Massimo Ciancimino è stato arrestato

Ciancimino arrestato. Questo il lancio di agenzia ripreso su La Repubblica:

Agenti del centro operativo Dia di Palermo hanno arrestato a Bologna Massimo Ciancimino sulla base di un fermo disposto dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dei sostituti Nino Di Matteo e Paolo Guido. Ciancimino è accusato di truffa pluriaggravata, secondo la ricostruzione della scientifica avrebbe falsificato un documento, poi consegnato alla magistratura, in cui si faceva il nome dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro.

Non sarebbe vero quindi il coinvolgimento di De Gennaro nella questione della trattativa Stato-Mafia. O per meglio dire, le prove addotte da Ciancimino sono un falso.

In questo post https://yespolitical.wordpress.com/2010/10/30/il-sisde-parallelo-super-poliziotti-antimafia-o-spie/ si ipotizzava, con una ricostruzione storica attraverso articoli di giornale, il ruolo dei super poliziotti antimafia nella Palermo degli anni ottanta, quando personaggi come Arnaldo La Barbera e Bruno Contrada si muovevano indisturbati nella zona grigia che congiunge Mafia e Stato. De Gennaro era collega di La Barbera, parte di quel pool di investigatori che venne chiamato a ricostruire la Squadra Mobile di Palermo. Come gli altri, è poi transitato al Sisde. Le accuse di Ciancimino parevano fin dall’inizio piuttosto fumose, indimostrabili. Perché attaccare De Gennaro?

Il Sisde parallelo: super-poliziotti antimafia o spie?

Ma come è potuto accadere? Guardando a quegli anni, al 1992, al 1993, ai morti lasciati sull’asfalto, all’asfalto sollevato per aria come un tappeto. Ma come è potuto accadere, ci si può soltanto chiedere. E la desolazione aumenta percependo pienamente che la verità non sarà mai raggiunta, se non fra molti anni. Scoperto un nome, smascherato un volto, un altro nell’ombra si staglia e la caccia ai mandanti occulti diventa un gioco a somma zero in cui chi è chiamato ad investigare si ritrova impietosamente al punto di partenza.

I magistrati di Caltanissetta, il pool di investigatori chiamato a rifare le indagini sulla strage di Via D’Amelio, avendo accertato le falsità del pentito Scarantino, autoaccusatosi del furto della 126, hanno ipotizzato una sorta di trama nera, un anti-Stato che operava militarmente prima, politicamente poi, per imprimere alla politica italiana un segno profondo. Da ciò ne è nato un teorema giornalistico che ha uno dei suoi assiomi nella volontà mafio-massonica di impedire l’elezione a presidente della Repubblica di Giulio Andreotti. In quel preciso istante, che è l’anno 1992, ebbe inizio il conflitto fra Stato e anti-Stato: l’omicidio Lima. Ed è come se per il Nord e il Sud del paese fossero stati previsti destini diversi. Al Sud si operò per impedire l’azione giudiziaria. Al Nord si lasciò fare a quello zelante pool di magistrati di Milano che aprì l’inchiesta Mani Pulite. In mezzo, nell’ombra della normalità, con le vesti di insospettabili collaboratori e di super poliziotti fedelissimi alla causa, si nascondevano uomini dalla doppia identità, Giano bifronte che tessevano le fila del nemico da combattere, la Mafia.

Si suppone ci fossero agenti del Sisde nella polizia palermitana, nelle istituzioni, fra i mafiosi medesimi. Una triangolazione fatale, dentro la quale non fuoriusciva un bel nulla. Da un lato vi era l’opera depistatoria di Arnaldo La Barbera; dall’altro, i trattativisti facenti capo al generale dei Ros Mario Mori. E poi i vertici della Polizia, del Viminale.

  • La Barbera

La Barbera è stato capo della Squadra Mobile di Venezia, poi di Palermo, ex questore di Palermo, poi di Roma, infine messo al vertice di Ucigos e indagato nell’inchiesta sulla mattanza della Scuola Diaz durante il G8 di Genova, dove forse ispirò l’irruzione nell’edificio e la messinscena delle molotov. Morto per cancro nel 2002, soltanto durante lo scorso mese di Giugno è stato scoperto essere a libro paga del Sisde per almeno due anni, a cavallo fra il 1986 e il 1987.

Dovete sapere che La Barbera diventò capo della Squadra Mobile di Palermo nel 1988, ma lo fu anche per un breve periodo, nel 1985. La Barbera era una sorta di solver-man, un uomo che risolve i guai, che riporta l’ordine. Nel ’85 la Mobile di Palermo era allo sbando: i suoi predecessori, o erano coinvolti nella P2, oppure finirono ammazzati (vi suonerà strano, ma la mafia lasciò stare il piduista). Quando arrivò lui, la Squadra Mobile di Palermo divenne la “Mobile di Ferro”. Nessuno poteva pensare che La Barbera nascondesse una doppia identità, nome in codice “Catullo”. Il suo vice era Guido Longo:

Guido Nicolò Longo era uno dei due sbirri che il Viminale paracadutò nell’infermo di Palermo nella seconda metà degli anni Ottanta. L’altro si chiamava Arnaldo La Barbera. Insieme dovevano ricostruire una Squadra mobile colpita al cuore da veleni, sospetti ma, soprattutto, omicidi. Sì perché la mafia aveva assassinato, uno dopo l’altro, i migliori investigatori siciliani […] La Barbera capo della nuova Mobile, Longo vice […] Giovanni Falcone si fidava di loro. Loro ammiravano Falcone […]  E toccò anche a Longo, nel frattempo alla Dia di Palermo, indagare su quei massacri e contribuire alla cattura dei macellai di Capaci […] Guido Longo lo mandano a Napoli. A capo della Dia (L’ultimo cacciatore di mafiosi Longo, da Cosa nostra a Gomorra – Napoli – Repubblica.it).

Di questo passo mi ha colpito la frase: “Falcone si fidava di loro”. Insieme a La Barbera e Longo vi erano poliziotti del calibro di  Manganelli e De Gennaro. De Gennaro diventò poi capo della Polizia, il suo successore è stato proprio Manganelli. Fu De Gennaro a inviare La Barbera a Genova, quel sabato, al G8 di Genova. La Barbera e Longo indagarono su Capaci. E La Barbera incappò in quel bigliettino, quello in cui vi era il numero di cellulare di un agente del Sisde, perso proprio lassù, sulla collinetta di Capaci. Quel numero corrispondeva all’utenza di tale Lorenzo Narracci, vice di Bruno Contrada. Una prova così importante che non condusse ad alcun risultato. Venne poi arrestato Giovanni Brusca, indicato come l’uomo che schiacciò il pulsante del telecomando che fece esplodere l’ordigno sotto l’autostrada. Il mostro che sciolse il piccolo Di Matteo nell’acido. Gran merito a La Barbera, eroe dell’antimafia.

  • Bruno Contrada

Perché mai La Barbera avrebbe dovuto indagare Narracci? Quando si trattò di testimoniare al processo Contrada, La Barbera difese l’operato del collega:

E’ stato lui [La Barbera] ad ammettere di avere trovato l’ anno scorso a Roma una lettera anonima del 1985, un appunto “non protocollato”, scritto “verosimilmente in ambienti interni alla questura di Palermo” per accusare Contrada di rapporti con boss come Riccobono e Badalamenti e di avere dei “possedimenti” in Sardegna […] Avvocato Gioacchino Sbacchi: “Ha accertato qualcosa su Contrada in esito alla delega dei giudici di Caltanissetta?”. La Barbera: “No”. Sbacchi: “Lei e’ stato dirigente della Mobile di Palermo per tanto tempo. Ha acquisito elementi di collusione su Contrada?”. Sbacchi: “Contrada ha mai interferito nelle indagini? Ha mostrato attenzioni particolari, e’ stato indiscreto?”. La Barbera: “Assolutamente no. Ci siamo parlati 4, 5 volte…”. Sbacchi: “Le sono mai stati riferiti sospetti su Contrada?”. Sbacchi: “Lei ha mai avuto rapporti con Contrada nella qualita’ di funzionario del Sisde?”. La Barbera: “Ho partecipato ad una riunione con lui dopo la strage Borsellino”. Sbacchi: “Ritenne il contributo di Contrada positivo o deviante?”. La Barbera: “Deviante proprio no. Fu un contributo fornito da un addetto ai lavori”. Avvocato Piero Milio: “Conosce il rapporto di Contrada contro Badalamenti?”. La Barbera: “Non lo ricordo, ma ho letto diversi rapporti di Contrada fatti con estrema perizia”. Presidente Francesco Ingargiola: “Quell’ anonimo trovato all’ Alto commissariato era stato protocollato o lasciato li’ come un pezzo di carta?”. La Barbera: “Non era protocollato”. Presidente: “Per quanto riguarda i possedimenti in Sardegna?”. La Barbera: “La Procura di Palermo nel 1985 non aveva avviato nessuna indagine patrimoniale” (l’ Antimafia perquisita per Contrada).

  • I depistaggi

Bruno Contrada fu arrestato il 24 Novembre 1992 con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, la stessa del Gen. Mori. Su di lui pesavano le dichiarazioni dei pentiti Gaspare Mutolo, Tommaso Buscetta, Giuseppe Marchese, Salvatore Cancemi. Condannato a 10 anni in primo grado, fu assolto con formula piena in Appello. Una assoluzione sospetta. Infatti il giudizio di legittimità della Cassazione annullò la sentenza di secondo grado e dispose la ripetizione del giudizio d’appello presso una diversa sezione della Corte d’Appello di Palermo. La sentenza definitiva è giunta nel 2007, dopo dodici anni di dibattimenti, quando la Cassazione ha confermato la seconda sentenza d’Appello e la condanna a 10 anni per l’ex poliziotto e ex dirigente della Polizia di Stato (Wikipedia). La vicenda Contrada inizia alla fine del 1992: ha qualcosa a che vedere con la trattativa? contrada viene scaricato dal Sisde? Oppure quelli del servizio segreto si trovano improvvisamente impreparati dinanzi a questa offensiva mafiosa per mano dei pentiti? Di fatto la prima sentenza d’Appello può essere configurata come il tentativo estremo di salvare Contrada. Ma di più il Sisde non poteva fare. Avrebbe messo a rischio l’intera operazione di depistaggio, forse. Poiché proprio alla fine del 1992, La Barbera fu nominato dal Viminale (Mancino) al vertice del pool investigativo stragi “Falcone e Borsellino”. In quella veste, La Barbera organizzò il depistaggio sulle indagini per la morte di Borsellino:

Vincenzo Ricciardi, Salvatore La Barbera e Mario Bo sono tre esimi rappresentanti delle forze dell’ordine italiane. Il primo questore di Novara, il secondo in servizio alla polizia postale di Milano, il terzo capo della squadra mobile di Triste  […] Tre uomini, pluridecorati, all’apice delle loro carriere, si sono ritrovati tutti in Procura, per essere interrogati su fatti avvenuti più di 18 anni fa. Perché loro formavano il gruppo investigativo “Falcone-Borsellino”, incaricato di far luce sulle stragi del 1992. Il loro capo era il superpoliziotto Arnaldo La Barbera, ex capo della squadra mobile di Palermo e questore della stessa città, deceduto nel 2002 […] L’accusa, per i tre funzionari, è di quelle pesanti:  calunnia aggravata, perché “in concorso con il dottor Arnaldo La Barbera, nonché con altri allo stato da individuare”, inducevano, mediante minacce e percosse, Salvatore Candura, Francesco Andriotta e Vincenzo Scarantino a mentire in merito alle stragi del ‘92 (I tre poliziotti di La Barbera fanno scena muta | Docmafie).

  • La Barbera vs. Genchi

Un’altra testimonianza sui fatti che condussero all’arresto di Scarantino e soci ci proviene da Gioacchino Genchi, il quale ebbe a collaborare spesso con Arnaldo La Barbera nella sua veste di consulente informatico. All’epoca – 1992-93 – la tecnologia dei telefoni cellulari era scarsamente diffusa. Così la pratica investigativa dell’analisi dei tabulati era cosa nuova. Genchi aveva in mano elementi che sconfessavano l’indirizzo preso per le indagini di Caltanissetta, opera di La Barbera e del procuratore aggiunto Giordano. Genchi, fra il 4-5 maggio 1993, ruppe con La Barbera, con il quale ebbe un furioso litigio: la ragione era la fretta del poliziotto di arrestare Pietro Scotto (il possibile telefonista di Via D’amelio individuato dallo stesso Genchi) e chiudere le indagini. Secondo Genchi, invece, Scotto avrebbe potuto portare al “livello superiore”. Poi è stata una escalation di eventi:

Il 14 un’autobomba esplode a Roma, in via Fauro. L’attentato pare diretto al giornalista Maurizio Costanzo, che ci stava passando, ma che al momento dello scoppio era ancora fuori bersaglio. Sulla stessa via, a una manciata di metri, c’è parcheggiata la Y10 di Lorenzo Narracci, vice di Contrada al Sisde, che abita lì. C’è chi si chiede se il vero obiettivo fosse lui. La strategia della tensione si sposta poi a nord. Il 27 tocca a Firenze, via dei Georgofili, agli Uffizi: cinque morti e trentasette feriti. Il giorno dopo, Pietro Scotto viene arrestato. L’11 luglio, il ministro dell’Interno Nicola Mancino promuove La Barbera dirigente superiore e col grado di questore lo assegna alla direzione centrale della polizia criminale di Roma. L’anno successivo diventerà il nuovo questore di Palermo (L’agente Catullo, Gioacchino Genchi e quella porta sbattuta).

L’arresto di Scotto è quello che si direbbe un arresto ad orologeria. Ma se dalle parole di Genchi si intuisce che La Barbera aveva affrettato i tempi perché desideroso di fare carriera (infatti scoppiò in lacrime davanti a Genchi dicendogli che sarebbe diventato questore e che per lui era in vista una promozione), il fatto che il medesimo fosse al soldo del Sisde cambia le carte in tavola: La Barbera agiva per la propria personale ambizione o invece era sotto mandato del Sisde? La fretta nel chiudere le indagini era dettata dalle bombe oppure si approfittò del caos generato dagli attentati sul continente per far passare la notizia dell’arresto di Scotto in maniera superficiale ai media e all’opinione pubblica?

  • L’Addaura

Il revisionismo giudiziario di quest’epoca ha investito anche il caso del fallito attentato dell’Addaura a Giovanni Falcone. La storia è nota, così come è nota la misteriosa fine dei due poliziotti, Agostino e Piazza, che sventarono l’attentato. Emerge anche in questo caso il ruolo nell’ombra di Arnaldo La Barbera. L’agente Catullo si avvalse forse dell’opera di un ispettore di polizia di Pescara, tale Guido Paolilli:

Dopo un mese e mezzo l’agente Agostino fu ucciso (Emanuele Piazza fu strangolato nove mesi dopo) e la squadra mobile di Palermo seguì per anni un’improbabile “pista passionale”. Un altro depistaggio. Cominciato la stessa notte dell’omicidio con una perquisizione a casa del poliziotto ucciso. Qualcuno entrò nella sua casa e portò via dall’armadio alcune carte che Agostino nascondeva […] Quel qualcuno era l’ispettore di polizia Guido Paolilli, ufficialmente in servizio alla questura di Pescara ma spesso “distaccato” a Palermo e “a disposizione” di La Barbera (Il superpoliziotto La Barbera era un agente dei Servizi – Repubblica.it).

Se La Barbera fosse ancora vivo, l’accusa che lo investirebbe sarebbe gravissima: aver agito in modo da cancellare le prove sull’attentato a Falcone. Falcone collaborava con La Barbera, che era a capo della Mobile. Falcone si fidava di lui. Ed è pur vero che la stagione di La Barbera a Palermo coincide con la stagione dei veleni per il pool antimafia: dopo la conclusione del Maxi-processo (1987), avviene la nomina a capo dell’Ufficio istruzione, in luogo di Caponnetto che aveva voluto lasciare l’incarico, del consigliere Antonino Meli, in quale agì in contrasto a Falcone e Borsellino; poi nel 1989 l’Addaura; poi ancora le lettere del Corvo di Palermo.

Naturalmente La Barbera, Contrada, Narracci, non agivano per conto proprio. Agivano in maniera coordinata, perseguendo il medesimo – destabilizzante – progetto. Si può affermare che obbedissero agli ordini provenienti dall’alto? Ovvero dal quadro istituzionale compromesso con il Sisde deviato? E’ proprio questo, il quadro istituzionale, che mette i brividi. Poiché all’epoca, ai vertici della Polizia di Stato vi era Vincenzo Parisi, già direttore del Sisde fra il 1984 e il 1987; il Sisde, fra il 1987 e il 1994 cambiò quattro diversi Direttori (Malpica, Voci, Finocchiaro, Salazar), segno di una certa instabilità che era poi lo specchio dell’instabilità politica; Malpica fu al centro dello scandalo dei fondi neri del Sisde; presidente della Repubblica, nel 1992, divenne, al posto di Andreotti, Oscar Luigi Scalfaro, padre costituente e strenuo difensore della Costituzione, che però ebbe un passato di Ministro dell’Interno nel governo Craxi fra il 1983 e il 1987; insieme a Nicola Mancino, venne coinvolto anch’esso nello scandalo Fondi Neri-Sisde (famoso il suo discorso alla tv, “Io non ci sto!”); Nicola Mancino, che divenne ministro dell’Interno nel 1992, dal giorno alla notte, spodestando Vincenzo Scotti ad insaputa del medesimo, in uno dei più strani rimpasti di governo che la storia repubblicana abbia mai conosciuto.

Sitografia:

 

Narracci un’invenzione di Ciancimino? Spatuzza ha solo parlato di somiglianze

Oggi, gli avvocati di Narracci hanno smentito parzialmente la notizia di ieri: il riconoscimento di Spatuzza sarebbe fallito. Avrebbe solo parlato di somiglianze fra il Narracci e l’individuo appartenente al Sisde che afferma di aver visto sul luogo dove fu preparata la 126 usata nell’attentato di Via D’Amelio.

Qualcuno ha scritto a Yes, political! sulla vicenda. Un resoconto corposo che ho deciso di ripubblicare qui di seguito:

Narracci non è mai stato indicato da nessuno come un depistatore delle indasgini.

Al processo per la strage in cui fu ucciso Borsellino, Scarantino specificò che i depistatori erano il capo della Mobile Arnaldo la Barbera e i soggetti che collaboravano con lui, Bo Ricciardi e Santo La Barbera. Infatti disse: “Io sapevo soltanto di traffici di droga, Ma il dottor Arnaldo La Barbera rispose che non gliene fregava niente della droga, che gli interessavano solo gli omicidi, le stragi”. Pressioni, minacce, vermi nella minestra, botte. Cosi’ Scarantino dice di essersi convinto a collaborare. Coinvolge il magistrato Ilda Boccassini applicata a Caltanisetta proprio per quelle indagini (la quale però poi depositò una nota scritta con la quale si dissociava dall’impostazione dell’inchiesta che faceva leva su Scarantino) e accusa il pm Anna Maria Palma, accusa l’ ex capo della Mobile di Palermo e poi questore di Napoli, Arnaldo La Barbera, e con lui altri dirigenti della Mobile palermitana. “A Palermo per l’ udienza preliminare scrissi un biglietto che lasciai in un cuscino: “Se mi ammazzano e’ stato La Barbera”. Ma nessuno lo trovo’ . Cosi’ ho accettato. Arrivarono La Barbera, Boccassini e l’ avvocato Li Gotti (attualmente deputato dell-IDV). La Barbera mi disse che avrei fatto solo qualche mese di galera e che mi avrebbero dato duecento milioni”.

Vincenzo Scarantino si era autoaccusato chiamando in causa gli altri esecutori materiali (Giuseppe Orofino, Pietro Scotto e Salvatore Profeta, tutti condannati in primo grado all’ ergastolo). “Mio fratello Rosario dice che ho detto tutte bugie? disse in un’udienza in rogatoria a Como. E vero. Tutto vero”. E non era la prima volta, che Scarantino ritrattava, l’aveva gia’ fatto quando era sotto protezione e in liberta’, prima della condanna a 18 anni di carcere per aver partecipato alla strage. E del resto la Procura di Palermo (Caselli era più volte giunto ai ferri corti con Tinebra magistrato massone, allora Procuratore capo della Repoubblica di Caltanisetta n.d.r.) alla collaborazione di Scarantino non ha mai creduto: nonostante si fosse accusato di 4 omicidi nel capoluogo, la Procura di Caselli non ha mai utilizzato le dichiarazioni di Scarantino e non ne ha mai chiesto la protezione.

Ma il voltafaccia di Como e’ certamente il piu’ clamoroso, in udienza, davanti alla Corte d’ assise. Raccontò in quella circostanza Scarantino: “I quaranta giorni nel carcere di Pianosa sono stati per me un incubo, indimenticabili. Scrivevo sui muri dei bagni che se dicevo bugie e’ perche’ mi volevano ammazzare. Dissi che avrei detto tutto quello che sapevo sul traffico di droga, perche’ quello sempre ho fatto, sigarette e droga. I pm Di Matteo e Palma a Como invece di chiedere il passaggio degli atti alla procura per indagare Arnaldo la barbera e i suoi collaboratori, chiesero di interrompere il monologo di Scaratino e che la Corte rinviasse l’ esame a un momento successivo. Ma il presidente della Corte li mando affanc…… Scarantino allora parlo di minacce, di pressioni. Disse di aver fatto quei nomi per dispetto: chi non gli dava le sigarette per il contrabbando, chi gli aveva fatto degli sgarbi. E i nomi eccellenti? La Barbera, Cancemi, Aglieri? Disse che lui, che di mafia non sapeva nulla, si era fatto una cultura ascoltanto Radio Radicale e leggendo i giornali.

Nella circostanza il controesame del pm Di Matteo fu tesissimo. Scarantino ricorse spesso ai “non ricordo”. Poi si rifiutò del tutto e concluse: “Mi sono tolto un peso. Riportatemi pure in carcere coi detenuti comuni. Ma ricordate che forse stanotte mi ammazzano”.

Mai Narracci è comparso in qualsiasi interrogatorio in cui si parla di depsitaggio o di collaborazione di esponenti delle Istituziooni con la mafia. Se Franco – come sembra era un esponente del Mossad – era normale che Narracci lo accompagnasse a casa di Ciancimino. Del resto questo Franco di cui parla il figlio di Don Vito che cosa avrebbe mai fatto?

Nè si parla di Narracci nell’interogatorio a difesa dei funzionari infedeli Bo, Ricciardi e Santo La Barbera. Narracci quindi è solo un invenzione di Ciancimino.

Invece l’ipotesi della accusa che scaturisce dalle nuove indagini presso il Sisde suona inquietante e imbarazzante insieme. Perché coinvolge, anche se è morto dal 2002, un esponente della Polizia deviata, Arnaldo La Barbera, ex capo della squadra mobile di Palermo e questore della stessa città, e poi di Napoli e di Roma, salito fino ai vertici dell’Antiterrorismo. Una carriera prodigiosa, piena di successi ed encomi per via della sua affiliazione al Sisde deviato di Vincenzo Parisi.

Il che dimostra che negli anni delle stragi il sistema era tutto camuffato. La D.C. tramite Vincenzo Parisi manteneva un sostanziale controllo sia del Sisde che della polizia. Meno, o in nessun modo, dei Carabinieri, della Finanza e del Sismi.

Una delle «medaglie» guadagnate in carriera da La Barbera fu proprio l’ indagine sulla strage di via D’ Amelio in cui fu ucciso Paolo Borsellino il 19 luglio 1992, cinquantasei giorni dopo l’eccidio di Capaci in cui morì Giovanni Falcone. A ottobre di quello stesso anno il gruppo investigativo guidato da La Barbera afferrò di dritta o di raffa, il filo che portò alla soluzione del caso e alla definizione dei processi. Ma era tutto falso, come si è scoperto ora grazie alle dichiarazioni del nuovo pentito Gaspare Spatuzza. Dalle quali è scaturita un’inchiesta sulla genesi della pista costruita a tavolino, completamente diversa da qeulla ipotizzata da La Barbera e dal gruppo Falcone e Borsellino.

I tre poliziotti all’epoca lavoravano con il «capo» per scoprire gli assassini del giudice Borsellino e dei loro colleghi: anche lì tutte carriere prodigiose: Vincenzo Ricciardi, oggi questore di Novara; Mario Bo, diventato capo della squadra mobile di Trieste; Salvatore La Barbera, che non è parente dell’ex questore morto e adesso presta servizio alla polizia postale di Milano.

Diciott’anni dopo sono tutti accusati del reato di calunnia aggravata perché «in concorso con il dottor Arnaldo La Barbera (deceduto), nonché con altri allo stato da individuare, facendo anche parte del gruppo “Falcone-Borsellino”, organismo investigativo deputato alle attività d’ indagine relative alla strage di via D’Amelio, inducevano, mediante minacce e pressioni psicologiche, Candura Salvatore, Andriotta Francesco e Scarantino Vincenzo a rendere false dichiarazioni in merito alla fase esecutive della predetta strage». Candura, Andriotta e Scarantino sono tre pseudo-pentiti, pescati nel sottobosco criminal-mafioso della periferia palermitana, che a partire dall’ ottobre ’92 si accusarono del furto della Fiat 126 utilizzata per confezionare l’auto-bomba che uccise Borsellino. Chiamando in causa presunti complici e mandanti, nelle indagini e durante i processi. Ma quella macchina fu rubata e imbottita di tritolo da Gaspare Spatuzza, l’ex uomo d’onore della famiglia mafiosa di Brancaccio che ha fornito al suo racconto riscontri incontrovertibili.

Messi davanti alla nuova realtà, prima Candura, poi Andriotta e infine Scarantino hanno ammesso di aver detto il falso. Aggiungendo però di non essersi inventati da soli le false accuse, ma di averle riferite su suggerimento e su pressione dei poliziotti infedeli che li interrogavano (i due La Barbera, Bo e Ricciardi) e avevano cura di fargli ripetere «la lezione» prima delle testimonianze davanti ai magistrati.

E’ mai possibile che qeusti non si siano mai accorti di nulla? Oppure sapevano ed erano conniventi?

I falsi pentiti di allora hanno indicato in La Barbera e nei tre funzionari che lavoravano con lui gli ispiratori del depistaggio (che c’entrano allora Piraino e Narracci?). Che loro (i pentiti) si limitarono a mettere in pratica facendo infliggere l’ergastolo a uomini «d’ onore» o comunque vicini a Cosa Nostra come Salvatore Profeta, Cosimo Vernengo, Giuseppe Orofino, Natale Gambino, Gaetano Scotto, che invece non c’entravano nulla con la strage del 19 luglio ’92.

Il problema è che pur essendo la fonte del depistaggio Arnaldo La Barbera, bisognerebbe capirne il movente. Come sottolinea lo stesso presidente dell’ Antimafia nella sua relazione, Beppe Pisanu sono emerse «forzature nelle indagini anche ad opera di funzionari della polizia di Stato legati ai Servizi Segreti» (chiara allusione a Vincenzo Parisi, l’ex capo della Polizia).

Al di là delle tesi difensive il nodo da sciogliere oggi per i magistrati nisseni che sono tornati a indagare sulle stragi è se la falsa pista fu indicata da chissà chi, per coprire moventi e responsabilità «occulte» della strage. Il riferimento di Pisanu ai «legami» coi servizi segreti riguarda ancora l’ex questore La Barbera, che per un periodo precedente alle indagini antimafia, ricevette denaro dal Sisde deviato, dov’era indicato come fonte «Rutilius». E riguarda ovviamente chi dispose quel rapporto deviato (ancora Parisi?).

Nessun riferimento invece è stato mai fatto a Narracci o a Piraino i quali non vengono mai citati da nessuno. E dunque sono fuori da qualsiasi collaborazione con la strage.

[Michele Imperio]

Don Vito, un libro all’Indice

Don Vito. Le relazioni segrete tra Stato e mafia nel racconto di un testimone d’eccezione

Un viaggio senza ritorno nei gironi infernali della storia italiana più recente. Quarant’anni di relazioni segrete e inconfessabili, tra politica e criminalità mafiosa, tra Stato e Cosa nostra. Perno della narrazione è la vicenda di Vito Ciancimino, “don Vito da Corleone”, uno dei protagonisti della vita pubblica siciliana e nazionale del secondo dopoguerra, personaggio discutibile e discusso, amico personale di Bernardo Provenzano, potentissimo assessore ai Lavori pubblici di Palermo, per una breve stagione sindaco della città, per decenni snodo cruciale di tutte le trame nascoste a cavallo tra mafia, istituzioni, affari e servizi segreti. A squarciare il velo sui misteri di “don Vito” è oggi un testimone d’eccezione: Massimo, il penultimo dei suoi cinque figli, che per anni gli è stato più vicino e lo ha accompagnato attraverso innumerevoli traversie e situazioni pericolose. Il suo racconto riscrive pagine fondamentali della nostra storia: il “sacco di Palermo”, la nascita di Milano 2, Calvi e lo Ior, Salvo Lima e la corrente andreottiana in Sicilia, le stragi del ’92, la “Trattativa” tra pezzi dello Stato e Cosa nostra, la cattura di Totò Riina, le protezioni godute da Provenzano, la fondazione di Forza Italia e il ruolo di Marcello Dell’Utri.

Questo è uno di quei libri che procura la dannazione eterna per chi l’ha scritto, in special modo per uno dei due indicati come autori, ovvero il testimone oculare, Massimo Ciancimino. Con la lettera di minacce al figlio di 5 anni, Ciancimino ha chiesto a Feltrinelli di ritirare il libro dal commercio. Feltrinelli ha deciso per ora di annullare tutte le presentazioni al pubblico che sarebbero state fatte nei prossimi mesi. Niente promozione. C’è da giurarci che ‘Don Vito’ diventi una rarità, uno di queli libri che per trovarlo servono giorni interi a scartabellare negli archivi delle biblioteche. Sarà così? Vincerà ancora una volta la parola di minaccia sulla parola di verità (ammesso che Massimo Ciancimino l’abbia detta e scritta)? La lunga storia degli interrogatori di Ciancimino jr. nelle procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze è una storia di parziali ammissioni e reticenze, di documenti tenuti segreti e di pizzini che recano nomi improbabili di misteriosi oo7 deviati. Dove risiede la verità? Un libro come questo può aiutare a comprenderla? Don Vito è messo all’Indice dei libri proibiti poiché si fanno nomi e cognomi, perché si sconfina paurosamente nel ‘non detto’. Perché osa fare i nomi degli innominabili, che persino la procura di Firenze, nell’indagine poi archiviata sui mandati occulti dell’attentato di Via Dei Georgofili, chiama con lo pseudonimo di ‘Autore Uno’ e ‘Autore Due’, come se anche solo ipotizzare la loro reale identità, anche solo pensarlo,  possa in qualche modo compromettere la propria esistenza per sempre.

Eeppure è vero, insieme a quelle identità misteriose, che avallarono l’escalation stragista del 1993 delle “bombe sul continente”, trattando con esse, si è costruito un quadro politico che è passato alla storia con il nome di “Seconda Repubblica”. Nata con il sangue di giudici e di innocenti.

Don Vito. Le relazioni segrete tra Stato e mafia nel racconto di un testimone d’eccezione – Informazioni sul prodotto

Un viaggio senza ritorno nei gironi infernali della storia italiana più recente. Quarant’anni di relazioni segrete e inconfessabili, tra politica e criminalità mafiosa, tra Stato e Cosa nostra. Perno della narrazione è la vicenda di Vito Ciancimino, “don Vito da Corleone”, uno dei protagonisti della vita pubblica siciliana e nazionale del secondo dopoguerra, personaggio discutibile e discusso, amico personale di Bernardo Provenzano, potentissimo assessore ai Lavori pubblici di Palermo, per una breve stagione sindaco della città, per decenni snodo cruciale di tutte le trame nascoste a cavallo tra mafia, istituzioni, affari e servizi segreti. A squarciare il velo sui misteri di “don Vito” è oggi un testimone d’eccezione: Massimo, il penultimo dei suoi cinque figli, che per anni gli è stato più vicino e lo ha accompagnato attraverso innumerevoli traversie e situazioni pericolose. Il suo racconto riscrive pagine fondamentali della nostra storia: il “sacco di Palermo”, la nascita di Milano 2, Calvi e lo Ior, Salvo Lima e la corrente andreottiana in Sicilia, le stragi del ’92, la “Trattativa” tra pezzi dello Stato e Cosa nostra, la cattura di Totò Riina, le protezioni godute da Provenzano, la fondazione di Forza Italia e il ruolo di Marcello Dell’Utri. Attualmente la testimonianza di Massimo Ciancimino è vagliata con la massima attenzione da cinque Procure italiane e non è possibile anticipare sentenze. Una vera e propria epopea politico-criminale per troppo tempo tenuta nascosta.
Editore: Feltrinelli
Autore: Ciancimino Massimo, La Licata Francesco
Argomento: Problemi e servizi sociali
Anno: 2010
Collana: Serie bianca
Informazioni: pg. 311
Codice EAN: 9788807171925

La legge del bastone anche per Ciancimino

Il proiettile indirizzato al figlioletto di 5 anni non è che una macabra notifica. Il ‘bastone’ arriverà. Per gli infami traditori, i figli e la famiglia tutta di Massimo Ciancimino. E’ una legge di mafia. Se pensate a tutto ciò trasponendolo alla vicenda di Fini e Il Giornale con la sua campagna diffamatoria, pare invero una terribile coincidenza. Ricordate il Corvo di Parlemo? Prima che con le bombe, la mafia agisce con il discredito. Con Ciancimino si è passati dalle parole ai fatti.

Ci si sarebbe aspettati, poi, una levata di scudi in difesa del testimone Ciancimino, e del suo figlioletto, il quale porta solo un cognome e colpe non ne ha. Il mondo politico, invece, si è girato dall’altra parte. Ciancimino è un infame e non merita rispetto nemmeno dai non-affiliati. Gli eroi sono ben altri: gli stallieri che muoiono senza aver fatti i “nomi”, per esempio. Una delle poche voci nel silenzio collettivo, è quella del sen. Lumia (PD):

La lettera minatoria al figlio di Masimo Ciancimino è un fatto grave, si sta superando ogni limite […] Adesso lo Stato deve dimostrare che fa sul serio: bloccare ogni tentativo di intimidazione e mettere nelle condizioni Ciancimino di andare fino in fondo. La ricerca della verità non può essere ostacolata. Bisogna avere il coraggio di scoprire le collusioni tra mafia ed esponenti della politica, delle istituzioni e degli apparati […] In questo momento così delicato occorrono messaggi chiari e inequivocabili. Invece, il governo non fa altro che screditare giudici, collaboratori di giustizia ed approvare provvedimenti che indeboliscono la lotta alla mafia, come il ddl sulle intercettazioni e il taglio di fondi alla magistratura e alle forze dell’ordine (IrisPress).

Per Il Giornale, la notizia non merita spazio né nella prima pagina di oggi – interamente dedicata al Fini-Tulliani Gate – né sulla home del sito web. Cercate su tutto il loro sito: per la notizia della lettera di minacce neanche un trafiletto, neanche la riproposizione del lancio di agenzia.

Ciancimino, certamente, ha avuto i suoi difetti: le dichiarazioni a orologeria di certo non aiutano a comprendere la sua buona fede. Ma c’è una parte dello Stato, una parte consistente e maggioritaria, che non vuole le verità di Ciancimino. Le rifiuta e le stigmatizza. Ciancimino non è un pentito. E’ considerato, tutt’al più, un diffamatore. Non gli è stata data nemmeno una protezione seria. Ciancimino è un uomo morto che cammina. Il libro “Don Vito. Le relazioni segrete tra Stato e Mafia”, scritto con Francesco La Licata ed edito da Feltrinelli, verrà forse ritirato dal commercio su sua richiesta. La verità, indimostrabile per i magistrati, che reca al suo interno, sparirà dalla circolazione, come è accaduto a tanti libri ‘scomodi’. Ma forse non si può perdere così velocemente il coraggio della parola.

La notizia che non c’è: il mistero della foto del ‘Signor Franco’

Ecco, la foto di quest’uomo non esiste, anzi, errata corrige: quest’uomo non esiste. Non fate caso alla sua presenza su queste pagine: esso non c’è. Questa la verità istituzionale.

il Signor Franco c'è e ti vede

Il mondo dell’informazione ha una sorta di sussulto, di fibrillazione: Repubblica.it mostra la foto del ‘Signor Franco’, la spia del Sisde che, tramite Don Vito Ciancimino, trattava con la mafia. Un corto circuito e la foto fa il giro del web. Rimbalza sui blog. Ma nel giro di un paio d’ore, sbam!, sparita. La notizia non c’è più. Non è quello il ritaglio di giornale su cui Ciancimino ha dichiarato di aver riconosciuto ‘faccia da mostro’. Repubblica cancella tutto, i magistrati imprecano contro la fuga di notizie, certamente notizie false messe in circolo solo per intorpidire le indagini. Come in una puntata di Lost, il passato è cancellato e sostituito da un presente alternativo nel quale non c’è nessun segno dell’accaduto. O quasi.

Perché sul web ne è rimasta traccia. Ne parla il Post Viola: “E’ stata resa nota da Repubblica la foto del cosiddetto ‘signor Franco’, l’uomo dei Servizi segreti che, secondo Massimo Ciancimino, avrebbe tenuto i rapporti tra Stato e mafia nella cosiddetta trattativa subito dopo le stragi del ’92 in cui vennero uccisi i giudici Falcone e eBorsellino e gli agenti della scorta”. Ne parla infoquotidinane: “Ha un volto, un nome e un numero di matricola il famigerato “signor Franco”, il personaggio, presunto appartenente all’intelligence, che nei racconti di Massimo Ciancimino ha fatto da trait d’union fra Cosa nostra e le istituzioni. E’ un agente di alto grado dei servizi ed è ancora in servizio. Lo scrive il quotidiano “La Repubblica” in articolo di Attilio Bolzoni”.

La smentita dei giudici di Caltanissetta giunge via ANSA: “Il misterioso signor Franco non è stato né identificato dagli inquirenti, né, tantomeno, iscritto nel registro degli indagati. Il testimone non ha ancora consegnato ai pm il giornale, che conserva in una casa all’estero. Nei giorni scorsi gli investigatori hanno acquisito una copia della rivista che hanno esibito a Ciancimino. Non si tratterebbe però della stessa indicata dal testimone. Secondo indiscrezioni, Ciancimino non sarebbe stato in grado di riconoscere il signor Franco nella foto mostratagli dagli inquirenti, che peraltro non era chiara. Tra molte incertezze il figlio dell’ex sindaco ha detto che si potrebbe trattare dello 007, ma di non esserne affatto sicuro” (LiveSicilia >> Cronaca > Fughe di notizie sul “signor Franco” la foto sparisce dal sito di Repubblica).

Il suo volto non è il vero volto. Ciancimino lo rivelerà quando saremo pronti. La sagoma del Signor Franco si smaterializza e come un fumo nero si aggira furibonda per gli intricati circuiti mediatici.

I Magistrati in protesta contro Alfano: sedia vuota e Costituzione. Sit-In del Popolo Viola in difesa della Carta.

Sabato 30 Gennaio i Magistrati aderenti all’ANM abbandoneranno le sedie alla inaugurazione dell’Anno Giudiziario non appena prenderà la parola il Ministro della Giustizia Angelino Alfano. Una protesta che si sovrappone alla mobilitazione in difesa della Costituzione organizzata da Il Popolo Viola in numerose città d’Italia (in coda al post l’elenco intero con i link alle pagine di interesse per partecipare all’iniziativa).

I Magistrati hanno annunciato che porteranno con sé copia della Costituzione per “simboleggiare il forte attaccamento alla funzione giudiziaria e alla Carta costituzionale”. Usciranno dall’aula al momento dell’intervento del ministro o del rappresentante del Ministero per “testimoniare il proprio disagio per le iniziative legislative in corso, che rischiano di distruggere la giustizia in Italia, e per la mancanza degli interventi necessari ad assicurare l’efficienza del sistema”. Al termine dell’intervento del rappresentante del Governo verrà letto un comunicato che avrà il tono delle parole che seguono: “Basta con leggi prive di razionalità e di coerenza, pensate esclusivamente con riferimento a singole vicende giudiziarie e che hanno finito per mettere in ginocchio la giustizia penale in questo Paese; basta insulti e aggressioni”. Una protesta che ha un solo precedente nel famoso discorso di Saverio Borrelli, negli anni profondi del brelusconismo, durante il quale scandì la famosa frase: “Resistere, resistere, resistere, come su una irrinunciabile linea del Piave”. La realtà è andata ben al di là di quel che allora si poteva prevedere e oggi la spietatezza con cui il governo sta attuando il proprio progetto di distruzione della macchina giudiziaria, annichilendo quel che resta del Parlamento, non può che suscitare iniziative clamorose.

Il clima rischia di essere ulteriormente riscaldato dalla notizia che Ciancimino jr. ha ricevuto il primo riconoscimento della sua attendibilità di testimone da un giudice. Lo si può leggere nelle motivazioni della sentenza di condanna per mafia dell’ex deputato regionale di Forza Italia Giovanni Mercadante.

Secondo il giudice “è certo e può indiscutibilmente affermarsi nel presente processo,  che egli (Massimo Ciancimino) ebbe realmente modo di assistere a incontri tra il padre e Provenzano e ancora del padre con Lipari e Cannella nella propria abitazione familiare e nei luoghi domiciliari in cui il padre fu ristretto o confinato, incontri in cui Vito Ciancimino e i suoi interlocutori parlavano di affari, appalti mafia e politica […] La vicinanza di Massimo Ciancimino al padre ha fatto di lui un testimone se non un protagonista di riflesso di incontri ed episodi, oggi al centro di interesse investigativo in quanto utili a ricostruire il perverso sistema di frequentazioni alleanze ed accordi politico-istituzionali che fece dei corleonesi dei vari Liggio e Riina un centro di potere oltre che un gruppo di assassini senza scrupoli, capaci di condizionare la storia politico-sociale-economici della Sicilia(e in parte della Repubblica) dagli anni ’70 a buona parte dei anni ’90”. Chissà cosa ne pensa Dell’Utri. Starà forse pensando di passare dal badile al cannemozze?

Conferenza Stampa domani, Popolo Viola, Milano.

E’ prevista per domattina, 28 gennaio, la conferenza stampa per la presentazione dei sit-in del 30 gennaio, che si terranno in tutta Italia in difesa della Costituzione. La conferenza stampa avrà luogo presso l’Associazione CHIamaMILANO, Largo Corsia dei Servi, 11 – MILANO

Desecretati i verbali di Ciancimino Jr. Dell’Utri: “Ci sarebbe da rovesciargli addosso un badile”.

Desecretati i verbali di Ciancimino deposititati al processo contro il generale Mori. Questo il passaggio che ha scatenato la reazione rabbiosa di Dell’Utri:

Massimo Ciancimino, ricordando di un “pizzino” inviato da Provenzano a suo padre dove si faceva riferimento “a un amico senatore e al nuovo Presidente per l’amnistia”, ha confermato che i due erano Marcello Dell’Utri e Totò Cuffaro. Poi ha spiegato dove ha conosciuto l’ex governatore: “L’ho incontrato nel 2001 a una festa dell’ex ministro Aristide Gunnella, credevo di non averlo mai visto prima. Si è presentato e mi ha baciato. Poi, l’ho raccontato a mio padre che mi ha detto: ‘Ma come, non te lo ricordi, che faceva l’autista al ministro Mannino? Anche lui aspettava in macchina, fuori, come te che accompagnavi me … Poi ho collegato… perché quando accompagnavo mio padre dall’onorevole Lima fuori dalla macchina aspettava pure, con me, Cuffaro e anche Renato Schifani che faceva l’autista al senatore La Loggia. Diciamo, che i tre autisti eravamo questi… andavamo a prendere cose al bar per passare tempo.. Ovviamente, loro due, Cuffaro e Schifani, hanno fatto altre carriere: c’è chi è più fortunato nella vita e chi meno… ma tutti e tre una volta eravamo autisti” (fonte http://www.repubblica.it/cronaca/2010/01/13/news/ciancimino_jr-1926006/)

E Dell’Utri ha così candidamente risposto:
Massimo Ciancimino “è un cretino, un pazzo, un mitomane e potrei usare qualsiasi aggettivo contro chi pompa queste immense minchiate”. Sono le parole del senatore del Pdl, Marcello Dell’Urtri, in un’intervista al Corriere della Sera, in cui si dice stupito che ci siano magistrati che ascoltano le parole di Ciancimino. “Per andare dietro a questo sciagurato bisogna proprio essere più pazzi di lui – prosegue Dell’Utri – . Non vorrei incazzarmi ma ci sarebbe da prendere un badile e rovesciarlo addosso a questi cretini”.

Spatuzza deporrà in aula al processo Dell’Utri. La trattativa durò fino al 2004.

"Abbiamo il paese nelle mani", disse Graviano a Spatuzza. Spatuzza il Berlusconi non lo conosceva, "chi? quello di Canale 5". "Sì", gli disse Graviano. Grazie a lui abbiamo ottenuto tutto.
Questo ha riferito Spatuzza, il pentito chiave nelle inchieste sulla trattativa Stato-mafia. Verrà ascoltato nel processo d’appello di Dell’Ultri. Le sue rivelazioni, se confermate in aula, potrebbero avere conseguenze politiche importanti. Non sarebbe più solo una mezza sentenza di corruzione – vedi caso Mills – a mettere in soggezione Mr b, ma ora anche l’accusa concreta di essere stato referente di Cosa Nostra. Non potrebbe più ricoprire il ruolo di presidente del consiglio (infra pares). Sarebbe allora costretto alle dimissioni. Poco servirebbero le armi della retorica e della propaganda elettorale sulle toghe rosse: l’insieme delle inchieste di Caltanissetta (mandanti esterni alla strage di Via D’Amelio) e Palermo (trattativa Stato-mafia e papello di Ciancimino) stringerebbero Mr b in una morsa giudiziaria mortale.
La politica, la parte sana, la restante parte sana, non può volgere il capo: non può non agire. Agire non è solo possibile, ma anche necessario. La parte restante della sua maggioranza, quella che non lo vuole seguuire fino alla fine, quella che già ora attua dei distinguo, seppure solo nei principi, dovrà prendere una decisione, e solo una sarà possibile.

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    • Il pentito Gaspare Spatuzza deporrà al processo d’appello contro il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e condannato in primo grado a nove anni di reclusione.

    • Lo hanno deciso questa mattina i giudici della Corte, accogliendo la richiesta del pg Antonino Gatto

    • In quelle carte, una settantina in tutto, si leggerebbe che la trattativa tra lo stato e la mafia sarebbe durata almeno fino al 2004 con due referenti doc: Silvio Berlusconi e “il nostro paesano Dell’Utri”. Altra cosa rispetto a quei “crastazzi dei socialisti”

    • La ricostruzione di Spatuzza parte da due incontri con il boss Giuseppe Graviano avvenuti tra il 1993, dopo le stragi, e il gennaio del 1994. Il primo a Campofelice di Roccella, in compagnia di Cosimo Lo Nigro, il secondo al caffè Doney di via Veneto, a Roma.

    • In quel periodo, ricorda il pentito, era in progetto un attentato da compiere nella Capitale contro i Carabinieri e lo stesso Graviano aveva libertà di indicare l’obiettivo, che fu individuato nello stadio Olimpico

    • Spatuzza avrebbe manifestato al boss il proprio dispiacere per la morte di una bambina durante la strage di Firenze e in genere la sua perplessità per tutta quella serie di vittime fuori dalla Sicilia

    • Sentendosi rispondere con una domanda rivolta a lui e a Lo Nigro: Graviano, spiega Spatuzza, “ci chiese se noi capivamo qualcosa di politica e ci disse che lui ne capiva”

    • Un’affermazione che era stata preceduta da una frase rassicurante – il boss “ci disse che da quei morti avremmo tratto tutti benefici, a partire dai carcerati” – e che “mi fece intendere che c’era una trattativa che riguardava anche la politica”

    • Nel corso del secondo incontro, il pentito ricorda invece un Giuseppe Graviano esultante

    • spiegò “che avevamo ottenuto tutto” grazie a Berlusconi “e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri”

    • “Io non conoscevo Berlusconi – aggiunge – e chiesi se era quello di Canale 5 e Graviano mi disse sì”. Prima di aggiungere “che grazie alla serietà di queste persone noi avevamo ottenuto quello che cercavamo”. Tanto che “usò l’espressione ‘ci siamo messi il Paese nelle mani’.”

    • Per riscaldare il clima della trattativa l’attentato all’Olimpico – che a differenza di quanto precedentemente dedotto dalla Procura di Firenze il pentito sposta nel 1994 invece del 31 ottobre del ’93 – rimase in programma, ma non si riorganizzò quando fallì perché i Graviano vennero nel frattempo arrestati

    • La trattativa, secondo Spatuzza, durò invece fino al 2004 per quanto egli apprese da Filippo Graviano nel carcere di Tolmezzo: “Graviano mi disse che si stava parlando di dissociazione, ma che noi non eravamo interessati

    • Tornato a Tolmezzo ne parlai con Graviano che mi disse: ‘se non arriva niente da dove deve arrivare è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati

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    • Sono anni che ci domandiamo come tutto ciò sia potuto accadere: il senso della legge che si sfibra, lo Stato che suscita timore o disprezzo perché s’accomoda con l’illegalità e rinuncia al controllo del territorio, che non interviene prima delle catastrofi ma solo ai funerali.

    • E la democrazia che si perverte, divenendo qualcosa di prevaricatore: come un diritto divino che si dà all’Unto delle urne.

    • considerare legittimo quello che è illegale, illegittimo quello che è legale, dunque a sovvertire categorie, istituzioni, leggi che nella Repubblica sono ferme, durevoli, non legate alla durata effimera delle maggioranze e delle legislature

    • Sono considerati illegittimi i poteri legali di controllo sul governo, perché non eletti direttamente dal popolo; è considerata illegittima la separazione tra i vari poteri dello Stato, perché controbilanciandosi a vicenda minacciano di fare quel che ogni costituzione liberale prescrive: frenare l’abuso della forza

    • Anche per il potere della malavita, non solo per il potere legale, dovrebbero a questo punto valere le parole di Montesquieu : "Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti […]. Perché non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere".

    • Noi sappiamo. Sono anni che sappiamo, anche se spesso non abbiamo tutte le prove e tutti gli indizi.

    • Sappiamo che le trattative sono esistite, e si sono prolungate (secondo pentiti che hanno parlato) almeno fino al 2004.

    • Sappiamo che viviamo ancor oggi – con le leggi che rendono difficoltosa la lotta alla mafia, con lo scudo fiscale e altre misure che ostacolano la rintracciabilità dell’evasione – sotto l’ombra di un patto.

    • Sappiamo il dolore e la morte che mafia, camorra, ‘ndrangheta hanno provocato lungo i decenni.

    • Sappiamo il sacco di Palermo, e di tante città, sobborghi: sacco che continua.

    • Sappiamo che basta leggere le sentenze, oltre che le inchieste di giornalisti coraggiosi – anche le sentenze che assolvono gli imputati per mancanza di prove o, peggio, per prescrizione – per conoscere le responsabilità di uomini politici e amministratori

    • Sono i medici dell’Italia, siete i medici dell’Italia

    • Ma medici che osservano un giuramento di Ippocrate speciale, di tipo nuovo: resta il dettato che comanda l’azione riparatrice, risanatrice.

    • l’obbligo di non nuocere, di astenersi da ogni offesa e danno volontario, di “entrare nelle case per il sollievo dei malati”

    • Ma cade il comandamento del segreto, vincolante in Ippocrate. Il giuramento che comanda: “Tutto ciò ch’io vedrò e ascolterò nell’esercizio della mia professione, o anche al di fuori della professione nei miei contatti con gli uomini, e che non dev’essere riferito ad altri, lo tacerò considerando la cosa segreta”

    • Il paragrafo del giuramento cade, perché troppo contiguo – nella nostra attività medica – alla complicità, al delitto di omertà

    • trasformare il silenzio in parola, nel far letteralmente parlare le pietre o meglio il cemento, le terre e i mari inquinati, poiché è denunciando il male che il male vien conosciuto e che la guarigione può iniziare

    • Non c’è azione senza parola che circola liberamente e non c’è guarigione senza infrazione del segreto

    • l’informazione indipendente è così importante, in Italia: spesso lamentiamo un’opinione pubblica indifferente, ma prima di esser aiutata a divenire civica, responsabile, nel paesino più piccolo come nella grande città, l’opinione deve essere bene informata: con parole semplici, non specialiste, con esempi concreti, con un linguaggio che non presupponga, nell’interlocutore, la conoscenza di difficili dossier

    • I medici di cui ho parlato – medici dell’Italia e delle sue parole e della sua natura malate – combattono proprio contro questo silenzio, che protegge i mafiosi

    • C’è un modo invece di servire lo Stato che chiamerei paradossale: si serve lo Stato, pur sapendo che esso è pervertito, che nella nostra storia c’è stato più volte un doppio Stato.

    • Uomini come Falcone, Borsellino, il giudice Chinnici, Don Giuseppe Puglisi, Don Giuseppe Diana, e i tanti uomini delle scorte avevano questa fedeltà paradossale allo Stato

    • Uomini così sono come esuli, come De Gaulle che lasciò la Francia quando essa fu invasa dalle truppe di Hitler e dall’esilio londinese disse: la Francia non coincide sempre con la geografia. Quel che rappresento è “una certa idea della Francia”, che ha radici nella terra ma innanzitutto nella mente di chi decide, esiliato, di entrare in resistenza attiva e sperare in un mutamento.

    • La riconquista del territorio e della legalità è come la speranza, anch’essa sempre paradossale. Prende il via da una perdita del territorio, dalla consapevolezza che se lo Stato non ha più presa su di esso, ciascuno di noi perde la terra ferma e pulita sotto i piedi

    • Come nella lettera di Paolo ai Romani, è da una situazione di debolezza che si parte, altrimenti non ci sarebbe nemmeno bisogno di sperare: “Ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza”.

    • Ecco, per ora speriamo quel che non ancora vediamo: speriamo in una cultura della legalità, in una politica del territorio restituito a chi vuole abitarlo nella decenza.

    • se sappiamo quel che accade in Italia da tanto tempo, pur non avendo tutte le prove, già metà del cammino è percorsa e il nostro agire diventa non solo necessario ma anche possibile

    • Anche questo Paolo lo spiega molto bene, quando elenca le tappe che si percorrono sulla via della speranza. Prima vengono le afflizioni, la conoscenza del dolore di cui sono intessute le cose sperate.

    • Le afflizioni producono la pazienza, e questa a sua volta genera la virtù provata, la messa alla prova attraverso l’azione.

    • Sul suolo dell’esperienza e della virtù provata, infine, nasce la speranza e a questo punto la prospettiva cambia e il cammino si fa chiaro. Allora sappiamo una cosa in più, preziosa: non si comincia con lo sperare, per poi agire. Si comincia con la messa alla prova attraverso l’azione, e solo dalla messa alla prova nascono la speranza, la sete di trovare l’insperato, l’anticipazione attiva – già qui, ora – di un futuro possibile.

    • Ha detto una volta Giancarlo Caselli una cosa per me non dimenticabile: “Se essi sono morti (parlava di Falcone, di Borsellino) è perché noi tutti non siamo stati vivi: non abbiamo vigilato, non ci siamo scandalizzati dell’ingiustizia; non lo abbiamo fatto, non lo abbiamo fatto abbastanza, nelle professioni, nella vita civile, in quella politica, religiosa”.

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Trattativa Stato-Mafia, il generale Subranni indagato?

Il Generale dell’Arma dei Carabinieri Subranni, nel 1992 a capo del Ros e degli ufficiali Mori e De Donno, pare essere stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Palermo nell’ambito della vicenda trattativa stato-mafia. Gli stessi Mori e De Donno sono sotto processo, accusati di aver favorito la latitanza di Provenzano. Mori nel 2006 fu assolto invece dall’altra accusa infamante di favoreggiamento e depistaggio delle indagini per non aver perquisito il covo di Riina, fino ad allora sorvegliato dagli uomini del Crimor che procedettero all’arresto del Capo dei Capi (fu inquisito anche il capitano Sergio De Caprio, poi assolto, per la stessa accusa, il cosiddetto capitano Ultimo, celebrato nelle fiction fasulle di Mediaset).
Insomma, c’è del marcio in Danimarca. La vicenda della cattura di Riina non è andata come ce l’hanno raccontata sinora gli stessi protagonisti. Riina fu arrestato nel 1993, ma stando al papello, già nel 1992 si preoccupava di far evitare il carcere duro ai boss ultrasettantenni, descrizione che stranamente gli calzava a pennello. E se Totò U Curtu si fosse consegnato egli stesso al Ros? Se la trattativa non fosse altro che una negoziazione di una resa – per così dire – condizionata? Riina al momento della cattura non era più indispensabile all’organizzazione. Si stava preoccupando di definire il passaggio di poteri. E bussò alle porte dello Stato, a quelle porte che conosceva bene. Un quadro assurdo e complicato dove non si capisce chi ci abbia guadagnato e chi no. E poi c’è il Crimor, il corpo speciale del Ros, che brillò per le catture di Riina e Brusca. Operava correttamente o era anche esso inquinato? O il Crimor era depistato, oppure depistava. E il ruolo di Subranni? Borsellino, in un colloquio con la moglie, lo definì punciutu, affiliato alla mafia. Cosa che per un generale dell’Arma può essere tradotta con un solo termine: "alto tradimento".

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    • tutta la "catena di comando" dei Ros. Colonnelli, generali, maggiori, capitani. Sono sott’accusa, sono sospettati. Per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina nel 1993. Per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. Per i patti e i ricatti fatti fra il massacro di Capaci e quello di Via D’Amelio nel 1992

    • Per le rivelazioni della vedova di Paolo Borsellino nell’agosto del 2009: "Mio marito mi ha detto che il generale Subranni era punciutu". Letteralmente significa affiliato a Cosa Nostra

    • da ieri si rincorrono voci su nuovi "avvisati" alla procura di Caltanissetta, in particolare voci sul generale Subranni

    • Qualcuno parla di un "atto dovuto" dopo le dichiarazioni della vedova Borsellino, qualcun altro – anche se la notizia è ufficialmente smentita – racconta che l’alto ufficiale sarebbe stato già indagato per favoreggiamento

    • Il generale Antonino Subranni, diciassette anni fa era il comandante dei Ros ed era il diretto superiore del colonnello Mario Mori, l’ufficiale – poi diventato capo dei servizi segreti nel penultimo governo Berlusconi – che oggi è a processo a Palermo (con il colonnello Mauro Obinu) per avere favorito Provenzano in una latitanza lunga quarantatré anni.

    • Nello stesso procedimento è ancora sub iudice anche Subranni, già indagato per favoreggiamento aggravato. Per lui il sostituto procuratore Nino Di Matteo ha chiesto l’archiviazione, il fascicolo è ancora sulla scrivania del giudice per le indagini preliminari.

    • Sono i Ros più di ogni altro soggetto istituzionale o apparato poliziesco i protagonisti di quella stagione fra stragi e mercanteggiamenti, colloqui riservati, contrattazioni.

    • È il capitano Giuseppe De Donno – ma lui nega e annuncia querela – che viene citato dall’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli come l’ufficiale che avvicina il direttore degli Affari penali Liliana Ferraro per dirle che "Ciancimino sta collaborando"

    • È sempre De Donno con il colonnello Mori che incontrano più volte don Vito per trattare con Totò Riina e, secondo Massimo Ciancimino, visionano il "papello".

    • È sempre Mori, secondo l’ex presidente della commissione parlamentare Luciano Violante, che vuole perfezionare un patto "politico" con Ciancimino.

    • È sempre il generale Subranni, secondo ancora Massimo Ciancimino, "che in un primo momento era il referente capo" di De Donno e di Mori. Un elenco interminabile di incontri e di abboccamenti, tutti finalizzati alla "trattativa" con i Corleonesi alla vigilia dell’uccisione di Borsellino.

    • I Ros hanno agito autonomamente? Hanno trattato per loro conto con Totò Riina? Hanno ricevuto un mandato politico o si sono abbandonati a scorribande sbirresche? "Mio padre mi ha detto che quegli ufficiali erano accreditati da Mancino e Rognoni", dichiara a verbale Massimo Ciancimino.

    • Nicola Mancino, che al tempo era ministro degli Interni, da mesi smentisce ogni trattativa. Virginio Rognoni, che al tempo era ministro della Difesa, dice che non "ha mai saputo nulla".

    • Chi ha "autorizzato" la trattativa con il capo dei capi di Cosa Nostra?

    • i magistrati ordineranno una perizia grafica per vedere chi ha materialmente scritto quelle richieste dettate da Totò Riina

    • I primi sospetti si stanno allungando su uno dei figli del boss di Corleone. E sul fidato Antonino Cinà, il mafioso più vicino a Riina in quell’estate del 1992

    • La prossima settimana forse arriveranno a Palermo anche le registrazioni – altra promessa di Massimo Ciancimino – dei colloqui avvenuti fra don Vito e il colonnello Mori e il capitano De Donno durante la "trattativa". Ha spiegato il figlio dell’ex sindaco: "Mio padre non si fidava di quei due e così ha registrato tutto"

    • Il contenuto del "papello" già noto ieri l’altro nel dettaglio oggi è un "atto pubblico"

    • I 12 punti sono elencati, uno dopo l’altro

    • Un’altra riga sull’abolizione del monopolio Tabacchi e un riferimento a "Sud partito". La Lega del Sud. Il sogno indipendentista dei mafiosi che non muore mai

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Papello di Riina, Mancino e Rognoni in cima alla lista.

Ora dovranno fare un grande sforzo per ricordare. Poiché verrà chiesto loro perché i loro nomi campeggiano in cima alla lista di richieste che la Mafia fece pervenire a Ciancimino e che questi poi allungò al Ros. Mori e de donno non lavoravano per conto proprio, il loro responsabile era al corrente di queste informazioni. Il suo nome compare stamane per la prima volta in un articolo del Corriere: Mori e De Donno rispondevano al generale dei Carabinieri Subranni. Subranni era il loro responsabile e come tale doveva conoscere le loro operazioni e i loro tentativi di abboccamento con Don Vito Ciancimino.
Stasera è stato pubblicato il Papello. E’ un vero e proprio programma politico, con tanto di riforma della giustizia, l’abolizione del 41bis, un diverso sistema elettivo. E soprattutto quei due nomi.
Di Mancino sappiamo già molto. Ora sarà interessante sapere chi è Virginio Rognoni. DC della corrente anderottiana, Rognoni nel 90-92 è stato Ministro della Difesa. Ma fu anche Ministro dell’Interno dal 1978 al 1983, durante gli anni di piombo. Ai tempi fu oggetto di critiche pesanti da parte del PCI per non aver protetto a sufficienza il gen. Alberto Dalla Chiesa, ucciso dalla mafia.

Subranni è il comandante dei ROS

“Esatto. Poi questo suo quesito lo fa al signor Franco. Il signor Franco lo conosco allo stesso modo di Bernardo Provenzano (…)”.

Il signor Franco è dei servizi segreti?

“Sì. E il signor Franco risponde a mio padre che il carabinieri non sono cosi’ ingenui e sprovveduti, ma che c’erano due soggetti informati e… costantemente tenuti al corrente di quelle che erano le fasi della trattativa, e nel caso in grado di poter attuare le richieste. Il ministro dell’interno Mancino e un altro soggetto politico”

Rognoni?

“Sì”’.

Quindi suo padre sa questo dal signor Franco?

“…che sono informati, cosa che non entusiasma mio padre per niente”

E si fida del signor Franco?

“Ne parla anche con i Carabinieri e loro stessi gli confermano la stessa cosa”.

Il colonnello Mori?

“Sì, il colonnello Mori. Ma la cosa importante è che mio padre di questo diciamo rapporto a monte non è per niente soddisfatto”.

Quindi non gli bastano Mancino-Rognoni?

“Esatto, non gli bastano… secondo lui, l’unica persona che ha lo spessore morale per garantire la trattativa, e che era quasi un incubo di mio padre, perché era convinto che Violante comandasse…”

Comandasse che cosa?

“Era convinto che Luciano Violante comandasse la magistratura (…)”

E Mori ne parla con Violante?

“Questo io… l’ho appreso leggendo i giornali”.

E lei che apprende invece da suo padre?

“Che Mori gli dice che non si poteva coinvolgere l’onorevole Violante (…)”. Però suo padre chiede di essere ricevuto dal Presidente della Commissione Antimafia (..) “Quando Violante divenne Presidente della Commissione”.

Quindi Violante ha detto no alla trattativa perché non ha voluto essere il garante dell’operazione. E dice no anche semplicemente ad ascoltare Ciancimino…

“Strano come l’unico politico condannato per mafia non sia stato mai ascoltato nonostante le sue continue richieste…”

La Ferraro della cir­costanza parlò già nel 2002 col pubblico ministero fiorentino Gabriele Chelazzi che indagava sulle stragi del ’93. Quando De Donno andò a trovarla — ha ricordato ieri la Ferraro — era sconvolto per la morte di Falcone avvenuta cir­ca un mese prima, era in cerca di nuovi riferimenti giudiziari per le indagini, e lei lo invitò ad affidarsi a Borsellino, al­l’epoca procuratore aggiunto di Palermo.

Pochi giorni dopo, a Fiumicino, la stessa Ferraro ri­ferì a Borsellino il colloquio con l’ufficiale dell’Arma, avve­nuto su richiesta del magistra­to che aveva annotato il nome «Ferraro» sulla sua agenda

Con lui c’era la moglie Agnese, la quale già nel 1995 aveva parlato dell’incontro da­vanti alla Corte d’assise

ha aggiunto un particolare che potrebbe legar­si alle ultime novità emerse. Agnese Borsellino ha rivelato che pochi giorni prima di mori­re nella strage di via D’Amelio (19 luglio ’92), suo marito le confidò di aver maturato dei dubbi sul generale dei carabi­nieri Antonio Subranni, all’epo­ca comandante del Ros, il rag­gruppamento speciale di cui fa­cevano parte De Donno e l’allo­ra colonnello Mori, cioè i due carabinieri che avevano aggan­ciato Ciancimino

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    • È stato sentito per circa tre ore, dai pm di Palermo e Caltanissetta, l’ex ministro socialista della Giustizia Claudio Martelli
    • Martelli, ascoltato a Roma, ha ribadito i concetti espressi nel corso della puntata dell’8 ottobre di Annozero: «Intuii che Borsellino sapesse della trattativa fra Stato e boss per fare cessare la stagione delle stragi -ha detto- e di recente me lo ha confermato Liliana Ferraro», l’ex direttore degli Affari penali del ministero della Giustizia
    • Pure la Ferraro è stata ascoltata dai magistrati siciliani, ieri a Roma. Martelli ha negato di avere ricordato soltanto ora fatti risalenti al 1992: «Avevo parlato in numerose interviste dei miei dubbi sulla formazione del governo Amato, nel 1992, delle pressioni che subii per lasciare la Giustizia e andare alla Difesa, e della situazione di Vincenzo Scotti, che dovette lasciare gli Interni a Nicola Mancino»
    • La Ferraro, oggi stretta collaboratrice dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, direttore del Cesis (il coordinamento tra Servizi segreti), ieri ha parzialmente confermato questa versione, sostenendo di non averla rivelata prima perchè essa era nota anche ad altri soggetti istituzionali, in particolare investigatori.
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    • il ‘papello’, cioè l’elenco delle richieste scritte su un foglio formato A4
    • accanto a questo elenco spunta a sorpresa un altro ‘papello’ con le proposte e le modifiche ai 12 punti pretesi dai corleonesi che don Vito Ciancimino avrebbe scritto di proprio pugno e consegnato all’allora colonnello del Ros, Mario Mori
    • Il fatto, inedito, è documentato dal L’espresso con alcune foto dei fogli in cui si leggono al primo punto i nomi di Mancino e Rognoni; poi segue l’abolizione del 416 bis (il reato di associazione mafiosa); “Strasburgo maxi processo” (l’idea di Ciancimino era quella di far intervenire la corte dei diritti europei per dare diverso esito al più grande procedimento contro i vertici di Cosa nostra); “Sud partito”; e infine “riforma della giustizia all’americana, sistema elettivo…”.
    • Su questo “papello” scritto da Vito Ciancimino era incollato un post-it di colore giallo sul quale il vecchio ex sindaco mafioso di Palermo aveva scritto: “consegnato al colonnello dei carabinieri Mori dei Ros”. Per gli inquirenti il messaggio è esplicito e confermerebbe il fatto che ci sarebbe stato una trattativa fra i mafiosi e gli uomini delle istituzioni.

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Borsellino non fu avvisato dell’imminente pericolo. Storia di una trattativa che nessuno ricorda.

Il giallo sulla strage di Via D’amelio, se possibile, si è complicato ancora di più. Altri personaggi sulla scena – Claudio Martelli, Liliana Ferraro, dopo la puntata di Annozero, e oggi Antonino Ingroia e il "tenente" dei Carabinieri Canale.
In sostanza, i Carabinieri sapevano dell’imminente attentato. La Mafia doveva colpire anche Di Pietro, che però fu mandato in America Latina, al fine di proteggerlo. Si dice che Borsellino avesse rifiutato la protezione – oggi, su La Stampa. Ieri, Peter Gomez ha però scritto che proprio se lo dimenticarono di avvisare Borsellino, che ci fu un inconveniente. Borsellino però sapeva dell’esistenza del dossier del Ros, "Mafia e appalti" – lo conferma oggi Ingroia, su La Stampa; sapeva dell’inchiesta di Palermo su Dell’Utri – lo disse nella famosa "ultima intervista" a una tv francese. Sapeva forse anche della trattativa fra i Carabinieri del Ros e Don Vito Ciancimino. Lo dirà in settimana la ex collaboratrice di Falcone, Liliana Ferraro alla procura di Caltanissetta. Martelli, pure, lo dirà alla procura. Nell’intervista a Annozero si è miracolosamente ricordato dell’incontro con la Ferraro e delle confidenze fatte. Fu lui a parlare alla Ferraro della trattativa e del suo rifiuto, e forse poi la Ferraro lo disse a Borsellino. Che a sua volta fu ricevuto al Ministero dell’Interno, forse dal ministro stesso e da tale Bruno Contrada. Ma chi dovrebbe sapere, non sa, non ricorda.
Anche Di Pietro interrogò Ciancimino, e persino lui non lo ricorda. Non ricorda nulla e pure non ne parla sul suo blog. Forse da quell’interrogatorio non fu cavato un ragno da un buco. Ciancimino si rifiutò di fornire informazioni poiché non si sentiva "politicamente protetto". È questo il nocciolo del problema. Chissà se questa copertura gliel’hanno data. Chissà in cambio di cosa.

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    • C’è un piccolo giallo nella storia dei mille misteri della stagione stragista di Cosa nostra del ‘92 e del ‘93. Di per sé è un episodio insignificante, ma che è importante perché è la dimostrazione che dopo 17 anni dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio i ricordi poi non sono così nitidi

    • Paolo Borsellino sapeva che era in corso una trattativa tra Cosa nostra e ufficiali del Ros dei carabinieri

    • Il piccolo giallo a cui facciamo riferimento è un interrogatorio di Vito Ciancimino da parte dell’allora pm Antonio Di Pietro.

    • Massimo Ciancimino, ha rivelato che il padre voleva essere interrogato dal pm di Mani pulite e che gli fu negato. Lo stesso Di Pietro, presente in trasmissione, è trasecolato. Stupito per questa richiesta mai comunicatagli

    • invece Di Pietro interrogò Ciancimino nel carcere romano di Rebibbia, nei primi mesi del ‘93. Lui stesso adesso precisa: «Non ricordo assolutamente la circostanza. Può essere accaduto. A quel tempo interrogavo decine di persone, ero impegnato nell’inchiesta Enimont»

    • Di Pietro non ricorda, dunque

    • il pm di Milano rimase deluso da quel colloquio: «Ciancimino non aggiunse nulla che il pm di Mani pulite non sapesse»

    • Massimo Ciancimino conferma quell’incontro avvenuto nel carcere di Rebibbia: «Erano presenti anche i magistrati di Palermo

    • l’interrogatorio di Ciancimino da parte di Di Pietro è un’ulteriore conferma che a cavallo delle stragi di Palermo e del Continente (Firenze, Roma e Milano) il rapporto del Ros di Mori e De Donno su «Mafia e Appalti» rappresentava uno spunto di indagine per arrivare a una qualche verità anche sulla scelta (apparentemente) suicida di Cosa nostra di abbracciare la strategia eversiva

    • Borsellino rimase colpito dagli appunti trovati sull’agenda elettronica di Giovanni Falcone. Ne parlò il 12 novembre del 1997 nel processo di Caltanissetta Antonio Ingroia (che oggi è uno dei pm che indagano sulla trattativa): «Borsellino si concentrò su quegli appunti. Tra questi, uno di quelli cui egli mi fece riferimento fu la vicenda relativa all’ormai famigerato rapporto del Ros su "Mafia e Appalti", rispetto al quale ebbe dei colloqui sia con ufficiali dei carabinieri sia con colleghi del mio ufficio, per cercare un po’ di ricostruire la sua storia»

    • Ingroia: «Ne parlò con il tenente Canale. Credo che vi sia stato anche un qualche colloquio con il capitano De Donno»

    • Ingroia, nel suo interrogatorio a Caltanissetta non fece riferimento a confidenze di Paolo Borsellino sul fatto che sapesse della trattativa intavolata da Mori e De Donno con Ciancimino

    • Nei prossimi giorni, Martelli e Ferraro saranno sentiti dai pm di Palermo e di Caltanissetta. L’ex capitano De Donno nega di aver incontrato Liliana Ferraro

    • «Il Secolo XIX» di ieri ha scritto che Paolo Borsellino fu informato dell’allarme lanciato dal Ros su un possibile doppio attentato: a Milano contro Antonio Di Pietro, a Palermo contro di lui. Ma se Di Pietro espatriò in America Latina, Borsellino non ne volle sapere.

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    • Ci sono dentro tutti. Gli uomini di Governo e di opposizione: quelli che tra il 1992 e il 1993, mentre per strada scoppiavano le bombe di mafia, erano al corrente della trattativa intavolata tra Cosa Nostra, i servizi servizi segreti e i carabinieri

    • il premier Silvio Berlusconi e il suo braccio destro Marcello Dell’Utri che, tra il ’93 e il ’94, proprio nei giorni in cui stava nascendo Forza Italia, furono informati, secondo il pentito Giovanni Brusca, di tutti i retroscena delle stragi

    • A Berlusconi

    • la mafia fece arrivare

    • messaggio preciso

    • i tuoi avversari politici non possono far finta di cadere dalle nuvole, non ti possono tenere sotto schiaffo, perché ci sono di mezzo anche loro; dacci invece una mano per risolvere i nostri problemi altrimenti noi continuiamo con le bombe e finiremo per renderti la vita impossibile

    • Claudio Martelli, ha svelato di essersi opposto al dialogo tra Stato e Antistato e di aver fatto arrivare la notizia della trattativa in corso a Paolo Borsellino (che si mise di traverso e forse anche per questo fu ucciso)

    • Un ricatto in cui affonda le sue radici la Seconda Repubblica

    • Borsellino, intorno al 23 giugno del 1992, viene avvertito da una collega del ministero dei colloqui che il colonnello Mario Mori e i capitano Giuseppe De Donno hanno avviato con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino.

    • In quel momento parlare con i vertici dell’organizzazione vuol dire convincere Totò Riina che le stragi pagano perché lo Stato è disposto a scendere a patti

    • Dice di no da subito e per questo il 25 giugno, durante un dibattito pubblico, spiega di aver ormai i giorni contati. Poi incontra Mori e De Donno. E, il primo luglio, vede il nuovo ministro degli Interni, Nicola Mancino (che continua a negare di avergli parlato) e il numero due del Sisde, Bruno Contrada

    • Fatto sta che Riina cambia strategia

    • Evita di uccidere, come programmato, il leader della sinistra Dc siciliana, Lillo Mannino, (considerato un traditore) e fa invece saltare in aria il 19 luglio Borsellino

    • E da un’incredibile dimenticanza: Borsellino non viene informato dell’esistenza di una relazione dell’Arma che dà per imminente un’azione di Cosa Nostra contro di lui e contro l’allora pm, Antonio Di Pietro

    • Brusca e Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, assicurano che Cosa Nostra era al corrente di come il presunto referente governativo della trattativa fosse Mancino

    • pure l’ex comunista Luciano Violante, all’epoca presidente della commissione antimafia, sapeva che i carabineri parlavano con l’ex sindaco mafioso

    • a questo punto che, secondo Brusca, entrano in scena Berlusconi e Dell’Utri

    • intorno al 20 settembre del ‘93, Brusca legge un’articolo su L’Espresso in cui si parla del Cavaliere e di Vittorio Mangano

    • Riina, che non gli aveva mai parlato di questo legame con la Fininvest, è ormai in carcere

    • Brusca pensa di utilizzare Mangano per fare arrivare al Cavaliere il suo messaggio. Ne parla con Luchino Bagarella

    • Verso metà ottobre Mangano parte in missione. A novembre, come risulta da un’agenda sequestrata a Dell’Utri, l’ideatore di Forza Italia lo incontra

    • i colloqui, mediati secondo il pentito da degli imprenditori delle pulizie di Milano, proseguono almeno fino alle elezioni del marzo ‘94

    • Brusca ricorda: “Mangano mi disse che Berlusconi era rimasto contento”

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Violante, Martelli e le rimembranze. Le discordanze di Mancino. Storia di una trattativa che non si chiama trattativa.

Nicola Mancino, oggi vicepresidente del CSM, non sa, non ricorda. Ma quando Martelli, ex ministro della Giustizia dello stesso governo in cui Mancino era ministro dell’Interno, ha riferito dell’incontro fra De Donno e la collaboratrice di Falcone, Liliana Ferraro, Mancino non si è affrettato a smentire, a dire, quello che dice Martelli è destituito di ogni fondamento; no, questo non l’ha detto. Ha detto che quel che ha riferito De Donno alla Ferraro, e cioé che Ciancimino cercava coperture politiche per continuare a parlare con i Carabinieri, non si può definire "trattativa". Quindi, se parlate a Mancino di una trattativa fra Stato e Mafia, egli la negherà sdegnato. E certo, lui non la chiama trattativa. La chiama in un altro modo, che finora non ci ha voluto rivelare. Però De Donno dalla Ferraro ci è andato. Sennò avrebbe dovuto dire, non sapevo nulla di questo incontro. In sostanza, Mancino contraddice proprio De Donno, il quale afferma di non essere mai stato dalla Ferraro. E’ una menzogna, dice il carabiniere, e querelo chi mi diffama.
Bè, che cominci pure da Mancino.
Intanto, Luciano Violante, nel ’92 presidente della commissione antimafia, tornerà nella stessa per riferire di quanto detto nei mesi scorsi circa la presunta trattativa, della quale lui non sapeva nulla ma ha vaga memoria di una visita di Paolo Borsellino al ministero dell’Interno, fatto che Mancino non sa, non ricorda.

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    • L’altra sera l’ex ca­pitano dei carabinieri Giuseppe De Donno ha visto in tv Annoze­ro , come altri cinque milioni e ot­tocentomila italiani

    • ha ascolta­to il racconto dell’ex Guardasigil­li Claudio Martelli, che lo riguar­dava da vicino: nel giugno del 1992, dopo la strage di Capaci, l’ufficiale dell’Arma andò da Li­liana Ferraro, la collaboratrice di Giovanni Falcone che ne prese il posto alla direzione generale del ministero della Giustizia, per dir­le che l’ex sindaco mafioso di Pa­lermo Vito Ciancimino «aveva una volontà di collaborazione, che si sarebbe però esplicata se avesse avuto delle garanzie poli­tiche »

    • La Ferraro gli consigliò di parlarne con Paolo Borsellino e poi — ha rivelato Martelli al giornalista Sandro Ruotolo — lei stessa lo confidò al magistra­to nel trigesimo della morte di Falcone, cioè il 23 giugno ’92

    • La reazione dell’ex capitano De Donno, all’indomani della puntata di Annozero , è piuttosto decisa: «L’episodio descritto dal­l’onorevole Martelli è completa­mente falso e destituito di qual­siasi fondamento

    • quell’episo­dio non è mai avvenuto

    • Secondo un’ipotetica ricostruzione infat­ti, Borsellino potrebbe essere stato eliminato subito dopo Fal­cone perché aveva saputo dei contatti tra «pezzi» di Stato e Co­sa Nostra, e si sarebbe opposto; nell’immediato non fu un buon affare per i mafiosi, giacché la nuova strage fece immediata­mente diventare legge il «carce­re duro» e benefici pressoché il­limitati per i pentiti, ma non c’era alternativa

    • Martelli non ha fatto cenno a tutto questo, né ha usa­to la parola «trattativa» o tirato in ballo il governo

    • ha volu­to precisare che secondo lui i ca­rabinieri «non avevano alcun ti­tolo per intavolare un’azione di persuasione» con Ciancimino

    • Ma l’accenno alla «copertura po­litica » evoca quanto affermato di recente da Massimo Ciancimi­no, figlio di Vito, sulle garanzie politiche che suo padre preten­deva per continuare a parlare coi carabinieri: De Donno e l’al­lora colonnello Mori

    • Ciancimino jr, che sostie­ne di aver visto e di voler conse­gnare ai magistrati una copia del famoso «papello» con le ri­chieste di Riina, ha indicato co­me altro ipotetico «garante» ri­chiesto dal padre l’ex ministro dell’interno Mancino, oggi vi­ce- presidente del Csm

    • Il prossimo 20 ottobre deporrà in aula l’ex presidente della commissione parlamenta­re antimafia Luciano Violante che — a 17 anni di distanza dai fatti, come Martelli — ha raccon­tato di quando Mori gli chiese di incontrare «privatamente» Cian­cimino, su sollecitazione dell’ex sindaco

    • Pure su questa circo­stanza c’è totale contrapposizio­ne tra la versione di Violante e quella di Mori, che nega di aver mai proposto una simile iniziati­va all’ex deputato

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    • "Per quanto riguarda la mia responsabilità di ministro dell’Interno, confermo che nel ’92 nessuno mi parlò di possibili trattative". Nicola Mancino, oggi vicepresidente del Csm, replica così alle affermazioni fatte anche dal suo predecessore Claudio Martelli nella puntata di Annozero andata in onda ieri sera

    • Paolo Borsellino sarebbe stato informato di questa trattativa una ventina di giorni prima di essere ucciso. Quella trattativa c’è stata, ribadisce oggi Michele Santoro, ed è "continuata anche dopo la strage di via D’Amelio" aggiunge il conduttore commentando le parole di Mancino

    • Nel corso della puntata di ieri sera Sandro Ruotolo ha riferito quanto raccontato dall’ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli, secondo cui anche il giudice Paolo Borsellino sarebbe stato a conoscenza del "dialogo" aperto dall’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, che agiva come canale di collegamento tra Cosa nostra e pezzi dello Stato. Una circostanza che aggiunge ulteriori misteri alla vicenda del magistrato ucciso nell’estate del 1992 in via D’Amelio.

    • Dopo le dichiarazioni fatte ieri sera, il cronista di Annozero Sandro Ruotolo e l’inviato di Repubblica Francesco Viviano sono stati interrogati questa mattina come testimoni in procura, a Palermo, proprio a proposito delle rivelazioni sulla trattativa fra Stato e Cosa Nostra. Ruotolo, ascoltato dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dal sostituto Nino Di Matteo, ha raccontato come sono andate le cose nel corso della preparazione della puntata, confermando quanto gli è stato riferito personalmente dall’ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli e cioè che Paolo Borsellino fu informato da Liliana Ferraro del fatto che i carabinieri cercavano una copertura ‘istituzionale’ per un’eventuale trattativa con Cosa nostra attraverso Ciancimino.

    • "Desidero far presente – dice l’allora ministro dell’Interno, Nicola Mancino – che intanto si può parlare di una trattativa intavolata con lo Stato in quanto ad autorizzarla abbia dato il suo consenso chi del governo all’epoca aveva la legittima rappresentanza: il Capo del governo, il ministro dell’Interno o il ministro della Difesa. Per quanto mi riguarda, confermo che nel’92 nessuno mi parlò di simili trattative"

    • "Il riferito incontro, come ricostruito ad Annozero dall’onorevole Claudio Martelli – prosegue Mancino – fra il capitano Giuseppe De Donno e la dottoressa Liliana Ferraro, all’epoca responsabile dell’ufficio del ministero della Giustizia già ricoperto dal giudice Falcone, incontro durante il quale il capitano De Donno rappresentava la disponibilità di Vito Ciancimino a collaborare a fronte di garanzie politiche, si concluse con l’invito rivolto dalla dottoressa Ferraro al capitano De Donno di parlarne al giudice Borsellino, incaricato delle indagini"

    • si chiede Mancino, "è questa una trattativa?"

    • Da ministro dell’Interno, ricorda Mancino, diedi "immediato e decisivo impulso" a provvedimenti legislativi "adeguati a rafforzare l’azione di contrasto alla mafia"

    • Le parole di Mancino provocano la replica di Michele Santoro: "La verità è tutta da accertare. Ma sicuramente bastano le deposizioni degli ufficiali che contattarono Vito Ciancimino, l’allora colonnello Mori e il capitano De Donno, per essere certi che la trattativa continuò anche dopo via D’Amelio. Questo, per amore della verità", ha detto il giornalista

    • "Data l’importanza dell’argomento – aggiunge Santoro – vorrei semplicemente sottolineare che l’intervento della dottoressa Ferraro precedette la strage di via D’Amelio. Come siano andate effettivamente le cose è tutto da verificare, anche se Massimo Ciancimino ritiene che proprio in quei giorni la trattativa sia entrata nel vivo"

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E non ha ancora parlato Ciancimino… Il Lodo Provenzano, anni 1992-93.

Stasera a Annozero Sandro Ruotolo intervisterà Massimo Ciancimino. Ruotolo nei giorni scorsi è stato oggetto di minacce di morte. Lo hanno pedinato sino a casa. Forse solo a scopo intimidatorio. Forse per dissuaderlo dall’intervistare il figlio dell’ex sindaco di Palermo, don Vito, il palazzinaro del sacco di Palermo, esponente della DC per la corrente andreottiana.
La bocciatura del Lodo Alfano s’interseca con questo altro passaggio fondamentale, l’indagine sui mandanti occulti delle stragi del 1992-1993 che dovrà spiegare come è nata la cosiddetta Seconda Repubblica. L’intervista di stasera potrebbe far tremare il Palazzo.
Perché negli anni seguenti alla Strage di Capaci, che rese visibile una guerra cominciata mesi prima con l’omicidio Lima, qualcuno condusse in gran segreto una o più trattative con la mafia al fine di giungere a un nuovo armistizio che ribadisse il patto di non belligeranza fra stato e mafia stabilito negli anni seguenti al 1943, quando lo Stato Italiano abbandonò la Sicilia occupata dagli alleati. Una sorta di Lodo Provenzano, dal nome di colui che la spuntò e che ottenne il dovuto dallo Stato sconfitto. Impunità, indebolimento del pentitismo, revisione dell’art. 41 bis, molti appalti, fondi pubblici, in cambio dell’appoggio politico.
Tutto ciò che è stato dopo le stragi del 1993 è per forza di cose contemplato in quel rinnovato patto: tutto, proprio tutto. E l’emergere di questa verità ostile spaventa. L’Italia bipolare, nata dopo Tangentopoli, è in realtà tripolare, e il terzo non si è quasi mai fatto vedere.

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    • Secondo lei non é cambiato quasi nulla dal 1992, quando la mafia ha assassinato i giudici Falcone e Borsellino.

    • Sono andata a vivere in Italia nel 1989, in un momento di grande speranza per l’Italia. Vi erano buoni motivi all’epoca. I giudici Falcone e Borsellino, attraverso il loro lavoro, riuscivano a trasmettere il messaggio che la mafia non era invincibile. Ma la mafia ha tappato loro la bocca.

    • i mafiosi avevano complici influenti. La legislazione antimafia in Italia é stata indebolita un pò alla volta negli ultimi quindici anni. I pentiti ricevono ora sconti di pena minori di prima, e devono confessare tutto in 180 giorni. Ciò che si ricordano dopo, non conta più. Per vari motivi, ad un mafioso non conviene più collaborare con la giustizia.

    • Mafia e politica vanno mano nella mano in Italia. I processi politici alla mafia diventano sempre più difficili. È già stato impossibile condannare l’ex premier Giulio Andreotti. Marcello dell’Utri, il braccio destro di Berlusconi , é stato condannato a 9 anni per associazione con la mafia siciliana. Solo che in Italia non ti fai neanche un giorno in cella finchè le due procedure di appello, molto lunghe, non si sono concluse. Quindi il pregiudicato Dell’Utri non solo può muoversi liberamente, ma é tuttora senatore ed é stato per anni al Parlamento Europeo.

    • In Italia nessun partito, di sinistra o di destra, può permettersi di andare contro la mafia. Perché essa continua ad influenzare pesantemente il comportamento elettorale.

    • Non cambierà mai niente, finché il problema non verrà affrontato alla radice. E per questo deve prima avere fine la politica dell’impunità in Italia.

    • E non crede che ciò succederà presto?

      ‘Non finché l’Italia viene lasciata sola.

    • Il resto dell’Europa considera con piacere la mafia come un misto di folklore italiano e un fenomeno criminale proveniente da un Paese mediterraneo e retrogrado. Questa mentalità é ipocrita. Le famiglie mafiose italiane investono miliardi nel mio Paese, la Germania, ma anche qui in Belgio e nel resto del mondo

    • fino a quando qualcuno non viene assassinato, sembra che per la Germania e per il Belgio non stia succedendo nulla. Quindi l’influenza politica non è pericolosa? Cosa pensa che uno come Marcello Dell’Utri abbia realmente combinato al Parlamento Europeo? Questo tipo di uomini ha avuto accesso per anni ai fondi con le sovvenzioni per la Sicilia, ma anche per l’Europa Centrale e dell’Est. Tutti soldi che anche lì poi giungono nelle mani della mafia grazie ai contratti pubblici.

    • Grazie al giudice Borsellino Rita Atria arrivò a capire che suo fratello e suo padre erano dei criminali infami. È per questo che si è suicidata? O aveva paura che, dopo la morte di Borsellino, sarebbe toccato a lei?

    • Gli assassinii dei giudici di mafia ed il suicidio di Rita Atria hanno portato a qualcosa?

      ‘Non lo so, ma ho paura di no. Dobbiamo evitare di lavare le nostre coscienze sporche con le loro morti.’

    • Stranamente la mafia mi ha minacciato per la prima volta solo recentemente, alla pubblicazione del mio libro Mafia. La mafia calabrese in Germania ha perfino censurato il mio libro. I vertici della ‘ndrangheta calabrese sono riusciti, con una causa in tribunale in Germania, a fare cancellare i loro nomi dal mio libro.

    • È raro che un mafioso sia concreto, la minaccia rimane sempre sottile ed implicita. Per esempio dice: “Ha veramente dei bei bambini. Ne ho anch’io, e la famiglia è l’unica cosa che conta veramente . Non potrei sopravvivere se qualcosa dovesse accadere ai miei figli…

    • Moltissimi giornalisti italiani sono inoltre molto più coraggiosi di me. Rosaria Capacchione per esempio non esce più di casa senza la scorta. (Ride relativizzando) Poi è una fortuna che io abiti a Venezia – lì almeno non mi possono seguire in auto.

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    • Mentre attendeva la sentenza decisiva di ieri, Silvio Berlusconi si è comportato come se niente fosse. Ha discusso di Medio Oriente con Mahmoud Abbas, il Presidente palestinese, e secondo i collaboratori era di “ottimo umore”. Ma la situazione è ben lungi dall’essere normale e il verdetto precipita l’Italia nel caos politico. Per il Presidente del Consiglio italiano e i suoi nemici si aprono diversi scenari.

    • Berlusconi va avanti senza considerare la sentenza

      Un’opzione difficile. Alcuni processi contro di lui sono stati congelati quando lo scorso anno ha varato la legge che gli concedeva l’immunità parlamentare e gli inquirenti senza dubbio li riapriranno.

    • Si accusa Berlusconi di aver versato a David Mills, ex consulente fiscale britannico ed ex marito di Tessa Jowell, una tangente di 600 000 dollari per testimoniare il falso nei processi per corruzione negli anni ‘90. Mills è stato condannato a 4 anni e mezzo a marzo per aver commesso il reato. L’appello inizierà a Milano venerdì prossimo e la difesa di Mills ha chiesto a Berlusconi di comparire come testimone. Ora è probabile, invece, che il Presidente del Consiglio italiano si ritrovi imputato nel processo.

    • Ci sono altre indagini che possono sfociare in processi, tra cui un presunto tentativo di convincere senatori di centro-sinistra a disertare lo scricchiolante governo di Romano Prodi due anni fa. Per non parlare delle accuse sui presunti legami con la mafia.

    • Il Presidente rassegna le dimissioni e chiede elezioni anticipate

      Il suo portavoce ha dichiarato che non lo farà, ma può esserne tentato

    • La sua popolarità è scesa nel corso dell’ultimo anno dal 63% al 47% a causa degli scandali sessuali e del divorzio pubblico, ma la coalizione di centro-destra non ha perso il vantaggio nei sondaggi.

    • Berlusconi potrebbe dimettersi a favore di un governo tecnico e potrebbe indire le elezioni insieme alle regionali che si terranno a marzo. Se vincesse, potrebbe reintrodurre la legge sull’immunità.

    • Accade un golpe interno al partito, contro di lui

      I nemici di Berlusconi all’interno della sua coalizione potrebbero sostenere che la sentenza della Consulta è l’ultima goccia dopo mesi di rivelazioni imbarazzanti e dannose.

    • L’ovvio leader di una rivolta interna è Gianfranco Fini, l’ex neofascista, ora conservatore e co-fondatore del Popolo delle Libertà al governo.

    • Ieri Fini si è unito a Luca Cordero di Montezemolo, capo della FIAT, in occasione del lancio di un nuovo comitato di esperti. Ha negato le voci secondo cui potrebbe formare una grande coalizione o un governo di emergenza con imprenditori, come di Montezemolo, ed elementi di sinistra. Ma potrebbe arrivare il momento di Fini, se non immediatamente, nei prossimi mesi, mano a mano che si deteriora la posizione di Berlusconi.

    • Il premier si ritira

      Improbabile, dato che si considera come l’ammirato, addirittura adorato, salvatore dell’Italia.

    • Se i problemi legali si accumulano o se gli si prospetta la prigione, potrebbe anche essere tentato di andare in esilio, come fece il suo mentore Bettino Craxi, un altro discreditato Presidente del Consiglio, nel 1994, l’anno in cui Berlusconi entrò in politica. Craxi morì in esilio in Tunisia.

  • Mediaset/ Svizzera verso inchiesta formale per riciclaggio Fondi neri, coinvolti 4 manager; congelati 150 mln franchi svizzeri.

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    • Quattro manager della Mediaset saranno presto oggetto di un’inchiesta formale in Svizzera per riciclaggio. Lo ha riferito la portavoce del ministero della Giustizia Walburga Bur, secondo cui lo scorso 2 settembre i pm hanno chiesto alla Procura federale di aprire un’indagine

    • l’ipotesi di reato sarebbe riciclaggio di denaro, in collegamento con la compravendita di diritti televisivi per importi ‘gonfiati’

    • Secondo quanto riporta l’Associated Press, dopo anni di indagini su Mediaset, ora i giudici svizzeri potrebbero formalizzare le accuse, e le prove raccolte oltreconfine potrebbero aiutare le inchieste italiane parallele che stanno per ripartire dopo la bocciatura del lodo Alfano

    • L’inchiesta in Svizzera è infatti un filone di quella sui fondi neri Mediaset, relativa all’acquisto di diritti Tv su film americani prima del 1999 attraverso società offshore, con importi modificati in modo da frodare il fisco

    • Le autorità elvetiche avevano cominciato a collaborare con i magistrati italiani nel 2002, e tre anni più tardi hanno congelato conti in banca per oltre 150 milioni di franchi svizzeri (circa 100 milioni di euro)

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L’agente CarloFranco. La teledipendenza di Ciancimino.

Il TG3 delle 19.00 di oggi raccontava che i magistrati già sanno il nome e il numero dell’agente del Sisde che archittettava le trame per la trattativa Stato-Mafia. Non l’ha detto nessun altro telegiornale della tv di stato. Da Nicola Mancino nessun segno di risveglio. La memoria latita. Oppure sta stringendo le chiappe. Forse Ciancimino jr. non vivrà a lungo. Lui dice di temere di essere ucciso. Eppure va in tv e parla alle telecamere. Tutti conoscono il suo volto. Quale pentito rischia la vita andando sempre in tv?

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    • Sono più di una le sim di telefono cellulare ritrovate dai magistrati di Palermo, sequestrate a Massimo Ciancimino il giorno del suo arresto avvenuto nel giugno 2006.

    • I sostituti Roberto Scarpinato e Nino Di Matteo stanno accertando, con l’aiuto del dichiarante, quale dei numeri registrati si riferisce all’agente dei servizi "Carlo-Franco", che era in contatto con i Ciancimino, padre e figlio. Le schede non erano nella disponibilità della Corte d’appello, davanti alla quale si svolge il processo per riciclaggio a Massimo Ciancimino, ma i sostituti sono riusciti ad acquisirle dopo aver avviato una ricerca fra i documenti che erano stati sequestrati all’indagato il giorno in cui è finito in cella.
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    • stando all’annuncio di Rutelli, il Copasir avrebbe intenzione di convocare il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, e il premier Silvio Berlusconi
    • Quanto al primo, non si capisce quale contributo potrebbe fornire, visto che l’inchiesta appena riaperta su depistaggi e possibili mandanti esterni delle stragi è in pieno svolgimento ed è improbabile che si concluda prima di molti mesi.
    • Quanto al secondo, nel 1992-’93 non era in politica, essendovi entrato l’anno seguente, a stragi concluse: sarebbero molte le domande da porgli sui rapporti suoi e del fido Dell’Utri con la mafia. Ma la sede ideale non è il Copasir, bensì l’Antimafia
    • Il Copasir dovrebbe invece concentrarsi sui rappresentanti di quello scorcio di Prima Repubblica. Per esempio mettendo a confronto Nicola Mancino e Giuseppe Ayala. Mancino, all’epoca ministro dell’Interno, ha sempre negato di aver incontrato Borsellino, che invece annotò un incontro con lui al Viminale il 1° luglio ‘92, 16 giorni prima di essere assassinato in via d’Amelio. Ayala l’ha smentito a distanza di 17 anni, salvo poi tentare di smentire la smentita (ma, purtroppo per lui, a confermarla c’è la registrazione della sua intervista sul sito Affaritaliani.it).
    • Il Copasir potrebbe poi convocare il generale Mario Mori, all’epoca vicecomandante del Ros impegnato in una sconcertante trattativa con la mafia tramite Vito Ciancimino, dopo Capaci e via d’Amelio. Trattativa di cui Violante, sempre con 17 anni di ritardo, ricorda di essere stato in qualche modo informato dallo stesso Mori

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