Per un’unica Legge Elettorale Europea

Act. React. Impact

Act. React. Impact

La vulgata antieuropeista caratterizzerà il dibattito politico, si presume, almeno sino al voto per le Europee 2014. Si parlerà, senza neanche troppo conoscerli, di Trattati MES e di Unione Bancaria, di Fiscal Compact e di rapporti Deficit/Pil. Si dirà che l’Europa “che vogliamo” è l’Europa dei Popoli e non quella dei Tecnocrati della Bce. Che questa Istituzione comunitaria, il Parlamento Europeo, è distante e vuota, chiusa in sé stessa a parlare la lingua tecnica dei codici.

Giuseppe Civati ha raccolto oggi l’appello di Barbara Spinelli per una riforma della legge elettorale italiana per l’elezione dei nostri rappresentanti a Bruxelles (nella neolingua comunitaria si chiamano MEPs, Members of European Parliament). L’attuale normativa mantiene il carattere di una legge proporzionale pura ma è stata modificata nel 2009 con l’introduzione di una soglia di sbarramento del 4%. Lo sbarramento è uno strumento che i legislatori introducono nelle leggi elettorali al fine da semplificare il quadro partitico e favorire la governabilità dell’Istituzione. Ma tale accorgimento, sebbene sia consentito dai Trattati, non serve nell’ambito del Parlamento Europeo in quanto i gruppi parlamentari sono fissi. Certamente, è anche una soglia che esclude dall’accesso ai rimborsi elettorali, che sappiamo essere il nocciolo di tutto il problema del sistema partitico italiano. Detto ciò, Civati auspica “un unico sistema elettorale europeo, magari associato all’attivazione di quelle forme di consultazione che gli stessi Trattati prevedono”. Qualcosa che, dal punto di vista degli ‘euroconvinti’, sarebbe il viatico naturale per la formazione una opinione pubblica europea e dell’Unione Politica.

Sinora nel TFUE (Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea), in materia di elezione dei rappresentati dell’Europarlamento, è stato inserito solo un catalogo di principi comuni:

  •  La rappresentanza proporzionale basato sul sistema di lista o voto singolo trasferibile o di preferenza come opzione per gli Stati membri;
  • Elezione diretta a universale suffragio con voto libero e segreto;
  • Gli Stati membri decidono circoscrizioni o aree elettorali, senza pregiudicare complessivamente il carattere proporzionale del sistema elettorale;
  • La soglia di sbarramento massima nazionale dei voti espressi è del 5 per cento;
  • E’ possibile inserire un massimale nazionale per le spese elettorali dei candidati;
  • I deputati godono dei privilegi e delle immunità loro applicabili in base al protocollo dell’8 aprile; 1965 sui privilegi e sulle immunità delle Comunità europee;
  • Dalle elezioni europee del 2004 l’ufficio di un deputato è incompatibile con quella di membro del un parlamento nazionale.

Nell’alveo di queste norme, gli Stati hanno prodotto ognuno per sé il proprio sistema elettorale europeo. Va da sé che questa impostazione impedisce un dibattito politico di tipo comunitario. Le campagne elettorali saranno il riflesso del discussione interna e non vi sarà alcuna commistione fra partiti politici nazionali e partiti politici europei (che pure esistono ed hanno una organizzazione – nel caso del PSE, una Presidenza, una Vice Presidenza e un Consiglio).

Una legge elettorale europea unica per tutti gli Stati non è così lontana nel campo dell’idealità. Esiste un progetto che si chiama “Democracy International – More Democracy in Europe” ad opera di associazioni civili europee, fra cui Citizens For Europe e.V.Mehr DemokratieattacBerlinThe Union of European Federalists, con l’obiettivo di fornire al ristretto dibattito europeo il proprio contributo di proposte politiche, non ultima la Legge Elettorale Europea. Il progetto è naturalmente aperto alla collaborazione, come è possibile vedere sul sito (ma è strano non vedere la lingua italiana fra la lista dei documenti tradotti).

Il progetto di legge elettorale unica (qui il pdf) si compone di dieci punti che qui di seguito cerco di riassumere:

  1. Distribuzione dei seggi: 50% sulla base di liste transanzionali; 50% nazionali;
  2. Liste aperte: l’elettore vota per la lista o per il candidato; l’elettore decide l’ordine di lista, il candidato che prende più voti, diventa il primo della lista degli eletti; permessi candidati individuali;
  3. Elettorato attivo: votano i maggiori di 16 anni di età; possibilità di votare dall’Estero; voto elettronico;
  4. Elettorato attivo: tutti i cittadini maggiori di 18 anni;
  5. Voto comunitario nello stesso giorno; negata la possibilità di combinare elezioni nazionali o regionali ed europee (tranne i referendum) – questo punto dovrebbe avere l’effetto, nelle intenzioni dei promotori, di concentrare l’attenzione al voto per l’Europarlamento;
  6. Registrazione delle liste con consegna di firme (proporzionali al fattore demografico); registrazione entro 30 giorni dal voto;
  7. Distribuzione dei seggi: niente soglia di sbarramento e applicazione del Metodo d’Hondt;
  8. Incompatibilità con altre cariche;
  9. Equo trattamento sui media, divieto di sondaggi nell’ultima settimana di campagna elettorale;  per quanto concerne il finanziamento dei partiti transnazionali, s:
    • Garantire un equo accesso finanziario a quei partiti trans-europei che non hanno ancora eletto alcun candidato; in questo senso, i proponenti intendono giungere ad una nuova definizione di Partito Politico Europeo Transnazionale: “in particolare, la qualificazione giuridica del partito europeo deve comprendere quei partiti o coalizione di partiti che hanno presentato candidati in almeno 3 paesi con lo stesso nome e con lo stesso programma”;
    • Una parte del budget europeo dovrebbe essere destinato alla gestione operativa dei partiti, di cui l’20% dedicato ai partiti transnazionali emergenti;
    • Il finanziamento privato dovrebbe essere limitato, a seconda del numero di voti ricevuti;
    • Gli Stati nazionali devono preoccuparsi di promuovere il voto per le europee, con specificazione delle modalità da seguire;
    • Rimborsare gli Stati per garantire un accesso di base a tutte le liste dei candidati per

      Elezioni europee. Tale rimborso è basato sul tasso di partecipazione alle elezioni europee, questo per garantire che

      una partecipazione massima;

  10. Validazione del voto: nazionale, per le liste regionali; europeo per quelle transnazionali.

Naturalmente si tratta di una proposta, ed è migliorabile. Gli aspetti più interessanti sono, in primis, la formula della proposta di legge da parte di associazioni civiche; in seconda battuta, l’idea di dar vita ai partiti europei, sinora simulacri stabili, congelati in forme organizzative che prevedono una dinamica di confronto fra delegazioni nazionali che non sono mai pienamente integrate; in ogni caso, attribuire la conformità di Partito Europeo ai formazioni che siano presenti in soli tre paesi, pare essere aspetto troppo debole. Forse rivedibile la formula prevista per il finanziamento.

Come al solito, il dibattito è aperto.

Annunci

Antieuropeismo elevato a 5 Stelle

Le tante fandonie scritte su Beppe Grillo e sul Movimento 5 Stelle hanno tutte la medesima caratura: no all’antipolitica, no alla distruzione, sì alla proposta bla bla bla. Insomma, la miopia che contraddistingue il sistema politico italiano – e parimenti quello giornalistico – impedisce all’osservatore di percepire quanto di reazionario e orientato alla regressione ci sia nel discorso politico di Grillo.

Mi spiego: al di là del problema metodologico, mai del tutto risolto, al di là del personalismo del leader, della forma di partito liquido e di partito carismatico che il M5S adotta a seconda dei momenti, quel che qui mi preme sottolineare – e che è stato brillantemente esposto da Ernesto Maria Ruffini su Prossima Italia – è la natura intrinsecamente semplicistica e quindi fuorviante della spiegazione di Grillo circa la crisi economica e lo stallo delle Istituzioni Europee.

In estrema sintesi, secondo Grillo l’Italia non dovrebbe pagare il debito, dovrebbe uscire dall’Euro con il minimo del danno, rompere con i partner europei sul Fiscal Compact e sui più recenti accordi in materia economica. Di fatto, Grillo predica l’isolazionismo, l’autarchia e prefigura il nostro paese come una Nazione che opera in un consesso internazionale fortemente orientato all’anarchia. Senza forse neanche saperlo, l’idea di Nazione che Grillo propugna è vecchia di duecento anni. Lo Stato Commerciale Chiuso era stato infatti ideato del pensatore e filosofo tedesco Johann Gottlieb Fichte, morto a Berlino nel lontano 1814. Egli teorizzò che lo stato dovesse assumere una “funzione integrativa” che gli conferisse l’aspetto di uno stato socialistico. E’ questo uno stato monopolistico, che guida la società e la distoglie dai beni che lo Stato non può produrre. Garantisce il lavoro per tutti e il benessere per tutti. E’ uno Stato Etico, che conosce qual è il bene degli individui, che si premura di proteggere e preservare l’individuo dal resto degli altri individui. Uno Stato che pianifica, che descrive e delinea tutto ciò che è vita. Uno Stato chiuso, che pretende per sé ciò che gli serve per raggiungere lo scopo della riproduzione delle condizioni sociali. Uno Stato “che sia padrone delle terre che gli appartengono per natura. Se così non fosse esso è giustificato nel fare la guerra a chi usurpa le sue risorse naturali” (tratto da Wikipedia).

Grillo non sa che l’Islanda non ha compiuto una scelta di democrazia ribellandosi al sistema plutarchico degli organismi internazionali (Banca Mondiale, FMI) ma ha egoisticamente dichiarato la propria sovranità come soverchiante rispetto a quella di tutti gli altri paesi. Due guerre mondiali e tutto l’orrore che hanno portato con sé non sono state sufficienti a far tramontare il modello hobbesiano di Stato Leviatano, né quello hegeliano orientato alla pura volontà di Potenza.  Le relazioni internazionali, nel modello di Grillo, sono destinate a tornare allo Stato di Natura, in cui ogni Stato agisce per sé medesimo, annichilendo le anomalie, distruggendo per ricostruire secondo una idea di purezza e unicità che pare patologica.

In due articoli sul Corriere della Sera, il 7 e 12 marzo, lo storico Ernesto Galli della Loggia ha difeso lo Stato-nazione oggi derubato di sovranità: lo descrive come “unico contenitore della democrazia”, poiché senza di lui non c’è autogoverno dei popoli. È una verità molto discutibile, quantomeno. Lo Stato nazione è contenitore di ben altro, nella storia. Ha prodotto le moderne democrazie ma anche mali indicibili: nazionalismi, fobie verso le impurità etnico-religiose, guerre. Ha sprigionato odi razziali, che negli imperi europei (l’austro-ungarico, l’ottomano) non avevano spazio essendo questi ultimi fondati sulla mescolanza di etnie e lingue. La Shoah è figlia del trionfo dello Stato-nazione sugli imperi (Barbara Spinelli, La Repubblica).

Gli Stati Europei sono fortemente correlati fra loro. L’interdipendenza c’è sempre stata e nell’era dello sviluppo industriale, sia in quello primario che in quello attuale, fortemente tecnologizzato e delocalizzato nei suoi centri produttivi, si è determinata come fattore politico. Non è possibile una politica delle relazioni internazionali a prescindere dalle relazioni economiche. L’Unione Europea nasce per intuito di un federalista francese, Jean Monnet, il quale, ben consapevole della incapacità dei paesi europei del secondo dopoguerra di superare ognuno per sé la fase della ricostruzione, ideò una unione per fasi funzionali. Si trattava di mettere in comune ciò che era già comune: l’energia, le regole del commercio. Ma anziché lasciare alle guerre il ruolo di strumento regolatore, Monnet suggerì di comunitarizzare queste politiche. Così le politiche del commercio, del carbone e dell’energia atomica furono messe in comune e lasciate in gestione a istituzioni terze: le comunità Europee nascono perciò con un intento pacifista. L’Europa di oggi si è avvitata in una crisi di legittimità che è dovuta principalmente a errori grossolani, a politiche sbagliate:, che però non possono metterne in discussione l’esistenza

L’Europa di Merkel e Sarkozy non ha sanato ma aggravato nell’Unione la sofferenza economica e democratica, accentuando populismi e chiusure nazionaliste. Perfino il trattato di Schengen è messo in causa, spiega Monica Frassoni, deputata europea dei Verdi, sul sito Linkiesta. it: è recente un appello inviato dai ministri dell’Interno di Francia e Germania al Presidente del Consiglio dei Ministri europeo, perché vengano reintrodotti i controlli alle frontiere nazionali contro i migranti illegali. Sarkozy spera di strappare voti a Marine Le Pen. Domenica abbiamo visto che l’originale, almeno per ora, è preferito alla copia.

Può darsi che manchino oggi leader come Roosevelt. Ma la constatazione s’è fatta stantia. Importante è smettere di dire che l’Europa funziona così com’è: che basta  –  l’ha detto Monti in gennaio alla Welt – la sussidiarietà (se i nodi non sono sciolti nazionalmente si passa al livello sovranazionale o regionale). La sussidiarietà è un metodo, che si usa ad hoc. Non è l’istituzione che dura nel tempo e “pensa tutto il giorno all’Europa”, invocata da Delors. Altrimenti l’Europa sarà la bella statua di Baudelaire: sogno di pietra troneggiante nell’azzurro, nemica di ogni movimento che scomponga le linee. “E mai piange, mai ride” (Barbara Spinelli, La Repubblica).

Uscire dall’Euro non è solo un autogol finanziario: è antistorico, è condannarsi a ripetere una storia di sangue e morte. Il processo di integrazione europea è qualcosa di inarrestabile ed ora chiede uno sforzo di immaginazione e di coraggio per abbandonare forme confederali inefficienti per una vera e propria federazione dei popoli europei.

Deriva psichiatrica e omertà mafiosa: Mr b pronto a un nuovo “predellino”.

Si teme un nuovo strappo, un nuovo scarto in avanti, o a latere, del (finto) premier. Domani sarà a Milano per la campagna di tesseramento del PdL e terrà un discorso: gli ambienti più vicini allo psico-premier parlano di un imminente nuovo attacco al Quirinale e alla Consulta che metterà a dura prova i residui legami con Fini. L’attacco verrà condotto con la copertura televisiva del Tg1 del Minzo che ieri si è inerpicato in una vergognosa difesa di Mr b, paragonandolo – suo malgrado – a Andreotti a alla presunta persecuzione giudiziaria che il matusalemme del Senato avrebbe subito ai tempi delle accuse di mafia e del bacio con Totò Riina. Certamente il Minzo, avvocato dei perseguitati, non ha fatto menzione alcuna riguardo alla condanna prescritta a Andreotti, quella per mafia prima del 1980, che nessuno ricorda naturalmente.
E mentre tutti sostengono che Filippo Graviano ha smentito Spatuzza, nessuno dice che il boss ha semplicemente negato quel che Spatuzza ha riferito al Giudice nella scorsa seduta, mentre non ha fornito alcun elemento oggettivo riguardo a ciò – né la sua deposizione ha inciso in alcun modo sull’impianto accusatorio che ha portato alla condanna di Dell’Utri in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Ovvero, questa fase dibattimentale non aggiunge niente al quadro probatorio che già era servito a condannare il collaboratore di Mr b (di cui potete ampiamente leggere qui: Dossier Dell’Utri). Minzolini non vi ha fornito nemmeno la metà di questo quadro informativo, anzi, ha fatto un vero e proprio panegirico televisivo, spacciando per approfondimento ciò che in realtà è pura semplificatoria attività di maquillage:

La deposizione dei Graviano:

Di seguito l’articolo pubblicato da Il Fatto e ripreso da Micromega in cui la politologa Barbara Spinelli parla di “deriva psichiatrica” dei dittatori e della pericolosità della situazione italiana, appena salvaguardata dai pericoli di una “Weimar” dalla nostra stessa Costituzione, la quale – nonostante quel che dica il (finto) premier –  esce rafforzata da questo tritacarne, poiché diffusa sarebbe la convinzione che non serva cambiarla. La Spinelli sottolinea come la platea di Bonn che udiva Mr b demolire l’impianto costituzionale e democratico della nostra Repubblica, non abbia levato alcuna critica al despota, e evidenzia come questo prefiguri una politica dell’appeasement, una morbida accondiscendenza verso Berlusconi, come spesso gli europei hanno verso i dittatori.

    • Barbara Spinelli, tra le più riconosciute osservatrici dei fatti politici italiani, fa un’analisi secca e lucida della situazione politica e dello scontro istituzionale
    • “Siamo di fronte a una crisi acuta ma ormai è anche finito il tempo di chiedersi ‘cosa accadrà’
    • La Spinelli sottolinea l’importanza della reazione di Napolitano, un presidente “che finora non è che abbia detto molto sul tipo di regime messo in piedi da Berlusconi”
    • individua in Fini “la chiave di volta della situazione” perché “il regime autoritario può essere scalzato soltanto dalla maggioranza”
    • la reazione “abbastanza scandalosa” del Partito popolare europeo, dove “non si è alzata una voce contro ciò che ha detto Berlusconi: in parte si tratta di una forma di appeasement, la tendenza a accomodarsi con i regimi autoritari
    • se l’Europa fa un esame di democrazia ai paesi che entrano, non richiede altrettanto a quelli che sono già dentro
    • Sel’Italia non fosse già nell’Unione europea, non potrebbe avervi accesso
    • non trova scandaloso “che Berlusconi parli di Italia piuttosto che di Europa. Quel che è grave è che Berlusconi utilizzi una sede internazionale per fare un attacco molto pesante alla Costituzione e alle istituzioni del proprio paese”
    • l’Europa, che potrebbe intervenire “di fronte a queste frasi golpiste resti in silenzio: per quel che riguarda l’euro siamo tutti affratellati, e questo ha reso meno importante la politica. La Merkel dovrebbe vergognarsi dei baci con Berlusconi, che si trovavano in tutte le foto. È come il bacio tra Breznev e Honecker”
    • “Berlusconi dice in maniera chiara cosa vuol fare, cambiare la Costituzione a maggioranza semplice, la sua”
    • “Ciò che mi sembra positivo è che in realtà la Costituzione ne esce enormemente rafforzata: la consapevolezza è ormai diffusa che non si sia nessun bisogno di cambiarla, come si è invece sostenuto negli ultimi 10-15 anni”
    • possiamo parlare di “stato d’eccezione”, come scriveva Ezio Mauro ieri su Repubblica, “la differenza è che la nostra Costituzione ci tutela più di quanto quella della Repubblica di Weimar tutelasse la democrazia tedesca”
    • rispetto alla minaccia più o meno ventilata, di un nuovo predellino che porti il Cavaliere direttamente alle elezioni anticipate, la Spinelli fa notare che “non è che Berlusconi può sciogliere da solo le Camere. È più difficile, in un’aula parlamentare, saltare su predellini”
    • “Se Berlusconi dal punto di vista delle uscite televisive e della piazza è imbattibile, non so se lo sia altrettanto dal punto di vista del gioco parlamentare. Minaccia continuamente le elezioni anticipate, ma poi ritira tale minaccia. Perché non è così che funziona: il Parlamento non è un predellino, non è lo scenario perfetto per un tg di Minzolini, né una fiction. E tanto per cominciare, Napolitano potrebbe certo dare l’incarico a qualcun altro della stessa maggioranza di Berlusconi”
    • l’editorialista nota che “tutti i dittatori hanno una deriva psichiatrica, ma l’aspetto politico è molto più importante. La psichiatria non è di nessun aiuto per le vittime delle dittature”
    • una notazione sui processi di mafia: “Non credo che verranno fuori grandi cose. Penso che i capi della mafia in carcere si guarderanno bene dal dire cose compromettenti. Ma è interessante vedere come le posizioni rispetto ai pentiti cambino: vengono considerati farabutti e uomini che sciolgono i bambini nell’acido quando tirano in ballo i politici, e se ne fanno elogi sperticati quando tacciono (come Mangano chiamato un eroe, o Filippo Graviano descritto da Dell’Utri come uomo di grande dignità)”

Posted from Diigo. The rest of my favorite links are here.

Spatuzza deporrà in aula al processo Dell’Utri. La trattativa durò fino al 2004.

"Abbiamo il paese nelle mani", disse Graviano a Spatuzza. Spatuzza il Berlusconi non lo conosceva, "chi? quello di Canale 5". "Sì", gli disse Graviano. Grazie a lui abbiamo ottenuto tutto.
Questo ha riferito Spatuzza, il pentito chiave nelle inchieste sulla trattativa Stato-mafia. Verrà ascoltato nel processo d’appello di Dell’Ultri. Le sue rivelazioni, se confermate in aula, potrebbero avere conseguenze politiche importanti. Non sarebbe più solo una mezza sentenza di corruzione – vedi caso Mills – a mettere in soggezione Mr b, ma ora anche l’accusa concreta di essere stato referente di Cosa Nostra. Non potrebbe più ricoprire il ruolo di presidente del consiglio (infra pares). Sarebbe allora costretto alle dimissioni. Poco servirebbero le armi della retorica e della propaganda elettorale sulle toghe rosse: l’insieme delle inchieste di Caltanissetta (mandanti esterni alla strage di Via D’Amelio) e Palermo (trattativa Stato-mafia e papello di Ciancimino) stringerebbero Mr b in una morsa giudiziaria mortale.
La politica, la parte sana, la restante parte sana, non può volgere il capo: non può non agire. Agire non è solo possibile, ma anche necessario. La parte restante della sua maggioranza, quella che non lo vuole seguuire fino alla fine, quella che già ora attua dei distinguo, seppure solo nei principi, dovrà prendere una decisione, e solo una sarà possibile.

  • tags: no_tag

    • Il pentito Gaspare Spatuzza deporrà al processo d’appello contro il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e condannato in primo grado a nove anni di reclusione.

    • Lo hanno deciso questa mattina i giudici della Corte, accogliendo la richiesta del pg Antonino Gatto

    • In quelle carte, una settantina in tutto, si leggerebbe che la trattativa tra lo stato e la mafia sarebbe durata almeno fino al 2004 con due referenti doc: Silvio Berlusconi e “il nostro paesano Dell’Utri”. Altra cosa rispetto a quei “crastazzi dei socialisti”

    • La ricostruzione di Spatuzza parte da due incontri con il boss Giuseppe Graviano avvenuti tra il 1993, dopo le stragi, e il gennaio del 1994. Il primo a Campofelice di Roccella, in compagnia di Cosimo Lo Nigro, il secondo al caffè Doney di via Veneto, a Roma.

    • In quel periodo, ricorda il pentito, era in progetto un attentato da compiere nella Capitale contro i Carabinieri e lo stesso Graviano aveva libertà di indicare l’obiettivo, che fu individuato nello stadio Olimpico

    • Spatuzza avrebbe manifestato al boss il proprio dispiacere per la morte di una bambina durante la strage di Firenze e in genere la sua perplessità per tutta quella serie di vittime fuori dalla Sicilia

    • Sentendosi rispondere con una domanda rivolta a lui e a Lo Nigro: Graviano, spiega Spatuzza, “ci chiese se noi capivamo qualcosa di politica e ci disse che lui ne capiva”

    • Un’affermazione che era stata preceduta da una frase rassicurante – il boss “ci disse che da quei morti avremmo tratto tutti benefici, a partire dai carcerati” – e che “mi fece intendere che c’era una trattativa che riguardava anche la politica”

    • Nel corso del secondo incontro, il pentito ricorda invece un Giuseppe Graviano esultante

    • spiegò “che avevamo ottenuto tutto” grazie a Berlusconi “e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri”

    • “Io non conoscevo Berlusconi – aggiunge – e chiesi se era quello di Canale 5 e Graviano mi disse sì”. Prima di aggiungere “che grazie alla serietà di queste persone noi avevamo ottenuto quello che cercavamo”. Tanto che “usò l’espressione ‘ci siamo messi il Paese nelle mani’.”

    • Per riscaldare il clima della trattativa l’attentato all’Olimpico – che a differenza di quanto precedentemente dedotto dalla Procura di Firenze il pentito sposta nel 1994 invece del 31 ottobre del ’93 – rimase in programma, ma non si riorganizzò quando fallì perché i Graviano vennero nel frattempo arrestati

    • La trattativa, secondo Spatuzza, durò invece fino al 2004 per quanto egli apprese da Filippo Graviano nel carcere di Tolmezzo: “Graviano mi disse che si stava parlando di dissociazione, ma che noi non eravamo interessati

    • Tornato a Tolmezzo ne parlai con Graviano che mi disse: ‘se non arriva niente da dove deve arrivare è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati

  • tags: no_tag

    • Sono anni che ci domandiamo come tutto ciò sia potuto accadere: il senso della legge che si sfibra, lo Stato che suscita timore o disprezzo perché s’accomoda con l’illegalità e rinuncia al controllo del territorio, che non interviene prima delle catastrofi ma solo ai funerali.

    • E la democrazia che si perverte, divenendo qualcosa di prevaricatore: come un diritto divino che si dà all’Unto delle urne.

    • considerare legittimo quello che è illegale, illegittimo quello che è legale, dunque a sovvertire categorie, istituzioni, leggi che nella Repubblica sono ferme, durevoli, non legate alla durata effimera delle maggioranze e delle legislature

    • Sono considerati illegittimi i poteri legali di controllo sul governo, perché non eletti direttamente dal popolo; è considerata illegittima la separazione tra i vari poteri dello Stato, perché controbilanciandosi a vicenda minacciano di fare quel che ogni costituzione liberale prescrive: frenare l’abuso della forza

    • Anche per il potere della malavita, non solo per il potere legale, dovrebbero a questo punto valere le parole di Montesquieu : "Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti […]. Perché non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere".

    • Noi sappiamo. Sono anni che sappiamo, anche se spesso non abbiamo tutte le prove e tutti gli indizi.

    • Sappiamo che le trattative sono esistite, e si sono prolungate (secondo pentiti che hanno parlato) almeno fino al 2004.

    • Sappiamo che viviamo ancor oggi – con le leggi che rendono difficoltosa la lotta alla mafia, con lo scudo fiscale e altre misure che ostacolano la rintracciabilità dell’evasione – sotto l’ombra di un patto.

    • Sappiamo il dolore e la morte che mafia, camorra, ‘ndrangheta hanno provocato lungo i decenni.

    • Sappiamo il sacco di Palermo, e di tante città, sobborghi: sacco che continua.

    • Sappiamo che basta leggere le sentenze, oltre che le inchieste di giornalisti coraggiosi – anche le sentenze che assolvono gli imputati per mancanza di prove o, peggio, per prescrizione – per conoscere le responsabilità di uomini politici e amministratori

    • Sono i medici dell’Italia, siete i medici dell’Italia

    • Ma medici che osservano un giuramento di Ippocrate speciale, di tipo nuovo: resta il dettato che comanda l’azione riparatrice, risanatrice.

    • l’obbligo di non nuocere, di astenersi da ogni offesa e danno volontario, di “entrare nelle case per il sollievo dei malati”

    • Ma cade il comandamento del segreto, vincolante in Ippocrate. Il giuramento che comanda: “Tutto ciò ch’io vedrò e ascolterò nell’esercizio della mia professione, o anche al di fuori della professione nei miei contatti con gli uomini, e che non dev’essere riferito ad altri, lo tacerò considerando la cosa segreta”

    • Il paragrafo del giuramento cade, perché troppo contiguo – nella nostra attività medica – alla complicità, al delitto di omertà

    • trasformare il silenzio in parola, nel far letteralmente parlare le pietre o meglio il cemento, le terre e i mari inquinati, poiché è denunciando il male che il male vien conosciuto e che la guarigione può iniziare

    • Non c’è azione senza parola che circola liberamente e non c’è guarigione senza infrazione del segreto

    • l’informazione indipendente è così importante, in Italia: spesso lamentiamo un’opinione pubblica indifferente, ma prima di esser aiutata a divenire civica, responsabile, nel paesino più piccolo come nella grande città, l’opinione deve essere bene informata: con parole semplici, non specialiste, con esempi concreti, con un linguaggio che non presupponga, nell’interlocutore, la conoscenza di difficili dossier

    • I medici di cui ho parlato – medici dell’Italia e delle sue parole e della sua natura malate – combattono proprio contro questo silenzio, che protegge i mafiosi

    • C’è un modo invece di servire lo Stato che chiamerei paradossale: si serve lo Stato, pur sapendo che esso è pervertito, che nella nostra storia c’è stato più volte un doppio Stato.

    • Uomini come Falcone, Borsellino, il giudice Chinnici, Don Giuseppe Puglisi, Don Giuseppe Diana, e i tanti uomini delle scorte avevano questa fedeltà paradossale allo Stato

    • Uomini così sono come esuli, come De Gaulle che lasciò la Francia quando essa fu invasa dalle truppe di Hitler e dall’esilio londinese disse: la Francia non coincide sempre con la geografia. Quel che rappresento è “una certa idea della Francia”, che ha radici nella terra ma innanzitutto nella mente di chi decide, esiliato, di entrare in resistenza attiva e sperare in un mutamento.

    • La riconquista del territorio e della legalità è come la speranza, anch’essa sempre paradossale. Prende il via da una perdita del territorio, dalla consapevolezza che se lo Stato non ha più presa su di esso, ciascuno di noi perde la terra ferma e pulita sotto i piedi

    • Come nella lettera di Paolo ai Romani, è da una situazione di debolezza che si parte, altrimenti non ci sarebbe nemmeno bisogno di sperare: “Ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza”.

    • Ecco, per ora speriamo quel che non ancora vediamo: speriamo in una cultura della legalità, in una politica del territorio restituito a chi vuole abitarlo nella decenza.

    • se sappiamo quel che accade in Italia da tanto tempo, pur non avendo tutte le prove, già metà del cammino è percorsa e il nostro agire diventa non solo necessario ma anche possibile

    • Anche questo Paolo lo spiega molto bene, quando elenca le tappe che si percorrono sulla via della speranza. Prima vengono le afflizioni, la conoscenza del dolore di cui sono intessute le cose sperate.

    • Le afflizioni producono la pazienza, e questa a sua volta genera la virtù provata, la messa alla prova attraverso l’azione.

    • Sul suolo dell’esperienza e della virtù provata, infine, nasce la speranza e a questo punto la prospettiva cambia e il cammino si fa chiaro. Allora sappiamo una cosa in più, preziosa: non si comincia con lo sperare, per poi agire. Si comincia con la messa alla prova attraverso l’azione, e solo dalla messa alla prova nascono la speranza, la sete di trovare l’insperato, l’anticipazione attiva – già qui, ora – di un futuro possibile.

    • Ha detto una volta Giancarlo Caselli una cosa per me non dimenticabile: “Se essi sono morti (parlava di Falcone, di Borsellino) è perché noi tutti non siamo stati vivi: non abbiamo vigilato, non ci siamo scandalizzati dell’ingiustizia; non lo abbiamo fatto, non lo abbiamo fatto abbastanza, nelle professioni, nella vita civile, in quella politica, religiosa”.

Posted from Diigo. The rest of my favorite links are here.