Moody’s taglia il rating: “la politica italiana crea rischi”, capito Berlusconi?

Berlusconi non fa a tempo ad annunciare il suo ritorno in campo (che è ormai una poltiglia) della politica e Moody’s, una delle tre sorelle del Rating, declassa i titoli di Stato italiani da A3 a BAA2. Nella motivazione è scritto, fra il resto delle ragioni più schiettamente economiche, che il “clima politico […] con l’avvicinarsi del voto della prossima primavera è fonte di un aumento dei rischi”.  Se accostiamo questo giudizio alla intervista (di benvenuto?) a Bersani da parte del Financial Times, allora possiamo ben comprendere che all’estero temono un ritorno del pagliaccio in doppiopetto. Vedono Berlusconi come una minaccia, una sorta di rischio incalcolabile di avere domani un governo italiano che si pone nuovamente fuori del contesto delle relazioni internazionali, fuori delle regole comunitarie. Invece Bersani no, Bersani è un’assicurazione sul fatto che l’Agenda Monti (che è poi l’agenda Merkel/Junker/Barroso/Draghi) verrà perseguita sino in fondo.

I sondaggi indicano anche che i Democratici vincerebbero le elezioni generali previste il prossimo marzo con meno voti rispetto a quando hanno perso nel 2008, portando alla prospettiva preoccupante di coalizioni fragili e instabilità in stile greco. La relativa debolezza dei Democratici è stato solo superata dalle decadenti fortune del Popolo della Libertà di Berlusconi, privo di una vera direzione, con entrambe le parti allarmate dalla comparsa sorprendente del movimento anti-establishment e anti-europeo Cinque Stelle guidato da Beppe Grillo (Financial Times).

Tradotto: il PD è troppo debole e non raccoglie voti a sufficienza, il partito di Berlusconi è in preda ad una crisi di identità e il ritorno di Silvio è una eventualità da evitare, mentre i 5 Stelle sono solo anti-Casta e anti-euro. Ma forse siamo salvi, perché Mr. Bersani ha coltivato “una immagine di leader responsabile”, una parola che ha ripetuto incessantemente durante l’intervista al FT. Quello che non sanno al FT è che domani si terrà l’Assemblea Nazionale del PD la quale dovrebbe deliberare sul documento della Direzione e quindi avviare l’iter per le primarie di coalizione (nessuno sa ancora con quali regole ma la formula – è certo – sarà quella di primarie aperte…), ma la”linea Bersani” è quanto di più sicuro e affidabile possa esserci per “un paese che deve rimanere all’interno dell’euro e fare le riforme”. Le parole di tranquillità di Mr. Bersani non sembrano però aver suscitato grande effetto o risonanza all’estero. Moody’s considera le elezioni del 2013 come un terno al lotto. C’è da credere al fatto che gli scommettitori, i traders, i banksters, punteranno molti soldi sull’una o sull’altra possibilità e cercheranno di guadagnare qualsiasi sia l’esito elettorale. Il nostro spread sarà un rally da qui fino alla prossima primavera.

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Maggioranza, venti o quaranta sono i traditori del PdL

Lo dice la Reuters in un articolo intitolato “Intrighi e tradimenti a Roma mentre Berlusconi lotta”. Venti o addirittura quaranta i taditori del PdL, ben oltre ciò che serve per far perdere la maggioranza a B. Saranno tutti assoldati da Fli e UDC? Reuters scrive anche che un eventuale ‘step down’ di Berlusconi farebbe scendere i tassi di interesse dei nostri Btp decennali di un punto percentuale. Pensate, B. vale 1% di interessi in più sui Btp. Ce lo possiamo ancora permettere?

I prezzi delle obbligazioni si riprenderebbero e il differenziale di rendimento scenderebbe di un punto percentuale se il governo dovesse cadere, secondo un sondaggio Reuters su 10 gestori di fondi, analisti di mercato e strateghi finanziari effettuato la scorsa settimana (Reuters).

A complicare le cose, sostiene la Reuters, si è messa anche la BCE per bocca di Yves Mersch, membro del Consiglio, secondo il quale è frequente in BCe il dibattito se sia meglio o peggio sospendere gli acquisti di Btp finché l’Italia non risponde sulle riforme annunciate. Una scelta del genere farebbe cadere i nostri titoli finirebbero totalmente ‘fuori controllo’. E’ solo la BCE che tiene i nostri titoli a galla, quindi. L’Europa, l’odiatissima tecnocratica anti-democratica Banca Centrale Europea.

 

Crisi del Debito Italia: diretta twitter

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Ma per l’Italia è downgrading politico

Downgrading politico, così l’ha definito Mario Monti sul Corriere della Sera. La lettera che Trichet, presidente della BCE, ha recapitato al governo italiano fra giovedì e venerdì era di quelle perentorie: un diktat, si direbbe in circostanze meno drammatiche di queste. L’opposizione non ha calcato la mano – eccetto Di Pietro che ancor oggi, incurante della situazione, ha parlato di ‘Italia sotto tutela dell’Unione Europea‘, a voler dire che il governo non ha più alcuna autorevolezza e – di fatto – è commissariato.

La lista della spesa, opera del duo Sarkozy-Merkel, che Trichet ha consegnato a Tremonti, poi enucleata in quella magnifica conferenza stampa a tre – Tremonti, Berlusconi, Letta – di venerdì sera, a mercati rigorosamente chiusi – è il corrispettivo in legislazione che i nostri creditori – le banche di Francia e Germania! – pretendono. Cosa farà in cambio la Bce? Lunedì servirà sul piatto dei mercati dei titoli di stato, moneta sonante per rastrellare i malsani Btp decennali italiani. In gergo, si chiama ‘quantative easing‘, quantitativo di alleggerimento, un pacchetto di miliardi di euro creati dal nulla che servono a eliminare dal mercato i titoli tossici. Quelli italiani, appunto. Non spagnoli, né portoghesi, né greci. Italiani.

Non state a guardarvi in giro. La tv, la Rai, Mediaset, sono allineati al governo e perciò non percepiscono la portata della nostra situazione debitoria. La ignorano perché la negano, abituati come sono a negare la realtà. I mercati domani colpiranno duro, e colpiranno i nostri titoli, le nostre banche. La scusa che vi daranno in pasto sarà incentrata sulla seguente affermazione: “è una crisi internazionale, causata dal downgrading USA, dalla Grecia, dalla titubanza europea, da Angela Merkel e dai suoi guasti politici interni che le vietano di aderire a politiche di sostegno comune”. Tutto vero, ma parziale: colpiranno l’Italia perché il nostro paese non ha fornito alcuna risposta concreta alla riduzione del debito e allo stimolo della crescita. Perché ci si è affidati a misure non strutturali, posticipate nel tempo, spesso legate a provvedimenti cornice – leggi delega – ancor tutti da definire, o rimandanti a interventi normativi degli enti locali, quindi dall’esito incerto. I giornali italiani stamane festeggiavano il downgrading del rating USA con titoli a sei colonne, una reazione isterica volta a sottolineare che anche i ricchi piangono, quindi la crisi è globale e i governi italiani – di tutte le bandiere – sono immuni da colpe. Ovvero, a questo punto tutto è lecito, anche ridiscutere profondamente e in senso riduttivo i diritti sociali dei cittadini, dall’assistenza sanitaria alle pensioni per finire con il diritto a non essere licenziati senza giustificato motivo. Solo apparentemente diranno di voler colpire i privilegi di casta, a cominciare dalle caste professionali – avvocati, notai – per finire con quelle istituzionali.

Il downgrading politico non risiede tanto nel fatto che dobbiamo accettare la ‘cura europea’, quanto nello scivolamento verso una politica dell’opportunismo, una politica che farà a pezzi la comunità sociale e imporrà un sistema oligopolistico del privilegio. Tutto questo in nome del “risanamento”.

Borse e Mercati e Titoli di Stato: attenti, il grande “crash” è ancora da venire

In un giorno in tutti – ma proprio tutti – i mercati chiudono con un profondo rosso, con l’anomalia di Piazza Affari che in due ore di black out passa dal -1.8 al -5.5, si nota con clamore, con stupore, con sgomento, la solitudine dei mercati abbandonati dalla politica. A tutti i livelli: nazionale, europeo, americano, internazionale. Il vuoto. E il vuoto spinge i mercati – ma no, anche tutti noi – nel panico. Pa-ni-co!

Obama è dimezzato. Non riesce più a trovare le parole, non ha presa sul Congresso, si potrebbe dire che non ha nemmeno una maggioranza, vista l’apatia dell’ala democratica progressista, delusa dalla svendita delle garanzie minime del minimo sistema sociale federale americano. L’Europa è un noto fantasma politico che si aggira per banche e agenzie di rating spacciandosi per quello che non è, ovvero uno stato. Il governo nazionale? Ieri il parlamento, come misura drastica, si è tagliato le ferie di una settimana. Un sacrificio senza eguali nella storia contemporanea. Il discorso di Berlusconi, il discorso di Alfano così come quello di Bersani, di Di Pietro, di Casini, è il discorso di un alieno in visita di cortesia a noi mortali umanoidi.

Sappiatelo: il grande “crash” deve ancora venire. E verrà non appena la Germania fermerà gli impianti, non appena la Cina inizierà a produrre per sé stessa, allora resteremo con un pugno di mosche in mano e non ci resterà che la lotta:

viviamo in un’economia globalizzata, in cui gli americani sono i consumatori di ultima istanza e il dollaro è ancora il porto sicuro per il plusvalore accumulato dall’intero pianeta. La nuova recessione che i repubblicani stanno impunemente architettando metterà in dubbio di colpo tutti tre i pilastri del McWorld, già assai più traballanti di quanto si pensi: consumo americano, stabilità europea e crescita cinese (Mike Davis, Il Manifesto, 2.8.11).

Capitolo Cina. La transizione da una economia votata alle esportazioni ad una votata al consumo interno ha imboccato la pericolosa via della bolla immobiliare, il delirio orgiastico edilizio fatto di grattacieli che non serviranno a dare abitazione ad alcun cinese ma solo residenze temporanee alla élite arricchita e “global” che viaggia in first class. Di conseguenza, i privati hanno ingaggiato la corsa all’acquisto di immobili, dati gli altissimi prezzi, un vero business in cui investire tutti i denari, anche quelli che non si possiedono veramente. In Cina,

si è sviluppato un vero e proprio sistema bancario ombra grazie alle grandi banche che spostano i prestiti dal loro bilancio verso società fiduciarie fasulle, evadendo i tappi ufficiali sul prestito totale. La scorsa settimana l’agenzia di rating Moody ha riferito che il sistema bancario cinese nasconde un trilione e mezzo di dollari in prestiti sospetti, soprattutto per mastodontici progetti municipali. Un altro servizio di rating ha avvertito che i «cattivi crediti» potrebbero costituire fino al 30% dei portafogli bancari cinesi (Mike Davis, cit.).

Il mondo si regge su due solo traballanti gambe – Cina e Germania – e presto esse stesse, per ragioni diverse, verranno meno. Gli USA festeggiano oggi il superamento della soglia del 100% del rapporto debito/PIL; il downgrade dei Treasuries si fa più vicino. Il risultato finanziario sarà la conseguenza della debolezza della politica di questi giorni.

 

Mike Davis (1946) è teorico dello sviluppo urbano e sociogeografo. Molto conosciuto per le sue prese di posizione politiche, ha al suo attivo numerosi libri. Insegna alla University of California. Tra le sue opere più apprezzate: Città di quarzo (manifestolibri 1991); Cronache dall’Impero (manifestolibri 2004); Geografie della paura (Feltrinelli 1999); I latinos alla conquista degli Usa (Feltrinelli 2001); Olocausti tardovittoriani (Feltrinelli 2002); Città morte. Storie di inferno metropolitano (Feltrinelli 2002).

Spread Btp-Bund a 380 pb e tassi vicini alla soglia del 7%: governo, dove sei?

fonte bloomberg

Da metà Aprile lo spread fra i titoli di Stato italiani e i Bund tedeschi ha un trend di crescita che spaventa. Una curva che si definisce ‘esponenziale‘. Ma quel che più preoccupa, che a sentire gli addetti ai lavori getta letteralmente nel panico i mercati, è il fatto che il tasso dei Btp, ovvero gli interessi pagati ai creditori, sta per raggiungere la soglia del 7%. Il crinale oltre il quale il debito diventa “insostenibile“, come è successo per la Grecia e come accade per il Portogallo.

La prima manovra del governo non è bastata convincere i mercati. Il divario con i titoli tedeschi aumenta anche perché i tassi pagati da Berlino scendono. Una forbice impietosa. I tagli al bilancio pubblico, la maggior tassazione ottenuta riducendo drasticamente le detrazioni fiscali studiate da Tremonti hanno avuto l’effetto disegnato dal grafico in quell’andamento a V: calo sotto i 300 punti base e ritorno in breve tempo ai massimi storici. Nessuno parla del fatto che già siamo condannati a pagare interessi sul debito crescenti senza saperlo. Il discorso di Berlusconi, domani alle Camere, potrebbe essere l’annuncio di una nuova manovra autunnale di altri 20 miliardi di euro con portafoglio aperto in caso di altri crolli borsistici.

E’ un caos. Neanche Obama ha ottenuto un buon accordo: il piano bipartisan per alzare il tetto del debito, in realtà posticipa nel futuro i veri tagli al bilancio pubblico degli USA. I mercati lo sanno, sanno che sarà presto il downgrade dei Treasuries e colpiscono… l’Europa. Già perché la stanno spingendo a riformare drasticamente la propria politica economico-finanziaria. Forse a eliminare l’Euro e gli anelli deboli della cooperazione europea, come noi siamo. Se il nostro paese seguirà la strada dei PIIGS, l’Euro verrà ristretto alla sola area Franco-tedesca. Verrà attuato quel piano dell’Euro forte e dell’Euro debole, un euro del “mediterraneo”, un piano di cui si vocifera e forse presente sulle scrivanie delle Cancellerie europee da molto tempo.

Sarà insomma il caos.

Ci si chiede: dov’è ora la politica? Dove il governo?

[Al mare: le Camere chiudono domani per riaprire il 12 Settembre. E prima della Crisi, viene il pellegrinaggio in Terra Santa].

Crisi del debito: per Paul Krugman ora anche l’Italia è sotto pressione

Tasso Btp Italia a 10 anni

Oggi anche Paul Krugman, nobel per l’economia nel 2008, guru economico dei democrats USA, si è accorto del “caso” Italia. Dalle colonne del The New York Times, di cui è autorevole editorialista, ha scritto un post in cui tenta un approccio alla nostra condizione di debitori incalliti mostrandosi cautamente ottimista sul futuro dell’euro, che non può esistere senza i paesi del sud Europa, come Italia e Spagna. Un pensiero diametralmente opposto a quello di Loretta Napoleoni, economista italiana di fama mondiale, secondo la quale l’euro non sopravviverà a una crisi che coinvolga l’Italia e che la soluzione all’effetto domino del rischio default è proprio quello di una fuoriuscita dalla moneta unica dei paesi insolventi. Ma tant’è, oggi persino l’asta dei Bund tedeschi non ha registrato il tutto esaurito.

Questo il pensiero di Krugman:

The Italian job.

OK, gente, questo sta diventando davvero serio. La Spagna è già abbastanza grave, ma l’Italia …

L’Italia mi ha un po’ perplesso. Da un lato, ha un sacco di debiti (al netto 99 per cento del PIL), e se si guarda ai prezzi e ai salari sembra quasi sopravvalutata come la Spagna. D’altra parte, il deficit in Italia non è così cattivo (5,1 per cento nel 2010, secondo FMI), e l’economia non sembra soffrire tanto quanto ci si aspetterebbe.

Ma ora anche l’Italia è sotto pressione.

Non riesco ancora a vedere una rottura a livello dell’euro. Ma credo che valga la pena di pubblicare un post, ora, a memoria futura, un pensiero che ho adesso: e cioè, che una zona euro ‘dimagrita’, senza l’Europa del Sud, non mi sembra praticabile. Non si tratta di economia di per sé: è l’economia politica.

Una cosa che è davvero essenziale per l’euro per essere trattato come una questione politica è che la Germania non sia troppo dominante. Non si può davvero avere una Unione monetaria nordamericana, perché gli Stati Uniti sono troppo dominanti: o è solo egemonia monetaria americana, o l’America si accolla una inaccettabile perdita di sovranità a favore di soci minori. L’Europa, invece, ha quattro/cinque grandi economie; la Gran Bretagna ha scelto di non esserci, ma ci sono ancora la Francia, l’Italia e la Spagna che condividono la gestione della cosa. Ma la Francia, la Germania, e un paio di fiamminghi e valloni non fanno per niente un partenariato equo.

Solo per dirlo.

E poi, che dire dell’impreparazione dell’Europa? Che dire della pasticciona Angela Merkel e della spoccia del FMI? Un articolo che ho reperito in rete mostra il penoso teatrino dei politicanti europei nonché dei tecnocrati del FMI che stanno ballando ora sul cadavere dell’Irlanda:

– DI GONZALO LIRA – gonzalolira.blogspot.com

La scorsa primavera è stata la Grecia a dichiarare la crisi, poi la scorsa settimana è stata l’Irlanda, e il prossimo sarà il Portogallo.

Ma tutti questi impallidiscono in confronto alla Spagna.

Se dovessi scommettere su quale paese porterà alla fine dell’Euro e forse anche alla fine dell’Unione Europea, dovrei dire che è la Spagna.

Al momento, nessuno parla di Spagna, gli spread spagnoli sono tranquilli come un colpevole in un confronto all’americana in un posto di polizia, sono tutti troppo preoccupati per l’Irlanda, e per la prossima situazione portoghese.

Ma la Spagna è la chiave. La Spagna è ciò a cui si dovrebbe prestare attenzione se volete scoprire cosa accadrà alla Unione Monetaria Europea (EMU), e alla stessa Unione europea (UE).

In primo luogo, un riassunto dell’emozionante episodio della scorsa settimana di Sono una Nazione insolvente –Buttatemi fuori da qui!:

L’Irlanda è stata messa nei guai dagli Euro-bond dopo che il cancelliere tedesco Angela Merkel ha fatto alcune osservazioni non molto intelligenti sulla necessità per i detentori delle obbligazioni irlandesi di dover subire un taglio con la ristrutturazione del debito. I mercati obbligazionari sono andati nel panico e i rendimenti sul debito irlandese hanno cominciato ad allargarsi e poi, ancora una volta, è PanicTime ™ (brevetto in corso) da debito sovrano.

L’Unione europea in collaborazione con la Banca centrale europea (BCE) e il Fondo monetario internazionale (FMI) ha messo insieme un pacchetto di salvataggio, ma gli irlandesi si sono rifiutati di accettarlo, rendendosi conto che avrebbero dovuto rinunciare a parte della loro sovranità conquistata a fatica in cambio di questo salvagente. Per aderire a questo pacchetto, dovrebbero probabilmente tagliare la spesa pubblica, intraprendere “misure di austerità” e probabilmente aumentare la loro preziosa aliquota  del 12,5% di imposta sul reddito, che è stata la carota che hanno utilizzato gli irlandesi per ottenere tanti investimenti esteri negli ultimi dieci anni.

Ma il deterioramento irlandese nei mercati obbligazionari ha cominciato a prendere velocità, infine, nella notte di domenica, dopo una settimana di tentennamento, il primo ministro irlandese Brian Cowen ha chiesto ufficialmente all’Unione europea di essere tirato fuori dai guai.

(Una breve spiegazione per il profano, il motivo per cui i mercati obbligazionari sono così importanti è perché l’Irlanda ha un disavanzo in corso e ha bisogno di vendere titoli, cioè prendere in prestito denaro per finanziare il suo deficit fiscale. Se i mercati obbligazionari non hanno molta fiducia che l’Irlanda rimborsi le obbligazioni che emette, allora il prezzo delle obbligazioni irlandese si abbassa, il che significa che il loro rendimento si alza. In altre parole, l’Irlanda sarà costretta a pagare di più per i soldi che sta prendendo a prestito. Più deve pagare per prendere in prestito denaro, maggiore è il deficit, finché alla fine, si arriva al punto in cui non si può prendere in prestito denaro sufficiente a coprire il deficit: In altre parole, si va in rovina. Questo era quello che stava succedendo all’Irlanda, in parole povere.)

Proprio come con la Grecia, i funzionari europei hanno fatto una colossale cazzata con il pacchetto di salvataggio per l’Irlanda. Si scopre che, lungi dall’aver messo insieme un pacchetto dettagliato che possa essere rapidamente attuato e quindi ristabilire la fiducia, la troika UE/BCE/FMI ha soltanto una struttura fragile per il salvataggio irlandese. La decantata Infrastruttura di Stabilità Finanziaria Europea (European Financial Stability Facility)? Non è ancora nemmeno completamente finanziata!

Così lunedi i mercati erano giubilanti: “L’Irlanda è salva!La crisi è scongiurata! “. Tuttavia oggi, martedì, sono giù di corda, in quanto è sempre più chiaro come siano impreparati i funzionari europei. Il loro “pacchetto di salvataggio” è vago sui dettagli, per usare un eufemismo.

Abbinato a questo, l’annuncio di una richiesta di salvataggio ha scatenato una tempesta di fuoco politica nei partner della coalizione di Cowen in Irlanda, il Partito dei Verdi è uscito dal governo, e le elezioni sono ora in programma per gennaio. Ci sono anche appelli dal partito di Cowen per le sue immediate dimissioni.

Come se questo non fosse già abbastanza grave il FMI che cosa si prepara a fare? Perché mai, con squisita cecità politica invia il chiaro messaggio che l’Irlanda è costretta a strisciare se vuole il salvataggio? John Lipsky, un tipo arrogante al FMI, dichiara alla Reuters che “Il nostro lavoro lì [in Irlanda] è tecnico, non politico. Le decisioni devono essere fatte dal governo [irlandese]“. In altre parole, il FMI non ha intenzione di negoziare con l’Irlanda, sta andando a dettare legge.

O in altre parole, il FMI sta dicendo: Chiedete la carità, puttane irlandesi!

Quindi, qualsiasi pulizia efficace della situazione irlandese  sta prendendo  un po’di tempo, assumendo effettivamente che essa abbia luogo. E proprio come il salvataggio greco della primavera scorsa, sarà disordinato disordinato disordinato: mezze misure, tentennamenti, dati “aggiustati”, fino a che i funzionari europei liquideranno  il problema gettandoci dentro due volte i soldi originariamente previsti. Potremmo anche chiamare il film ora interpretato a Dublino: Farlo alla Greca, Parte II: Irlanda!

Per aggiungere beffa al danno, tutto questo teatro politico-economico non ha arrestato l’onda che più preoccupa l’UE e la BCE: il Contagio.

Tutti le più piccole e più deboli economie europee nel UEM sono nella stessa barca, come l’Irlanda: sono tutti insolventi. Non solo il PIIGS-Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna, ma anche in Belgio, e forse anche la Francia, se ci facciamo animo e guardiamo i numeri.

Proprio ora, però, il contagio ha raggiunto Portogallo, il prossimo anello più debole nella catena europea:

I rendimenti del debito portoghese si stanno ampliando di circa 50 punti base questa mattina, al 4,328% rispetto a bund tedeschi (a 10 anni), anche dopo che il governo portoghese ha attuato un secondo pacchetto di austerità lo scorso ottobre, a seguito dei tagli di spesa che a maggio non ha convinto i mercati obbligazionari.

Questo perché i portoghesi hanno un enorme deficit di bilancio: il 9,4% del PIL. Stanno tagliando la spesa, e stanno anche aumentando le tasse, ma ancora troppo, i loro rendimenti obbligazionari sono in aumento: Il mercato non crede che il Portogallo ce la farà ad attraversare questa crisi intatta. Proprio come la Grecia, così come l’Irlanda, il Portogallo avrà bisogno di essere salvato.

E così ciò prepara la strada per le ansie del mercato obbligazionario che può concentrarsi sul reale elefante in salotto:

La Spagna.

Secondo i numeri del FMI per il 2009, il prodotto interno lordo della Grecia è stato di 331 miliardi dollari, dell’Irlanda era 221 miliardi dollari, e per il Portogallo è stato 233 miliardi dollari.

Ma il PIL della Spagna nel 2009 è stato di 1468  miliardi di dollari. Circa due volte la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo combinato. In altre parole, quasi la metà del PIL della Germania.

E quanto vale il deficit di bilancio della Spagna? L’anno scorso, è stata ufficialmente pari al 7,9% del PIL, il doppio del limite UE. Numeri non irlandesi o portoghesi o molto meno di quelli greci, ma ancora lassù, ufficialmente.

Perché dico “ufficialmente”? E ora put “ufficialmente” in virgolette? A causa di un anonimo documento molto preoccupante, pubblicato lo scorso 30 settembre.

Scritto da un economista locale, ha detto in sostanza che i numeri del PIL spagnolo per il 2009 sono stati manipolati, poi è andato avanti e ha mostrato i perché e i come di questa analisi. FT Alphaville [un servizio di notizie e commenti creato dal Financial Times. N.d.T.] ha originariamente lanciato il pezzo che fu poi raccolto da tutti, facendoli andare fuori di testa. Ma poi quelli di Alphaville hanno ritrattato il documento sotto pressione politica, Scusandosi della loro viltà, dicendo “la vita è troppo breve”.

(A proposito, qualcosa di simile è accaduto a me con Insider Business di Henry Blodget, Quando ho fatto notare che Paul Krugman stava essenzialmente sostenendo la guerra come soluzione di stimolo fiscale, hanno messo il mio pezzo, salvo poi ritirarlo come farebbe un marito tenuto per le palle dalla propria moglie. Un sacco di siti di blog rivendicano se stessi  come “senza paura nel dire la verità”, ma quando arriva il momento critico, un sacco di gente che opera in questi blog non mostra di avere le palle.)

Il documento anonimo spagnolo ha fornito un’analisi credibile, a cui io per primo credo. E considerando la merda della situazione greca per quanto riguarda i dati falsi sul PIL, e conoscendo quella spagnola non sarei molto sorpreso che i dati relativi al PIL spagnolo siano stati falsificati a Madrid, al fine di far apparire tutto in ordine.

Ma anche se così non fosse, non è che i numeri ufficiali dipingono un quadro roseo: la Spagna ha quasi il 20% di disoccupazione, quasi il 10% del disavanzo annuale di bilancio al PIL, e non è chiaro in che modo uscire fuori da un tale buco. Gran parte della crescita spagnola negli ultimi dieci anni è stata alimentata dallo bolla immobiliare, che non può continuare ad essere una buona strada per gli spagnoli.

Ora, la Spagna ha una crisi  in stile greco/irlandese, in altre parole se vi è una fuga dal debito spagnolo, Quanto denaro devono sborsare UE / BCE e FMI per salvare la Spagna?

Diamo un’occhiata a Grecia e Irlanda:

Originariamente si pensava che 45 miliardi di euro sarebbero stati sufficienti per salvare la Grecia, ma il conteggio finale per la sagra paesana sembra essere qualcosa di simile a 90 miliardi (circa 122 miliardi di dollari). In questo momento, il salvataggio di Irlanda sta diventando qualcosa di simile nei prossimi 3 anni a  90 miliardi di euro, supponendo, naturalmente, che non ci siano incubi nascosti nel settore bancario irlandese, che è la ragione per cui l’Irlanda sta andando sotto.

In entrambi i casi, in sostanza, tre volte il deficit annuale è stata la cifra approssimativa per i salvataggi europei.

Pertanto, per salvare la Spagna e colmare il suo buco fiscale di bilancio nei prossimi tre anni costerebbe 450 miliardi di euro minimo. Che sono circa 600 miliardi di dollari.

Guardate la cifra di nuovo, guardatela da vicino, senza fretta:

€ 450.000.000.000.

Questo è il doppio del PIL irlandese totale per il 2009.

Al fine di capire quanto avrebbe dovuto addossarsi ciascuna delle parti di questi 450 miliardi, Bruce Krasting, in alcuni scambi di e-mail private, pensava che le percentuali che l’Unione europea, la BCE e il FMI si stavano caricando sulle spalle per i salvataggi greco e irlandese avrebbero potuto servire da modello.

Abbastanza corretto: se andiamo alle percentuali greche e irlandesi, allora circa un terzo di quel costo di 45 miliardi per salvare la Spagna sarebbe sulle spalle del FMI e come tutti sanno, gli Stati Uniti contribuiscono per il 20% ai soldi del FMI.

Così gli Stati Uniti sarebbero in lista per 30 miliardi di € (40 miliardi dollari), per salvare la Spagna.

Allora Then Bruce ha espresso il suo verdetto: “Gli Stati Uniti stanno per dire ‘Sì’ a quello e ‘No’ alla California? In nessun modo. Non succederà con questo nuovo Congresso”.

BK è un tipo sveglio. Sono completamente d’accordo con la sua analisi: in nessun caso gli USA tireranno fuori 40 miliardi dollari per salvare la Spagna.

Pertanto, la partecipazione del FMI ad un salvataggio spagnolo sarà fortemente ridotta, se non marginale. Quindi, il salvataggio della Spagna sarà un affare strettamente europeo.

L’Europa ha 450 miliardi per salvare la Spagna? Cioè, la Germania ha 450 miliardi di € per salvare la Spagna?

No non è così. Non ha i soldi per un salvataggio, e anche se lo facesse, non ha la volontà politica di far passare un tale piano di salvataggio.

Punto.

Ma anche se, per qualche monumentale miracolo finanziario accoppiato ad un altrettanto monumentale miracolo politico, l’Europa in qualche modo riuscisse a trovare i soldi per salvare la Spagna senza deprezzamento dell’euro?

Che cosa allora?

L’economia spagnola non potrà migliorare in tempi brevi, e neppure le economie degli altri paesi più piccoli come Grecia, Irlanda, Portogallo e Belgio. Non fino a quando sono bloccati nell’Euro, e sono quindi impossibilitati a svalutare, al fine di stimolare la crescita e gli investimenti.

Pertanto, credo che se e quando vi sarà una fuga dal debito sovrano spagnolo, e la Spagna si troverà nella condizione di dover essere salvata come Grecia e Irlanda, quello sarà il momento cruciale  per l’Europa: che porterà ad un inevitabile riallineamento dell’economia europea, e del continente europeo.

Nel migliore dei casi?

Anche se rimangono all’interno dell’Unione europea, le economie più deboli escono dall’UEM per tornare alla moneta locale, che ben presto svalutano, mentre i loro debiti sovrani in euro sono ristrutturati e ripagati nel tempo. L’euro diventa la valuta di Francia, Germania, Olanda, Finlandia e Austria. Caso peggiore?

Posso immaginare un certo numero di casi più gravi, tutti diversi, tranne che per una cosa in comune: saranno tutti malvagi.

Gonzalo Lira
Fonte: http://gonzalolira.blogspot.com
Link: http://gonzalolira.blogspot.com/2010/11/for-europes-future-spain-is-all-that.html
Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ETTORE MARIO BERNI

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=7713