Showbiz e le 5 Stelle

ImmaginePrendete due signore. Magari vostre conoscenze, oppure no. Le portate in piazza Montecitorio e dite loro di interpretare il ruolo delle passanti arrabbiate con la politica. Definite l’obbiettivo e glielo spiegate. Bisogna far vedere che la piazza è contro la scissione dei 5 Stelle. Nei pressi stazionano sempre le telecamere. E’ lo show businness della politica. Il circo mediatico. Ora, le due signore devono occupare il piccolo squarcio di realtà che la telecamera intercetta. Lo devono fare possibilmente impiegando i pochi istanti per veicolare un messaggio. Il messaggio è: bravi i 5 Stelle ‘fedeli alla Linea’ del duo Comico (Grillo-Casaleggio). Cattivi gli altri: i criticoni espulsi, e Civati. Lui, l’ispiratore, il cane da riporto di Bersani. Lui deve essere colpito sul voto di fiducia al governo Renzi. Pippo che non lascia il Pd per fare un nuovo partito (ma non erano tutti morti, i partiti? come si concilia l’odio verso il partitismo con questa ansia affinché Civati ne fondi uno tutto suo? non è forse irrazionale?) e che quindi, scanzianamente, non ha le palle. Una narrazione che piace ai duri e puri, diciamo. Ne fai un video, poi lo pubblichi sul web, cominciando dalla tua infrastruttura. Così accade. La sera del 5 Marzo, i tweet più popolari in materia erano questi tre, un indicatore del flusso che ha prodotto la notizia:

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Il video – scrivono su Il Fatto Q – è diventato virale in poche ore. Civati contestato da due donne. Te ne dovevi andare, dice quella più esagitata. Rivolta saggiamente verso la telecamera, poco prima che Civati venisse intervistato dai giornalisti, al momento più opportuno, ovvero all’apice rossiniano della sua filippica, lancia la velenosa insinuazione. Tu non ha le palle. Punto, set, partita.

Il video compare dopo poche ore sul sito del giornale di Padellaro. La donna con il cappello rosso diventa la “nuova Annarella”. Fantastico, questo popolo. Così espressivo, così immediato e informato e attento. E soprattutto arrabbiato. Un ritratto perfetto.

Peccato che, chi ha ideato la messinscena (sì, questa è pura mimesis), deve essersi trovato a corto di imitatori di passanti. E allora, il giorno dopo, quando c’era invece da far percepire il favore del popolo verso i 5 Stelle fedeli, viene ripresentata la stessa signora, Annarella bis, curandosi solo di cambiarle abito. Ma è sempre lei, ed è sempre lo stesso modus operandi: interruzione di una intervista, occupazione dell’inquadratura, mandando il messaggio richiesto. Il video, questa volta, fuoriesce dalla bolla consueta dell’area 5 Stelle e contamina niente meno che il sito de Il Corriere. Un altro punto a loro favore.

Il video de Il Corriere: http://video.corriere.it/d-inca-m5s-non-sono-espulsioni-ora-lascino-posto-ad-altri/bc641904-a537-11e3-8a4e-10b18d687a95

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Annarella bis ha il cappello blu. Cattura l’inquadratura del Corriere lanciandosi in una accorata difesa del capogruppo dei 5 Stelle alla Camera, D’Incà. Questa volta si dichiara elettrice del Movimento. E sul sito del Corriere viene definita sostenitrice dei 5 Stelle. “Al sig. Campanella e ai suoi alleati, volevo dire che se ne devono andare”, “siete la vergogna”, “traditori”, dice la signora rivolta agli espulsi a 5 Stelle. Non manca una stoccata a Civati: “i gongoloni facciamoli fare a Civati, a Renzi, a Letta che c’ha le palle d’acciaio”.

Stasera, il Fatto Tv ha rettificato con un filmato che evidenzia la strana compresenza della donna, come contestatrice di Civati, e come sostenitrice di D’incà. Basta questo aspetto per rendere manifesta la superficialità con la quale accettiamo un certo tipo di informazione, e come questa informazione sia subdolamente influenzata. Rappresentare un consenso/dissenso così viscerale, non equivalente alla realtà, è un sordido trucco da quattro soldi.

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#M5s | Di Battista e l’estetica dell’espulsione

Per il Movimento, scrive Di Battista, “stare fermi è la morte assoluta”. Che significa stare fermi? Stare fermi è il contrario del fare. Stai fermo se pensi, se ti soffermi a pensare, a tentare di capire. Non puoi stare fermo. Devi agire (devi fareeh!) e fidarti di chi sta sopra di te. Il Movimento è militanza nel senso estremo del termine: chi milita, in un certo senso, compie un atto di fede (lat. militare, da mìles, esercitare la milizia, fare il soldato – via etimo.it).

Il soldato Di Battista accusa i quattro dissidenti (Battista, Orellana, Bocchino, Campanella) di aver esercitato “in modo organizzato, [virgola aggiunta n.d.r] la logica del dolo, la malafede, il sabotaggio di tutte le grandissime battaglie che abbiamo portato avanti come gruppo”. I dissidenti, non fidandosi, sono in malafede. Ogni volta che c’era da lanciare una battaglia (il soldato è sempre pronto), uno dei quattro si interponeva con la propria “zavorra professionale” (virgolettato nel testo). La critica argomentata è zavorra, è sovrappeso. Il soldato è leggero, corre verso la morte per la causa, non può permettersi di avere dubbi prima di immolarsi. Il dubbio, esattamente come la discussione nella dottrina del Fare, è perdita di tempo, è pericoloso. Poiché mette a rischio il progetto, esso deve essere espulso dall’orizzonte fenomenico.

Nello stato di eccezione è la legittimità dell’opinione altrui ad essere sospesa. Non si tratta più solo di disobbedienza rispetto alla linea di partito. Non è più solo contestazione per una decisione imposta dalla maggioranza. In questo caso si previene il dissenso, eliminandolo in potenza. Dissenso è anche solo permettersi di contribuire con la propria “zavorra professionale”. “Quando perdo”, scrive Di Battista, “so che la decisione dell’assemblea è sacra in quanto frutto di un vero processo decisionale, frutto dell’intelligenza collettiva”. La decisione della maggioranza, in quest’ottica, diventa coercitiva. Non può essere manifestata, ergo non può esistere, opinione divergente. Quando la decisione è presa, la minoranza è annientata e il movimento-partito si muove come un sol uomo.

Siamo in guerra, una guerra democratica, fatta di informazione, partecipazione, amore per la politica. Ma di guerra si tratta (Pagina Fb Alessandro Di Battista).

La guerra non è mai democratica. La guerra è soppressione dell’alterità. In questo caso, è l’opinione a essere fuoco amico: “io non posso lasciare la trincea sapendo che mentre sferro un attacco (ripeto, le nostre armi sono e saranno solo informazione, impegno, studio e partecipazione alla politica) qualcuno mi sparerà, scientemente e volutamente alle spalle”. Le armi di Di Battista non possono essere usate per dissentire contro Di Battista. Ma, inevitabilmente, l’arma dell’informazione, usata contro un nemico politico, non è più tale ma è mera propaganda.

La trincea è anch’essa immobilismo. Nella trincea muori senza combattere. E chi combatte la Casta, freme di trovarsi a tu per tu con il nemico. La Casta è sempre pronta ad arruolare nuovi politicanti (“Il palazzo è una vasca di squali, trasforma cittadini in onorevoli, in statisti da 4 lire”). I 4 statisti da quattro lire vanno sacrificati in vista della missione speciale, le Elezioni Europee. E’ duro e doloroso lasciare sul campo quattro ex compagni, ma la loro dipartita è male necessario. Il sacrificio di un compagno è quindi giustificato con il prospettarsi di un traguardo politico prestigioso. La causa (elettorale) prevale sul buonsenso e il dialogo. Appunto, da ideologica (la guerra contro la Casta), la causa si fa meno nobile (prender più voti). Sembrerebbe un paradosso e forse lo è.