Amministrative 2012: Alessandria, un comune diviso fra bilanci in rosso e ‘ndrine

Le amministrative 2012 saranno forse ricordate per il caos partitico: sia a sinistra che a destra la dipartita di Berlusconi ha innescato fenomeni centripeti tali per cui ci sono comuni che vedranno al primo turno una lista di candidati sindaco lunghissima. Un fatto che non si ricordava da tempo. Il vaso di Pandora della politica si è rotto e da esso fluiscono come veleni personaggi fra i più disparati e impresentabili. Prendete per esempio il comune di Alessandria, 95000 abitanti. Il sindaco Piercarlo Fabbio è del PdL e vinse le elezioni nel lontano 2007 contro l’odiato sindaco di sinistra, Mara Scagni. Fabbio era alla testa di una coalizione partitica che fotocopiava l’assetto del centrodestra nazionale: duopolio PdL-Lega con alleanza a destra (‘La destra’ – ex scissionisti di An). Oggi Fabbio si ripresenta alle urne senza più un simbolo di partito, sostituito da un cuoricino (sì, sui manifesti elettorali, condito di gergo giovanilistico del genere “I love AL”), ma soprattutto perde l’appoggio leghista e in ultima istanza anche la faccia.

1. Il bilancio comunale in rosso, l’inchiesta per truffa e il pressing della Corte dei Conti.

Parliamoci chiaro, il comune di Alessandria è stato ad un passo dal commissariamento. Fabbio si è salvato solo grazie all’inerzia leghista. Il partito di Bossi non ha ‘staccato la spina’ ma avrebbe potuto farlo e consegnare il sindaco al giudizio della Corte dei Conti. I bilanci comunale del 2010 e del 2011 presentano delle criticità. A novembre 2011 la situazione era talmente grave che era in dubbio anche il rispetto del patto di stabilità. I punti decisamente irregolari richiamati dall’organo di controllo, aspetti che ‘denotano una situazione di criticità’, erano almeno diciassette. Tra le misure richieste, la riapprovazione del rendiconto relativo all’esercizio 2010 e la modifica del bilancio di previsione 2011. Nel mirino della Corte sono finite anche le aziende partecipate per la presenza di ‘dubbi sulla effettiva contabilizzazione integrale dei debiti’, come emerge dalle scritture contabili, superiori a 42 milioni al 31 dicembre 2010. A dicembre 2011 la situazione si aggrava poiché la Corte giunge ad ipotizzare il ‘dolo’ e la ‘colpa grave’ nei confronti di sindaco, assessore al Bilancio, ragioniere capo, altri assessori e consiglieri comunali.

Luciano Vandone, l’artefice dell’intera operazione, una sorta di ‘deus ex machina’. Per la Procura Vandone avrebbe agito con dolo. Da lui sarebbero partite disposizioni agli uffici con l’intento di alterare, attraverso ripetute gravi violazioni, norme e principi contabili del Tuel e le risultanze contabili di amministrazione del Rendiconto per l’esercizio 2010. Il fine era quello di assicurare apparentemente il rispetto degli obiettivi fissati dal patto di Stabilità Interno. Un atteggiamento analogo sarebbe stato messo in atto anche in occasione della compilazione dei rendiconti consuntivi per gli esercizi 2008 e 2009 (Radio Gold).

2. Il ‘caso Ravazzano’.

Ciò che più sconcerta è la vicenda del ragioniere capo del comune, nominato dall’assessore Vandone, Carlo Alberto Ravazzano. Ravazzano, secondo la Corte dei Conti, sarebbe stato nominato ad arte da Vandone: “con il suo contributo [Ravazzano] a titolo doloso avrebbe prestato il proprio avallo all’intera operazione di alterazione dei risultati di gestione 2010. Una sorta di braccio operativo dell’assessore Vandone. Il suo intervento avrebbe garantito il rispetto degli obiettivi del Patto di Stabilità Interno per il 2010, sulla base di dati di bilancio falsi” (Radio Gold, cit.). Attenzione perché il sindaco Fabbio in tutto questo cattivo affare non è immune da accuse. Anzi, la Corte dei Conti non si è limitata a definire gli aspetti irregolari del bilancio ma ha individuato nella catena di comando l’intenzione deliberata di creare dei falsi. E il sindaco sarebbe stato la regia di tutta l’operazione. Responsabilità minori sono state ravvisate nei confronti dei membri della giunta, nonché dei consiglieri comunali, i quali avrebbero avallato i bilanci previsionali e i rendiconti finali senza il necessario controllo.

Non serve spiegare che successivamente la Corte dei Conti abbia bocciato anche gli interventi correttivi sui bilanci come sono stati decisi dalla giunta nei mesi di Gennaio e Febbraio 2012. I ‘residui passivi’ relativi al 2010 ammontano a quasi 7 milioni di euro, che fanno sprofondare il bilancio comunale nel 2010 a – 3.019.115,26. La risposta ultima del sindaco e della giunta è stata quella di affidare la soluzione del caso a degli esperti, la cui consulenza costerà almeno 12000 euro.

Intanto la Procura di Alessandria ha aperto un fascicolo nei confronti dei tre per i reati di di truffa aggravata, ipotesi di falso e abuso d’ufficio. Poco prima di Natale 2011, Ravazzano veniva anche sottoposto a carcerazione preventiva per la possibilità di reiterazione del reato e inquinamento delle prove. La città scopriva in quei giorni di essere governata da una banda di truffatori. Il teatro degli orrori non finisce qui: Ravazzano, una volta revocata la carcerazione preventiva, è stato prontamente reintegrato nell’organico comunale in un’altra funzione con un decreto a firma del sindaco. Un atto politico di ostilità nei confronti degli organi giudiziari ai confini con la sovversione. Ravazzano assumerà l’incarico di Direttore organizzativo di Base dell’Area Servizi alla Città, alla Persona e Sicurezza. Il sindaco Fabbio ha così deciso poiché l’ente in questione avrebbe inderogabili “esigenze gestionali e funzionali dell’Ente relative agli adempimenti per le prossime consultazioni elettorali” (Radio Gold).

3. L’esplosione dei partiti

La conseguenza di questo sfacelo, dei trucchi e del falso in bilancio è stata l’esplosione dei partiti e delle coalizioni. Complice anche l’avvento del governo tecnico a livello nazionale, Alessandria ha esperito, sia a destra che a sinistra, un fenomeno di disgregazione delle classiche coalizioni del periodo del bipolarismo. Da un lato vi è la Lega Nord che andrà al voto con un proprio candidato, fatto che evidentemente si spiega con la speranza di sottrarsi alla debacle collettiva di un centrodestra che ha salvato Fabbio da una giusta defenestrazione. Dall’altro, il centrosinistra si presenta altrettanto diviso: non si aggrega al centro – storicamente il comune di Alessandria ha una vocazione social-democratica, così anche nel PD a prevalere è la componente ex DS – e sembra ritenere impossibile da replicare a livello locale la ‘foto di Vasto’. Il PD ha indetto le primarie di coalizione, ma i candidati erano solo suoi: Rita Rossa, attuale assessore provinciale alla Cultura, e Mauro Buzzi, anch’esso PD però dell’area Prossima Italia (Civati). Rita Rossa, manco a dirlo, ha vinto con l’83% dei voti. E poi non dite che il PD non vince le primarie! Tuue le formazioni partitiche che non hanno accettato di allearsi con il PD hanno avuto buon gioco a bollare la consultazione come una farsa. L’Italia dei Valori ha deciso di andare al voto da sola. L’ex sindaco del PDS, Mara Scagni, si è appena dimessa dal PD e molto probabilmente si presenterà alle urne alla testa di una lista civica. Dulcis in fundo, anche il Movimento 5 Stelle è riuscito a trovare un candidato da proporre come sindaco. In totale, fra PD, IDV, Udc, Api, M5S e quanto’altro, i candidati sindaco – al primo turno – saranno dodici.

4. L’infiltrazione ‘ndranghetista

Come nel resto del Nordovest, anche ad Alessandria l’ndrangheta ha messo radici e coltivato interessi, stabilito relazioni, influenzato decisioni pubbliche. Il velo omertoso che la politica si è guardata bene dal sollevare, è stato squarciato dai magistrati della Procura di Genova con l’operazione Maglio 3. Una recente trasmissione televisiva (Presa Diretta, di Riccardo Iacona) ha raccontato bene la storia dell’ndrangheta ad Alessandria. Poiché se a Genova l’organizzazione teneva la propria base operativa, ad Alessandria era riuscita a scalare la piramide sociale e ad inserire uno dei suoi dritto in consiglio comunale. Si tratta di Giuseppe Caridi, consigliere comunale del Pdl di Alessandria. Il caso ‘Caridi’ scoppia a Novembre 2011 quando l’uomo viene arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa in seguito all’inchiesta della Procura Antimafia di Torino. Insieme a lui vengono arrestati altri sei alessandrini ritenuti affiliati alla ‘Ndrangheta. Si tratta di Bruno Pronestì di Bosco Marengo, ritenuto il boss, e il genero, Francesco Guerrisi, Domenico Persico di Sale, Romeo Rea di Spinetta e Sergio Romeo di Pozzolo. Caridi era diventato presidente della Commissione Territorio del Comune di Alessandria e da quella posizione poteva influenzare le decisioni relative al piano regolatore e alle concessioni edilizie.

Non c’è bisogno di spiegare che l’arresto del consigliere comunale Caridi, concatenato alla vicenda della truffa sul bilancio comunale e all’arresto del ragioniere capo Ravazzano, fossero ragioni sufficienti per chiedere ad un sindaco di dimettersi o perlomeno di non ricandidarsi. Non è questo il caso di Piercarlo Fabbio. Lui, indomito, si riconsegna alla cittadinanza con l’immagine di un sindaco che tappa i buchi delle strade con l’asfalto e chiude i buchi di bilancio con il falso. Un caso che addirittura sconfina nel pietoso.

Per Alfonso Papa il carcere duro non s’ha da fare

L’opinione delle Libertà, “organo ufficiale del Movimento delle libertà”, pubblica oggi una intervista ad Alfonso Papa sul regime carcerario cosiddetto “duro”, il 41 bis. Ovvero l’oggetto della oscura trattativa fra Stato e Mafia. L’ex magistrato ritiene che il dibattito in corso sia “una disputa cui manca un elemento essenziale, l’onestà intellettuale di chiamare le cose con il proprio nome”. Già perché il 41 bis è una fesseria, una invenzione, un arzigogolato sistema fatto apposta per imbeccare i mafiosi e infamare qualche avversario politico:

Trattasi, di tutta evidenza di un reato impossibile, perché alla mafia o si appartiene o non si appartiene. L’invenzione, che non trova riscontro normativo e non essendo l’Italia un paese di common law si tratta dell’unico caso di norma di uso consuetudinario giurisprudenziale, è stata pensata per trovare un riscontro alle parole di quei pentiti che in molti casi un riscontro o non lo trovano o faticano moltissimo a trovarlo […]Il reato è un mostro giuridico, un reato associativo è in quanto tale alternativo al concorso. Falcone e Borsellino vengono tirati nella polemica perché ovviamente non possono pronunciarsi in merito. La verità è che l’applicazione e l’uso di questo strumento avviene subito dopo la morte dei due magistrati, per iniziativa della pro­cura di Palermo, dando il via a innumerevoli indagini sui rapporti presunti tra mafia e politica grandissima parte delle quali finita nel nulla, come risultato finale processuale (L’opinione delle Libertà, 13/03/12, p. 1).

Papa si spinge così tanto in profondità nell’analisi che suggerisce un’equazione che neanche la mente di @angeaIfa (l’account twitter fake che fa il verso ad Angelino Alfano, quello con la I maiuscola) avrebbe inventato. Per Papa il 41 bis è come Guantanamo. Oibò, qui si paragona un campo di prigionieri di guerra – peraltro fuori delle regole del diritto internazionale – con una disposizione carceraria prevista per reati gravissimi che, anche per i detenuti in attesa di giudizio, viene comunque sottoposta alla valutazione del GIP. E il giornalista di questo giornalaccio che è l’Opinione delle Libertà non si permette neanche un attimo una obiezione al pensiero di Papa? Non c’è bisogno di dirlo. Leggete questa domanda:

D: E questi pentiti, sbaglio o in molti casi iniziano a parlare dopo lunghi periodi di detenzione in regime di 41 bis?

R: Purtroppo non si sbaglia affatto. Il combinato disposto della carcerazione preventiva in 41 bis, che per me andrebbe abolita in quanto trattasi di tortura psicofisica vera e propria e della contestazione di quel reato per me impossibile che è il concorso esterno in associazione mafiosa ha prodotto i tanti processi per mafia che si trascinano per anni con clamore ma che quasi sempre finiscono in un nulla di fatto. Troppi pentiti sono passati dal carcere duro al programma di protezione, come folgorati sulla via di Damasco, io penso che solo noi al mondo, e gli Stati Uniti con Guantanamo, istituito però solo dopo 1’11 settembre 2001, custodiamo le persone con queste modalità.

Per Papa sembra assurdo che la misura dell’isolamento sia “estesa ai detenuti in attesa di giudizio, per la costituzione innocenti, solo perché c’è un’imputazione di criminalità organizzata”. Così insignificante questo reato, non è vero Papa? Così ridicolo? La criminalità organizzata non si sarà mica macchiata di stragi e di omicidi plurimi. E’ solo un’allegra congregazione di amici.

Per Dell’Utri nuovo processo o sezioni unite?

Il sostituto procuratore generale della Cassazione Francesco Iacoviello sta chiedendo l’annullamento con rinvio della sentenza di condanna a sette anni di reclusione per il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, accusato di concorso esterno alla mafia. In alternativa, il pg ha proposto che la vicenda sia trattata dalle sezioni unite penali.

tratto da Il Fatto quotidiano

Sfiducia al ministro Romano: dibattito e voto in diretta streaming dalla Camera – http://bit.ly/onl8ak

Diretta streaming Camera dei Deputati: http://bit.ly/onl8ak

Sentenza Dell’Utri: i passi salienti sul pentito Spatuzza. Nessun diritto alla protezione

La sentenza di appello Dell’Utri ha messo in forte pregiudizio la credibilità del pentito Gaspare Spatuzza, il manovale delle stragi, l’uomo che rubò la cinquecento di Via D’Amelio e la caricò di tritolo, l’uomo che afferma di aver visto in quei frangenti, ovvero mentre imbottiva la vettura che ha ucciso Borsellino di esplosivo, un agente dei servizi segreti, individuato con estrema difficoltà nell’agente Sisde Narracci. Ebbene, i giudici della Corte di Appello di Palermo hanno tracciato uno schema argomentativo che critica l’uso delle dichiarazioni di Spatuzza e ne pone in evidenza due aspetti fondamentali che ne inficiano la veridicità:

  • la limitata se non insussistente consistenza nonché la manifesta genericità;
  • la colpevole tardività.

La genericità delle accuse di Spatuzza:

  1. [Incontro al Bar Doney di Roma con Graviano] fino a quel momento non aveva mai sentito neppure nominare Dell’Utri che pertanto era – e rimase – un perfetto sconosciuto non avendo chiesto alcunchè al suo interlocutore (pag.55: “PM: … All’epoca aveva mai sentito nominare l’odierno imputato Dell’Utri ? Spatuzza: No, no, mai. PM: E non chiese nulla a Graviano Giuseppe, <<ma chi è questo Dell’Utri>> ? Spatuzza: No, questo non lo chiesi”)
  2. anni dopo i fatti riferiti, nel 1999, mentre si trovava detenuto al carcere di Tolmezzo con i fratelli Graviano, aveva avuto modo di commentare con Filippo Graviano i discorsi che in quel periodo circolavano tra i carcerati riguardo ad una possibile dissociazione da cosa nostra […] Nell’occasione Flippo Graviano gli aveva fatto capire che la cosa non
    poteva interessare perché i magistrati non potevano dare nulla mentre “tutto deve arrivare dalla politica”
  3. richiesto di chiarire se egli avesse capito il senso di questa frase e da dove sarebbe dovuto arrivare qualcosa, Gaspare Spatuzza ha riferito che, sulla base delle parole pronunciate da Flippo Graviano, egli aveva subito capito che si riferiva a quanto egli aveva sentito dire nel colloquio del bar Doney ormai quasi 11 anni prima;
  4. frutto solo di una mera deduzione non avendo egli, dopo le poche criptiche parole di Filippo Graviano, rivolto alcuna domanda al suo interlocutore con il quale peraltro ha espressamente escluso di avere parlato, in questa o in altre occasioni, di Berlusconi o Dell’Utri, né soprattutto dell’incontro del bar Doney con il di lui fratello Giuseppe
  5. Spatuzza ha infatti dichiarato che non rivolse alcuna ulteriore domanda al Graviano, né al bar Doney, nè in auto durante il successivo viaggio da Roma a Torvaianica e ritorno, per cercare di comprendere a cosa il capomafia di Brancaccio facesse riferimento e quali fossero soprattutto i fatti che legittimavano una tale “euforica” convinzione.
  6. la pretesa euforia che animava il capomafia di Brancaccio per avere ormai “il paese nelle mani” grazie alla serietà delle persone che ciò avevano voluto e consentito, era destinata a svanire subito se proprio quello stesso Giuseppe Graviano, appena qualche giorno dopo quelle tanto entusiastiche quanto infondate previsioni, è stato arrestato a Milano assieme al fratello Filippo

La tardività delle dichiarazioni ai pm

  • oggettivo ed ingiustificato ritardo con cui i pochi fatti riferiti alla Corte erano stati dallo Spatuzza portati a conoscenza dell’A.G. nel corso delle indagini, ben oltre il termine dei 180 giorni che la legge sui collaboratori impone per riferire le notizie relative ai “fatti di maggiore gravità ed allarme sociale”
  • da quando ha formalmente manifestato l’intenzione di collaborare il 26 giugno 2008 […] Gaspare Spatuzza ha dolosamente taciuto quanto egli ha poi affermato di sapere riguardo all’incontro del bar Doney e soprattuto alla grave confidenza ricevuta da Giuseppe Graviano sul conto dell’odierno imputato e di Silvio Berlusconi
  • ha cercato in vario modo di spiegare l’evidente omissione affermando di non averne parlato volutamente in quanto si era espressamente “riservato” di farlo solo nel momento in cui gli fosse stato accordato il programma di protezione, dunque in palese violazione comunque della legge
  • lo Spatuzza vuol accreditare l’insostenibile tesi secondo cui, parlando di tabelloni pubblicitari e dei Graviano, egli aveva già effettuato un riferimento, non esplicito ma sottinteso, a Marcello Dell’Utri che sarebbe stato agevole rinvenire analizzando i pretesi “indizi” da lui “seminati”

La menzogna

  • già a novembre del 2008 lo Spatuzza aveva fatto il nome di Silvio Berlusconi, rivelandosi dunque falsa l’affermazione fatta alla Corte secondo cui egli prima del giugno 2009 non aveva voluto parlare dei politici […] Il verbale è quello del 9 luglio 2008, siamo ancora a ben … un anno quasi, prima del 16 giugno 2009, quando … pag.14 del verbale riassuntivo, a domanda risponde, parlando dell’episodio dell’incontro di Campofelice di Roccella [con i Graviano], a domada risponde: <<Né nel corso del colloquio a Campofelice di Roccella, né in altre circostanze, Graviano Giuseppe mi ha mai precisato chi o quali fossero i suoi eventuali contatti>>

Conclusioni:

  • Nel caso in esame deve ritenersi provato oltre ogni possibile dubbio che Gaspare Spatuzza ha volontariamente taciuto “notizie e informazioni processualmente utilizzabili su … fatti o situazioni … di particolare gravità” che erano a sua conoscenza attestando invece formalmente il contrario in seno al “verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione” da lui sottoscritto, condotta da cui deriva, secondo l’inequivoco contenuto della legge sopra richiamato, il divieto di concessione delle misure di protezione ovvero, se già accordate, la loro revoca

Ma la tardività delle dichiarazioni di Spatuzza può essere presa come fattore di pregiudizio della veridicità delle stesse? Forse Spatuzza ha difettato di precisione. Si è rivelato essere poco informato, anche in virtù del fatto che era più che altro un manovale della mafia, un assassino specializzato in stragi. Tant’è che lui non conosce nemmeno Dell’Utri e deve chiedere a Graviano se quel Berlusconi fosse veramente quello di Canale 5. La vaghezza delle sue rivelazioni è legata alla sua posizione gerarchica in Cosa Nostra: egli sa, ma non conosce. L’episodio del cartello pubblicitario da abbattere, che lui verifica su indicazione di Graviano esser stato realmente abbattuto, lui lo riconduce a Dell’Utri soltanto in quanto il Dell’Utri era ai vertici di Publitalia, ergo interessato di pubblicità. Eppure analisi e retroanalisi giornalistiche avevano costruito ipotesi su quel cartellone pubblicitario che interessava Dell’Utri: si era detto che fosse il cartellone pubblicitario del primo esperimento politico di Dell’Utri medesimo, quel Forza Italia! Sicilia Libera che forse nei progetti doveva essere il referral politico di Provenzano, di chiara impronta regionalista e secessionista, l’alter ego della Lega Nord, e che invece divenne un partito nazionale destinato a governare (con alcune brevi parentesi) il paese per i susseguenti quindici anni.

E qui ritorna l’intervista, ripresa da questo blog, a Calogero Mannino: Mannino, forse per primo, negò che le stragi fossero soltanto opera della mafia – Riina non ne è capace, disse; ipotizzò l’esistenza di un piano militare e di uno politico-finanziario; legò la fase di destabilizzazione del 1992-93 all’esistenza di un vuoto politico “da riempire”. E guarda caso, già nel 1992, come spiegava Ezio Carlo Cartotto – ex manager Fininvest – ai pm Tescaroli, Gozzo e Palma in due deposizioni datate Giugno 1997:

Nel maggio-giugno 1992 sono stato contattato da Marcello Dell’Utri perché lo stesso voleva coinvolgermi in un progetto da lui caldeggiato. In particolare Dell’Utri sosteneva la necessità che, di fronte al crollo degli ordinari referenti politici del gruppo Fininvest, il gruppo stesso “entrasse in politica” per evitare che una affermazione delle sinistre potesse portare prima ad un ostracismo e poi a gravi difficoltà per il gruppo Berlusconi (L’Odore dei Soldi, di Elio Veltri e Marco Travaglio, Origini e misteri delle fortune di Silvio Berlusconi, Editori Riuniti).

Dell’Utri inaugura il progetto nel maggio-giugno 1992. Il “crollo degli ordinari referenti politici del gruppo” per opera dell’inchiesta Mani Pulite era appena avviato. Nessuno allora poteva ipotizzare che la DC e il PSI sarebbero scomparsi. Fino all’aprile 1992, Mario Chiesa era un semplice “mariuolo” (definizione che fu di Craxi); Falcone sarebbe saltato in aria a Maggio, durante il voto per il Presidente della Repubblica (una congiura della mafia/massoneria contro Andreotti?); Borsellino venne ucciso a Luglio. Mentre accadeva questo, Dell’Utri operava per creare un contenitore politico a beneficio degli interessi di Fininvest, contro l’ascesa delle Sinistre, ritenute un pericolo per l’azienda. A settembre 1992 si tenne la convention dei manager Fininvest a Montecarlo, nel corso della quale Berlusconi fece il suo primo discorso politico: “I nostri amici che ci aiutavano, contano sempre di meno; i nostri nemici contano sempre di più; dobbiamo prepararci a qualsiasi evenienza per combatterli” (rivelando una indiscussa propensione per le categorie amico-nemico, ritenute dalla politologia contemporanea come il fondamento della guerra, del conflitto e della divisione, più che della politica). Poi le stragi del ’93, la guerra del Sisde che voleva decapitare lo Stato, la preparazione di nuove elezioni e il vox populi sul nuovo partito-azienda di Berlusconi. Tutto in una precisa scansione temporale che per ora è possibile solo definire come “coincidenza”.

In ultima istanza, resta estremamente critica l’interpretazione data dalla Corte d’Appello di Palermo circa la delusione dei mafiosi per le aspettative riversate nel partito Forza Italia, in virtù delle posizioni garantiste manifestate in campagna elettorale, andate invece deluse:

Deve tuttavia registrarsi, all’esito dell’esame delle dichiarazioni di Maurizio Di Gati, che comunque anche da tale collaboratore proviene la conferma del fatto che in cosa nostra, pur dopo l’impegno sostenuto a favore di Forza Italia nel 1994 (senza che il collaborante sia a conoscenza di pretese garanzie ed impegni dati in cambio del sostegno elettorale: pag.21 esame), erano diffusi alla fine degli anni ’90 i malumori degli uomini d’onore che, a fronte di sperati ed attesi interventi legislativi di favore da parte del governo di “centro-destra”, si ritrovavano invece a subire una legislazione sempre più sfavorevole come nel caso della trasformazione in legge del regime detentivo del 41 bis (pag.13 esame: “La lamentela nostra è stata, come abbiamo votato tutti per fare salire il Centro-Destra, e adesso ci stanno mettendo il 41 bis? Ce lo stanno confermando come legge ? La promessa era che il 41 bis veniva, anche se veniva confermato come legge, veniva più agevolato nel senso del regime carcerario”).
Emerge dunque con evidenza che si cominciò a diffondere tra gli appartenenti all’associazione mafiosa una crescente delusione perché le aspettative di una legislazione che si riteneva sarebbe stata più favorevole da parte di un governo di “centro-destra”, fondate o meno che fossero su pretesi ma in realtà non provati impegni specifici assunti da esponenti politici e soprattutto, per quel che qui interessa, dall’imputato Marcello Dell’Utri, risultavano del tutto smentite dalla constatazione oggettiva di un progressivo inasprimento dell’azione di contrasto alla mafia che lo Stato e le sue articolazioni istituzionali, al di là delle contingenti e mutevoli maggioranze di governo, hanno voluto e saputo complessivamente e costantemente realizzare (Sentenza d’Appello Processo Del’Utri, p. 516).

La domanda è la seguente: può un Tribunale, una Corte d’Appello dare una valutazione della politica in fatto di antimafia di un governo? la constatazione oggettiva è tale poiché proviene dall’interno di Cosa Nostra? Ma non è una mera deduzione, questa?

Per la Corte d’Appello, Dell’Utri tramite fra la Mafia e Berlusconi

Quella che segue è la notizia battuta dall’ANSA qualche minuto fa relativa alle motivazioni della Sentenza della Corte d’Appello di Palermo su Marcello Dell’Utri, condannato a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa:

Il senatore Marcello Dell’Utri (Pdl) avrebbe svolto una attivita’ di ”mediazione” e si sarebbe posto quindi come ”specifico canale di collegamento” tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi. Lo scrivono i giudici della Corte d’Appello di Palermo nelle motivazioni, depositate oggi e in possesso dell’ANSA, della sentenza con la quale Dell’Utri e’ stato condannato il 29 giugno scorso a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Per i giudici, Dell’Utri ”ha apportato un consapevole contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso” (ANSA.it).

E ora Fini potrà ancora chiedere a Berlusconi senso di responsabilità per la fase della crisi di governo che verrà presumibilmente dopo il 14 dicembre? Può Berlusconi, con un macigno simile, continuare a fare il Presidente del Consiglio? Possono i deputati radicali, eletti nelle liste del PD, compiere la trasmigrazione degli scranni e votare con il PdL la fiducia a Berlusconi come ha ventilato Marco Pannella oggi:

Premier a caccia di nove deputati Pannella tratta: da noi sei voti

Il Sole 24 Ore – ‎17/nov/2010‎

Forse si tratta di una provocazione. Certamente ogni deputato ha un prezzo e pare che questi non abbiano alcun ribrezzo a trovarsi dal giorno alla notte a votare per un signore connesso alla mafia per tramite del suo socio in affari. Pensate all’onorevole per fortuna, al secolo Maurizio Grassano: diventato deputato dopo l’elezione a governatore del Piemonte di Roberto Cota, l’ex leghista, ex presidente del consiglio comunale di Alessandria, inquisito per truffa al suo stesso comune, oggi ha manifestato l’intenzione di votare per B. Grassano è stato arruolato. Leggete la sua storia. Pare essere pienamente in sintonia con il governo che andrà a sostenere:

Renzi e Civati: ribelli, sfasciacarrozze e maleducati rottamatori. La platea romana del PD fischia mentre scoppia il caso Lombardo

Poco importa se alla Stazione Leopolda si siano incontrate le idee prima che le persone. Poco importa se si è parlato di politica. Poco importa alla dirigenza del PD, e forse a tutto il PD raccolto a Roma all’Assemblea Nazionale dei Circoli, se le idee e il alvoro portato avanti da Civati e dal gruppo di Andiamo Oltre si sua condensato in quattro volumi che qui riporto:

Probabilmente queste opere passeranno diritte negli archivi della Segreteria. Pare che Bersani sia in cerca solo di tregue e di alleanze, come in una sorta di enorme Monopoli Politico in cui contano i posizionamenti e tattiche, e la realtà “ci fa un baffo”, per parafrasare il segretario.

Così, oggi, mentre a Firenze si ascoltavano le buone esperienze delle tante ottime amministrazioni locali guidate dal PD, a Roma, all’Assemblea Nazionale dei Circoli si fischiavano Renzi e Civati, come in una orwelliana “giornata dell’odio”. Indicati come “i rottamatori”, definizione riduttiva ma giornalisticamente efficace che però lo stesso Renzi ha contribuito a creare suo malgrado, nei media l’evento di Firenze passa soltanto sotto l’egida dell’attacco al Segretario. Sfasciacarrozze, ribelli e maleducati: Renzi e Civati sono messi all’indice dei democratici blasfemi. Insomma, guai se si critica il Capitano della Nave (che però affonda da quindici anni). E’ l’eterno dilemma della (centro?)-sinistra italiana, il contorcersi fra eterodossia e ortodossia. Ma la politica, se la si vuol fare, è altra cosa. Lo hanno detto, a Firenze. A Roma, invece, ci si guardava in cagnesco. Con la “bolla Lombardo” – il governatore della Sicilia, ribaltonista insieme al PD insulare (appoggio esterno della Finocchiaro?) e ora sotto indagine per concorso esterno in associazione mafiosa – pronta ad esplodere in ogni istante. Ignazio Marino “chiede la convocazione della direzione nazionale, ma il segretario regionale Giuseppe Lupo getta acqua sul fuoco: “Finora nessun reato è stato contestato a Lombardo” (La Repubblica.it).

“Il partito ha sempre promosso la cultura della legalità  –  dice il chirurgo trapiantista, oggi senatore – distinguendosi nettamente dalla politica opaca del centrodestra. Alcuni nostri esponenti sono stati o sono in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata come Maria Grazia Laganà Fortugno o Angelo Vassallo, ucciso nel Cilento pochi mesi fa. Ho scritto una lettera a Bersani chiedendogli di convocare la direzione nazionale del partito per affrontare il problema” (Ignazio Marino, La Repubblica.it, cit.).

Rosy Bindi si dice pronta ad autosospendersi se non avvenissero “gesti eclatanti”. Oggi, dal palco dell’Assemblea Nazionale dei Circoli nessuna parola del segretario sulla vicenda, mentre monta la protesta:

L’appello di Bianco ai vertici del Pd: “Fuori il partito dal governo regionale. Live Sicilia – ‎3 ore fa‎

Sicilia: Fava (Sel), Bersani stacchi spina a governo Lombardo Libero-News.it – 2 giorni fa

Pd sempre più diviso su Lombardo, diktat di Bianco‎ – BlogSicilia.it (Blog)

Se vi pare poco…