Tecnocrazia e fallimento della Rappresentanza

Ci tengo a precisare che ritengo superfluo parlare di colpo di stato, o di golpe bianco, che fa più chic, nemmeno vorrei sprecare del tempo a sostenere la tesi del complotto pluto-giudaico-massonico. No.

Lo scandalo della successione a Berlusconi non sta nel successore, ma in quello che era (ed è) purtroppo la democrazia italiana e in senso più estensivo la nostra società intera. Il ‘colpo di mano’ di Merkozy-Napolitano-Draghi (la nuova vera troika) era ineludibile, ineluttabile e chi più ne ha più ne metta. In un certo senso ci hanno salvato dal ridicolo. Di questo dobbiamo esser loro grati (!), grati al mostro a due teste Merkozy, a Napolitano e a Draghi (per non aver comprato Btp quel maledetto mercoledì di paura).

La porcata non è la defenestrazione di B. ma è averlo votato, avere permesso di votarlo, avergli concesso una due e pure tre possibilità di essere eletto. Tutta questa degenerazione è figlia di ciò che eravamo, del 1992, di Capaci, Via D’Amelio, il quasi fallimento e la lira fuori dallo SME, Tangentopoli e la Seconda Repubblica fondata sul patto mafioso. Il mostro che noi siamo oggi, questo ammasso di macerie, è il prodotto della Videocrazia, il populismo fondato sull’immagine, una forma di governo che ha pienamente sostituito qualsiasi ideologia con l’imagologia, i simboli con le icone, la collettività con l’interesse di uno solo.

A dare il colpo mortale quella tremenda legge elettorale che trolleriamo da troppi anni. Una legge che trasforma la maggior minoranza in maggioranza e impedisce al cittadino elettore di scegliere il proprio rappresentante, ha permesso di arruolare una pletora di marionette guidate dal solo proprio interesse che come banderuole possono essere agitate in qualsiasi direzione.

Parlare di golpe soltanto perché è stato formato un nuovo governo ‘apartitico’ con una maggioranza bulgara ma non così diversa da quella che è uscita dalle urne (un pezzo, ovvero FLI, era allo stesso identico posto solo undici mesi or sono, mentre l’altro pezzo, l’UDC, lo era fino a sei anni fa, e si tratta persino delle stesse persone!) è esagerato e, anzi, fuorviante. La Tecnocrazia non è altro che una forma di aristocrazia meritocratica, per giunta resa possibile dalla Costituzione, che non vieta di nomirare ministro persone non elette che si sono distinte per meriti e per sapere nel loro agire nella società – è sempre successo e succede anche nei governi cosiddetti ‘politici’, altrimenti non si spiegherebbe il ‘fenomeno’ Gianni Letta, da sempre sottosegretario alla Presidenza di Berlusconi e mai eletto. Semmai dovremmo chiederci come mai il sistema politico non è stato in grado di sussumere in sé le migliori menti economiche e politiche, come mai non è stato in grado di formare individui altrettanto competenti nel sapere tecnocratico politico-economico. Prima di dare aria alla nostra bocca con parole come golpe, dovremmo interrogarci sul fallimento della rappresentanza in Italia, e a come rimediare in fretta, rifondando le istituzioni parlamentari e extraparlamentari.

Non spaventiamoci, allora, se questo economista, dal sottile humor ‘andreottiano’, si sia installato al posto del comando con il gravoso compito di tirarci fuori dalle secche di diciassette anni di ‘bipolarismo’ contrapposto e incapace di decidere. La pistola alla tempia del possibile default 2012 è il giusto motore affinché questi inetti dei parlamentari prendano decisioni razionali per il bene comune. Ci siamo forse liberati dalle inconcludenti discussioni sul Legittimo Impedimento e il Bavaglio (e ribadisco, forse…).

Intanto Mario Monti si è preso l’impegno di smentire la retorica golpista: il governo pubblicherà sul web, in perfetto stile ‘british’, i redditi dei ministri:

 

Frattini: dall’allarme al ridicolo. Per i tedeschi siamo a un passo dal baratro

Il consiglio dei Ministri di oggi, 26/11/2010, è sfociato nel più puro degli allarmismi. Leggete cosa viene scritto nel comunicato ufficiale:

Il Ministro degli affari esteri, Franco Frattini, ha riferito su vicende delicate che rappresentano il sintomo di strategie dirette a colpire l’immagine dell’Italia sulla scena internazionale. L’attacco a Finmeccanica, la diffusione ripetuta di immagini sui rifiuti di Napoli o sui crolli di Pompei, l’annunciata pubblicazione di rapporti riservati concernenti la politica degli Stati Uniti, con possibili ripercussioni negative anche per l’Italia, impongono fermezza e determinazione per difendere l’immagine nazionale e la tutela degli interessi economici e politici del Paese. Tale intento è stato unanimemente condiviso dal Consiglio (Governo.it).

Ma quale mente perigliosa può accorpare la vicenda Finmeccanica con Pompei e con i file segreti di Wikileaks? Per Di Pietro, Frattini avrebbe bevuto un bicchiere di troppo. Consigliato l’alcoltest prima di cominciare il consiglio dei Ministri. Puntale, dieci minuti fa, la smentita: non è vero, trattasi solo di scenari non correlati fra loro ma che possono portare danno al paese. Viene da domandarsi se non sia stato più dannoso quel comunicato che non tutto il quadro evocato dallo stesso Frattini.

Intanto, però, qualcuno all’estero pare osservare attentamente la crisi politica italiana. Trattasi del prestigioso Frankfurter Allgemeine Zeitung, la bibbia della city tedesca (Francoforte, appunto, cuore della Finanza tedesca, quella che conta di più in questo periodo). L’articolo di fondo di ieri era una profonda preoccupata analisi della crisi italiana: prima di tutto della crisi politica. Sì, perché il pesante debito italiano (1.845 miliardi, 150 in più della Germania) potrebbe diventare letale per l’euro qualora la crisi politica si rendesse irrisolvibile:

una crisi del debito italiano, se affrontata in modo dilettantesco, potrebbe scatenare un’enorme carica esplosiva per l’unione monetaria europea e per la stessa Ue, ma purtroppo l’Italia si avvicina a questa crisi, senza che i politici italiani se ne interessino (Il Fatto Quotidiano).

Ora che il debito italiano sia il secondo più alto d’Europa – sapete, lassù c’è l’inarrivabile Grecia – è cosa arcinota. Su Il Tempo scrivo che il trend di crescita del debito italiano rispetto a quello tedesco per il periodo 2007-2010 è lo stesso, ovvero +15.3%. Vero, ma l’Europa si sta confrontando con l’effetto domino dei mercati che trasferisco la paura del default da un paese all’altro dello scacchiere europeo. Sembra quasi una manovra preordinata, se non fosse del tutto irrazionale. Oggi, per esempio i mercati hanno cominciato ad attaccare il Portogallo e la Spagna:

Schizza a nuovi record il rischio default di Portogallo e Spagna. I credit default swaps (cds) sul debito dei Paesi iberici hanno raggiunto rispettivamente 507,5 punti e 320,5 punti, secondo i dati di Cma citati da Bloomberg.
A livelli record anche i cds sul debito dell’Irlanda a 599,5 punti e sulla Grecia a 988 punti. Sui mercati sono sempre piu’ incalzanti le voci secondo cui Lisbona chiedera’ l’aiuto finanziario della comunita’ internazionale per evitare un contagio della crisi alla Spagna (Ansa.it).

L’Unione Europea è messa a dura prova e forse i tedeschi non vogliono pagare per tutti. La cancelliera Angela Merkel e il ministro delle Finanze Wolfgang Schauble discuteranno con i partner la riforma del Patto europeo di stabilità e vogliono ‘costituzionalizzare’ il default fianaziario. Di fatto, si definiranno dei piani di ristrutturazione del debito dei paesi ritenuti inaffidabili. L’onere per salvare l’euro sarà cedere altre ulteriori fette di sovranità a un organismo, l’Unione, che in quanto a deficit deve mettere in conto la democrazia. L’Italia è nel club degli inetti – quei maledetti PIIGS – ed è tutta colpa della sua classe politica:

La paralisi politica potrebbe diventare pericolosa già nel 2011 poiché Silvio Berlusconi è debole, ma l’opposizione spaccata non è in grado di trarne profitto. Per evitare una nuova vittoria di Berlusconi, i suoi avversari puntano ad un ritorno al sistema proporzionale, in una parola alla palude degli Anni ’80 […] [si prevedono] scenari cupi per il futuro poiché il Paese è senza guida, incapace di prendere decisioni e ben lontano dal compiere le necessarie riforme […] è solo una questione di tempo su quando gli investitori tireranno le conseguenze con una fuga dai titoli di Stato […] a fallire è stata una generazione di politici, che con il bipolarismo voleva creare maggiore stabilità. Adesso è in marcia un nuovo tipo di condottiero di partito, che prende per arte di governo il clientelismo e i vuoti paroloni quotidiani. Questa gente blocca da anni con tatticismi quotidiani le riforme di lungo respiro […] il mondo politico italiano continua a cullarsi in una sensazione di sicurezza, troppa, come potrebbe dimostrarsi, se si verificassero turbolenze a causa della montagna del debito italiano, le crisi della Grecia e dell’Irlanda sarebbero uno scherzetto al confronto (Il Fatto, cit.).

A fallire è stata una generazione di politici che continua a cullarsi in una sensazione di sicurezza che non esiste. Queste parole sono l’epitaffio non tanto al governo di Berlusconi, quanto alla politica italiana. Una visione tanto chiara e radicale nelle conclusioni che non è comparsa sui giornali italiani se non in piccoli trafiletti. Il Tempo ribalta addirittura la critica contro i tedeschi, rei di attaccare l’Italia solo “per il loro tornaconto”:

«È solo una questione di tempo» scriveil FAZ «su quando gli investitori tireranno le conseguenze con una fuga dai titoli di Stato». Magari per riversarsi sui Bund tedeschi, che potranno così essere piazzati all’estero ad interessi sempre più bassi? Consentendo nel frattempo alle banche teutoniche, col paracadute di Stato, di investire sui paesi a rischio? Già, perché c’è una cosa che la Frankfurter si dimentica di ricordare: l’esposizione bancaria tedesca verso – facciamo un paese a caso – l’Irlanda. Al 31 marzo era di 205,8 miliardi di dollari. La seconda al mondo dopo la Gran Bretagna. Per la cronaca, quella delle banche italiane è di 28,6 (Il Tempo.it).

Nessuna traccia dell’analisi politica contenuta nell’articolo. Che invece non lascia scampo a detrologie.

 

 

La mancata nomina di Ignazio Marino a Bologna è lo spettro dell’insano rapporto sanità e politica.

(La risposta di Marino affidata a un video di Youtube).

Intercettazioni casuali eseguite per un’altra inchiesta hanno smascherato uno strano affare che si svolgeva mesi fa, a Bologna, quando il contratto fra l’Ospedale S.Orsola e il senatore chirurgo Ignazio Marino era in fase di perfezionamento. Proprio nei mesi caldi delle primarie del PD, quando il senatore decise di gettarsi in una sfida impossibile. I due interlocutori si lasciarono andare a certe frasi inequivocabili: “i vertici regionali sono schierati con Bersani e Marino non è più gradito, qua”; “ha fatto una scelta politica che lo ha messo in una certa luce rispetto all’entourage di questa zona”; “ufficialmente […] hanno detto tutte minchiate”; “Marino ha fatto una mossa che gli ha tagliato le gambe”.

Così funziona la sanità in Italia: se fai scelte di un certo tipo, sei tagliato fuori. Non sei in sintonia con l’entourage “della zona”. Si capisce. E i malati di Marino dove dovrebbero farsi operare? “Non certo a casa mia”, risponde uno degli intercettati, un chirurgo pure lui. Ciò vi fa capire che la gestione del servizio pubblico – che sottende a un diritto fondamentale dell’individuo, e sottolineo dell’individuo – è fatta sulla base di concetti quali la fiducia politica, la collateralità, il rapporto relazionale, lo scambio di favori, e così via. Non rientrano nei criteri di scelta né l’efficienza del servizio, né l’economicità. Marino aveva infatti richiesto un compenso per ogni intervento – Marino opera chirurgicamente sui fegati – di solo 1.500 euro. Lo rivelano gli stessi protagonisti delle intercettazioni.

E chi sarebbe l’artefice di tali pressioni? Chi la mano invisibile che ha escluso il senatore dalla nomina a Chirurgo del S. Orsola? Forse la stessa mano che allungò i documenti patacca dell’UPMC, l’università-ospedale di Pittsburgh per il quale Marino prestava servizio sino a qualche anno fa, documenti che accusavano Marino di false note spese, pubblicati su Il Foglio di Giuliano Ferrara proprio l’indomani della presentazione della mozione terza? Questa mano invisibile è pratica nel gestire la disinformazione, gettando il fango in faccia all’avversario. Un metodo sporco, da stalinisti della peggior specie.