Il Sisde parallelo: super-poliziotti antimafia o spie?

Ma come è potuto accadere? Guardando a quegli anni, al 1992, al 1993, ai morti lasciati sull’asfalto, all’asfalto sollevato per aria come un tappeto. Ma come è potuto accadere, ci si può soltanto chiedere. E la desolazione aumenta percependo pienamente che la verità non sarà mai raggiunta, se non fra molti anni. Scoperto un nome, smascherato un volto, un altro nell’ombra si staglia e la caccia ai mandanti occulti diventa un gioco a somma zero in cui chi è chiamato ad investigare si ritrova impietosamente al punto di partenza.

I magistrati di Caltanissetta, il pool di investigatori chiamato a rifare le indagini sulla strage di Via D’Amelio, avendo accertato le falsità del pentito Scarantino, autoaccusatosi del furto della 126, hanno ipotizzato una sorta di trama nera, un anti-Stato che operava militarmente prima, politicamente poi, per imprimere alla politica italiana un segno profondo. Da ciò ne è nato un teorema giornalistico che ha uno dei suoi assiomi nella volontà mafio-massonica di impedire l’elezione a presidente della Repubblica di Giulio Andreotti. In quel preciso istante, che è l’anno 1992, ebbe inizio il conflitto fra Stato e anti-Stato: l’omicidio Lima. Ed è come se per il Nord e il Sud del paese fossero stati previsti destini diversi. Al Sud si operò per impedire l’azione giudiziaria. Al Nord si lasciò fare a quello zelante pool di magistrati di Milano che aprì l’inchiesta Mani Pulite. In mezzo, nell’ombra della normalità, con le vesti di insospettabili collaboratori e di super poliziotti fedelissimi alla causa, si nascondevano uomini dalla doppia identità, Giano bifronte che tessevano le fila del nemico da combattere, la Mafia.

Si suppone ci fossero agenti del Sisde nella polizia palermitana, nelle istituzioni, fra i mafiosi medesimi. Una triangolazione fatale, dentro la quale non fuoriusciva un bel nulla. Da un lato vi era l’opera depistatoria di Arnaldo La Barbera; dall’altro, i trattativisti facenti capo al generale dei Ros Mario Mori. E poi i vertici della Polizia, del Viminale.

  • La Barbera

La Barbera è stato capo della Squadra Mobile di Venezia, poi di Palermo, ex questore di Palermo, poi di Roma, infine messo al vertice di Ucigos e indagato nell’inchiesta sulla mattanza della Scuola Diaz durante il G8 di Genova, dove forse ispirò l’irruzione nell’edificio e la messinscena delle molotov. Morto per cancro nel 2002, soltanto durante lo scorso mese di Giugno è stato scoperto essere a libro paga del Sisde per almeno due anni, a cavallo fra il 1986 e il 1987.

Dovete sapere che La Barbera diventò capo della Squadra Mobile di Palermo nel 1988, ma lo fu anche per un breve periodo, nel 1985. La Barbera era una sorta di solver-man, un uomo che risolve i guai, che riporta l’ordine. Nel ’85 la Mobile di Palermo era allo sbando: i suoi predecessori, o erano coinvolti nella P2, oppure finirono ammazzati (vi suonerà strano, ma la mafia lasciò stare il piduista). Quando arrivò lui, la Squadra Mobile di Palermo divenne la “Mobile di Ferro”. Nessuno poteva pensare che La Barbera nascondesse una doppia identità, nome in codice “Catullo”. Il suo vice era Guido Longo:

Guido Nicolò Longo era uno dei due sbirri che il Viminale paracadutò nell’infermo di Palermo nella seconda metà degli anni Ottanta. L’altro si chiamava Arnaldo La Barbera. Insieme dovevano ricostruire una Squadra mobile colpita al cuore da veleni, sospetti ma, soprattutto, omicidi. Sì perché la mafia aveva assassinato, uno dopo l’altro, i migliori investigatori siciliani […] La Barbera capo della nuova Mobile, Longo vice […] Giovanni Falcone si fidava di loro. Loro ammiravano Falcone […]  E toccò anche a Longo, nel frattempo alla Dia di Palermo, indagare su quei massacri e contribuire alla cattura dei macellai di Capaci […] Guido Longo lo mandano a Napoli. A capo della Dia (L’ultimo cacciatore di mafiosi Longo, da Cosa nostra a Gomorra – Napoli – Repubblica.it).

Di questo passo mi ha colpito la frase: “Falcone si fidava di loro”. Insieme a La Barbera e Longo vi erano poliziotti del calibro di  Manganelli e De Gennaro. De Gennaro diventò poi capo della Polizia, il suo successore è stato proprio Manganelli. Fu De Gennaro a inviare La Barbera a Genova, quel sabato, al G8 di Genova. La Barbera e Longo indagarono su Capaci. E La Barbera incappò in quel bigliettino, quello in cui vi era il numero di cellulare di un agente del Sisde, perso proprio lassù, sulla collinetta di Capaci. Quel numero corrispondeva all’utenza di tale Lorenzo Narracci, vice di Bruno Contrada. Una prova così importante che non condusse ad alcun risultato. Venne poi arrestato Giovanni Brusca, indicato come l’uomo che schiacciò il pulsante del telecomando che fece esplodere l’ordigno sotto l’autostrada. Il mostro che sciolse il piccolo Di Matteo nell’acido. Gran merito a La Barbera, eroe dell’antimafia.

  • Bruno Contrada

Perché mai La Barbera avrebbe dovuto indagare Narracci? Quando si trattò di testimoniare al processo Contrada, La Barbera difese l’operato del collega:

E’ stato lui [La Barbera] ad ammettere di avere trovato l’ anno scorso a Roma una lettera anonima del 1985, un appunto “non protocollato”, scritto “verosimilmente in ambienti interni alla questura di Palermo” per accusare Contrada di rapporti con boss come Riccobono e Badalamenti e di avere dei “possedimenti” in Sardegna […] Avvocato Gioacchino Sbacchi: “Ha accertato qualcosa su Contrada in esito alla delega dei giudici di Caltanissetta?”. La Barbera: “No”. Sbacchi: “Lei e’ stato dirigente della Mobile di Palermo per tanto tempo. Ha acquisito elementi di collusione su Contrada?”. Sbacchi: “Contrada ha mai interferito nelle indagini? Ha mostrato attenzioni particolari, e’ stato indiscreto?”. La Barbera: “Assolutamente no. Ci siamo parlati 4, 5 volte…”. Sbacchi: “Le sono mai stati riferiti sospetti su Contrada?”. Sbacchi: “Lei ha mai avuto rapporti con Contrada nella qualita’ di funzionario del Sisde?”. La Barbera: “Ho partecipato ad una riunione con lui dopo la strage Borsellino”. Sbacchi: “Ritenne il contributo di Contrada positivo o deviante?”. La Barbera: “Deviante proprio no. Fu un contributo fornito da un addetto ai lavori”. Avvocato Piero Milio: “Conosce il rapporto di Contrada contro Badalamenti?”. La Barbera: “Non lo ricordo, ma ho letto diversi rapporti di Contrada fatti con estrema perizia”. Presidente Francesco Ingargiola: “Quell’ anonimo trovato all’ Alto commissariato era stato protocollato o lasciato li’ come un pezzo di carta?”. La Barbera: “Non era protocollato”. Presidente: “Per quanto riguarda i possedimenti in Sardegna?”. La Barbera: “La Procura di Palermo nel 1985 non aveva avviato nessuna indagine patrimoniale” (l’ Antimafia perquisita per Contrada).

  • I depistaggi

Bruno Contrada fu arrestato il 24 Novembre 1992 con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, la stessa del Gen. Mori. Su di lui pesavano le dichiarazioni dei pentiti Gaspare Mutolo, Tommaso Buscetta, Giuseppe Marchese, Salvatore Cancemi. Condannato a 10 anni in primo grado, fu assolto con formula piena in Appello. Una assoluzione sospetta. Infatti il giudizio di legittimità della Cassazione annullò la sentenza di secondo grado e dispose la ripetizione del giudizio d’appello presso una diversa sezione della Corte d’Appello di Palermo. La sentenza definitiva è giunta nel 2007, dopo dodici anni di dibattimenti, quando la Cassazione ha confermato la seconda sentenza d’Appello e la condanna a 10 anni per l’ex poliziotto e ex dirigente della Polizia di Stato (Wikipedia). La vicenda Contrada inizia alla fine del 1992: ha qualcosa a che vedere con la trattativa? contrada viene scaricato dal Sisde? Oppure quelli del servizio segreto si trovano improvvisamente impreparati dinanzi a questa offensiva mafiosa per mano dei pentiti? Di fatto la prima sentenza d’Appello può essere configurata come il tentativo estremo di salvare Contrada. Ma di più il Sisde non poteva fare. Avrebbe messo a rischio l’intera operazione di depistaggio, forse. Poiché proprio alla fine del 1992, La Barbera fu nominato dal Viminale (Mancino) al vertice del pool investigativo stragi “Falcone e Borsellino”. In quella veste, La Barbera organizzò il depistaggio sulle indagini per la morte di Borsellino:

Vincenzo Ricciardi, Salvatore La Barbera e Mario Bo sono tre esimi rappresentanti delle forze dell’ordine italiane. Il primo questore di Novara, il secondo in servizio alla polizia postale di Milano, il terzo capo della squadra mobile di Triste  […] Tre uomini, pluridecorati, all’apice delle loro carriere, si sono ritrovati tutti in Procura, per essere interrogati su fatti avvenuti più di 18 anni fa. Perché loro formavano il gruppo investigativo “Falcone-Borsellino”, incaricato di far luce sulle stragi del 1992. Il loro capo era il superpoliziotto Arnaldo La Barbera, ex capo della squadra mobile di Palermo e questore della stessa città, deceduto nel 2002 […] L’accusa, per i tre funzionari, è di quelle pesanti:  calunnia aggravata, perché “in concorso con il dottor Arnaldo La Barbera, nonché con altri allo stato da individuare”, inducevano, mediante minacce e percosse, Salvatore Candura, Francesco Andriotta e Vincenzo Scarantino a mentire in merito alle stragi del ‘92 (I tre poliziotti di La Barbera fanno scena muta | Docmafie).

  • La Barbera vs. Genchi

Un’altra testimonianza sui fatti che condussero all’arresto di Scarantino e soci ci proviene da Gioacchino Genchi, il quale ebbe a collaborare spesso con Arnaldo La Barbera nella sua veste di consulente informatico. All’epoca – 1992-93 – la tecnologia dei telefoni cellulari era scarsamente diffusa. Così la pratica investigativa dell’analisi dei tabulati era cosa nuova. Genchi aveva in mano elementi che sconfessavano l’indirizzo preso per le indagini di Caltanissetta, opera di La Barbera e del procuratore aggiunto Giordano. Genchi, fra il 4-5 maggio 1993, ruppe con La Barbera, con il quale ebbe un furioso litigio: la ragione era la fretta del poliziotto di arrestare Pietro Scotto (il possibile telefonista di Via D’amelio individuato dallo stesso Genchi) e chiudere le indagini. Secondo Genchi, invece, Scotto avrebbe potuto portare al “livello superiore”. Poi è stata una escalation di eventi:

Il 14 un’autobomba esplode a Roma, in via Fauro. L’attentato pare diretto al giornalista Maurizio Costanzo, che ci stava passando, ma che al momento dello scoppio era ancora fuori bersaglio. Sulla stessa via, a una manciata di metri, c’è parcheggiata la Y10 di Lorenzo Narracci, vice di Contrada al Sisde, che abita lì. C’è chi si chiede se il vero obiettivo fosse lui. La strategia della tensione si sposta poi a nord. Il 27 tocca a Firenze, via dei Georgofili, agli Uffizi: cinque morti e trentasette feriti. Il giorno dopo, Pietro Scotto viene arrestato. L’11 luglio, il ministro dell’Interno Nicola Mancino promuove La Barbera dirigente superiore e col grado di questore lo assegna alla direzione centrale della polizia criminale di Roma. L’anno successivo diventerà il nuovo questore di Palermo (L’agente Catullo, Gioacchino Genchi e quella porta sbattuta).

L’arresto di Scotto è quello che si direbbe un arresto ad orologeria. Ma se dalle parole di Genchi si intuisce che La Barbera aveva affrettato i tempi perché desideroso di fare carriera (infatti scoppiò in lacrime davanti a Genchi dicendogli che sarebbe diventato questore e che per lui era in vista una promozione), il fatto che il medesimo fosse al soldo del Sisde cambia le carte in tavola: La Barbera agiva per la propria personale ambizione o invece era sotto mandato del Sisde? La fretta nel chiudere le indagini era dettata dalle bombe oppure si approfittò del caos generato dagli attentati sul continente per far passare la notizia dell’arresto di Scotto in maniera superficiale ai media e all’opinione pubblica?

  • L’Addaura

Il revisionismo giudiziario di quest’epoca ha investito anche il caso del fallito attentato dell’Addaura a Giovanni Falcone. La storia è nota, così come è nota la misteriosa fine dei due poliziotti, Agostino e Piazza, che sventarono l’attentato. Emerge anche in questo caso il ruolo nell’ombra di Arnaldo La Barbera. L’agente Catullo si avvalse forse dell’opera di un ispettore di polizia di Pescara, tale Guido Paolilli:

Dopo un mese e mezzo l’agente Agostino fu ucciso (Emanuele Piazza fu strangolato nove mesi dopo) e la squadra mobile di Palermo seguì per anni un’improbabile “pista passionale”. Un altro depistaggio. Cominciato la stessa notte dell’omicidio con una perquisizione a casa del poliziotto ucciso. Qualcuno entrò nella sua casa e portò via dall’armadio alcune carte che Agostino nascondeva […] Quel qualcuno era l’ispettore di polizia Guido Paolilli, ufficialmente in servizio alla questura di Pescara ma spesso “distaccato” a Palermo e “a disposizione” di La Barbera (Il superpoliziotto La Barbera era un agente dei Servizi – Repubblica.it).

Se La Barbera fosse ancora vivo, l’accusa che lo investirebbe sarebbe gravissima: aver agito in modo da cancellare le prove sull’attentato a Falcone. Falcone collaborava con La Barbera, che era a capo della Mobile. Falcone si fidava di lui. Ed è pur vero che la stagione di La Barbera a Palermo coincide con la stagione dei veleni per il pool antimafia: dopo la conclusione del Maxi-processo (1987), avviene la nomina a capo dell’Ufficio istruzione, in luogo di Caponnetto che aveva voluto lasciare l’incarico, del consigliere Antonino Meli, in quale agì in contrasto a Falcone e Borsellino; poi nel 1989 l’Addaura; poi ancora le lettere del Corvo di Palermo.

Naturalmente La Barbera, Contrada, Narracci, non agivano per conto proprio. Agivano in maniera coordinata, perseguendo il medesimo – destabilizzante – progetto. Si può affermare che obbedissero agli ordini provenienti dall’alto? Ovvero dal quadro istituzionale compromesso con il Sisde deviato? E’ proprio questo, il quadro istituzionale, che mette i brividi. Poiché all’epoca, ai vertici della Polizia di Stato vi era Vincenzo Parisi, già direttore del Sisde fra il 1984 e il 1987; il Sisde, fra il 1987 e il 1994 cambiò quattro diversi Direttori (Malpica, Voci, Finocchiaro, Salazar), segno di una certa instabilità che era poi lo specchio dell’instabilità politica; Malpica fu al centro dello scandalo dei fondi neri del Sisde; presidente della Repubblica, nel 1992, divenne, al posto di Andreotti, Oscar Luigi Scalfaro, padre costituente e strenuo difensore della Costituzione, che però ebbe un passato di Ministro dell’Interno nel governo Craxi fra il 1983 e il 1987; insieme a Nicola Mancino, venne coinvolto anch’esso nello scandalo Fondi Neri-Sisde (famoso il suo discorso alla tv, “Io non ci sto!”); Nicola Mancino, che divenne ministro dell’Interno nel 1992, dal giorno alla notte, spodestando Vincenzo Scotti ad insaputa del medesimo, in uno dei più strani rimpasti di governo che la storia repubblicana abbia mai conosciuto.

Sitografia:

 

Join the dots. Unisci i puntini. Retrospettiva della destabilizzazione. Quando parlava Brusca.

Borsellino morì per un complotto – Repubblica.it » Ricerca

Il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Borsellino fu ucciso perché voleva fermare la trattativa tra pezzi dello Stato e i Corleonesi avviata dopo la strage di Capaci. Cosa nostra fu informata da una «talpa» e «accelerò» la morte del magistrato […] la mafia fu «costretta» ad un altro attentato libanese […] le rivelazioni del «pentito» Giovanni Brusca:

«Il giudice Paolo Borsellino era contrario alla trattativa che Riina aveva intrapreso con lo Stato e rappresentava quindi un ostacolo, per questo è stato assassinato». Il «pentito» però non ha fatto nomi, evitando di specificare chi fosse l’ interlocutore di Totò Riina nella trattativa. «Non lo so con certezza», ha ammesso.

Brusca ha raccontato ai magistrati che l’ uccisione di Paolo Borsellino, che era in progetto da anni «subì un’ improvvisa accelerazione» subito dopo la strage di Capaci. «Dopo Falcone, Riina – ha raccontato Brusca – aveva programmato di uccidere l’ ex ministro dc, Calogero Mannino, dandomi l’ incarico di eseguirlo. Improvvisamente cambiò decisione, e mi disse che c’ era un lavoro più urgente da fare, l’ assassinio del giudice Paolo Borsellino»

L’ «accelerazione» dell’ attentato a Paolo Borsellino è stata confermata anche da un altro capomafia pentito, Salvatore Cancemi

Brusca ha rivelato di avere appreso della «trattativa» direttamente da Totò Riina che aveva preparato un «papello» (richieste allo Stato ndr) per interrompere la strategia stragista in cambio di vantaggi per i mafiosi.

una riunione ristretta della «Commissione» alla quale parteciparono anche, Salvatore Cancemi e Salvatore Biondino, braccio destro di Riina

Biondino fece vedere a Totò Riina i verbali di un interrogatorio del pentito Gaspare Mutolo che era stato ascoltato dal giudice Paolo Borsellino due giorni prima della strage dicendo: “Quando Mutolo dice le cose vere nessuno gli crede”

Gaspare Mutolo raccontava che 48 ore prima della strage di via D’ Amelio, si era incontrato con il magistrato a Roma perché aveva deciso di pentirsi.

Io dissi al giudice Borsellino – raccontò Gaspare Mutolo dopo la strage di via D’ Amelio – che non volevo verbalizzare niente su quello che sapevo su alcuni giudici e su alcuni funzionari dello Stato collusi

mentre m’ interrogava Borsellino interruppe la conversazione e mi disse: “Sai Gaspare, debbo smettere perché mi ha telefonato il ministro, manco una mezz’ oretta e ritorno”. E quando il giudice ritornò era tutto arrabbiato, agitato, preoccupato, fumava così distrattamente che aveva due sigarette accese in mano. Gli chiesi cosa avesse ed il giudice Borsellino mi rispose dicendo che invece d’ incontrare il ministro si era incontrato con il dottor Parisi (il defunto capo della Polizia) e con il dottor Contrada (l’ ex funzionario del Sisde accusato di mafia ed assolto nel processo di secondo grado ndr) e mi disse di mettere subito a verbale quello che gli avevo detto

L’ incontro fu smentito dal senatore Nicola Mancino che s’ era insediato al ministero dell’ Interno proprio quel giorno

Brusca mette in relazione quell’ incontro al ministero con la «trattativa»

Ma nell’ agenda di Paolo Borsellino, sparita subito dopo la strage di via D’ Amelio e ritrovata qualche tempo dopo, il magistrato aveva scritto che il primo luglio del 1992, alle ore 19.30, aveva avuto un incontro con il ministro dell’ interno, una visita della durata di 30 minuti.

Brusca non ha dubbi: la trattativa ci fu, Borsellino tentò di ostacolarla e una «talpa» lo fece sapere a Cosa nostra che accelerò la sua morte.

  • MINISTRI IN GIOSTRA SCOTTI AGLI ESTERI E MARTELLI RESTA SOLO – Repubblica.it » Ricerca
  • Era il 29 Giugno 1992: l’avvicendamento fra Scotti e Mancino al Viminale. Dopo Capaci e prima di Via D’Amelio.

    Lavoravano in due e lavoravano bene o almeno in perfetto accordo. Ora sono stati divisi: uno è rimasto ministro della Giustizia, l’ altro lascia gli Interni e guiderà gli Esteri. […] grande è lo stupore per il dirottamento di Enzo Scotti dal Viminale alla Farnesina. Il loro asse sembrava uno dei punti fermi del nascente governo […] Che cosa sia successo, non lo so – dice Martelli -. E perchè Scotti sia stato dirottato dall’ Interno agli Esteri è interrogativo che andrebbe posto alla Dc. Enzo Scotti non nega sia stato proprio un certo suo atteggiamento a determinare l’ addio al Viminale e l’ interruzione del consolidato rapporto con Claudio Martelli […] E così, sabato sera sono andato a dormire sapendo di non essere più ministro. Poi in nottata è successo qualcosa che mi ha cambiato la vita…”  […] Attendibilissime ricostruzioni forniscono questa versione dell’ accaduto. Forlani e De Mita che insistono con Scotti perchè resti nel governo, e gli propongono – allora – il passaggio alla Farnesina […] E Mancino? “E’ un compito non facile, quello che mi aspetta – ammetteva domenica pomeriggio subito dopo il giuramento -. Dovrò incontrare Scotti e poi subito incominciare”



micromega – micromega-online » Memento Mori

In sette giorni Mancino, Violante, Ayala e Martelli han raccontato qualcosa, lasciando intendere che in certi palazzi si sa molto più di quanto non sappiano i magistrati e i cittadini.

Ciancimino jr. racconta che nell’autunno ’92 il padre Vito, per trattare col colonnello Mori, pretendeva una «copertura politica» dal ministro dell’Interno Mancino e dal presidente dell’Antimafia Violante.

A 17 anni di distanza, Violante ricorda improvvisamente che Mori voleva fargli incontrare Ciancimino, ma lui rifiutò.

Mancino nega da anni di aver incontrato Borsellino il 1° luglio ’92, esibendo come prova la propria agenda e smentendo così quella del giudice assassinato. Ma ora viene sbugiardato da Ayala: «Mancino mi ha detto che ebbe un incontro con Borsellino il giorno in cui si insediò al Viminale (1° luglio ’92, come segnò il giudice, ndr): glielo portò in ufficio il capo della polizia Parisi.

Intanto Mancino svela a Repubblica che nel ’92 disse no a trattative con la mafia, ma senza rivelare chi gliele propose. Poi, sul Corriere, fa retromarcia: «Nessuna richiesta di copertura governativa».

E l’incontro con Borsellino? Prima lo nega recisamente: «Non c’è stato. Ricordo la chiamata di Parisi dal telefono interno: “Qualcosa in contrario se Borsellino viene a salutarla?”. Risposi che poteva farmi solo piacere, ma poi non è venuto». Poi si fa possibilista: «Non posso escludere di avergli stretto la mano nei corridoi e nell’ufficio… non ho un preciso ricordo».

Resta poi da capire perché, fra Capaci e via d’Amelio, mentre partiva la trattativa Ros-Ciancimino, ci fu il cambio della guardia al governo. «Io e Scotti – ricorda l’allora Guardasigilli Claudio Martelli – eravamo impegnati in uno scontro frontale con la mafia. Ma altre parti di Stato pensavano che le cose si potevano aggiustare se la mafia rinunciava al terrorismo e lo Stato evitava di darle il colpo decisivo. In quel clima qualcuno sposta Scotti dall’Interno alla Farnesina e pensa pure di levare dalla Giustizia Martelli, che però dice no».

Mafia, nuovi indagati per le stragi – LASTAMPA.it

I magistrati di Caltanissetta di ritorno venerdì scorso da un faccia a faccia di tre ore con Salvatore Riina, dicono che il padrino «è sempre lo stesso»

avrebbe detto di non sapere nulla del presunto patto tra Stato e mafia, ma ci sono nuovi indagati per la stagione stragista di Cosa nostra

uno per l’attentato all’Addaura del giugno del 1989 contro Giovanni Falcone

un altro per la strage di Capaci – un nome nuovo, organico ai clan, ma mai coinvolto nell’indagine sull’eccidio, già detenuto e che avrebbe avuto un ruolo di organizzatore

una decina gli indagati per quella di via D’Amelio. Personaggi, in quest’ultimo caso, che avrebbero avuto ruoli diversi: mandanti, favoreggiatori, organizzatori ed esecutori. Nessuno parla, ma non è escluso che nell’elenco vi siano anche alcuni agenti dei servizi segreti.

avrebbe detto più cose Angelo Fondana «U miricano», il pentito che ha fatto trovare un «bunker della morte» della mafia e disvelato nuovi scenari della strage, come l’altro collaboratore, Gaspare Spatuzza che ha sconvolto verità processuali e alimentato nuove piste

Fontana avrebbe confermato la presenza di 007 al Castello Utveggio

Retrospettiva della destabilizzazione: la ricostruzione di Genchi

Il ruolo dei servizi segreti nelle stragi del 1992; le ricostruzioni dei contatti telefonici fatte da Gioacchino Genchi all’epoca delle prime indagini; quale ruolo per Contrada?

  • tags: no_tag

    • «Andate a vedere là, al castello Utveggio, quella è roba vostra» ha detto Totò Riina venerdì parlando per la prima volta dopo 17 anni con i magistrati di Caltanissetta e accreditando l’ipotesi che sulla strage di via D’Amelio ci sia, anche, la mano dei servizi segreti.
    • «Le testimonianze del dottor Gioacchino Genchi e della dottoressa Rita Borsellino hanno offerto contributi determinanti su quello che realisticamente potrebbe essere stato l’intervento di soggetti esterni su Cosa Nostra (nella realizzazione delle stragi, ndr)» si legge nella sentenza di condanna per la strage di via d’Amelio.
    • «Il dottor Genchi ha chiarito che l’ipotesi che il commando stragista potesse essere appostato nel castello Utveggio, ipotesi utile per ulteriori sviluppi, era stata lasciata cadere da chi conduceva le indagini».
    • Riina e le indagini dicono la stessa cosa e puntano sui servizi segreti.
    • il riscontro alle mie indagini non arriva oggi da Riina ma da tracce telefoniche inequivocabili acquisite alle inchieste
    • quel processo sia da rifare dopo che il boss Gaspare Spatuzza ha smentito Scarantino
    • Genchi, esperto di telefonia, chiamato in causa di recente per eccessi nell’acquisizione di tabulati seppur come consulente delle procure, era all’epoca uomo di punta nel pool investigativo creato per la strage di Capaci e poi per via d’Amelio.
    • Scoprì, ad esempio, che, si legge in sentenza, «nel castello Utveggio (costruzione che domina Palermo e via d’Amelio, ndr) aveva sede il Cerisdi, ente regionale dietro il quale trovava copertura un organo del Sisde»
    • questo luogo divenne crocevia di utenze clonate, telefonate intercettate e, soprattutto, «il possibile punto di osservazione per cogliere il momento in cui dare impulso all’esplosivo» caricato sotto la 126 parcheggiata davanti all’abitazione della madre di Paolo Borsellino
    • Le indagini hanno individuato Pietro Scotto (condannato e poi assolto) come «autore di lavori non autorizzati sulla linea telefonica del palazzo di via d’Amelio
    • Scotto è stato riconosciuto da due testimoni; era dipendente della società telefonica Sielte che lavorava con gli 007; soprattutto è fratello di Gaspare Scotto, boss del mandamento dove è avvenuta la strage.
    • L’analisi delle telefonate di Gaetano Scotto – si legge in sentenza – evidenzia contatti con le utenze di castello Utveggio fino al febbraio 1992».
    • Genchi, trova la prova che «un’utenza telefonica clonata (di una signora napoletana ignara di tutto, ndr) era in possesso dei boss fin dall’autunno 1991» . E che quell’utenza, «in prossimità del 19 luglio (giorno della strage, ndr) chiama una serie di villini che si trovano lungo il percorso che l’auto di Borsellino aveva percorso quella domenica»
    • contatti telefonici con probabili punti di osservazione lungo il tragitto.
    • Era di uno 007 anche il numero di telefono trovato sulla montagnola di Capaci da dove fu fatta saltare l’auto di Falcone. Infine Bruno Contrada, lo 007 poi condannato per mafia. Il pomeriggio del 19 luglio era in barca con un altro funzionario, lo stesso il cui numero è stato trovato a Capaci. Ottanta secondi dopo l’esplosione, quando nessuno ancora sapeva, dal cellulare di Contrada partì una telefonata. Era diretta, ancora una volta, al Sisde. Ne aveva ricevuta anche un’altra, due minuti prima dell’attentato.

Posted from Diigo. The rest of my favorite links are here.