Carceri, il project financing non è una novità – esiste in Italia dal 2000

Nel Decreto liberalizzazioni, presumibilmente all’articolo 43 (o 44 a seconda della bozza in circolazione), viene introdotta – secondo alcuni – la privatizzazione delle carceri, una novità deprecabile, qualcosa che assomiglia al tanto perverso e invasivo sistema carcerario statunitense. Uno sporco businness, che in un paese come il nostro si trasformerà in un cedimento totale della legalità: ecco come la Mafia e la Camorra e l’ndrangheta si faranno il carcere da soli.

Cosa potrebbe accadere se la Mafia o la corruzione entrasse nel giro d’affari delle carceri d’oro?
Chi ci garantirà che vengano mantenuti gli standard di sicurezza ed i diritti umani previsti dalla legge?
Trasformando la detenzione in business, chi garantirà che la “domanda” (ovvero la richiesta di prigionieri da parte dei nuovi investitori)  non subisca distorsioni o pressioni dal mondo della finanza, così come avviene oggi con lo spread? Siamo sicuri che, un giorno, non riceveremo ricatti del tipo: se non mi porti più detenuti, allento le maglie della sicurezza (quindi incentivo la fuga)? Chi sarà responsabile della fuga dei detenuti, il proprietario dell’infrastruttura o lo guardie carcerarie ? (Privatizzazioni:le carceri nelle mani delle Banche | Informare per Resistere).

Tutti questi interrogativi sono legittimi, se fossero datati 23 Gennaio 2000. Sì, 2000. Poiché il project financing in ambito carcerario è presente nel nostro ordinamento normativo già con “la finanziaria del 2000 (la 388/2000)” che fu “voluta dal governo dell’Ulivo”; essa “aveva introdotto l’amministrazione penitenziaria l’opzione della locazione finanziaria: la possibilità, cioè, che il capitale privato si inserisca nella gestione e nella valorizzazione dell’investimento pubblico” (Varese News). La formula della locazione, o leasing, o project financing, comporta due fatti:
  • che lo Stato non si accolli direttamente i costi della costruzione ma si limiti a pagare al privato costruttore un fisso annuale;
  • in sostituzione del fisso annuale o canone, al privato che ha investito vengono conferiti direttamente i servizi correlati alla detenzione: vitto, alloggio, lavanderia, istruzione carceraria, eccetera.

Sono stati costruiti con questo sistema (e si spera ultimati) nel 2006-2007 ben due carceri: a Varese e a Pordenone. La situazione carceraria italiana non lascia dubbi circa l’esigenza di costruire nuovi edifici e di riqualificare quelli esistenti. I dati del Ministero della Giustizia riportano un indice di affollamento di circa il 150%, con picchi del 200% in 15 strutture, dato ottenuto mettendo in rapporto i 66897 detenuti con i 45700 posti totali disponibili sull’intero paese (dati Ministero della Giustizia, aggiornati al 31/12/2011). I casi della Puglia e della Lombardia sono lampanti.

Chiarito che l’intervento dei privati non significa automaticamente corruzione e tangenti e che il paese ha bisogno di rispondere al problema carcerario, resta da comprendere se davvero l’investimento privato può essere efficiente o se invece il progetto rischia di essere un flop. Intanto bisogna precisare che il malcostume italiano di veder lievitare il costo delle opere pubbliche è stato rispettato anche nel caso della costruzione del carcere di Pordenone: “inizialmente previsto in base ad un programma ordinario di finanziamento, sarebbe dovuto costare 20 miliardi di vecchie lire […] con il project financing la cifra è salita di circa tre volte, 60 miliardi” (Varese news, cit.). In fondo si tratta sempre di denaro pubblico. Il nodo del problema è sempre il medesimo. E non andate tanto lontano a cercare i responsabili di ciò: la lievitazione dei costi è stata permessa dalle medesime persone che hanno autorizzato l’investimento, ovvero i politici e gli amministratori pubblici. I 40 milioni in più spesi a Pordenone sono il costo della corruzione.

Il sistema del project financing è impiegato nel mondo anglosassone, e in Inghilterra in modo prevalente, sin dal 1992, con investimenti di circa 60 milioni di sterline a progetto. Ma si tratta del Regno Unito, non dell’Italia. Il nostro problema  non è affidare la costruzione delle carceri al capitale privato, ma affidare la cosa pubblica a questa classe politica. Da ciò nasce tutto il male.

Brigatista e schizofrenica. La morte di Diana Blefari.

Se sei brigatista e schizofrenico, per la magistratura sei brigatista e basta. Diana Blefari, neo br della stagione degli omicidi D’Antona e Biagi, è morta suicida. Ma non era una detenuta qualunque. Diana era schizofrenica. Era in isolamento e la malatia mentale l’ha divorata. Non c’entra il sovraffollamento delle carceri, come si dice da qualche parte. Non c’entra il fatto della conferma della condanna all’ergastolo. Diana viveva oramai in una realtà distorta, questi aspetti erano amplificati dalla sua visione delirante: lo schizofrenico si sente perseguitato, tutto congiura contro di lui, l’altro è un nemico da combattere e rifiutare, il mondo pieno di insidie e di voci sospettose che minacciano l’unica verità incontrovertibile del’io. Lo schizofrenico non dovrebbe essere abbandonato a se stesso, poiché sé stesso è la malattia da cui difenderlo. Non capire questo è stato un errore. Quale funzione rieducativa e di recupero ha allora il carcere, se per prima cosa la malattia mentale è sottovalutata e sottoposta all’aspetto punitivo?

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    • E’ polemica sulla morte in cella di Diana Blefari Melazzi.

    • A stabilire che «fosse non incompatibile con la detenzione carceraria, tenuto conto del suo stato psicofisico, è stata la magistratura», ribatte il ministro della Giustizia Angelino Alfano

    • «Là dove si trovava detenuta – afferma Alfano – le condizioni ambientali non erano denotate da sovraffollamento o da situazioni poco dignitose»

    • I difensori di Diana Blefari, intanto, attaccano: le valutazioni sul suo stato di salute sono state condizionate dal fatto che era una Br e non dal suo reale stato di salute, dice l’avvocato Valerio Spigarelli

    • «Diana Blefari Melazzi poteva essere curata e poi riportata in carcere. Non c’é stata prevenzione, ma ha prevalso l’aspetto punitivo», ha ribadito Caterina Calia, altro difensore dell’ex br.

    • «Una morte annunciata», ha detto subito il presidente dell’associazione Antigone, Patrizio Gonnella, che si batte per i diritti nelle carceri. «Aveva senso tenere in carcere una persona che stava così male?». Perché da tempo Blefari «schizofrenica e inabile psichicamente», passava le sue giornate, come ricorda il garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, «in completo isolamento, in una cella singola, per la maggior parte del tempo a letto e al buio rifiutando spesso cibo e medicine», senza rapporti con altre detenute e operatrici volontarie.

    • Blefari dal 21 ottobre era arrivata dal carcere fiorentino di Sollicciano dopo essere passata anche nell’ospedale psichiatrico di Montelupo Fiorentino e nel penitenziario dell’Aquila.

    • Il legale ricorda le numerose perizie psichiatriche a cui era stata sottosposta la terrorista per verificare la sua capacità di stare in giudizio. Secondo la difesa, Blefari soffriva di una grave patologia psichica e più volte le stesse difese avevano sollecitato il riconoscimento di tale situazione.

    • La procura di Roma potrebbe riesaminare l’intero iter giudiziario della Blefari in considerazione della sua presunta patologia psichica, come emerso in questi anni dalle numerose richieste di consulenze

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    • quest’anno sono già 147 i detenuti che hanno perso la vita dietro le sbarre, più del 2008 (142), più del 2007 (123) e del 2006 (134).

    • in carcere si muore soprattutto per suicidio: Domenico Improta, 29 anni, che ieri a Verona si è impiccato con la sua maglietta, è stato l’ultimo

    • Aziz, un marocchino di 34 anni morto nel carcere di Spoleto il 3 gennaio, era stato il primo

    • Sessantuno casi di suicidio che fanno già del 2009 l’anno più nero dal 2001 ad oggi.

    • 64.979. Tanti sono infatti i detenuti nelle carceri italiane, che da regolamento potrebbero contenere soltanto 43.074 ospiti e che, a voler chiudere un occhio sulle brande ammassate nelle celle e sui turni per dormire, potrebbero “tollerare” fino a 64.111 detenuti

    • 800 in meno di quanti sono oggi dietro alle sbarre. Siamo oltre il tollerabile, insomma, come recita il titolo dell’ultimo rapporto curato dall’associazione Antigone. Il tollerabile di una situazione diventata emergenza stabile

    • nel frattempo, grazie al combinato disposto Lega-Tremonti fra tagli al bilancio e sicurezza da spot, nelle carceri italiane si assiste ad uno strano fenomeno. Mentre aumentano i detenuti (a gennaio erano 59.060 oggi sono 64.979) a diminuire sono gli agenti di polizia penitenziaria: a gennaio in servizio ce n’erano 39.156, a fine agosto erano già 38.549 di cui soltanto 35.343 al lavoro negli istituti

    • le scoperture nell’organico sono il 15% rispetto al personale previsto (41.268). La situazione peggiore è quella della Liguria dove lo scoperto raggiunge il 33%, mentre nel Lazio è “soltanto” del 20%.

    • Prendiamo il caso di Rebibbia

    • «Il Dap è gravemente colpevole – accusava ieri Leo Beneduci, segretario dell’Organizzazione Sindacale Autonoma della Polizia Penitenziaria – per una insostenibile carenza di organico che a Rebibbia femminile è arrivata al 40%».

    • «Attualmente – ha proseguito Beneduci – ci sono 330 detenute, di cui 88 nel reparto dove era detenuta la Blefari. Le agenti dovrebbero essere 164 ma sono 110. E questo perché il Dap continua a distaccare personale femminile per impiegarlo in servizi amministrativi.

    • Proprio sabato, quando due agenti sono rientrate da L’Aquila, altre tre sono state distaccate al Dap

    • Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria

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