Gheddafi è stato catturato vivo: un video lo dimostra

Un video pubblicato su Youtube mostra gli ultimi istanti di vita di Gheddafi in mano ai ribelli. Il Rais è stato dunque catturato vivo. La sua morte deve essere venuta dopo, o in conseguenza delle ferite, o per una esecuzione che ci è stata tenuta nascosta.

Naturalmente si potrà discutere a lungo sull’opportunità di far vedere il martirio di un dittatore, sulla violenza di queste immagini, sul destino di una rivoluzione, ma d’altronde, come scrisse Isaac Babel, “la rivoluzione spara” e la rivoluzione al tempo della videocrazia è fatta anche di immagini di sangue.

A voi la visione, con l’avvertenza che questo video non è fatto per i più impressionabili.

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La costellazione tribale post Gheddafi

La deflagrazione del regime libico è insieme un collasso statale e un collasso familiare, poiché a Tripoli si fa ancor adesso fatica a distinguere ciò che è Stato da ciò che è Privato. La connessione fra sfera pubblica e privata nel sistema Gheddafi è totale. Perciò la cacciata dei governanti è insieme una faida familiare. Tanto più che molti dei “parenti” e degli amici, fino a poco tempo fa allocati nei ministeri e compiaciuti servitori del Rais, si sono sganciati dal partito perdente ed hanno preso parte al Comitato Nazionale di Transizione. Lo stesso Mustafa Jalil è stato ministro di Gheddafi; così era ministro di Gheddafi anche l’attuale primo ministro del governo provvisorio di Bengasi, Jabril. Si legge che la Farnesina stia puntando le sue chance di mantenere Roma al centro degli affari libici sull’ex numero due della rivoluzione verde, ovvero Abdessalam Jalloud, capo della tribù Magariha. Senza la sua defezione, senza il suo pollice verso contro Gheddafi, non ci sarebbe stato l’attacco a Tripoli. Le forze dei rivoltosi erano impantanate a Brega. L’attacco da Est era impotente nonostante i bombardamenti della Nato. Jalloud ha rovesciato il tavolo del conflitto.

Al coro degli ex alleati di Gheddafi si inseriscono i Fratelli Musulmani e i nazionalisti (riassumibili nelle figure del professore di economia Ali Tarhouni e nel giornalista Mahnmoud Shaman, o nel portavoce del governo Gogha). Lo stesso Jalil predica tolleranza e giustizia senza crudeltà né vendetta, ma “vuole che tutti si allineino a una mappa già tracciata nella scorsa primavera e racchiusa nella Dichiarazione costituzionale” (trentasette articoli in cui fra l’altro si dice che la Sharia è principio ispiratore della legge dello Stato – fonte Corsera, 23/8/11, p. 9).

Cosa faranno i Berberi? Cosa i Tuareg? L’aspetto generale è quello di una dissoluzione della Libia. Di un suo precipitare verso forme di conflitto tribale come in Somalia o in Iraq. La sindrome irachena sembra la definizione più coerente in questo momento. Difficile che si crei un movimento democratico e pacifista in un paese a lungo sottoposto a violazioni dei diritti umani e a violenze. Più facile che la sete di vendetta prenda il sopravvento.

Libia, si apre il fronte italiano con Parigi

Dopo quarantanni di affari con Gheddafi, le imprese italiane non ci stanno e battono il pugno sul tavolo del tentennante governo. Grazie alla proverbiale impreparazione del nostro esecutivo, incapace di riposizionarsi in tempo in uno scenario altamente mobile e incerto, si prevede che le nostre imprese subiranno la concorrenza di quelle francesi e di quelle inglesi, mentre prima potevano beneficiare di un mercato monopolistico come solo in patria potevano avere.

Per Cestari “questa silente competizione ha gia’ fruttato molto in termini di ‘preliminari di accordi’ proprio alla Francia. Sotto una mirata regia -spiega- forte di una dinamica collaudata e di una virtuosa intesa tra indirizzi politico-militari ed economico-finanziari, Parigi in questi mesi ha guadagnato molto terreno dalla strategia dei bombardamenti a tutto vantaggio del proprio sistema economico. E’ quindi illusorio -prosegue- affermare che a fine guerra si ripartira’ a parita’ di condizioni: le aziende italiane erano regine e protagoniste in Libia; in un prossimo futuro dovranno faticare molto per riconquistare le posizioni azzerate, perse” (Alfredo Cestari, presidente di ItalAfrica, via Libero-News).

Quei fautori della rivoluzione liberale in Italia sono adesso tutti in prima linea a lamentare che i francesi hanno fatto lobbing nella Libia liberata.

Libia, cosa ha detto Jalil

Assicureremo a Gheddafi un processo equo, perche’ tutto il mondo possa vedere alla sbarra il piu’ grande dittatore della Terra.

Rifiuto qualsiasi esecuzione fuori dalla legge – ha aggiunto Jalil – ma ho paura che qualcuno dei ribelli possa applicare la legge del taglione.

Speriamo di catturarlo vivo, così da poterlo sottoporre a un giusto processo, in modo che tutto il mondo possa vedere il più grande dittatore. Onestamente non so come lui possa difendersi da tutti i crimini che ha commesso contro il popolo libico e il resto del mondo.

La vera vittoria – ha concluso – ci sarà quando Gheddafi verrà catturato.

Lanuova Libia sarà diversa dal passato, sarà fondata sulla libertà, sull’uguaglianza e sulla fraternità (vive la France).

Mustafa Abdel Jalil, leader del Cnt (Consiglio Nazionale Transitorio)