Nicola Cosentino salvo ancora grazie alla Lega

Tratto da il Fatto Quotidiano

Con 298 sì e 309 no, la Camera dei deputati ha negato l’autorizzazione all’arresto di Nicola Cosentino, ex sottosegretario all’economia dell’ultimo governo Berlusconi e attuale coordinatore regionale del Pdl in Campania. Il deputato di Casal di Principe è accusato dai pm napoletani di concorso esterno in associazione mafiosa, per i legami intrattenuti con i clan dei Casalesi.

Il voto è avvenuto a scrutinio segreto, ma determinanti per salvare Cosentino sono stati i voti della Lega, che sulla questione si è spaccata al suo interno. Dopo la divisione tra Maroni (che voleva votare sì all’arresto) e Bossi (“Non c’è nulla nelle carte, ciacuno voti secvondo coscienza” ha detto il Senatur), stamane la spaccatura è stata la riunione del Carroccio alla Camera, dove ci sono stati attimi di vera tensione. Ad un certo punto – viene raccontato – Roberto Paolini ha citato Enzo Carra e il caso delle ‘manette spettacolo’. Un riferimento storico (il portavoce di Arnaldo Forlani fu arrestato per falsa testimonianza e quelle immagini delle manette fecero il giro del mondo) per avvalorare la tesi della necessità di respingere gli ‘arresti facili’ che ha provocato la reazione di un gruppo di leghisti. A venire quasi alle mani Giampaolo Dozzo e Roberto Paolini. I due esponenti del Carroccio sono stati divisi dopo qualche momento di tensione. “Ma è vero che ti ha chiamato Berlusconi?” è stata la ‘risposta’ di alcuni deputati. E’ così che si è sfiorata la rissa tra i due, con alcuni esponenti del partito di via Bellerio, come Davide Caparini, intervenuti per dividere i ‘duellanti’. La discussione è stata molto animata. Umberto Bossi – riferiscono fonti parlamentari del Carroccio – ha preso inizialmente la parola spiegando che dalle carte non si evince nulla nei confronti del coordinatore campano del Pdl. Il ‘Senatur’ ha premesso che la gente del nord è per l’arresto, ma che occorre lasciare libertà di coscienza, proprio perché a suo dire non c’è alcuna prova di colpevolezza. Poi a prendere la parola è stato Roberto Maroni che, spiegano fonti del Carroccio, si è limitato a raccontare gli esiti della segreteria della Lega di lunedì, sottolineando di non essere stato l’unico a voler votare sì all’arresto del deputato Pdl. Bossi ha tirato le somme, evidenziando che non c’è alcun ‘fumus persecutionis’ ma ribadendo che ogni parlamentare potrà decidere autonomamente in Aula. “Si gioca sul filo dei voti, abbiamo recuperato più di trenta parlamentari”, dicono dal Pdl.

Nicola Cosentino, tutti i nomi di chi ha negato l’autorizzazione a procedere.

Nicola Cosentino, sottosegretario di questo governo, deputato della Repubblica, accusato dai pm di Napoli di collusione con il clan dei Casalesi, e per questo oggetto di richiesta di arresto, ha tranquillamente passato l’esame della Giunta per l’Autorizzazione a Procedere della Camera.

Le motivazioni addotte dai parlamentari facenti parte della Giunta per le autorizzazioni sono alquanto fumose e prive di fondamento. Undici i contrari, sei i favorevoli. Ha votato contro l’autorizzazione anche la Lega nella persona dell’on. Luca Rodolfo PAOLINI:

crede che la concessione dell’arresto sarebbe un atto ingiusto, con cui si otterrebbe di restringere in carcere un soggetto a carico del quale si è proceduto con metodi da inquisizione spagnola, senza il benché minimo elemento fattuale. Crede che sia domandata a Nicola Cosentino una probatio diabolica, quella cioè di essersi dissociato da un sodalizio criminoso di cui non è mai stato parte. Voterà contro l’arresto.

Avete letto bene. Secondo il leghista Paolini, si sarebbe proceduto contro Nicola Cosentino, accusato di collusione con la camorra, con metodi da inquisizione e senza il benché minimo dato fattuale. I casi sono due: o Paolini non è un vero e proprio leghista, oppure il leghismo ha fatto il suo tempo, quel leghismo del cappio e della Roma ladrona, della secessione e del sud dei terroni. Ci sarebbe da riflettere su questo trasformismo, in atto oramai da anni e che oggi ha raggiunto il suo compimento, la Lega che salva il presunto camorrista Cosentino. Chi l’avrebbe mai detto.

L’unico astenuto, il parlamentare PD in quota Radicale, Maurizio Turco, il quale si è espresso incredibilmente in accordo con Paolini, ovvero:

dichiaratosi d’accordo in via di principio con le asserzioni del collega Paolini, sottolinea però che queste valgono per tutti e non solo per i parlamentari. Data lettura di un’intervista resa al Corriere del Mezzogiorno del 15 ottobre 2009 dal procuratore generale della Repubblica presso la corte d’appello di Napoli, dott. Vincenzo Galgano, crede che il reato di concorso esterno in associazione mafiosa sia un assurdo logico. Esprime rilievi sulla professionalità dei magistrati che hanno condotto l’inchiesta e si domanda se secondo costoro Cosentino debba essere considerato preminente rispetto al consorzio malavitoso o invece a questo sottoposto. Citati i risultati elettorali nelle recenti elezioni comunali di diversi paesi del casertano, preannunzia che voterà in modo tale da evidenziare il suo dissenso dall’arresto ma anche dalle ragioni esposte dal relatore.

Il resoconto non permette di capire se Turco consideri il reato di concorso esterno in associazione mafiosa un assurdo logico solo nel caso di Cosentino, oppure se invece a suo parere lo sia sempre in ogni circostanza. Poiché in tal caso dovrebbe egli stesso spiegarci come intenda argomentare ulteriormente questa affermazione, ovvero dovrebbe farsi carico di smentire la sentenza “Partecipazione e concorso esterno nel delitto di associazione di tipo mafioso ( art.416 bis c.p.) Cass. Sezioni Unite 12 luglio 2005” , detta Sentenza Mannino la quale così recita:

Si ha concorso esterno in associazione mafiosa quando un soggetto, non inserito stabilmente nella struttura organizzativa del sodalizio e privo dell’affectio societatis, fornisce all’associazione mafiosa un concreto, specifico, consapevole, volontario contributo che si configura come condizione necessaria per la conservazione o il rafforzamento delle capacità  operative dell’associazione.

In Giunta avrebbero dovuto chiedersi, sulla base delle carte processuali, se veramente da esse emergesse un quadro di contribuzione volontaria di Cosentino agli affari del clan di Casal di Principe, e se questo sia stato effettivamente concreto, specifico, consapevole.

Invece, secondo Maurizio PANIZ (PdL), “la Giunta non deve entrare nel merito della vicenda, il quale pure non ha il pregio della concludenza e della verosimiglianza, ma deve limitarsi a verificare se la situazione prospettata possa sovvertire le esigenze della sovranità popolare. Nicola Cosentino è stato eletto dal popolo per svolgere una funzione parlamentare e di governo. Un eletto del popolo non può essere privato della sua funzione senza validi motivi che in questo caso mancano del tutto. Peraltro è doveroso il compito di un esponente politico di intervenire nei fatti del suo territorio e nella nomina delle varie società di servizi. Nulla nelle carte processuali prodotte, i cui elementi peraltro si fermano al 2004, consente di intaccare il principio di sovranità popolare”.

Davvero il compito della Giunta è limitato alla valutazione della influenza della richiesta di arresto sulle “esigenze” della sovranità popolare? La sovranità popolare non potrebbe forse estrinsecarsi senza Nicola Cosentino? Non è forse la presunta collusione di Cosentino con la camorra a mettere a pregiudizio la sovranità popolare stessa? La sovranità popolare dovrebbe avere a che fare con l’interesse generale, mentre un colluso con la mafia ha in vista gli interessi – criminosi – del suo gruppo di appartenenza. L’on. Paniz è un esempio di ignoranza-crazia.

Concludo invece con l’intervento che più ha convinto, quello dell’on. Marilena SAMPERI (PD):

richiamatasi alla relazione conclusiva della Commissione d’inchiesta parlamentare sulla mafia della XV legislatura, approvata all’unanimità nel febbraio 2008, sottolinea come gli intrecci tra camorra, politica e imprese siano patrimonio conoscitivo indiscusso. L’inchiesta napoletana, a differenza di quanto ha sostenuto il relatore, non è quindi precaria o incongruente. Essa è invece cauta, verificata e puntuale. La vicenda descritta prende le mosse dalla costituzione, a opera dei fratelli Orsi, di una società la quale ha il precipuo scopo di inserirsi nel settore dei rifiuti, del quale i fratelli medesimi non conoscevano alcunché e del quale non avevano know-how. Gradualmente le strutture societarie riconducibili agli Orsi si espandono, acquisiscono compiti di gestione di servizi e si prestano alle richieste clientelari della politica. Emblematica è la vicenda della gara per scegliere il partner privato del consorzio CE4, connotata da illiceità a ogni passo. Altrettanto significativa è la vicenda della costituzione dell’Impregeco, la quale ha il precipuo scopo illecito di porsi come antagonista della Fibe-Fisia, che a sua volta si era legittimamente (con gara europea) aggiudicata l’esclusiva per una gestione industriale del ciclo dei rifiuti. Tutti questi passaggi sono seguiti e consentiti da Nicola Cosentino, quale effettivo dominus della situazione. Tutto ciò non è mera speculazione di un pentito ma è confermato da riscontri documentali, quali per esempio le verifiche al PRA in ordine ai veicoli usati per la raccolta dei rifiuti e gli atti amministrativi acquisiti (primi fra tutti i bandi di gara); le dichiarazioni dei medesimi fratelli Orsi; le intercettazioni telefoniche tra Sergio Orsi e Giuseppe Valente; un’informativa di polizia giudiziaria e dichiarazioni del medesimo Valente. Errano pertanto quanti propalano il concetto per cui si tratterebbe di un’inchiesta interamente basata sulle dichiarazioni del pentito Vassallo. A tal riguardo, si sofferma anche sulle dichiarazioni di Domenico Bidognetti ed Emilio Di Caterina e sulla perquisizione avvenuta a casa di Vincenzo Schiavone, presso la quale sono stati rinvenuti gli elenchi delle società vicine alla famiglia Schiavone che avrebbero dovuto ottenere lavori e commesse.

Qui il resoconto completo della seduta.

Nicola Cosentino, chiesta alla Camera la custodia cautelare.

Ultim’ora ANSA: per il sottosegretario Nicola Cosentino sarebbero state chieste alla Camera le misure di custodia cautelare nell’ambito dell’inchesta sui suoi presunti contatti fra il Clan dei Casalesi, i camorristi di Casal di Principe. Cosentino è fra i candidabili alla carica di governatore della Campania per il PdL. Solo ieri, in una lettera a Saviano, Claudio Fava si interrogava sui rischi per lo Stato qualora Mr Gomorra avesse scalato la presidenza della Regione. Fava proponeva Saviano come candidatura antagonista al centrodestra come ultima chance per evitare che la criminalità organizzata avesse la meglio sulle istituzioni pubbliche.
Ora l’azione della magistratura mette a pregiudizio la possibilità che Cosentino si candidi per la Regione. E pone il Parlamento Italiano dianzi a un bivio: o recuperare la dignità del nome della propria istituzione, salvaguardando lo stato di diritto e accogliendo la richiesta dell’arresto di Cosentino, oppure sprofondare definitivamente nel marcio della corruzione e della illegalità, negandola.

    • Sarebbe stata già firmata e sta per essere inoltrata alla Camera la richiesta di autorizzazione per l’esecuzione di una misura cautelare – non è stato possibile sapere se di detenzione in carcere, agli arresti domiciliari o di carattere interdittivo – nei confronti di Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia e coordinatore regionale del Pdl. La notizia è trapelata oggi in ambienti giudiziari, anche se i magistrati titolari dell’inchiesta si sono rifiutati tutti di confermare l’indiscrezione. Cosentino risulta indagato per presunti contatti con il clan dei Casalesi nell’ambito di un procedimento scaturito dalle rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia.

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Il filo unico. Marrazzo, la scomparsa di un pusher, l’ombra della Camorra, il caso Fondi.

Marrazzo era un abitué, forse non tanto dei trans quanto della coca. ipotesi. In ogni caso, andava in via Gradoli con mazzette di denaro, sino a 15000 euro per volta. Anche in pieno giorno. Era, si dice, in buoni rapporti con un pusher di nome Cafasso, un omone obeso, detto anche “il pusher dei trans”. Cafassi è stato trovato morto in un albergo il 12 Settembre scorso. E’ lui che ha cercato di vendere il video di Marrazzo alle croniste di Libero per 500mila euro. Aveva detto loro di “essere nei guai”. Cafasso è originario del pontino, del basso Lazio. Fondi è il comune mafioso del sud del Lazio. La zona è di competenza della ‘ndrangheta. Forse Cafasso prendeva la droga da loro. Poi qualcosa è andato storto, ha messo in mezzo Marrazzo. O forse i malavitosi del mercato ortofrutticolo si sono visti pestare i piedi da questo politico – Marrazzo ha nominato un nuovo direttore del mercato ortofrutticolo, un tecnico, e sempre a Fondi aveva negato un’altra nomina in una società che gestisce gli immobili dello stesso mercato ortofrutticolo. Sapevano frose delle sue compromissioni con il Cafasso e il mondo parallelo di Via Gradoli. Forse il Cafasso era stato costretto a vendere il video. Della sua fine si sa poco. Arresto cardiocircolatorio. Delle altre due trans non c’è traccia. La storia di Marrazzo è ben più grave di quel che si pensi.

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    • Cercavano la droga e un boss latitante, sono inciampati nel telefono di un collega carabiniere e poi precipitati nel video sex di Marrazzo.

       

    • La rovina dell’ex governatore del Lazio comincia quando gli investigatori del Ros, verso la metà di settembre, seguendo una pista di narcotraffico e di criminalità organizzata ascoltano una frase: “Dobbiamo vendere il video del Presidente

       

    • Da tredici anni i militari del Ros danno la caccia ad Antonio Iovine, 45 anni compiuti meno di un mese fa, vicerè dei Casalesi ancora a piede libero insieme con Michele Zagaria, l’altra primula rossa della criminalità organizzata del casertano.

       

    • A settembre, poco prima che venga intercettata la frase sul «video del Presidente», un’informativa dei carabinieri di Caserta avvisa che ‘o Ninno (Iovine), potrebbe aver trovato rifugio per la sua latitanza nel tratto di territorio che va dal litorale domitio fino al golfo di Gaeta, il sud pontino, il basso Lazio

       

    • originario di Sperlonga, è proprio Gianguarino Cafasso, il pusher dei trans, in stretto contatto con Marrazzo e confidente dei carabinieri della compagnia Trionfale: colui che secondo i verbali degli arrestati aveva soffiato la presenza del Governatore in via Gradoli.

       

    • Cafasso è anche l’uomo che, hanno raccontato le croniste di Libero Brunella Bolloli e Fabiana Ferri, il 18 luglio le contatta e offre il video di Marrazzo per 500 mila euro. «Ho bisogno di questi soldi, la mia vita è in pericolo» dice loro in modo confuso.

       

    • è stato trovato morto il 12 settembre in una stanza d’albergo della Capitale. Arresto cardiocircolatorio, diceva il referto redatto dalla polizia. Overdose, è molto probabile. «Grossi problemi di salute, pesava 200 chili» dicono oggi gli investigatori.

       

    • I quali però hanno deciso, su indicazione dei magistrati, di «fare verifiche sul fasciolo di Cafasso». Andare a vedere meglio e più a fondo di cosa è morto, come, perchè. Anche la sua abitazione sarà analizzata meglio.

       

    • esistevano rapporti tra i Casalesi del basso pontino e Cafasso? Era, per dirla in chiaro, colui che garantiva copertura, ad esempio, nel ricco mercato dei trans? E poi, che rapporti c’erano tra Cafasso e Marrazzo?

       

    • Qualcuno bisbiglia oggi che tra i due ci fosse «un rapporto diretto». Certo è che le visite di Marrazzo in via Gradoli, così frequenti, spesso di mattina, e con così tanti soldi (5 mila ma forse anche 15 mila in mazzette da 500) farebbero ipotizzare visite più legate al bisogno di consumare droga che al sesso.

       

    • Cafasso non può più parlare. Brenda e Michelle, altri due trans frequentati da Marrazzo in via Gradoli, non sono più stati trovati.

       

    • I 4 carabinieri cercano di allontanare da sè il maggior numero di responsabilità: il video, per esempio, lo avrebbe girato Cafasso (il gip non ci crede e lo addebita a loro).

       

    • I trans parlano, anche troppo, ma le loro parole vanno riscontrate una per una. Marrazzo dovrà dire molto perchè finora ha detto poco e in modo confuso.

       

    • torniamo al sud pontino controllato dai clan: il governatore tra agosto e settembre ha dato qualche dispiacere a chi gestisce gli affari in quella zona

       

    • A fine agosto, nonostante le resistenze, ha fatto nominare un nuovo direttore del Mercato ortofrutticolo, un tecnico in grado di tenere i clan lontano dagli affari del mercato

       

    • Due settimane fa, sempre a Fondi, aveva detto no ad un’altra nomina importante che vede coinvolti Mof e Imof, la società che gestisce gli immobili del mercato per cui negli anni sono stati spesi 75 miliardi della Cassa Mezzogiorno

       

    • Il no di Marrazzo è stato ignorato. Dopo pochi giorni lo hanno chiamato i carabinieri. E la sua vita politica è finita per sempre.

       

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Mr. Gomorra, il potere fra cemento e rifiuti.

La decadenza di questo mondo impaurisce: cemento come se piovesse, sapessero farlo cementerebbero anche il mare; per anni interessati allo smaltimento dei rifiuti e poi in prima linea durante i giorni dell’emergenza nel napoletano. Sanno fare di tutto, prendono i terreni agricoli e magicamente diventano edificabili. Naturalmente non sono loro i proprietari. I proprietari sono nullatenenti, o persone ignare di esserlo. Oppure sono coloni, soggetti di passaggio.
L’inversione di valori che si è operata in questi anni ha reso normale e naturale l’ingiusto e l’illegale, mentre ha trasformato in atipico e estraneo il giusto e la legalità. E una società dove succede questo, è una società dell’ambiguità e del disordine, della molteplicità e della divisione. Laddove c’è divisione, c’è conflitto e crisi. Ma è anche una società governata dal silenzio e dalla sottomissione, del pensiero unico e dalla repressione delle idee e del pensiero divergente. Dalla crisi dell’ambiguità e della sottomissione può salvarci solo la crisi della critica e della libertà d’espressione.

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    • Una gigantesca zona grigia, dove diventa impossibile distinguere i confini tra camorra, imprenditoria e politica

    • I verbali di Gaetano Vassallo, l’imprenditore che per vent’anni ha gestito il traffico di rifiuti tossici per conto dei boss casalesi

    • Una testimonianza che chiama direttamente in causa i vertici campani di Forza Italia, quelli a cui Silvio Berlusconi ha affidato proprio la pulizia di Napoli

    • Nicola Cosentino, uomo forte del Pdl nella regione

    • il gran pentito dei rifiuti ha accusato anche il coordinatore del partito, l’onorevole Luigi ‘Gigi’ Cesaro

    • Il parlamentare, secondo il collaboratore di giustizia, sarebbe stato "un fiduciario del clan Bidognetti": la famiglia di Francesco Bidognetti, detto ‘Cicciotto ‘e Mezzanotte’, il superboss condannato all’ergastolo in appello nel processo Spartacus e che assieme a Francesco ‘Sandokan’ Schiavone ha dominato la confederazione casalese

    • Vassallo riferisce ai magistrati le rivelazioni di due pezzi da novanta della cosca casertana: "Mi spiegarono che Luigi Cesaro doveva iniziare i lavori presso la Texas di Aversa e che in quell’occasione si era quantificata la mazzetta che il Cesaro doveva pagare al clan. Inoltre gli stessi avevano parlato con il Cesaro per la spartizione degli utili e dei capannoni che si dovevano costruire a Lusciano attraverso la ditta del Cesaro sponsorizzata dal clan Bidognetti"

    • Il collaboratore di giustizia dichiara di essere stato testimone diretto dell’incontro tra il parlamentare e Luigi Guida, detto ‘o Drink, che tra il 1999 e il 2003 ha guidato armi alla mano la famiglia Bidognetti per conto del padrino detenuto. "Io mi meravigliai che il Cesaro avesse a che fare con Guida..."

    • è un patto complesso, che coinvolge i referenti di più partiti e i cassieri di più famiglie camorristiche

    • L’affare è ricco: la riconversione dell’area industriale dismessa dalla Texas Instruments

    • Una delle storie della disfatta tecnologica del Sud: nonostante l’accordo per il rilancio, nel 1999 lo stabilimento viene venduto a una immobiliare di Bologna e chiuso, con la mobilità per 370 dipendenti

    • Poi nel 2005 la ditta del fratello di Cesaro ottiene il permesso per costruirvi una nuova struttura industriale. Ma nulla nei piani dei Cesaro assomiglia a una riconversione produttiva

    • Un ciclo economico interamente deviato dal potere della criminalità, che deforma il territorio e il tessuto imprenditoriale grazie al controllo assoluto delle amministrazioni locali e alla disponibilità di capitali giganteschi

    • Tra i protagonisti delle deposizioni anche Nicola Ferraro, businessman dei rifiuti e leader casertano dell’Udeur

    • "Nicola Ferraro era il garante politico economico ed era colui che coordinava l’operazione, mentre il Guida era quello che interveniva al Comune di Lusciano direttamente sul sindaco e sull’ingegnere dell’ufficio tecnico per superare i vari ostacoli

    • Chiaramente molti terreni agricoli prima di essere inseriti nel nuovo piano regolatore venivano acquistati dal gruppo Bidognetti a basso prezzo dai coloni e intestati a prestanome"

    • "Il Ferraro aveva il compito di cacciare i soldi per conto del gruppo Bidognetti per liquidare i coloni. Una volta divenuti edificabili, i lotti venivano assegnati a ditte di persone collegate al clan, quali l’azienda di Cesaro, che in cambio dell’assegnazione versava una percentuale al clan"

    • Un ruolo di primo piano, quello del parlamentare: "Luigi Cesaro era stato scelto dal gruppo Bidognetti quale fiduciario e gestore dell’operazione"

    • I sindaci, i tecnici comunali e i progettisti che hanno gestito queste varianti urbanistiche sono tutti di Forza Italia

    • Cosentino e Cesaro: i due politici che affiancano Berlusconi nei frequenti bagni di folla partenopei, i due uomini indicati dal pentito come referenti dei padrini casalesi

    • Il sottosegretario Cosentino le ha respinte con fermezza, dicendosi pronto alle dimissioni se venisse trovato un solo riscontro. Anche Luigi Orsi, fratello dell’imprenditore assassinato a giugno, ha negato di avere versato bustarelle al sottosegretario

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    • Nicola Cosentino è tornato alla ribalta delle cronache da una settimana. Il sottosegretario all’Economia che sogna di diventare il prossimo governatore della Campania sta tentando da giorni di strappare da Silvio Berlusconi il "sì" definitivo alla sua candidatura

    • Cosentino è infatti stato tirato in ballo, come ha documentato L’espresso un anno fa, da alcuni pentiti di camorra, che lo accusano di essere un referente politico dei Casalesi, il sanguinario clan di Gomorra

    • lo stesso Berlusconi non sarebbe contrario a una sua incoronazione

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Mr. Gomorra candidato PdL alle Regionali in Campania.

Berlusconi vuole mettere l’on. Cosentino alla presidenza della Regione Campania. Mr. Gomorra alla scalata del potere. Ma Gianfranco Fini ha deciso di mettersi di traverso, forse salvando quella regione dalla futura devastazione politico-culturale. Cosa c’è di peggio? Questa è la camorra che si fa Stato in un unico corpo.

  • Stop a Gomorra – di Alessandro De Angelis

  • Impresentabile. Il presidente della Camera si oppone alla scelta di Cosentino alla guida della Regione Campania: troppi guai giudiziari e troppi sospetti sui legami con il clan dei casalesi: «Serve trasparenza».

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    • Il presidente della Camera blocca Nicola Cosentino, il candidato in pectore del Pdl alla regione Campania, sospettato di essere colluso con i clan di Gomorra

    • Al termine di una lunghissima riunione nel suo studio di Montecitorio con i triunviri del Pdl, è Ignazio La Russa a comunicare che il tavolo è saltato: «C’è stata un’indicazione del partito per Cosentino, ma credo che si arriverà con una rosa di candidati».

    • tentativo per trovare un candidato alternativo a Cosentino: rose, discussioni, riunioni

    • Una bella frenata, dopo la quasi ufficializzazione della sua candidatura al termine della riunione dei parlamentati campani di sabato

    • si capisce che a difendere il potente sottosegretario all’Economia con delega al Cipe c’è solo Denis Verdini: spiega che Cosentino ha una valanga di voti. Con tanto di elenco: parlamentari, dirigenti, nonché i presidenti della provincia di Napoli (Luigi Cesaro), Salerno (Edmondo Cirielli), di Avellino (Antonio Sibilia).

    • Cosentino, e non è un dettaglio, avrebbe pure una valanga di soldi, argomento cui è sensibile il Cavaliere visti i costi delle campagne elettorali: il gruppo di aziende che fa capo ai tre fratelli, e si occupa di carburanti, è infatti una miniera d’oro.

    • Gli alti big del Pdl sono rimasti però più che perplessi rispetto a queste valutazioni. Perché in discussione non sono ci solo i voti e la nota spese. Da tempo Cosentino è coinvolto in inchieste su camorra, rifiuti e politica, da quando cioè una serie di pentiti hanno parlato dei suoi legami con il clan dei casalesi

    • Sembrerebbe che gli inquirenti avrebbero raccolto nuovi elementi. Pesanti. Tanto che proprio la paura di un arresto alimenta le perplessità degli altri capi del Pdl. Come Ignazio La Russa e Sandro Bondi. Ma soprattutto di Gianfranco Fini.

    • «Soprattutto nel sud dobbiamo esprimere candidature inattaccabili sotto il profilo della legalità e della trasparenza, dal momento che dinanzi a sorprese giudiziarie non si può gridare sempre alle toghe rosse»

    • Una impostazione che, di fatto, ribalta la linea finora seguita nel Pdl su Cosentino: indifferente alla questione morale

    • Fini ha invece provato a elencare i criteri minimi della presentabilità politica. Anche imponendo un surplus di riflessione. Anche a costo di ritardare la chiusura del puzzle delle candidature, a partire da quella di Renata Polverini nel Lazio

    • Perché è vero che Cosentino ha un bel po’ di consensi e di sponsor tra Caserta e Casal di Principe ma la sua candidatura ha spaccato il Pdl campano

    • Oltre ai rischi che vengono dalle procure, le sue connessioni familiari sono infatti da brivido: un fratello sposato con la sorella di un boss, un altro con la figlia di un camorrista passato a miglior vita. Ieri nel Palazzo non si parlava d’altro: «Certo ha i voti, però…»

    • Pure la ministra Mara Carfagna è furiosa perché Cosentino le sta portando via un po’ di truppe sul campo, come Cirielli. Un tempo lei lo sponsorizzò molto alla provincia di Salerno, ora lui non le fa mettere bocca su nulla.

    • nella cerchia ristretta di Berlusconi stanno salendo le quotazioni dell’ex ministro socialista Stefano Caldoro: avrebbe sia una faccia spendibile sia il via libera di Fini

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Berlusconi stretto al muro dalla Camorra e dalla Fazione Interna del PDL

L’articolo di Rita Pennarola su La Voce delle Voci: l’eccellente analisi della giornalista che incrocia il caso Noemi con le vicende dei Casalesi e la serie di arresti che avrebbe messo in ginocchio l’organizzazione. L’ipotesi del ricatto a Berlusconi. E della fazione interna al PDL che vuole liberarsene.

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    • L’inchiesta di Bari su squillo e coca party potrebbe nascondere una ben piu’ grave verita’: il premier, accerchiato dalle pressioni della malavita organizzata, deve uscire di scena. L’inchiesta di Napoli sui collegamenti dei Letizia va avanti, ma intanto tutto lascia intendere che il capo del governo abbia ormai politicamente le ore contate.
    • L’attacco a Silvio Berlusconi, quella bombetta a grappolo a base di escort da quattro soldi che esplode all’indomani del caso Letizia-camorra, potrebbe avere numerosi mandanti,
    • on suona certo come una novita’ che ad allearsi con questa fazione sia quella parte da sempre sotto traccia del Partito democratico che faceva e fa capo a Massimo D’Alema, per anni, fin dai tempi della Bicamerale, compartecipe del patto occulto sull’intangibilita’ del conflitto d’interessi proprio con lo stesso Cavaliere. Ed oggi fautore del partito invisibile che, giorno dopo giorno, lo ha messo al muro e lo sta fucilando.
    • fra loro ci sono uomini della sua stessa maggioranza.
    • Bocche cucite, al Palazzo di Giustizia di Napoli. Dopo la notizia – data in esclusiva nello scorso numero di giugno dalla Voce delle Voci – sulle indagini in corso per accertare eventuali collegamenti fra Benedetto Letizia detto Elio, protagonista del Noemigate, e il clan Letizia di Casal di Principe, a distanza di un mese il silenzio e’ di piombo.
    • Difficile – spiegano in ambienti giudiziari napoletani – che non sia stato emesso un comunicato di smentita nel caso in cui le indagini non avessero dato alcun esito. Piu’ probabile, invece, che si stia dando corso all’accertamento di ulteriori, complessi elementi lungo quel filone».
    • Siamo alla fine del 2008 quando l’allora diciassettenne Noemi Letizia appare per la prima volta ad un ricevimento ufficiale organizzato dal premier a Villa Madama. A Natale e’ alla festa del Milan con sua madre, Anna Palumbo, al tavolo di uno storico big dell’entourage presidenziale, Fedele Confalonieri. La giovane, insieme ad altre ragazze, trascorrera’ poi le feste di Capodanno a Villa Certosa. A rivelarlo, una fonte non proprio adamantina: l’ex fidanzato Gino Flaminio da San Givanni a Teduccio, un passato di guai con la giustizia.
    • 26 aprile 2009, sera fatidica del suo diciottesimo compleanno, quando Silvio Berlusconi in persona arriva a Casoria nella ruspante Villa Santa Chiara, sede dei festeggiamenti e, prima del brindisi con la festeggiata, i camerieri e il parentado, si apparta per una buona mezz’ora in una saletta riservata con Benedetto Letizia.
    • Che cosa stava accadendo in quegli stessi mesi, fra Napoli e Caserta?
      La guerra di camorra era esplosa il 18 maggio 2008 con l’omicidio di Domenico Noviello a Baia Verde, un villaggio turistico di Castelvolturno.
    • Noviello, titolare di un’autoscuola, era un testimone di giustizia: aveva contribuito a far condannare casalesi di spicco come i fratelli Alessandro e Francesco Cirillo. Il 1 giugno sotto i colpi dei killer finisce Michele Orsi, l’imprenditore coinvolto nei traffici di rifiuti che aveva deciso di collaborare con gli inquirenti. Sempre a giugno si conclude in appello il processo Spartacus a carico della cosca di Casale, con numerose condanne all’ergastolo per uomini del gruppo Bidognetti.
    • Un’accelerazione imprevista. Quasi una sfida. Un modo eclatante di attirare l’attenzione che non aveva precedenti nel modo di agire della cosca, ormai disposta ad uscire allo scoperto pur di difendere i suoi affari miliardari.
    • A ottobre un pentito rivela che ci sarebbe un piano del clan per uccidere Saviano entro Natale. Negli stessi giorni le indagini portano alla luce alcuni legami d’affari fra i corleonesi del superlatitante Matteo Messina Denaro e il clan dei casalesi.
    • La guerra, a questo punto, si fa aperta. In gioco ci sono partite come i lucrosi traffici di rifiuti, in Italia, e, all’estero, le attivita’ di riciclaggio che, nella sola Spagna, vedono i Casalesi e i loro piu’ stretti alleati, gli Scissionisti di Secondigliano, impegnati fra l’altro a edificare villaggi turistici in mezza Costa del Sol.
    • E’ a quel punto che il Viminale sferra un attacco senza precedenti. Il ministro leghista Roberto Maroni, incurante della presenza nel suo stesso governo di uomini come il sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino da Casal di Principe indicato dal pentito Gaetano Vassallo come referente dei clan, in quattro-cinque mesi riesce a portare a segno risultati che i governi della repubblica in oltre sessant’anni non erano riusciti nemmeno a immaginare.
    • La miccia scoppia dopo la strage del 18 settembre 2008, quando a Castelvolturno i Casalesi uccidono sei immigrati e il titolare di una sala giochi. Il 30 settembre scatta la prima maxioperazione: 127 ordini di custodia cautelare e sequestro di beni per 100 milioni di euro. In manette il gruppo di fuoco del clan, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo e Giovanni Letizia.
    • Nuovo blitz l’11 ottobre: la Dda partenopea arresta sette dei dieci ricercati del clan Bidognetti. Fra il 7 e il 22 novembre nella rete finiscono altri esponenti fra cui Gianluca Bidognetti, figlio del superboss Francesco (Cicciotto e’ Mezzanotte). Il 14 gennaio 2009 termina la fuga del boss stragista Giuseppe Setola.
    • L’attacco al cuore dei Casalesi culmina il 29 aprile con l’operazione Principe, nell’ambito della quale viene arrestato Michele Bidognetti, fratello del capoclan, e vengono sequestrati beni del valore di 5 milioni di euro.
    • E il 18 maggio a finire dietro le sbarre e’ anche Franco Letizia (il suo arresto segue di poco quello del padre Armando Letizia), reggente del gruppo criminale.
    • Si e’ mai visto un capo del governo che, a fronte di risultati cosi’ rilevanti nel contrasto alla malavita organizzata, non abbia mai espresso, nel corso dei mesi, operazione dopo operazione, almeno un cenno ufficiale di plauso o soddisfazione, anche al solo scopo di gonfiare il petto per le brillanti prestazioni di un ministro del suo governo?
      Niente. Silenzio assoluto del premier, prima, durante e dopo il caso Noemi.
    • Ed oggi, ferme restando le indagini top secret su Benedetto Letizia, quel silenzio si trasforma in un ulteriore, decisivo elemento per comprendere la guerra sottobanco dichiarata al premier. Prima dalla camorra. E poi, proprio per questo, dalla parte non compromessa del suo esecutivo.
    • quella maledetta domenica sera del 26 aprile Berlusconi, dopo aver cercato con ogni mezzo di sottrarsi, fu costretto a mostrarsi nella sala cerimonie di Casoria per dare un segnale eloquente a chi di dovere. Un ricatto, una minaccia grave pendevano sul suo capo ad opera di boss capaci di passare da affari milionari in mezzo mondo ad attentati sanguinari rivolti alle singole persone.

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