Papello di Riina, Mancino e Rognoni in cima alla lista.

Ora dovranno fare un grande sforzo per ricordare. Poiché verrà chiesto loro perché i loro nomi campeggiano in cima alla lista di richieste che la Mafia fece pervenire a Ciancimino e che questi poi allungò al Ros. Mori e de donno non lavoravano per conto proprio, il loro responsabile era al corrente di queste informazioni. Il suo nome compare stamane per la prima volta in un articolo del Corriere: Mori e De Donno rispondevano al generale dei Carabinieri Subranni. Subranni era il loro responsabile e come tale doveva conoscere le loro operazioni e i loro tentativi di abboccamento con Don Vito Ciancimino.
Stasera è stato pubblicato il Papello. E’ un vero e proprio programma politico, con tanto di riforma della giustizia, l’abolizione del 41bis, un diverso sistema elettivo. E soprattutto quei due nomi.
Di Mancino sappiamo già molto. Ora sarà interessante sapere chi è Virginio Rognoni. DC della corrente anderottiana, Rognoni nel 90-92 è stato Ministro della Difesa. Ma fu anche Ministro dell’Interno dal 1978 al 1983, durante gli anni di piombo. Ai tempi fu oggetto di critiche pesanti da parte del PCI per non aver protetto a sufficienza il gen. Alberto Dalla Chiesa, ucciso dalla mafia.

Subranni è il comandante dei ROS

“Esatto. Poi questo suo quesito lo fa al signor Franco. Il signor Franco lo conosco allo stesso modo di Bernardo Provenzano (…)”.

Il signor Franco è dei servizi segreti?

“Sì. E il signor Franco risponde a mio padre che il carabinieri non sono cosi’ ingenui e sprovveduti, ma che c’erano due soggetti informati e… costantemente tenuti al corrente di quelle che erano le fasi della trattativa, e nel caso in grado di poter attuare le richieste. Il ministro dell’interno Mancino e un altro soggetto politico”

Rognoni?

“Sì”’.

Quindi suo padre sa questo dal signor Franco?

“…che sono informati, cosa che non entusiasma mio padre per niente”

E si fida del signor Franco?

“Ne parla anche con i Carabinieri e loro stessi gli confermano la stessa cosa”.

Il colonnello Mori?

“Sì, il colonnello Mori. Ma la cosa importante è che mio padre di questo diciamo rapporto a monte non è per niente soddisfatto”.

Quindi non gli bastano Mancino-Rognoni?

“Esatto, non gli bastano… secondo lui, l’unica persona che ha lo spessore morale per garantire la trattativa, e che era quasi un incubo di mio padre, perché era convinto che Violante comandasse…”

Comandasse che cosa?

“Era convinto che Luciano Violante comandasse la magistratura (…)”

E Mori ne parla con Violante?

“Questo io… l’ho appreso leggendo i giornali”.

E lei che apprende invece da suo padre?

“Che Mori gli dice che non si poteva coinvolgere l’onorevole Violante (…)”. Però suo padre chiede di essere ricevuto dal Presidente della Commissione Antimafia (..) “Quando Violante divenne Presidente della Commissione”.

Quindi Violante ha detto no alla trattativa perché non ha voluto essere il garante dell’operazione. E dice no anche semplicemente ad ascoltare Ciancimino…

“Strano come l’unico politico condannato per mafia non sia stato mai ascoltato nonostante le sue continue richieste…”

La Ferraro della cir­costanza parlò già nel 2002 col pubblico ministero fiorentino Gabriele Chelazzi che indagava sulle stragi del ’93. Quando De Donno andò a trovarla — ha ricordato ieri la Ferraro — era sconvolto per la morte di Falcone avvenuta cir­ca un mese prima, era in cerca di nuovi riferimenti giudiziari per le indagini, e lei lo invitò ad affidarsi a Borsellino, al­l’epoca procuratore aggiunto di Palermo.

Pochi giorni dopo, a Fiumicino, la stessa Ferraro ri­ferì a Borsellino il colloquio con l’ufficiale dell’Arma, avve­nuto su richiesta del magistra­to che aveva annotato il nome «Ferraro» sulla sua agenda

Con lui c’era la moglie Agnese, la quale già nel 1995 aveva parlato dell’incontro da­vanti alla Corte d’assise

ha aggiunto un particolare che potrebbe legar­si alle ultime novità emerse. Agnese Borsellino ha rivelato che pochi giorni prima di mori­re nella strage di via D’Amelio (19 luglio ’92), suo marito le confidò di aver maturato dei dubbi sul generale dei carabi­nieri Antonio Subranni, all’epo­ca comandante del Ros, il rag­gruppamento speciale di cui fa­cevano parte De Donno e l’allo­ra colonnello Mori, cioè i due carabinieri che avevano aggan­ciato Ciancimino

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    • È stato sentito per circa tre ore, dai pm di Palermo e Caltanissetta, l’ex ministro socialista della Giustizia Claudio Martelli
    • Martelli, ascoltato a Roma, ha ribadito i concetti espressi nel corso della puntata dell’8 ottobre di Annozero: «Intuii che Borsellino sapesse della trattativa fra Stato e boss per fare cessare la stagione delle stragi -ha detto- e di recente me lo ha confermato Liliana Ferraro», l’ex direttore degli Affari penali del ministero della Giustizia
    • Pure la Ferraro è stata ascoltata dai magistrati siciliani, ieri a Roma. Martelli ha negato di avere ricordato soltanto ora fatti risalenti al 1992: «Avevo parlato in numerose interviste dei miei dubbi sulla formazione del governo Amato, nel 1992, delle pressioni che subii per lasciare la Giustizia e andare alla Difesa, e della situazione di Vincenzo Scotti, che dovette lasciare gli Interni a Nicola Mancino»
    • La Ferraro, oggi stretta collaboratrice dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, direttore del Cesis (il coordinamento tra Servizi segreti), ieri ha parzialmente confermato questa versione, sostenendo di non averla rivelata prima perchè essa era nota anche ad altri soggetti istituzionali, in particolare investigatori.
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    • il ‘papello’, cioè l’elenco delle richieste scritte su un foglio formato A4
    • accanto a questo elenco spunta a sorpresa un altro ‘papello’ con le proposte e le modifiche ai 12 punti pretesi dai corleonesi che don Vito Ciancimino avrebbe scritto di proprio pugno e consegnato all’allora colonnello del Ros, Mario Mori
    • Il fatto, inedito, è documentato dal L’espresso con alcune foto dei fogli in cui si leggono al primo punto i nomi di Mancino e Rognoni; poi segue l’abolizione del 416 bis (il reato di associazione mafiosa); “Strasburgo maxi processo” (l’idea di Ciancimino era quella di far intervenire la corte dei diritti europei per dare diverso esito al più grande procedimento contro i vertici di Cosa nostra); “Sud partito”; e infine “riforma della giustizia all’americana, sistema elettivo…”.
    • Su questo “papello” scritto da Vito Ciancimino era incollato un post-it di colore giallo sul quale il vecchio ex sindaco mafioso di Palermo aveva scritto: “consegnato al colonnello dei carabinieri Mori dei Ros”. Per gli inquirenti il messaggio è esplicito e confermerebbe il fatto che ci sarebbe stato una trattativa fra i mafiosi e gli uomini delle istituzioni.

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Borsellino non fu avvisato dell’imminente pericolo. Storia di una trattativa che nessuno ricorda.

Il giallo sulla strage di Via D’amelio, se possibile, si è complicato ancora di più. Altri personaggi sulla scena – Claudio Martelli, Liliana Ferraro, dopo la puntata di Annozero, e oggi Antonino Ingroia e il "tenente" dei Carabinieri Canale.
In sostanza, i Carabinieri sapevano dell’imminente attentato. La Mafia doveva colpire anche Di Pietro, che però fu mandato in America Latina, al fine di proteggerlo. Si dice che Borsellino avesse rifiutato la protezione – oggi, su La Stampa. Ieri, Peter Gomez ha però scritto che proprio se lo dimenticarono di avvisare Borsellino, che ci fu un inconveniente. Borsellino però sapeva dell’esistenza del dossier del Ros, "Mafia e appalti" – lo conferma oggi Ingroia, su La Stampa; sapeva dell’inchiesta di Palermo su Dell’Utri – lo disse nella famosa "ultima intervista" a una tv francese. Sapeva forse anche della trattativa fra i Carabinieri del Ros e Don Vito Ciancimino. Lo dirà in settimana la ex collaboratrice di Falcone, Liliana Ferraro alla procura di Caltanissetta. Martelli, pure, lo dirà alla procura. Nell’intervista a Annozero si è miracolosamente ricordato dell’incontro con la Ferraro e delle confidenze fatte. Fu lui a parlare alla Ferraro della trattativa e del suo rifiuto, e forse poi la Ferraro lo disse a Borsellino. Che a sua volta fu ricevuto al Ministero dell’Interno, forse dal ministro stesso e da tale Bruno Contrada. Ma chi dovrebbe sapere, non sa, non ricorda.
Anche Di Pietro interrogò Ciancimino, e persino lui non lo ricorda. Non ricorda nulla e pure non ne parla sul suo blog. Forse da quell’interrogatorio non fu cavato un ragno da un buco. Ciancimino si rifiutò di fornire informazioni poiché non si sentiva "politicamente protetto". È questo il nocciolo del problema. Chissà se questa copertura gliel’hanno data. Chissà in cambio di cosa.

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    • C’è un piccolo giallo nella storia dei mille misteri della stagione stragista di Cosa nostra del ‘92 e del ‘93. Di per sé è un episodio insignificante, ma che è importante perché è la dimostrazione che dopo 17 anni dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio i ricordi poi non sono così nitidi

    • Paolo Borsellino sapeva che era in corso una trattativa tra Cosa nostra e ufficiali del Ros dei carabinieri

    • Il piccolo giallo a cui facciamo riferimento è un interrogatorio di Vito Ciancimino da parte dell’allora pm Antonio Di Pietro.

    • Massimo Ciancimino, ha rivelato che il padre voleva essere interrogato dal pm di Mani pulite e che gli fu negato. Lo stesso Di Pietro, presente in trasmissione, è trasecolato. Stupito per questa richiesta mai comunicatagli

    • invece Di Pietro interrogò Ciancimino nel carcere romano di Rebibbia, nei primi mesi del ‘93. Lui stesso adesso precisa: «Non ricordo assolutamente la circostanza. Può essere accaduto. A quel tempo interrogavo decine di persone, ero impegnato nell’inchiesta Enimont»

    • Di Pietro non ricorda, dunque

    • il pm di Milano rimase deluso da quel colloquio: «Ciancimino non aggiunse nulla che il pm di Mani pulite non sapesse»

    • Massimo Ciancimino conferma quell’incontro avvenuto nel carcere di Rebibbia: «Erano presenti anche i magistrati di Palermo

    • l’interrogatorio di Ciancimino da parte di Di Pietro è un’ulteriore conferma che a cavallo delle stragi di Palermo e del Continente (Firenze, Roma e Milano) il rapporto del Ros di Mori e De Donno su «Mafia e Appalti» rappresentava uno spunto di indagine per arrivare a una qualche verità anche sulla scelta (apparentemente) suicida di Cosa nostra di abbracciare la strategia eversiva

    • Borsellino rimase colpito dagli appunti trovati sull’agenda elettronica di Giovanni Falcone. Ne parlò il 12 novembre del 1997 nel processo di Caltanissetta Antonio Ingroia (che oggi è uno dei pm che indagano sulla trattativa): «Borsellino si concentrò su quegli appunti. Tra questi, uno di quelli cui egli mi fece riferimento fu la vicenda relativa all’ormai famigerato rapporto del Ros su "Mafia e Appalti", rispetto al quale ebbe dei colloqui sia con ufficiali dei carabinieri sia con colleghi del mio ufficio, per cercare un po’ di ricostruire la sua storia»

    • Ingroia: «Ne parlò con il tenente Canale. Credo che vi sia stato anche un qualche colloquio con il capitano De Donno»

    • Ingroia, nel suo interrogatorio a Caltanissetta non fece riferimento a confidenze di Paolo Borsellino sul fatto che sapesse della trattativa intavolata da Mori e De Donno con Ciancimino

    • Nei prossimi giorni, Martelli e Ferraro saranno sentiti dai pm di Palermo e di Caltanissetta. L’ex capitano De Donno nega di aver incontrato Liliana Ferraro

    • «Il Secolo XIX» di ieri ha scritto che Paolo Borsellino fu informato dell’allarme lanciato dal Ros su un possibile doppio attentato: a Milano contro Antonio Di Pietro, a Palermo contro di lui. Ma se Di Pietro espatriò in America Latina, Borsellino non ne volle sapere.

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    • Ci sono dentro tutti. Gli uomini di Governo e di opposizione: quelli che tra il 1992 e il 1993, mentre per strada scoppiavano le bombe di mafia, erano al corrente della trattativa intavolata tra Cosa Nostra, i servizi servizi segreti e i carabinieri

    • il premier Silvio Berlusconi e il suo braccio destro Marcello Dell’Utri che, tra il ’93 e il ’94, proprio nei giorni in cui stava nascendo Forza Italia, furono informati, secondo il pentito Giovanni Brusca, di tutti i retroscena delle stragi

    • A Berlusconi

    • la mafia fece arrivare

    • messaggio preciso

    • i tuoi avversari politici non possono far finta di cadere dalle nuvole, non ti possono tenere sotto schiaffo, perché ci sono di mezzo anche loro; dacci invece una mano per risolvere i nostri problemi altrimenti noi continuiamo con le bombe e finiremo per renderti la vita impossibile

    • Claudio Martelli, ha svelato di essersi opposto al dialogo tra Stato e Antistato e di aver fatto arrivare la notizia della trattativa in corso a Paolo Borsellino (che si mise di traverso e forse anche per questo fu ucciso)

    • Un ricatto in cui affonda le sue radici la Seconda Repubblica

    • Borsellino, intorno al 23 giugno del 1992, viene avvertito da una collega del ministero dei colloqui che il colonnello Mario Mori e i capitano Giuseppe De Donno hanno avviato con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino.

    • In quel momento parlare con i vertici dell’organizzazione vuol dire convincere Totò Riina che le stragi pagano perché lo Stato è disposto a scendere a patti

    • Dice di no da subito e per questo il 25 giugno, durante un dibattito pubblico, spiega di aver ormai i giorni contati. Poi incontra Mori e De Donno. E, il primo luglio, vede il nuovo ministro degli Interni, Nicola Mancino (che continua a negare di avergli parlato) e il numero due del Sisde, Bruno Contrada

    • Fatto sta che Riina cambia strategia

    • Evita di uccidere, come programmato, il leader della sinistra Dc siciliana, Lillo Mannino, (considerato un traditore) e fa invece saltare in aria il 19 luglio Borsellino

    • E da un’incredibile dimenticanza: Borsellino non viene informato dell’esistenza di una relazione dell’Arma che dà per imminente un’azione di Cosa Nostra contro di lui e contro l’allora pm, Antonio Di Pietro

    • Brusca e Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, assicurano che Cosa Nostra era al corrente di come il presunto referente governativo della trattativa fosse Mancino

    • pure l’ex comunista Luciano Violante, all’epoca presidente della commissione antimafia, sapeva che i carabineri parlavano con l’ex sindaco mafioso

    • a questo punto che, secondo Brusca, entrano in scena Berlusconi e Dell’Utri

    • intorno al 20 settembre del ‘93, Brusca legge un’articolo su L’Espresso in cui si parla del Cavaliere e di Vittorio Mangano

    • Riina, che non gli aveva mai parlato di questo legame con la Fininvest, è ormai in carcere

    • Brusca pensa di utilizzare Mangano per fare arrivare al Cavaliere il suo messaggio. Ne parla con Luchino Bagarella

    • Verso metà ottobre Mangano parte in missione. A novembre, come risulta da un’agenda sequestrata a Dell’Utri, l’ideatore di Forza Italia lo incontra

    • i colloqui, mediati secondo il pentito da degli imprenditori delle pulizie di Milano, proseguono almeno fino alle elezioni del marzo ‘94

    • Brusca ricorda: “Mangano mi disse che Berlusconi era rimasto contento”

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Violante, Martelli e le rimembranze. Le discordanze di Mancino. Storia di una trattativa che non si chiama trattativa.

Nicola Mancino, oggi vicepresidente del CSM, non sa, non ricorda. Ma quando Martelli, ex ministro della Giustizia dello stesso governo in cui Mancino era ministro dell’Interno, ha riferito dell’incontro fra De Donno e la collaboratrice di Falcone, Liliana Ferraro, Mancino non si è affrettato a smentire, a dire, quello che dice Martelli è destituito di ogni fondamento; no, questo non l’ha detto. Ha detto che quel che ha riferito De Donno alla Ferraro, e cioé che Ciancimino cercava coperture politiche per continuare a parlare con i Carabinieri, non si può definire "trattativa". Quindi, se parlate a Mancino di una trattativa fra Stato e Mafia, egli la negherà sdegnato. E certo, lui non la chiama trattativa. La chiama in un altro modo, che finora non ci ha voluto rivelare. Però De Donno dalla Ferraro ci è andato. Sennò avrebbe dovuto dire, non sapevo nulla di questo incontro. In sostanza, Mancino contraddice proprio De Donno, il quale afferma di non essere mai stato dalla Ferraro. E’ una menzogna, dice il carabiniere, e querelo chi mi diffama.
Bè, che cominci pure da Mancino.
Intanto, Luciano Violante, nel ’92 presidente della commissione antimafia, tornerà nella stessa per riferire di quanto detto nei mesi scorsi circa la presunta trattativa, della quale lui non sapeva nulla ma ha vaga memoria di una visita di Paolo Borsellino al ministero dell’Interno, fatto che Mancino non sa, non ricorda.

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    • L’altra sera l’ex ca­pitano dei carabinieri Giuseppe De Donno ha visto in tv Annoze­ro , come altri cinque milioni e ot­tocentomila italiani

    • ha ascolta­to il racconto dell’ex Guardasigil­li Claudio Martelli, che lo riguar­dava da vicino: nel giugno del 1992, dopo la strage di Capaci, l’ufficiale dell’Arma andò da Li­liana Ferraro, la collaboratrice di Giovanni Falcone che ne prese il posto alla direzione generale del ministero della Giustizia, per dir­le che l’ex sindaco mafioso di Pa­lermo Vito Ciancimino «aveva una volontà di collaborazione, che si sarebbe però esplicata se avesse avuto delle garanzie poli­tiche »

    • La Ferraro gli consigliò di parlarne con Paolo Borsellino e poi — ha rivelato Martelli al giornalista Sandro Ruotolo — lei stessa lo confidò al magistra­to nel trigesimo della morte di Falcone, cioè il 23 giugno ’92

    • La reazione dell’ex capitano De Donno, all’indomani della puntata di Annozero , è piuttosto decisa: «L’episodio descritto dal­l’onorevole Martelli è completa­mente falso e destituito di qual­siasi fondamento

    • quell’episo­dio non è mai avvenuto

    • Secondo un’ipotetica ricostruzione infat­ti, Borsellino potrebbe essere stato eliminato subito dopo Fal­cone perché aveva saputo dei contatti tra «pezzi» di Stato e Co­sa Nostra, e si sarebbe opposto; nell’immediato non fu un buon affare per i mafiosi, giacché la nuova strage fece immediata­mente diventare legge il «carce­re duro» e benefici pressoché il­limitati per i pentiti, ma non c’era alternativa

    • Martelli non ha fatto cenno a tutto questo, né ha usa­to la parola «trattativa» o tirato in ballo il governo

    • ha volu­to precisare che secondo lui i ca­rabinieri «non avevano alcun ti­tolo per intavolare un’azione di persuasione» con Ciancimino

    • Ma l’accenno alla «copertura po­litica » evoca quanto affermato di recente da Massimo Ciancimi­no, figlio di Vito, sulle garanzie politiche che suo padre preten­deva per continuare a parlare coi carabinieri: De Donno e l’al­lora colonnello Mori

    • Ciancimino jr, che sostie­ne di aver visto e di voler conse­gnare ai magistrati una copia del famoso «papello» con le ri­chieste di Riina, ha indicato co­me altro ipotetico «garante» ri­chiesto dal padre l’ex ministro dell’interno Mancino, oggi vi­ce- presidente del Csm

    • Il prossimo 20 ottobre deporrà in aula l’ex presidente della commissione parlamenta­re antimafia Luciano Violante che — a 17 anni di distanza dai fatti, come Martelli — ha raccon­tato di quando Mori gli chiese di incontrare «privatamente» Cian­cimino, su sollecitazione dell’ex sindaco

    • Pure su questa circo­stanza c’è totale contrapposizio­ne tra la versione di Violante e quella di Mori, che nega di aver mai proposto una simile iniziati­va all’ex deputato

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    • "Per quanto riguarda la mia responsabilità di ministro dell’Interno, confermo che nel ’92 nessuno mi parlò di possibili trattative". Nicola Mancino, oggi vicepresidente del Csm, replica così alle affermazioni fatte anche dal suo predecessore Claudio Martelli nella puntata di Annozero andata in onda ieri sera

    • Paolo Borsellino sarebbe stato informato di questa trattativa una ventina di giorni prima di essere ucciso. Quella trattativa c’è stata, ribadisce oggi Michele Santoro, ed è "continuata anche dopo la strage di via D’Amelio" aggiunge il conduttore commentando le parole di Mancino

    • Nel corso della puntata di ieri sera Sandro Ruotolo ha riferito quanto raccontato dall’ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli, secondo cui anche il giudice Paolo Borsellino sarebbe stato a conoscenza del "dialogo" aperto dall’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, che agiva come canale di collegamento tra Cosa nostra e pezzi dello Stato. Una circostanza che aggiunge ulteriori misteri alla vicenda del magistrato ucciso nell’estate del 1992 in via D’Amelio.

    • Dopo le dichiarazioni fatte ieri sera, il cronista di Annozero Sandro Ruotolo e l’inviato di Repubblica Francesco Viviano sono stati interrogati questa mattina come testimoni in procura, a Palermo, proprio a proposito delle rivelazioni sulla trattativa fra Stato e Cosa Nostra. Ruotolo, ascoltato dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dal sostituto Nino Di Matteo, ha raccontato come sono andate le cose nel corso della preparazione della puntata, confermando quanto gli è stato riferito personalmente dall’ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli e cioè che Paolo Borsellino fu informato da Liliana Ferraro del fatto che i carabinieri cercavano una copertura ‘istituzionale’ per un’eventuale trattativa con Cosa nostra attraverso Ciancimino.

    • "Desidero far presente – dice l’allora ministro dell’Interno, Nicola Mancino – che intanto si può parlare di una trattativa intavolata con lo Stato in quanto ad autorizzarla abbia dato il suo consenso chi del governo all’epoca aveva la legittima rappresentanza: il Capo del governo, il ministro dell’Interno o il ministro della Difesa. Per quanto mi riguarda, confermo che nel’92 nessuno mi parlò di simili trattative"

    • "Il riferito incontro, come ricostruito ad Annozero dall’onorevole Claudio Martelli – prosegue Mancino – fra il capitano Giuseppe De Donno e la dottoressa Liliana Ferraro, all’epoca responsabile dell’ufficio del ministero della Giustizia già ricoperto dal giudice Falcone, incontro durante il quale il capitano De Donno rappresentava la disponibilità di Vito Ciancimino a collaborare a fronte di garanzie politiche, si concluse con l’invito rivolto dalla dottoressa Ferraro al capitano De Donno di parlarne al giudice Borsellino, incaricato delle indagini"

    • si chiede Mancino, "è questa una trattativa?"

    • Da ministro dell’Interno, ricorda Mancino, diedi "immediato e decisivo impulso" a provvedimenti legislativi "adeguati a rafforzare l’azione di contrasto alla mafia"

    • Le parole di Mancino provocano la replica di Michele Santoro: "La verità è tutta da accertare. Ma sicuramente bastano le deposizioni degli ufficiali che contattarono Vito Ciancimino, l’allora colonnello Mori e il capitano De Donno, per essere certi che la trattativa continuò anche dopo via D’Amelio. Questo, per amore della verità", ha detto il giornalista

    • "Data l’importanza dell’argomento – aggiunge Santoro – vorrei semplicemente sottolineare che l’intervento della dottoressa Ferraro precedette la strage di via D’Amelio. Come siano andate effettivamente le cose è tutto da verificare, anche se Massimo Ciancimino ritiene che proprio in quei giorni la trattativa sia entrata nel vivo"

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