Le opposizioni naufraghe sullo scoglio delle regionali. PD, UDC, IDV e MoVimento 5 stelle in preda al caos.

Ma quale unitarismo in senso antiberlusconiano. Qui si guarda al tornaconto proprio. E chi resta in mezzo ai due fuochi – giustizialismo e appeasement – rischia di rimanere con il cervello fritto.
Le Opposizioni si sono arenate sullo scoglio della scelta dei candidati di colaizione alle prossime elezioni regionali, nessuno escluso: PD, IDV, UDC, MoVimento a 5 stelle. In ordine di gravità:

  1. nel Lazio, mentre Renata Polverini, ex segretaria UGL, candidata per il PdL, va alla televisione a Raidue per un’intervista senza contradditorio con Monica Setta, Nicola Zingaretti si è defilato, l’UDC si allea con la destra ( e forse non è la cattiva notizia), il PD brancola nel buio e nessuno prende posizione chiaramente (dov’è Bersani?);
  2. in Campania, il PD è diviso ancora – e siamo nel 2009, quasi 2010 – fra bassoliniani e antibassoliniani, mentre l’UDC vuole D’Amato, ex Confindustria, ma forse per un’alleanza con la destra;
  3. in Puglia, l’assemblea di ieri – sempre del PD – è finita in un parapiglia di grida e insulti fra sostenitori di Michele Emiliano e sostenitori di Nichi Vendola (con la complicanza che Emiliano non è neppure candidabile causa doppio incarico – è sindaco di Bari – e per esserlo gli servirebbe giusto una leggina regionale ad hoc che i vendoliani non vogliono votare);
  4. in tutto questo scenario di PD-dissoluzione, l’UDC fa la parte del leone, sapendo di essere determinante in ogni regione, un vero e proprio ago della bilancia, con quella manciata di voti che tutti anelano ma che nessuno è in grado di conquistare da sé, e si appresta a giocare il modulo doppiogiochista, con il PD in Piemonte, con il PdL in Lazio eccetera – un’alleanza anti-berlusconiana a macchia di leopardo, si direbbe;
  5. nel frattempo, l’IDV pone veti a questo e a quest’altro (in Campania osteggia i bassoliniani, in Puglia sostiene Vendola), ma non fa alcun passo avanti rispetto alla forma del partito ad personam quale è ed è sempre stata; Di Pietro sembra propendere per un congresso confermativo degli attuali assetti di partito e si attira le critiche dei girotondini nella persona di Flores D’Arcais, il quale lo invita oggi, a mezzo post, a farsi coraggio e aprire il suo partito ai movimenti, al popolo viola, alla base – a Grillo? – a nuovi giovani protagonisti (De Magistris?), in sostanza a mettere a pregiudizio la propria leadership, ovvero ad essere un po’ più democratico;
  6. infine, il MoVimento a 5 stelle, di cui già abbiamo parlato delle difficoltà interne, presente in sole tre regioni – Emilia-Romagna, Piemonte, Campania – ovvero laddove l’IDV non ha da temere la sua concorrenza come alfiere dell’antiberlusconismo, ancorché in crisi per la mancata realizzazione delle cosiddette “primarie dei cittadini”, prontamente archiviate dal coordinatore nazionale (Grillo stesso), in favore di candidati scelti dal coordinatore stesso, diciamo sulla base del “sentito dire”.

Inosmma, un bel parapiglia. Per finire, gustatevi la rassegna web sul tema e il filmato dell’Assemblea dei delegati del PD in Puglia (una bella pagina di democrazia, al grido di “andate a lavorare!”):

    • “A questo punto le primarie le chiedo io a Vendola”.
    • Sono le 16 quando i 126 delegati regionali si apprestano ad iniziare l’incontro nel quale, attraverso il voto segreto, dare il benestare alla candidatura di Emiliano. Il resto è storia, fatta di tensioni, urla e scontri verbali fra i sostenitori di Nichi Vendola e i rappresentanti del Pd.
    • Oggi, quindi, a dettare le sue condizioni è proprio il sindaco di Bari. “Voglio le primarie – ha dichiarato apertamente Emiliano – a patto che il consiglio regionale il 19 gennaio approvi la legge elettorale. Sarò felice in ogni caso – prosegue – sia che perda le primarie, perchè resterò sindaco, sia che le vinca, in modo da poter occuparmi della città da Presidente della Regione. In entrambi i casi – sottolinea – rimarrò con Vendola, il quale dovrà accettare il risultato delle primarie e riconciliarsi con me”.
    • Se dovesse vincere la destra, a rischio i 30mila posti di lavoro che sono stati il cavallo di battaglia, della campagna elettorale di Emiliano
    • Lazio, non pervenuto. Campania, non pervenuto. Puglia non pervenuto. In tre delle regioni più importanti per la sfida di marzo il centrosinistra non ha ancora designato i suoi candidati. Se volesse davvero vincere le elezioni regionali dovrebbe almeno provare a nominarli prima della chiusura delle liste.
    • Nel Lazio i casiniani sono già traslocati con la Polverini, applicando uno nuovo “modello doppiofornista” (indimenticabile definizione di Giulio Andreotti): dove è sicura la vittoria a destra vanno a destra, dove è sicura la vittoria a sinistra vanno a sinistra.
    • in Puglia in queste ore, dove è in corso una incredibile sfida fratricida fra il presidente uscente Nichi Vendola e lo scalpitante Michele Emiliano
    • le primarie sono sterilizzate, molti iscritti del Pd protestano per la mancata consultazione, e il nome di chi prevarrà nel duello fratricida ancora non si conosce

    • Ieri l’assemblea convocata a Bari per designare il candidato del partito di Bersani (la seconda, perché un primo sì a Vendola era già stato) non ha votato. Emiliano aveva chiesto un voto unanime per correre, non l’ha avuto. Per candidarsi ha bisogno di una legge ad personam che 15 consiglieri vendoliani non vogliono votare. Lo scontro, ambizioni personali a parte, è nato dal veto dell’Udc a Vendola. Ma il bello è che ancora non è certo che l’Udc correrà con il centrosinistra.
    • Il caso Campania è ancora più eloquente, e in qualche modo incredibile. Anche qui il candidato ancora non c’è perchè l’Udc ha chiesto un “segnale di discontinuità”. Enzo Amendola, il nuovo segretario regionale del Pd (un trentenne a cui non manca il dinamismo e il senso dei tempi) ha subito risposto: “Siamo disponibili a dare questo segnale”. Tradotto dalla lingua rituale del politichese, la discontinuità significherebbe scegliere un uomo che non viene dall’entourage del presidente uscente, Antonio Bassolino.
    • l’avversario storico di Antonio Bassolino, Vincenzo De Luca, sarebbe pronto a correre. Unico problemino: due rinvii a giudizio che rendono non proprio praticabile la candidatura, e che sono sicuramente poco digeribili dall’Italia dei Valori
    • difficile scegliere un bassoliniano, difficile scegliere un non bassoliniano. E difficile anche scegliere un candidato gradito all’Udc, senza avere la sicurezza che l’Udc ci sia
    • anche Amendola lo ammette: “E che ne so io, cosa decideranno De Mita e i suoi?”.
      Già, chi lo sa? Pierferdinando Casini era calato in Campania per gettare sul piatto un nome pesante: “Il profilo ideale sarebbe quello dell’ex presidente di Confidustria Antonio D’Amato“.
    • non si è capito se D’Amato sarebbe disposto a correre, e sostenuto da chi
    • L’unico dato positivo, alla fine, è che qui le primarie potrebbero celebrarsi. Sono state ufficialmente convocate per il 24 gennaio, ma le candidature si devono presentare entro il 9 gennaio
    • caso del Lazio. In questo momento l’unico nome in campo è quello di Esterino Montino, il vice di Marrazzo, che dopo il caso del video con i trans ha assunto la direzione della giunta prote-tempore
    • È tramontanta già la candidatura di Nicola Zingaretti, che pure aveva dato la sua disponibilità. Aveva fissato tre condizioni. I dalemiani gli hanno chiesto di accettare senza condizioni, lui si è tirato indietro. La più importante delle tre, era che in coalizione ci fosse anche l’Udc.
    • Ma i casiniani, come abbiamo visto, hanno già detto che si schierano a destra. Insomma: dal Piemonte alle Marche, dal Lazio alla Puglia, alla Campania, il partito di Casini, con il 6% ha il potere di veto su quello di Bersani, che ha il 30%. A Casini sicuramente conviene. Ma al Pd?
    • il silenzio di Bersani. “State tranquilli, sto lavorando per portare la coalizione alla vittoria”
    • in Puglia ha delegato le missioni diplomatiche (si fa per dire) a Massimo D’Alema. E nel Lazio – a quel che dicono i protagonisti – non è intervenuto
    • Dar vita ad una nuova opposizione è dunque un compito improcrastinabile. Opposizione larghissima nel paese, assente in Parlamento.
    • Di fronte a tale compito, un mero congresso di “rinnovamento”, da parte dell’Italia dei valori, è meno di un’aspirina per curare un cancro. Passare dal 7% al 9% non cambia nulla.
    • L’Italia ha un DISPERATO bisogno di una grande opposizione civile, di un grande Partito della Costituzione. Di una forza che può già ora raccogliere un italiano su quattro, e in un domani non lontano ambire alla maggioranza.
    • Mi domando perché Di Pietro tentenni ancora, di fronte alla strada maestra dello scioglimento del suo partito dentro un crogiuolo da lui stesso proposto e che veda co-protagonisti i movimenti della società civile, le lotte sindacali che si moltiplicano, le nuove generazioni “viola”, la cultura “azionista” e la scienza “illuminista”.
    • Caro Tonino, solo se avrai il coraggio e la lungimiranza di proporre questo Big Bang – per oggi, non per un fumoso domani – diventerai lo statista che puoi essere, e un’alternativa a Berlusconi.

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La nuova resistenza: Saviano candidato governatore in Campania?

Forse Saviano non accetterà, e non posso dargli torto. Ma la proposta di Claudio Fava – Sinistra e Libertà – di proporre Roberto Saviano, lo scrittore di Gomorra, che vive da anni nell’isolamento con una taglia della camorra sulla testa, alla candidatura di governatore della Campania, induce a una riflessione.
Ovvero, non posso non essere d’accordo con Fava sulla esigenza di una risposta alla deliquenza organizzata che si costituisce in potere pubblico sostituendosi a quello legittimo occupandone le istituzioni. In una parte del paese, lo Stato ha abdicato. Laddove non c’è legalità, lo Stato ha compiuto passi indietro. Insieme ad esso, anche la società civile si è ritratta, impaurita dalle possibili ritorsioni, ha smesso di essere partecipe della cosa pubblica, lasciando che essa sia tradotta in mero fatto privato e criminoso. Il passo decisivo, in cui la fine dello Stato sarà cosa fatta, verrà compiuta alle Regionali. Il voto in Campania, in assenza di un forte candidato del centro-sinistra, potrà premiare colui che passa al nome di Mr. Gomorra. L’uomo dei Casalesi.
Ma al centro-sinistra un candidato forte come può esserlo Saviano potrebbe non bastare. Il centro-snistra deve porre al centro la questione della legalità in primis al proprio interno. In particolar modo, deve farlo il PD. Il PD non può continuare a fare finta di nulla. Bersani non può farlo. Al Sud – ma non solo, anche al Nord per molti suoi amministratori si pone la questione del conflitto di interessi – per il PD è emergenza legalità: i casi della giunta Vendola in Puglia, di personaggi scomodi come Agazio Loiero in Calabria, che con tutta probabilità verrà ricandidato, di Bassolino in Campania, sono sotto gli occhi di tutti e impediscono di risolvere la questione con la semplice assunzione di un candidato simbolo della lotta alle mafie. Bersani deve aprire il partito al rinnovamento, o sarà la fine, che porta il nome di Mr. Gomorra. Occorre rompere il patto di non belligeranza fra Stato e Mafie. Occorre dare un segnale, introdurre una discontinuità con il passato. Abbiamo detto del PD. Abbiamo parlato in altre circostanze dell’Italia dei Valori. Di De Magistris e dell’istanza di legalità che esso raccoglie. Scegliere i candidati regionali di coalizione attraverso le primarie può essere quel segno. Per una nuova resistenza, ispirata ai giovani partigiani del ’43 che scelsero la lotta contro il nazifascismo anziché l’ignavia, servono innazitutto persone al di fuori di qualsiasi dubbio. Serve il coraggio di aprirsi al nuovo e di abbandonare logiche politiche di spartizione di cariche e di regalie attraverso le nomine. Serve anche ritrovare una nuova unità a sinistra. Serve ritrovarsi tutti sotto l’unica egida di un Partito dei Lavoratori, che sussuma in sé le istanze ecologiste, socialiste e radicali. Serve abbandonare il campanilismo delle sigle e dei partiti personali, e in questo modo riprenderci la politica.

    • ho chiesto pubblicamente la tua disponibilità a candidarti

    • Non è stato uno sgarbo né una forzatura ma una necessità civile. Perché a Napoli, fra qualche mese, ci giochiamo non solo il destino della tua regione ma un’idea di nazione.

    • se pensa cioè di potersi riscattare dal giogo delle mafie e dei sospetti, dai furti di verità e di memoria, dall’impunità che s’è fatta sistema. O, altrimenti, se questo paese si è ormai arreso alla forza degli eventi, al corso inevitabile delle peggiori cose

    • Il candidato che la destra quasi certamente presenterà si chiama Nicola Cosentino, sottosegretario del governo Berlusconi, uomo forte del PDL in Campania e «uomo a disposizione dei Casalesi», secondo le dichiarazioni di quattro collaboratori di giustizia, acquisite dalla Procura di Napoli. Falso, dice Cosentino. Vero, dicono i suoi accusatori.

    • Chiunque al posto suo avrebbe fatto un passo indietro

    • Chiunque: non Cosentino. Che continua a fare il sottosegretario e oggi si candida a governare la sua regione. Io c’ho i voti, fa sapere: e noi gli crediamo.

    • Che si fa, dunque, se Cosentino e il suo partito sceglieranno di sfidare il senso della decenza? Gli si contrappone un notabile di segno politico contrario? Si va in cerca d’un candidato comunque, purché abbia il cartellino penale pulito? Si derubrica questa elezione come un fatto locale, una cosa di periferia?

    • caro Saviano, se Cosentino dovesse candidarsi, ti chiedo di fare la tua parte accettando di candidarti anche tu

    • Conosco già la tua obiezione che è stata anche la mia per molti anni: che c’entro io con la politica? Quando ammazzarono mio padre, pensai la stessa cosa: la mia vita è qui, mi dissi, continuare il mestiere suo e mio, scrivere, dire, capire.

    • la scrittura, una scrittura disposta a mettere in fila nomi e fatti, è un impegno civile capace da solo di riempire una vita

    • però arrivano momenti della vita in cui capisci che ti tocca far altro. E fare altro, fare di più, a volte vuol dire la fatica della politica, affondare le mani e la vita in questa palude per provare a portarci dentro un po’ d’alito tuo, un po’ della tua storia

    • Ci fu una generazione di ragazzi, nel ’43, costretti dalla notte all’alba a improvvisarsi piccoli maestri delle loro vite. Lasciarono le case, le donne, gli studi e per un tempo non breve si presero sulle spalle il mestiere della guerra. Se siamo usciti dalla notte di quella barbarie, lo dobbiamo anche a loro.

    • che c’entra la resistenza con la lotta alle mafie? Che centrano i nazisti? Che c’entra Casal di Principe? Io invece credo che tu capisca. In gioco è il diritto di chiamarci ancora nazione. Quel diritto oggi passa da Napoli, dalle cose che diremo, dalle scelte che faremo. O dai silenzi in cui precipiteremo.

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Sindaci del secolo scorso: metti un Bassolino a tavola. La laicità e la ferinità.

Se c’è un luogo in Italia dove il PD ha fallito, e fallito in maniera palese, quello è Napoli. Eppure, come un mostro di cartapesta, il Governatore resta in piedi e muove l’arrocco, nominando suoi fedelissimi in ogni settore dell’amministrazione regionale, anche alla sanità purtroppo.
Lui, il Re, può ben essere impiegato per spiegare il paradigma della laicità. Il Re Bassolino che usa la cosa pubblica per tutelarsi, ne fa dispregio. Per intendersi, qui il laico, che non è laico solo perché non allineato su posizioni clericali, ha in vista qualcosa per cui non è possibile far uso del pubblico per l’utile proprio. Vale a dire, il laico è colui che deve agire avendo in vista l’interesse generale, non l’interesse particolare, sia esso sotto la forma dei dogmi religiosi che qualsivoglia istituzione ecclesiale pretende divengano leggi dello stato, sia esso sotto la forma dei dogmi mondani dell’affarismo politico e del conflitto d’interesse del singolo individuo o di una lobby in particolare. Qui laicità ha il significato della neutralità, perciò la cosa pubblica non può che essere condotta nell’interesse generale.
Lui, il Re, non è un laico poiché non è neutrale. Agisce per sé medesimo. E’ in conflitto d’interesse. Deve essere messo da parte. Poiché un non-laico è dannoso per la comunità.
Questo significato estensivo di laicità, che sussume in sé il concetto della neutralità all’interno del guado dei particolarismi, è quello che Ignazio Marino chiama "laicità come metodo" e che risulta indigesto a che nel PD è avvezzo ai giochi delle alleanze politiche in chiave elettorale – meramente elettorale – e che quindi hanno agitato le acque all’indomani del suo discorso a Genova.
Leggete cosa scrivono su Europa. Leggete del dibattito di ieri in cui Carra e D’Agostino sono stati contestati dal pubblico.

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    • “E’ un valore aggiunto, anzi, ‘il’ valore aggiunto” dice l’europarlamentare Pd ed ex assessore regionale all’Agricoltura, Andrea Cozzolino.
    • “Fra due anni potrebbe levarsi un appello in suo favore, del tipo salvaci tu”, ipotizza l’ex segretario napoletano dei Ds, Diego Belliazzi.
    • Chi è il fuoriclasse che, secondo Cozzolino, Santangelo e Belliazzi, avrebbe le carte in regola per candidarsi alla guida del Comune di Napoli per il dopo Iervolino e salvare il Pd e il centrosinistra partenopeo dal baratro? La risposta è Antonio Bassolino. Chi? Antonio Bassolino
    • E’ proprio lui. Ha 63 anni, è stato dirigente del Pci, ministro del Lavoro con D’Alema, due volte sindaco di Napoli dal 1993 al 2000 e due volte presidente della Campania dal 2000 ad oggi
    • per blindarsi in Regione ha trascorso gli ultimi mesi a nominare in giunta, nella sanità e in ruoli chiave di palazzo numerosi fedelissimi napoletani – e solo napoletani – a lui vicini dal 1993.
    • non pare intenzionato a ritirarsi a vita privata
    • Grazie a Bassolino in fascia tricolore, infatti, prese il via una stagione bella e breve, forse sopravvalutata, ma che ha avuto il merito di recuperare l’orgoglio di appartenere alla città del Vesuvio
    • un orgoglio smarrito negli anni successivi, seppellito sotto montagne di sacchetti neri.
    • Con la recente mitragliata di incarichi Bassolino ha recuperato affianco a sé alcuni dei protagonisti del ‘Rinascimento Napoletano’. Si è così arroccato nel passato per assicurarsi un futuro.
    • ha costretto al silenzio gli antibassoliniani. Il cui campione, Luigi Nicolais, è stato bastonato a sangue alle elezioni provinciali di Napoli dal pidiellino Luigi Cesaro
    • se fino a ieri Bassolino era indicato come la malattia del Pd, oggi qualcuno lo vorrebbe prescrivere come medicina.
    • Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, che ha rilanciato i boatos sul ritorno di Bassolino a Palazzo San Giacomo
    • la nuova forza del Governatore deriva dall’impressionante carenza di autorevolezza dei suoi rivali interni
    • un partito inchiodato in eterno allo scontro tra pro e contro Bassolino
    • Bassolino è ancora un leader. Però impera tra le macerie di una città e di una regione in crisi, piene di politici deboli e inconcludenti, nel centrosinistra come nel centrodestra. In un paese normale, dove si viene giudicati per i risultati, sarebbe stato costretto da tempo a fare un passo indietro
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    • Si infiamma il dibattito sulla laicità alla festa democratica di Genova. E sono subito scintille, anche tra diverse anime del Pd.Come Enzo Carra e Ivan Scalfarotto, vicino ai teodem il primo, seguace di Ignazio Marino il secondo.
    • Nodo della discordia è il matrimonio tra omosessuali, che Vittoria Franco giudica come un traguardo non a portata di mano: «Non siamo riusciti neanche a fare le unioni civili…». Scalfarotto si indigna: «Perché non se ne può parlare? Vietare il diritto alle nozze a un omosessuale è apartheid».
    • Interviene il prof. Francesco D’Agostino, presidente dei giuristi cattolici: «E allora perché non accettare un matrimonio tra fratelli o tra un gruppo di persone?».
    • La sala rumoreggia, contesta D’Agostino. Che replica: «Laicità è ascoltare le ragioni degli altri».
    • E sul testamento biologico aggiunge un altro carico: «Una persona in fin vita è psicologicamente fragile, non è in grado di decidere». Stavolta si arrabbia Vittoria Franco: «Guardi che il testamento lo scrive una persona quando è nel pieno delle sue facoltà psicologiche!».
    • Rita De Santis, presidente dell’associazione genitori di omosessuali, si scaglia contro D’Agostino: «Mio figlio omosessuale non è uno scarto umano».
    • Altre scintille tra Carra e la radicale Maria Anonietta Coscioni. Il professore di Siena Marco Ventura provoca: «La Lega riesce a sfidare il Vaticano perché ha un rapporto fortissimo con i suoi elettori, perché il Pd non riesce a farlo?». E Carra concede: «Va bene, discutiamo se questo tipo di Concordato è ancora utile».
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    • Franceschiniani all’attacco sul nuovismo e sul laicismo, bersaniani contro la chiusura all’Udc. Il day after dell’intervento genovese del terzo candidato alla segreteria, Ignazio Marino, è più caldo del previsto.
    • Il riferimento è soprattutto a Franceschini, al quale dal palco genovese ha chiesto come farà «a conciliare le idee di Debora Serracchiani e Paola Binetti sul biotestamento». La risposta è arrivata ieri a stretto giro di posta da una delle dirette interessate. L’europarlamentare friulana ha sottolineato come il Pd sia nato per fare una sintesi tra idee e non per mettere alla porta chi non si conforma all’opinione prevalente. «Io non voglio un piccolo partito, quello sì del secolo scorso, in cui la pensiamo tutti allo stesso modo», ha fatto sapere la Serracchiani. «Voglio un grande partito in cui posso portare le mie idee e farle pesare, in cui ci si confronta e alla fine si decide».
    • Altra issue che i franceschiniani vedono come fumo negli occhi è la forte caratterizzazione laica che Marino vorrebbe dare al Pd. Tutto il discorso fatto domenica ai militanti era infatti farcito di continui riferimenti alla necessità di un partito laico e di sinistra. Convinto com’è, il chirurgo dem, che la maggioranza degli elettori sia con lui, ha rilanciato l’idea, anticipata sabato da Goffredo Bettini, di una consultazione popolare sui temi più sensibili, come appunto quelli bioetici. Un’impostazione che per un ex popolare come Giorgio Merlo ha però il difetto di scadere nel laicismo.
    • Accuse queste che a Marino arrivano anche dall’esterno, da quell’Udc col quale ha escluso qualsiasi alleanza perché «non vanno presi i voti di Totò Cuffaro». Il partito di Casini ha ieri ufficialmente fatto sapere che se fosse lui il vincitore delle primarie allora sarebbe impossibile qualsiasi forma di intesa.
      Cosa questa che implicitamente gli porta le critiche dell’area bersaniana.
    • Ancora ieri Enrico Letta ha ricordato come il modello Dellai sia l’unica strada per tornare a vincere contro la destra.
      E in Trentino l’Udc fa parte della maggioranza di governo assieme ai democratici.
    • Del resto che quello della laicità sia “il” tema che più scalda il confronto sia fra dirigenti che fra gli stessi elettori del Pd lo si è visto pure ieri alla festa. Nel dibattito pomeridiano alla sala Guido Rossa, D’Agostino, è stato contestato dai militanti. Fischi e urla sono piovuti sul professore quando ha provato ad argomentare la sua contrarietà a un biotestamento legalmente vincolante.
      Argomenti che hanno fatto saltare sulla sedia anche la fassiniana Vittoria Franco e che alla fine hanno spostato la contestazione dalla platea al palco.

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