Gli Scanzi del mestiere

Dispiace cominciare questo post con un gioco di parole, ma tant’è, oramai l’ho fatto: ed è così perché ho – ancora – qualcosa da dire circa la caracollante critica di Andrea Scanzi a Pippo Civati.

Il giornalista esperto in pentastellati, ieri su Facebook, ha scritto che “la cancellazione (finta) dell’Imu sanciva un’altra sconfitta” di Civati. Ne è seguito un botta e risposta in cui Scanzi ha precipitosamente ribadito che la battaglia di Civati nel PD è una battaglia persa, è “masochismo”:

O Civati è masochista, o il suo martirologio è calcolato. In entrambi i casi, o esce dal partito (dopo essersi tolto lo sfizio di arrivare secondo o terzo nella corsa per diventare il “Segretario di Pirro” alla corte di Renzi) o si copre definitivamente di ridicolo. Giustificando peraltro le accuse di carrierismo furbino (I dolori del sondatino Civati, Il Fatto Q).

Saprete della prosa scanziana, molto affine alla cifra stilistica di Travaglio e di Grillo (o chi per esso): nomignoli, analogie ventilate, parolette, parolacce, e via discorrendo. Ecco, a me tutto questo glossario arzigogolato, questa necessità di voler inserire in ogni riga uno “zebedei” (cito, testuale: “Tirali fuori, prima o poi, gli zebedei. Esci dal Pd, mettiti in gioco e prova a costruire qualcosa di realmente alternativo. Se ce la fai”), sembra più assimilabile al lessico di un cabarettista astioso che a quello di un giornalista. Che tipo di giornalismo è quello che cerca in tutti i modi di far passare un tentativo di rinnovamento del PD in qualcosa di deprecabile? Rispondo subito: è militanza, non giornalismo. Ma il caro Scanzi non ve lo dice mai.

Scanzi tratteggia Civati assorto nei suoi raziocinanti progetti di un “carrierismo furbino”, sempre tentennante fra la scelta di uscire dal PD e far successo personale fondando un micro partito a sinistra, e il successo personale che otterrebbe con la vittoria di Pirro alle primarie congressuali. Mi sembra semplicemente falso. Mi sembra una rappresentazione terroristica, la sua: dinanzi alla possibilità che l’elettorato e i militanti di base del Partito Democratico facciano realmente contare il proprio peso al prossimo Congresso, il giornalista prospetta al lettore la possibilità che i propri eventuali sforzi nel sostegno a Civati vadano a sbattere contro l’arcinemico, l’Apparato, ovvero l’inamovibile (e “fantozziana”) classe dirigente del PD che – ricorda Scanzi – comanda il partito da vent’anni. Inutile spiegare a voi che accettate aprioristicamente il disegno scanziano, che se quella dirigenza è ancora al suo posto, è semplicemente perché (quasi) nessuno ha mai cercato di cacciarla, soprattutto mai nessuno ha chiesto a voi personalmente – come invece fa Civati – di partecipare a questo processo storico di rimozione delle macerie del passato.

E qui che risiede la novità – taciuta, passata sotto silenzio, ammantata di un personalismo di cui contemporaneamente se ne lamenta l’assenza: la mozione Civati vuol essere collettiva, vuol mettere gli esclusi al centro del partito, vuol aprire le sacre (e vuote) stanze degli arrugginiti circoli del Partito Democratico e far sì che contino nel processo decisionale.

Non mi sembra così di esser altrettanto partigiano. Ma la prospettiva scanziana della formazione di un neo-corpuscolo partitico a sinistra mi ricorda molto Paolo Flores D’Arcais e la sua storia politica, il suo lobbismo disperato per la ricostituzione di una minoranza laburista. E mi sembra, allo stesso tempo, un piano strategico affinché il PD rimanga sempre quello che è ora, al fine di poter ripetere – come un mantra religioso – “sono tutti uguali, sono tutti da mandare a casa” e così capitalizzare ancora sulla rabbia e sull’indignazione.

Annunci