Marino non è una scelta di “classe”. Lui segretario, un altro PD è possibile.

Ieri sera Marino era da Santoro. Marino era stato impeccabile, fino alla fine, quando Santoro gli ha lasciato quello che qualcuno ha definito “calcio di rigore”. Questa all’incirca la domanda: stare in parlamento e collaborare con la maggioranza in ottica anticrisi, o stare dalla parte dei “barricaderos”, degli operai sulle gru e sui tetti?
Marino non ha risposto subito. Ha capito che la domanda celava un trabocchetto. Se diceva, sì sto con i barricaderos, si sarebbe appiattito in una classica posizione bertinottiana – con gli operai, ma solo a parole. Se diceva, ok è possibile il dialogo in chiave anticrisi, bé ma chi sta con gli operai? avrebbe ribattuto l’altro.
Ho trovato nella dialettica di Santoro un non so ché di scontato che non mi è piaciuto: è forse vero che farsi portavoce dei “barricaderos”, come li ha apostrofati lui, è in contrasto con una – solo ipotizzabile, per ora – collaborazione con esponenti di maggioranza su disegni di legge anticrisi? La risposta di Marino, “se i provvedimenti del governo sono lo scudo fiscale, certamente no”, è chiara. Non so se mi spiego. Se il governo domani facesse un decreto che palesemente migliora la situazione di solvibilità di certe aziende e aiutasse a mantenere i posti di lavoro a rischio, perché non si dovrebbe votarlo in aula? Il problema posto da Santoro non si pone. E questo perché il governo non fa niente di tutto ciò, e in più blocca il lavoro parlamentare, ponendo la fiducia sui suoi provvedimenti di natura economica. E Santoro, di fronte alla titubanza di Marino a propendere per l’una o per l’altra risposta, ha di fatto definito inutile avere delle idee sulla crisi, se non ci si schiera. Marino è estraneo a questa logica, alla bandiera, alla “classe”. Santoro ha fatto un discorso di “classe”, Marino ha argomentato con idee. E’ diverso. Profondamente diverso. Direi nuovo. Per la “sinistra” italiana, la sinistra ipocrita che siede al tavolo degli operai indossando le giacche di tweed e ai polsi i cronografi firmati, è una bella ventata fresca. E se non comprendiamo questo, non abbiamo l’esatta percezione dell’evento di portata storica che possiamo innescare. Votare Marino il 25 Ottobre è pretendere un altro futuro, è dire “un altro mondo è possibile”.

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    • Ieri sera ho visto Annozero. A dire la verità speravo di sentire qualcosa di piccante, invece mi è toccato ascoltare Ignazio Marino che parlava di come gli altri grandi paesi hanno affrontato la crisi, investendo in innovazione, ricerca e sviluppo. Ignazio Marino è uno che è stato all’estero, sa che cos’è la scienza, sa qual è il valore aggiunto della formazione superiore, sa che cosa vuol dire quando un paese ha il know-how che porta in prima linea nell’alta tecnologia.
    • Lo ha detto e ripetuto almeno tre volte, perché fosse chiaro di che cosa parlava. All’inizio ha evidenziato come altrove si siano raddoppiati gli investimenti, poi lo ha ripetuto.
    • dopo un servizio che raccontava la storia dei 350 ingegneri delle telecomunicazioni della Nokia in Italia messi in cassa integrazione, ha di nuovo sottolineato come la Francia di Sarkozy abbia aumentato l’investimento in R&S al 2,5 per cento, mentre la Finlandia è arrivata (tra pubblico e privato) al 3,54
    • Da noi, invece, diceva ancora il senatore Marino, per la prima volta si scende sotto l’1 per cento. Non so se sia vero, ma se anche fossimo rimasti all’1,1 per cento degli ultimi anni la drastica riduzione del PIL fa sì che comunque l’investimento netto in R&S del paese sia diminuito in valore assoluto.
    • ha tirato fuori con un coup de théatre l’idea degli incubatori d’impresa, citando dati del Nord America: si istituisce un fondo per avviare nuove imprese ad alto contenuto tecnologico; partecipano 200 progetti e se ne finanziano 20; statisticamente, almeno quattro avranno successo, diceva Marino
    • vorrei dirgli che nel paese delle liste di raccomandati con accanto il nome del raccomandante, nel paese in cui non c’è un concorso in cui qualche candidato non cerchi la “spintarella”, nel paese che per sessant’anni ha finanziato a pioggia tutto e tutti, per puro tornaconto elettorale, non ho una gran fiducia che una simile procedura non finirebbe a pizza e fichi. Perché da noi manca del tutto il controllo a valle dei risultati. In ogni campo.
    • Epperò devo ammettere che il discorso di Marino era quanto di più vicino alla mia personale visione per il futuro di un paese avanzato che abbia sentito da una ventina d’anni a questa parte.
    • Alla fine del suo intervento, la parola è passata all’onorevole Lupi, vice presidente della Camera, che già rumoreggiava da qualche minuto, disapprovando
    • Davanti a un discorso lucido, di respiro internazionale, espresso da uno che guarda all’Italia come si guarda a un paese normale, Lupi non ha trovato di meglio che dire che gli dispiace affrontare questi argomenti in maniera sempre un po’ demagogica.
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    • è una persona normale. D’accordo, non è così normale fare trapianti di fegato ai babbuini, nella vita, ma il medico è una professione più comprensibile per la maggior parte degli elettori che trent’anni di poltrone, o poltroncine, o poltronissime
    • Perché queste primarie, per questo Partito, sono l’ultima occasione per (soprav)vivere, come cantava qualcuno, e la posta in gioco non è meno alta che nel giro precedente
    • Perché questo deve diventare un partito “for dummies”, semplice, trasparente, che lo voti e poi sai cosa ti aspetti
    • Perché quando uno dice Ignazio Marino non spuntano all’improvviso pacchetti di 20.000 tessere, come è successo a qualcuno, da qualche parte. Marino lo votano le persone, non le correnti, e – come canta qualcun altro – non è un piccolo particolare
    • Perché il (ri)cambio non è solo quello dei calzini
    • Perché la contemporaneità è un valore che manca in questo Paese
    • Perché è il momento di prendere una posizione ferma e chiara sul lavoro (senza lasciare che sia la Marcegaglia a rispondere sul tema posto fisso, così, per dire); sull’economia (senza più le assenze al voto contro lo scudo fiscale, per dirne un’altra); sull’immigrazione (senza lasciare più che subito dopo questa parola venga in mente “Gianfranco Fini”, nel gioco delle associazioni di idee); sulla laicità e i diritti (senza le fregole sul diritto al dissenso di certi deputati); sull’ambiente (senza più i “ma” a proposito di nucleare, che nel caso di alcuni altri candidati non finisce nemmeno nel programma)

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