicano conducono sin dal 2010, anno di approvazione dell’Obamacare, la riforma sanitaria. Il New York Times racconta, in un resoconto a firma di Sheryl Gay Stolberg e Mike McIntire, che immediatamente dopo la conferma del secondo mandato di Barack Obama, un gruppo di attivisti conservatori, capeggiati da Edwin Meese III, politico e avvocato statunitense, 81 anni, si sono riuniti in Washigton per definire la strategia. Obiettivo: fare a pezzi la riforma sanitaria tramite il cosiddetto ‘defunding’, togliere i fondi all’Obamacare. Il mezzo per ottenere questo obiettivo è la minaccia. Che il gruppo di ultra-conservatori ha instillato poco a poco fra le file dei repubblicani più cauti: tagliare il finanziamento per l’intero governo federale.

Questa è l’origine dello shutdown. E’ un’origine pienamente politica. Per molti americani, lo shutdown è venuto fuori dal nulla. Ma diverse interviste con esponenti conservatori mostrano che il confronto che ha determinato la crisi è stata la conseguenza di uno sforzo di lunga durata per annullare la legge, l’Affordable Care Act, sin dal momento della sua approvazione, condotto da una galassia di gruppi conservatori, le cui interconnessioni sono comunemente note. La determinazione con la quale questi gruppi hanno operato va al di là di ciò che definiamo ‘opposizione’. Sebbene l’83% del governo federale sia ancora in opera (‘Where’s sense of crisis in a 17 percent government shutdown?’ @ByronYork) e Wall Street sia più attratta dall’ingresso sul mercato azionario di Twitter, lo scenario è preoccupante più per il metodo impiegato per affossare una legge osteggiata, piuttosto che per le reali conseguenze della crisi finanziaria. Non è la prima volta che negli Stati Uniti avviene uno shutdown (nel nostro ordinamento si parlerebbe di esercizio provvisorio).

Alla testa del gruppo di sabotatori troviamo al solito il Tea Party Patriots, il gruppo denominato Americans for Prosperity and FreedomWorks, il Club of Growth (una organizzazione no-profit); altre associazioni sono più defilate ma lo stesso partecipi dell’iniziativa e sono Generation Opportunity, Young Americans for Liberty e quella di più recente fondazione, Heritage Action. I miliardari fratelli Koch, Charles e David, sono stati profondamente coinvolti con un cospicuo finanziamento. Un gruppo legato ai Koch, Freedom Partners Chamber of Commerce, ha erogato più di 200 milioni di dollari l’anno scorso alle organizzazioni no profit impegnate nella lotta. Sono incluso i 5 milioni di dollari erogati a Opportunity Generation, che ha creato una propaganda, il mese scorso, con una pubblicità internet che mostrava un minaccioso zio Sam raffigurato mentre spuntava tra le gambe di una donna durante un esame ginecologico.

Questo pulviscolo di organizzazioni è riuscito a fare pressione sul Gop moderato e in definitiva a bloccare la macchina statale federale. Può la dialettica politica trasformarsi in una tale battaglia, con massimo dispregio del funzionamento dell’amministrazione pubblica? L’iniziativa politica di Obama è paralizzata. Il conflitto fra i Repubblicani e un partito Democratico non più così convinto della necessità dell’Obamacare, è la più coerente rappresentazione della crisi dei sistemi democratici, del tutto avulsi dalla realtà economica e sociale, divenuti teatro di uno sterile e distruttivo confronto fra lobbies.

Annunci

Siria: un gioco a somma zero

time-obama

Siria: un gioco a somma zero – di Vanna Pisa

“Edward Luttwak con la solita lucidità ha voluto dare un consiglio a Barack Obama: non intervenire, non ti conviene. Un’azione militare americana in Siria è contraria agli interessi strategici degli Usa” (dal Corriere della sera, 27 giugno 2011). Le considerazioni di Edward Luttwak possono anche essere tacciate di cinismo e facile machiavellismo, ma sono anche il segnale di una realpolitik che miscela impotenza e tracotanza: infatti neanche gli USA, ad oggi la maggior potenza militare, sono in grado di decidere i destini della Siria, anche se fossero convinti di avere come obbiettivo la trasformazione di quel paese medio orientale in una nuova terra della libertà e democrazia.

Ma USA e Siria non sono gli unici attori sulla scena mediorientale.

I regimi di polizia mediorientali sono travolti dalla contestazione, a sua volta incapace di costruire nuove architetture istituzionali negoziate, giacché le culture sociopolitiche dominanti nelle comunità in rivolta si fondano sulla delegittimazione reciproca . Inoltre gli unici veri Stati nella regione non sono arabi: Israele, Iran e Turchia (Limes marzo 2013).

Vi sono poi le potenze globali : oltre agli USA, Cina e Russia, schierate nel modo conosciuto, vale forse la pena di fare due brevi notazioni. Gli anglo – francesi, benché potenze nucleari, sono al più dei revenants, che, indipendentemente dalle iniziative assunte, non sono in grado di condurre una politica da potenza globale. Russia e Cina, nei confronti della Siria, sembrano al momento dalla stessa parte, ma fino a che punto? Solo in comune opposizione agli Usa?

Etnie, movimenti politici religiosi e militari, organizzazioni terroristiche, Stati, alleanze interstatali, potenze militari nucleari si fronteggiano o si alleano con obiettivi e forze diverse.

Inoltre vi è una stratificazione temporale di cause e motivi che si sono intrecciati fra loro e continuano a interagire anche a distanza di decine e decine di anni. Nel 1916, per esempio, a seguito della dissoluzione dell’Impero Ottomano, il medio oriente venne diviso in due zone d’influenza: britannica, comprendente gli attuali Israele, Giordania e Iraq; e francese, comprendente gli attuali Siria e Libano.

Altre alleanze risalgono alla guerra fredda, quando l’allora URSS ” dominava ” il Mediterraneo del Sud, dall’Algeria alla Siria passando all’Egitto di Nasser. Altre ancora risalgono alle guerre o campagne militari che hanno consentito la crescita di Israele come potenza regionale (nel 1948 l’URSS era schierata a fianco di Israele).

L’Iran, che è un’altra potenza della regione, non ha certo dimenticato che il colpo di Stato del 1953 contro il presidente Mossaeq era stato favorito dagli anglo-americani per difendere gli interessi delle loro società petrolifere minacciate di nazionalizzazione.

Le petromonarchie sunnite si trovano su una riva dello stretto di Hormuz, serratura del Golfo Persico da cui passa un quinto di tutto il petrolio prodotto nel mondo. Sull’altra riva, l’Iran. Come reagirebbero gli USA e suoi alleati se l’Iran decidesse di intervenire nello stretto per difendere la Siria sua alleata?

Dettare condizioni è in primis dettarle a sé stessi; nulla è più deleterio nella vita privata come in politica, di non essere in grado di mettere in atto ciò che si minaccia, per quanto vago sia, qualora le condizioni non siano rispettate.

Obama, con la linea rossa sull’uso delle armi chimiche, si è messo in un angolo: non fare nulla significherebbe perdere la faccia e indebolire ulteriormente un impero sempre più in bilico. Così, forse, verranno lanciati missili Tomahawk dalle navi schierate nel Mediterraneo, potrebbero essere utilizzati droni e bombardieri di alta quota. La morte dal cielo comunque: non un soldato USA metterà piede nelle infide terre siriane, e alla fine quella che risulterà – di fatto – vincente, sarà la” dottrina Luttwark”.

Cover-up sullo scandalo Prism. Con una guerra alla Siria

Immagine

Improvvisamente il faccione serioso di David Cameron travalica le righe fitte del Guardian per dirci che “sì, il governo siriano ha impiegato armi chimiche (il sarin) contro i ribelli”. A dar manforte al Primo Ministro anche Tony Blair, secondo il quale il Regno Unito dovrebbe aiutare i ribelli mediante armi e favorendo l’istituzione di una no-fly zone per “evitare conseguenze catastrofiche”.

L’uscita di Cameron e Blair viene un giorno dopo quella di Barack Obama. As usual, Londra e Washington fanno gioco di sponda quando si tratta di preparare l’opinione pubblica ad una nuova guerra ‘contro il male’. Per Obama, spostare l’attenzione su Assad e l’uso ‘ripetuto’ (e non documentato) del sarin potrebbe essere una scelta ragionata per muoversi dall’arrocco dello scandalo NSA; una scelta a cui tutti i media si sono debitamente accodati. Mentre Bengasi esplode e la Libia è fuori controllo, mentre le spiegazioni addotte per giustificare l’uso di Prism sono ancor più imbarazzanti dello scandalo medesimo, mentre i ribelli islamisti siriani si preparano a perdere Aleppo, Obama apre ad un piano di armamento che dovrebbe prevedere il dispiegamento di forze speciali dedicate all’addestramento dei ribelli.

Parte del piano è svelato in un retroscena dal Wall Street Journal

armare i ribelli siriani e proteggerli con una limitata no-fly zone all’interno della Siria, che verrebbe applicata dal territorio giordano per proteggere

, nonché trasportarli via treno,

 i rifugiati siriani e i ribelli. Secondo i funzionari americani, 

la creazione di una zona di addestramento richiederebbe un ponte aereo siriano ben lontano dal confine con la Giordania. Per fare questo, i militari, prevedono la creazione di una no-fly zone che si estenderebbe per 25 miglia in Siria, che verrebbe però applicata utilizzando aerei dalle basi giordane.

La guerra per la “libertà dei siriani dalla feroce dittatura” di Bashar Assad dovrebbe quindi passare attraverso un pieno coinvolgimento degli USA nel territorio travagliatissimo del Medio Oriente. Ragionevole aspettarsi che una medesima mossa la compieranno anche Russia e Cina. Obama certamente riceverà i plausi dei repubblicani, specie di John McCain (“Siamo d’accordo con il Presidente che questo fatto deve influenzare la politica degli Stati Uniti verso la Siria. Ora non è il momento di meramente prendere il prossimo passo incrementale. Ora è il momento per le azioni più decisive”, ha detto alla CBS). Nessuno ha obiettato al presidente che, così facendo, fornirà sostegno – fra gli altri – a un gruppo organizzato denominato Jabhat al Nusra, “ossia “Fronte della vittoria del popolo di Siria” – formatosi alla fine del 2011, qualificato “terrorista” dagli Stati Uniti medesimi alla fine del 2012. Come potranno gli americani distinguere i terroristi del Fronte al Nusra dalla formazione ritenuta legittima dell’Armata libera siriana (ASL)?

Il Fronte al Nusra è il gruppo armato che più di ogni altro ha combattuto in prima linea. Si è però macchiato di crimini gravissimi, come il massacro in un villaggio di cristiani e l’esecuzione brutale di un quattordicenne, reo di aver insultato Maometto. Asl appare più disorganizzato, quasi inadatto a mettere in campo strategie efficaci, poco armato. Privo della ferocia dei qaedisti di al Nusra.

Obama e Cameron, se davvero vogliono indirizzare l’indignazione dell’opinione pubblica contro Assad, letteralmente spostandola dal caso NSA e Prism, dovranno portare qualcosa di più di una semplice rivelazione. Il rapporto costi/benefici di un eventuale intervento di supporto è talmente alto che è molto probabile l’attenzione sul caso sarin-Assad calerà vistosamente nell’arco di qualche giorno. Giusto il tempo di far scivolare le rivelazioni di Snowden fuori dalle prime pagine.

Nessuno tocchi Edward Snowden

Immagine

Edward Snowden è un cittadino americano. E’ stato un soldato, ha partecipato alla guerra in Iraq. Ha creduto di stare dalla parte del potere legittimo. E’ entrato nel giro della Cia, specie delle società appaltatrici che fornisco al servizio segreto americano servizi di tecnologie informatiche. Ha così potuto assistere, durante un soggiorno lavorativo a Ginevra, a ‘pratiche’ al di fuori della legge che lo hanno indotto a dissociarsi da esse.

La NSA (National Security Agency) ha allestito un centro di raccolta dati presso Camp Williams, nello Utah: può memorizzare dati dell’ordine degli yottabyte (1 yottabyte è un milione di miliardi di Giga). Dati provenienti dal web, dati maneggiati dai provider di telefonia, dai social media. Con uno strumento di spionaggio come PRISM, l’NSA “registra: il numero di telefono di chi chiama e di chi risponde, da dove chiamino e ricevano la telefonata, la durata e l’ora della chiamata, i numeri di serie che identificano i telefoni coinvolti. Non il contenuto delle telefonate né l’identità delle persone al telefono” (chiusinellarete). Una vera e propria pesca a strascico, non autorizzata da alcun giudice, totalmente illegale, contro la dignità degli individui: contro la democrazia.

Se anche PRISM, e gli altri strumenti in uso da parte della NSA, sono stati autorizzati mediante legge dal Congresso americano, come affermato da Barack Obama (“Il Congresso sapeva, ha autorizzato il programma PRISM più volte dal 2007 con sostegno bipartisan”), ciò non significa che siano strumenti legittimi. Ieri David Cameron è intervenuto in merito al presunto coinvolgimento del GCHQ (il servizio segreto britannico) nel progetto PRISM:

Prima di tutto penso che valga la pena di ricordare perché abbiamo i servizi di intelligence e quello che fanno per noi.

Viviamo in un mondo pericoloso. Viviamo in un mondo di terrore e terrorismo. Abbiamo visto ciò per le strade di Woolwich fin troppo di recente.

E penso che sia giusto che noi abbiamo servizi di intelligence ben organizzati e ben finanziati per aiutare a mantenereci al sicuro.

Ma voglio essere assolutamente chiaro. Tali servizi segreti operano nel rispetto della legge, all’interno di una legge che abbiamo stabilito, e sono anche soggetti a un controllo adeguato da parte del Comitato di intelligence e sicurezza nella Camera dei Comuni.

E che il controllo sè molto importante, e io mi adopererò sempre fare in modo che sia svolto effettivamente (Guardian.co.uk).

Il progetto PRISM potrebbe esser noto anche ad alcuni governi europei. Angela Merkel, il cui paese, la Germania, risulta avere una rete di comunicazione fra le più sorvegliate stando alle mappe di taluni software di analisi dati la cui esistenza è stata rivelata dallo stesso Snowden, ha domandato a Bruxelles quale è la posizione dell’Unione Europea in merito. Cameron, come fanno notare quelli del Guardian, non ha affatto smentito che il GCHQ abbia maneggiato i dati del PRISM. Né lui, né il suo portavoce, né i suoi ministri hanno anche solo provato a invalidare questa ipotesi. Perché il servizio segreto britannico ha avuto necessità di trattare i dati del PRISM sorvolando sulla procedura legale delle intercettazioni, che peraltro esiste?

Lo scandalo rivelato da Snowden rischia di essere ben più profondo di quel che poteva apparire all’inizio. Non si tratta di un semplice software di “gestione” dati, ma di un sistema, coordinato e continuativo, operante fra paesi, volto a catalogare la mole smisurata di informazioni che circola sulle reti di telefonia e di internet. Snowden ci risveglia dal dolce sonno: la Rete non è libera. La Rete non è neutrale. Le nostre esistenze in rete non ci appartengono. Sono codificate in numeri e memorizzate in supporti; dentro ad un enorme magazzino, sempre a Camp Williams, nello Utah.

Dicono di Snowden che voleva entrare nelle Forze Speciali, e che venne rifiutato. La sua domanda di ammissione, del 7 Maggio 2004, fu respinta pochi mesi dopo. Non ha mai ricevuto alcun addestramento, afferma il portavoce del capo dell’esercito degli Stati Uniti, George Wright. Come questo possa esser messo in relazione con il suo divenire ‘whistleblower’ (letteralmente delatore) è altamente incomprensibile: non lo spiega e nemmeno lo giustifica. Snowden ha agito sulla base del proprio quadro di valori: è stato testimone di ripetute violazioni della legge, e ha esercitato il lockiano diritto di resistenza contro il potere illegittimo, contro l’abuso verso la dignità umana, la dignità di tutta l’iperconnessa umanità.

Attacco al Consolato USA: in Libia è caccia all’uomo

Immagine

Secondo il Tripoli Post, le forze di sorveglianza degli Stati Uniti avrebbero individuato e accerchiato cinque uomini ritenuti responsabili dell’attacco al Consolato americano di Bengasi, lo scorso 11 Settembre, durante il quale morirono l’ambasciatore Usa in Libia, Christopher Stevens, due marines e un funzionario. L’uccisione di Stevens è stata oggetto di un lungo dibattimento negli USA tanto da suggerire certi ambiti della stampa a considerare responsabili di mancata sorveglianza e prevenzione sia il servizio segreto che le forze armate. Dopo pochi mesi dall’attacco, il capo della CIA, il Generale David Petraeus, finito sulle prime pagine dei giornali per uno scandalo sessuale, è costretto a dimettersi. Petraeus è stato deposto con l’onta della vergogna e del pubblico ludibrio. Ma è fin troppo chiaro che la sua vera colpa era la ‘disattenzione’ verso la polveriera libica. Colpa che alcuni osservatori – e forse anche il presidente Barack Obama – ritengono sia condivisa con l’ex Segretario di Stato, Hillary Clinton, la quale ha la responsabilità di aver subito la politica estera francese, specie dell’irriverente Sarkozy, l’ispiratore della guerra che ha rovesciato il regime di Muhammar Gheddafi.

Dalla fine del conflitto, la Libia è scivolata lentamente nel caos e nell’anarchia. Il governo in carica è troppo debole e non riesce a controllare le frontiere del paese, un vero colabrodo intorno al quale operano bande di tutte le etnie, specie dei berberi, impegnati a far uscire dal paese quantità imprecisate di armi provenienti dagli arsenali del regime deposto. Armi libiche sono finite in Mali, nel Sahel ed hanno contribuito a incendiare la rivolta Tuareg del 2012, poi tramutatasi in occupazioni e scorrerie dei nuclei terroristi ruotanti intorno alle sigle di Al Qaeda nel Maghreb islamico e di Ansar el Dine. Un altro flusso di armi passa attraverso l’Egitto e conclude il suo corso in Siria ad alimentare la guerra degli Islamisti contro il despota Assad.

Ieri il Consiglio Europeo, nell’ambito delle politiche comunitarie della PESD, ha deciso di inviare una missione civile che avrà il compito di aiutare la Libia a controllare meglio le frontiere terrestri, marittime ed aeree. La missione è stata denominata Eubam Libia (European Union Border Assistance Mission, letteralmente Missione dell’Unione Europea di Assistenza ai Confini). L’invio degli esperti UE avrà inizio a giugno. La missione Eubam ha un mandato iniziale di due anni, potrà contare su uno staff di 100 funzionari a pieno regime e su un budget annuo di 30 milioni di euro. Tutto ciò è avvenuto qualche giorno dopo lo spostamento di truppe americane da Stoccarda a Sigonella nell’ambito delle attività di Africom (US Africa Command). Il numero dei marines presenti su territorio libico non è chiaro: alcuni sarebbero disposti a protezione dell’Ambasciata, a Tripoli; altri contingenti sarebbero dislocati in prossimità degli impianti petroliferi delle multinazionali anglo-francesi nel distretto di Bengasi.

A Tripoli, il partito dei Fratelli Musulmani sta cercando di prendere il sopravvento sulle altre organizzazioni politiche, in particolar modo verso i leader della rivolta del 2012, alcuni dei quali hanno avuto ruoli nel regime di Gheddafi, come Mahmud Jibril, che ha ricoperto la carica pubblica di Presidente dell’Ufficio per lo Sviluppo economico nazionale fino all’inizio del 2011, ora leader di AFN, l’Alleanza delle Forze Nazionali, coalizione elettorale per raccogliere circa sessanta movimenti politici libici di ispirazione moderata e favorevoli ad un sistema politico democratico. I Fratelli Musulmani hanno invece cercato di far approvare una legge che impedirebbe ai funzionari che avevano operato con Gheddafi di lavorare nel governo.

Ma mentre la politica deve ancora fare i conti con il passato, il paese è scosso dalle prepotenze delle milizie, gruppi armati di ex combattenti del tutto fuori controllo.

“Il 10 aprile numerosi miliziani hanno assaltato una manifestazione anti-islamista nella capitale della nazione colpendo i manifestanti. Militanti di Misurata, Suq al-Juma e Tajura hanno circondato il ministero degli Esteri per impedire al personale di entrarvi […] Hanno anche bloccato le strade intorno agli edifici con veicoli armati di cannoni antiaerei (Andrej Akulov – Strategic Culture Foundation).

Poche ore prima dell’annuncio della missione Eubam, il ministro dell’Interno libico Achour Chouyil ha rassegnato le sue dimissioni nelle mani del primo ministro liberale Ali Zeidan. Le motivazioni della decisione sono ufficialmente personali, ma alla base ci sarebbe il fallimento dell’azione per neutralizzare le formazioni terroristiche che agiscono in Libia (ANSA). La situazione delle strade è di continua protesta. Dal 10 Maggio si susseguono gli scontri, specie a Tripoli. I Fratelli Musulmani, circa dieci giorni fa, sono riusciti a far approvare la legge dell’ostracismo verso gli ex del regime ma vengono a loro volta accusati di prendere ordini da altri paesi. E’ chiaro il riferimento all’Egitto di Mohamed Morsi.

Il gruppo libico dei Fratelli Musulmani ha dovuto fortemente negare in pubblico di aver ricevuto istruzioni e supporto da fuori Libia, in particolare dai Fratelli Musulmani in Egitto. Il gruppo ha tenuto una conferenza stampa il Mercoledì sera finalizzata a “stabilire migliori rapporti con i media e spiegare la propria posizione in merito alle attuali sviluppi politici”. Il Presidente del Consiglio della Shura dei Fratelli Musulmani in Libia, Abdulatif Karmous, ha respinto recenti notizie di stampa secondo le quali il suo gruppo sta ricevendo finanziamenti dall’organizzazione gemella in Egitto. Da parte sua, il Vice Presidente dei Fratelli Musulmani, Belghasem Shewa, ha invitato la stampa a riferire sempre “la verità”, che naturalmente sarebbe solo la sua.

I Fratelli Musulmani libici si trovano ad affrontare le critiche di un numero sempre crescente di libici che temono che il gruppo, il più politicamente organizzato nel paese, stia cercando di acquisire un potere politico più grande di quello che è realmente, manipolando sistematicamente l’assegnazione degli uffici governativi e delle nomine delle autorità, tutte orientate ai loro membri. Ultimamente alcuni dei membri del gruppo sono accusati di essere poco trasparente e immorali come il gruppo cerca di immaginare i suoi seguaci (The Tripoli Post).

Gli Stati Uniti sono molto preoccupati per l’instabilità politica nel paese, il quale potrebbe addirittura conoscere una secessione fra la Tripolitania e la Cirenaica, dove è più sviluppata la tradizione liberale e soprattutto dove si concentrano i giacimenti petroliferi delle multinazionali anglo-francesi. Obama ha di recente cercato una sponda in Italia. L’interesse del Presidente americano era chiaramente volto alla decisione che il governo Letta, per tramite del proprio ministro della Difesa, avrebbe preso in ambito di Pesd. L’appoggio dell’Italia è vitale per Obama al fine di orientare l’Unione Europea, soggiogata dal dominus tedesco, ad alimentare le politiche di cooperazione con il debole governo libico. La decisione dell’avvio della missione Eubam Lybia è il primo segnale che Obama ha ottenuto ascolto.

UK fuori dall’Europa: Obama in aiuto di Cameron

Immagine

Abbandonato dai suoi ministri, specie da Gove e da Hammond, rispettivamente al Dicastero dell’Istruzione e della Difesa, i quali hanno dichiarato giorni fa di esser pronti a votare a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, David Cameron trova un inaspettato sostegno da parte di Barack Obama. Il Presidente americano ha affermato, durante la conferenza stampa a margine della visita di Cameron a Washington, che il Regno Unito compirebbe un grave errore a indire il referendum per l’uscita dall’Unione ancor prima di rinegoziare la propria partecipazione.

Cameron ha definito un piano di negoziazioni con Bruxelles, un piano che dovrebbe essere messo in opera dopo le elezioni, e una consultazione referendaria entro il 2017, sempre se Cameron dovesse ancora governare. Ma è chiaro che la batosta subita dai Tories alle recenti amministrative e il contemporaneo successo degli antieuropeisti di Nigel Farage, hanno accelerato il suo declino in seno al partito conservatore. Si prevede che il premier non verrà ricandidato. Al suo posto potrebbero avere qualche possibilità il sindaco di Londra Boris Johnson e il medesimo Michael Gove. Entrambi potrebbero cavalcare l’onda anti Europa adottando il linguaggio neo nazionalista di Farage.

Cameron ha detto: “C’è una buona ragione per cui domani non ci sarà un referendum – sarebbe dare al pubblico britannico, credo, una scelta del tutto sbagliata tra lo status quo e l’abbandono dell’UE, che non credo sia accettabile. Voglio vedere cambiare l’Unione europea, voglio vedere quale rapporto può avere la Gran Bretagna con il cambiamento e il miglioramento nell’Unione europea”.

Cameron ha anche affermato che il futuro a lungo termine del Regno Unito è all’interno dell’Unione Europea. Obama ha espresso le sue preoccupazioni circa gli eventuali negoziati per un nuovo accordo commerciale fra UE ed USA da prepararsi al prossimo G8. Obama ha interesse che il Regno Unito rimanga all’interno dell’Unione al fine di influenzarne la politica commerciale. Gli USA hanno necessità di ottenere accordi commerciali vantaggiosi con l’UE. Senza l’influenza di Londra, Washington ha strada sbarrata.

Va da sé che la mossa di Gove ha innescato una corsa a chi la spara più grossa sulle ‘colpe’ di Bruxelles. Il popolare sindaco di Londra, Johnson, ha utilizzato il suo spazio sul Daily Telegraph per ricordare agli elettori dei Tories, ma anche e soprattutto a quelli dell’Ukip (il partito di Nigel Farage) che “tutti i nostri mali non nascono a Bruxelles”. Scrive a lettere capitali, Johnson: una abitudine demagogica, fanno notare sul Guardian:

MOST OF OUR PROBLEMS ARE NOT CAUSED BY “BWUSSELS” BUT BY CHRONIC BRITISH SHORT-TERMISM, INADEQUATE MANAGEMENT, SLOTH, LOW SKILLS, A CULTURE OF EASY GRATIFICATION AND UNDER-INVESTMENT IN HUMAN AND PHYSICAL CAPITAL AND INFRASTRUCTURE.

Insomma, un attacco frontale a Gove che il ministro ora dovrà controbattere e che potrebbe non esser così gradito agli inglesi medesimi. Suo malgrado, BoJo – questo il suo soprannome – rischia di vedersi affibbiata l’etichetta del leader del blocco pro-europeo nella guerra fratricida dei Tories.

Nuovo capo della CIA / La fronda anti Brennan

John Brennan è l’attuale consigliere per l’antiterrorismo di Barack Obama. Dovrebbe diventare il nuovo capo della CIA, dopo la defenestrazione di David Petraeus, dimessosi dopo uno scandalo sessuale che qualcuno oggi intende essere stato un evento non casuale. Insomma, un unico filo unirebbe l’assalto alla ambasciata di Bengasi dell’11 Settembre 2011 (che provocò la morte dell’ambasciatore Chris Stevens) con lo scandalo Petraeus e le odierne diatribe per la nomina di Brennan.

Massimo Gaggi narra oggi sul Corriere della Sera di un libro pubblicato su Sofrep.com, “Benghazi, the definive report”, nel quale si afferma che la relazione extraconiugale di Petraeus era ben nota all’amministrazione Obama e che pure Brennan ne era a conoscenza. Al punto tale da escludere Petraeus, capo della CIA, dal flusso informativo circa le operazioni condotte dal Pentagono in Libia nel corso del periodo post-conflitto. Il ‘Joint Special Operation Command’, una sorta di corpo speciale delle varie Forze Armate USA, era impegnato in Libia in missioni che esulavano dalle loro specifiche ‘mansioni’, il salvataggio di cittadini americani caduti ostaggio del nemico. Brennan sapeva che il JSOC era impiegato dal Pentagono in maniera anomala, ma teneva il capo della CIA all’oscuro di tutto. Gli spioni della CIA non potevano informare né proteggere un disarmato Stevens se nessuno li informava delle strategie del Pentagono. Un paradosso. E proprio l’attacco a Stevens viene descritto nel libro come una “rappresaglia” da parte di chi ha subito gli attacchi della JSOC.

I repubblicani, nella fattispecie il senatore Lindsey Graham, stanno facendo una dura opposizione sulla convalida della nomina di Brennan. Graham ha più volte ribadito che se Washington non chiarisce i fatti di Bengasi, la nomina di Brennan verrà bloccata. Su un giornale online, WND, testata della destra ultracattolica, vengono riportate le affermazioni di John Guandolo, un esperto di Islam della FBI, secondo le quali John Brennan sarebbe di religione musulmana. Secondo Guandolo, Brennan si sarebbe convertito all’Islam durante la sua permanenza a Riyadh, nel corso degli anni novanta, quando era capo di una base della CIA.

“That fact alone is not what is most disturbing,” Guandolo continued. “His conversion to Islam was the culmination of a counterintelligence operation against him to recruit him. The fact that foreign intelligence service operatives recruited Mr. Brennan when he was in a very sensitive and senior U.S. government position in a foreign country means that he either a traitor … [or] he has the inability to discern and understand how to walk in those kinds of environments, which makes him completely unfit to the be the director of Central Intelligence.” (The Counter Jihad Report).

Per Guandolo, Brennan o è un traditore o è inadatto a diventare capo della CIA. Di certo Brennan non è stato in grado di evitare i morti a Bengasi.  L’attacco al gruppo islamico Ansar al-Sharia pochi giorni prima dell’11 settembre è stata l’ultima goccia che ha fatto tracimare la sete di vendetta degli islamisti. Il consolato viene attaccato e dato alle fiamme. Stevens muore appunto proprio per aver inalato il fumo. Dopodiché il gruppo islamista ha attaccato la base CIA a colpi di mortaio, uccidento Ty Woods e Glen Doherty, due agenti  ex Navy Seals. Petraeus era isolato, quasi estraneo all’amministrazione Obama. Il Segretario di Stato di Obama, Hillary Clinton, non è riuscito a tener assieme il Pentagono e i vertici della CIA, percorsi da una specie di guerra contro Petraeus e ora contro lo stesso Brennan. E oggi le accuse di tradimento a Brennan. Altre trame oscure nei cupi corridoi di Wahington DC.