La Concertazione come “origine dei mali”: storia di un modello di relazioni industriali

1983 – 2013 La Concertazione come “origine dei mali”.

I Sindacati senza accordi e il Governo atonale del prof. Monti

di Matteo Laurenti, Giovine Europa now (http://www.linkiesta.it/blogs/giovine-europa-now), ricercatore, archivista, bibliotecario e collaboratore del Centro di documentazione sindacale e biblioteca della Camera del Lavoro di Biella.

"L’inflazione è quella forma di tassazione che può essere imposta senza legislazione."

Le spese del governo ammontano al 45% circa del prodotto interno lordo. Secondo quest’analisi, il governo possiede il 45% dei mezzi di produzione che fanno il PIL. Gli USA sono oggi al 45% socialisti. (da Noi abbiamo il socialismo, New York Times, 31 dicembre 1989)

Milton Friedman (1912-2006)

L’Italia in quegli anni ha rischiato grosso… la battaglia ci ha assorbito completamente. Cosí, non abbiamo visto con la chiarezza necessaria il resto. (da Intervista sul mio partito; citato in Ginsborg 1989, p. 68)

Luciano Lama (1921 – 1996)

La geometria non è un reato”

Renato Zero (1950 – vivente)

Anno 1993, giorno 23 del mese di luglio, l’allora Presidente del “Governo tecnico di transizione” Carlo Azeglio Ciampi, primo presidente non parlamentare della storia della Repubblica firma, attraverso la pratica triangolare della concertazione, il protocollo che tenta di mettere fine alla crisi economica endogena dello stato italiano culminata solo pochi mesi prima con la dissoluzione politica della prima Repubblica. La crisi del biennio 1992-93 tratta della “resa dei conti” di oltre due decenni di politiche economiche figlie della temperie sociale e politica iniziata alla fine degli anni ’60 e perdurata per tutto il decennio ’70. Politiche economiche volte a sedare l’inquietudine della società del tempo con l’eroina dell’inflazione. Nel contesto internazionale il fallimento negli anni ’70 delle politiche di bilancio "dal lato della domanda", nel ridurre l’inflazione e nel produrre crescita, spianò la strada per un nuovo cambiamento nella politica economica che mise al centro delle responsabilità delle banche centrali la lotta all’inflazione. Secondo le tipiche teorie economiche, questo avrebbe dovuto essere accompagnato da trattamenti shock di austerità, così come generalmente raccomandato dal FMI.

Inflazione…il generale aumento dei prezzi, di beni e servizi in un dato periodo di tempo che genera una diminuzione del potere d’acquisto della moneta.

Tradotta in sostanza liquida in Italia è stata una spirale di dipendenza creata dall’indennità di contingenza (la Scala Mobile) fortemente voluta, nel 1975, dall’allora Segretario confederale della CGIL Luciano Lama, d’accordo con Bruno Storti (Segretario CISL), Raffaele Vanni (Segretario Uil)e dell’allora presidente di Confindustria Giovanni Agnelli. Essa fu successivamente abrogata tra il 1984 ed il 1992 dai governi di Bettino Craxi e Giuliano Amato con l’accordo degli stessi sindacati che l’avevano creata, scavalcando il referendum abrogativo del 1985 voluto dal PCI di Enrico Berlinguer. La cosiddetta “soluzione” dell’inflazione infatti misurava la stessa tenendo conto dell’aumento dei prezzi ma senza considerare un altro parametro economico: l’aumento del PIL.

Anno 1983, giorno 22 del mese di gennaio, l’allora Ministro del Lavoro e della Previdenza sociale Vincenzo Scotti pose la firma, per conto del governo, ad una trattativa durata un anno e mezzo. Essa verteva su un accordo, in cui il governo era “mediatore”, che impegnava la fine dello scontro sociale tra sindacati ed industria. Con la firma dell’accordo i sindacati si impegnarono a sospendere la contrattazione integrativa mentre Confindustria sbloccò il rinnovo dei contratti le cui trattative erano state sospese. L’obbiettivo principale era, guarda caso, combattere l’inflazione. Per tutti gli anni Ottanta il sistema così impostato funzionò a dovere e nel 1993 si decise di ampliarlo e di inserire nuove regole. In particolare, nel tentativo di concertare, ovvero metter d’accordo, sindacati e industriali, venne stabilito un incremento minimo salariale pari al tasso di inflazione programmata e un rinnovo dei contratti ogni due anni. Di fatto si diede inizio alla “politica dei redditi”, una politica di accrescimento dei salari sulla base dell’aumento della produzione e degli utili di impresa. Attraverso la politica dei redditi le imprese si impegnano a non aumentare i prezzi, i lavoratori si impegnano, in cambio, a non chiedere aumenti dei salari slegati dall’aumento della produttività. Il Governo dal canto suo offre servizi alle imprese (maggiore efficacia ed efficienza nella pubblica amministrazione, potenziamento delle infrastrutture quali strade, porti, ferrovie, telecomunicazioni), ed ai lavoratori (miglioramento dei servizi sociali alle famiglie:asili nido, buoni scuola, ammortizzatori sociali quali cassa integrazione, sussidi di disoccupazione, mobilità ecc.

La politica dei redditi necessita di un basso tasso di conflittualità sociale e di forte autorevolezza e credibilità del Governo.

Almeno sulla carta dunque la concertazione è servita a farci uscire dalla crisi tutta italiana che ci ha investito venti anni fa (quasi) esatti…In altre parole il modello di concertazione, inteso come dialogo tra gli attori contrattuali con una forte mediazione dello stato, non ha fallito. Ciò che ha fallito è la volontà da parte degli organi dello Stato preposti a far rispettare questo modello, basti pensare ad esempio ai continui scioperi di categoria legati al mancato rinnovo dei contratti nazionali…a distanza di due decenni il sistema ha mostrato i suoi limiti, soprattutto dopo l’adesione dell’Italia alla moneta unica europea. La rincorsa all’euro è stata perseguita con precisi atti di volontà politica, apparsi addirittura temerari tanta era la distanza da recuperare in pochissimo tempo. Si tratta pertanto di un successo indubbio della politica economica, che ha prodotto, come pure abbiamo ricordato, incalcolabili benefici in termini di sradicamento dell’inflazione, bassi tassi d’interesse, bassi costi di transazione soprattutto da incertezza, disintossicazione delle imprese dalla droga delle svalutazioni competitive. Quel successo è oscurato però da due ombre: la distanza che occorreva colmare per rientrare nei parametri di Maastricht, un vero baratro, si era aperta a causa delle scelte, invece assai colpevoli, che la politica economica aveva compiuto nel ventennio precedente; inoltre, i metodi sbrigativi con cui la rincorsa è stata fatta (essenzialmente, accentuando la pressione fiscale e facendo ampio ricorso a misure con effetti temporanei) ha finito col rappresentare uno degli handicap che hanno frenato la rincorsa.

Anno 2013, futuro prossimo, prossime elezioni. A 30 anni dalla prima concertazione pensata e scritta e a 20 da quella che salvò l’Italia da se stessa, avrà ancora senso “richiedere” l’intervento delle parti sociali là dove ormai si attua una programmatica svalutazione del loro ruolo?

Il sindacato (e nella fattispecie la CGIL) ha giocato il suo ruolo o è in stato collaterale con il monetarista Monti attuando una strategia “fantasma” o ancora peggio un’assenza di strategia nell’accettazione di una subalternità alla razionalità economica del capitale produttivo e finanziario nella speranza che questo li faccia accettare come interlocutori riconoscibili?

E’ forse consapevole Susanna Camusso, al pari di Luciano Lama, Bruno Trentin e Sergio Cofferati nei loro rispettivi mandati, che le loro dichiarazioni “stridono” con quanto ha fatto il sindacato nella pratica contrattuale, nei contratti nazionali e in quelli aziendali?

I vincoli e i limiti posti dalle “regole del gioco” che la Cgil ha fatto sue hanno messo i lavoratori nell’angolo nel conflitto di classe?

Di fatto le politiche concertative degli ultimi 30 anni sono nei fatti degli arretramenti contrattuali che hanno fatto perdere potere d’acquisto producendo uno spostamento di una grossa fetta di reddito nazionale dai salari ai profitti e in modo particolare verso le rendite. La CGIL, rompendo con Cisl e UIL (nel 2009) segnava una discontinuità che è risultata di facciata.

Ma se i sindacati sono appunto senza “accordi”, il Governo, ancora una volta “tecnico” e di transizione vuole suonare una musica in un concerto dove esso stesso “definisce autonomamente le regole per la realizzazione del brano”.

Che ognuno torni alla sua parte allora, compresa Confindustria, rea dal punto di vista di Monti di aver dato corda ai sindacati nell’attuazione della cassa integrazione, adatto a solo certi tipi di impresa, come unico strumento del Welfare.

D’altronde Milton Friedman era convinto che la libertà avesse soprattutto due categorie di nemici: gli industriali e gli intellettuali. I primi vogliono la libertà per gli altri ma non per sé. Sono entusiasticamente favorevoli alla concorrenza e al libero mercato per gli altri, per sé preferiscono chiedere sussidi, sgravi fiscali e, soprattutto, protezioni doganali e tariffarie. Gli intellettuali, invece, sono intransigenti difensori delle proprie libertà – nessuno deve dir loro cosa scrivere, dipingere, musicare, eccetera, ma molto meno propensi a che gli altri siano liberi di decidere cosa, quanto e come produrre quello che gli pare. Agli altri cosa fare deve essere se non imposto almeno suggerito dal potere politico.

Tanto nel 2013 l’inflazione tornerà sotto il 2%…parola della BCE.

La Omsa di Faenza delocalizza in Serbia. E Frattini che fa?

foto di Giampiero Corelli per il Resto del Carlino

La OMSA di Faenza, storica fabbrica del tessile, chiude e trasferisce la sua produzione in Serbia. La notizia è nota da tempo, ma la protesta delle lavoratrici e dei lavoratori continua. Perché in Serbia? Perché il costo del lavoro è più basso che in Italia. La Serbia, ex paese comunista, ha costruito il suo nuovo sviluppo sulla pelle degli operai, sottopagati e senza diritti. OMSa poteva delocalizzare in Cina; lo fanno in molti, è vero. Ma molto probabilmente ha optato per la Serbia poiché “sul continente”: per la sua locazione geografica, permette cioè di risparmiare il costo/rischio trasporto, che dalla Cina sarebbe stato comunque elevato per un prodotto tessile. Ma c’è una seconda ragione: un prodotto che giunge in Unione Europea dalla Cina è sottoposto al vaglio doganale; accade ancora così per le importazioni dalla Serbia, ma durerà ancora poco.

Quale l’atteggiamento del governo sul caso OMSA? Mancando il ministro alla Sviluppo Economico da quattro mesi, è come parlare del nulla. Eppure pare che un interessamento ci sia. Sì, questo:

KOSOVO: FRATTINI, DA SERBIA CONFERMATA VOCAZIONE EUROPEA- Asca

Frattini: Serbia ha confermato il suo orientamento euroeo – Radio Srbija

Tra i paesi favorevoli all’entrata della Serbia, guidata ora dal presidente Boris Tadic, c’è anche l’Italia che, con il ministro degli esteri Frattini, ha sempre sostenuto la sua adesione (SkgTG24).

Si è chiesto, il ministro degli Esteri, quali ripercussioni avrà sulla nostra occupazione l’allargamento dell’Unione alla Serbia? Perché l’avviamento dei negoziati per l’ammissione della Serbia all’Unione Europea, pur avendo degli innegabili effetti geopolitici positivi, offre l’occasione per eliminare l’ultimo ostacolo alla delocalizzazione in massa del manifatturiero italiano: la dogana. L’Italia, e in particolare questo governo con il suo ministro degli Esteri, è il principale sponsor della Serbia in UE. Forse che Frattini lavora su mandato di Confindustria?

Idee PD: Chiamparino, dal produttore al consumatore

Il Chiampa, giovin candidato alla premiership del centro-centro-sinistra (con i trattini e il doppio centro – no, non è un refuso, sta a significare la prevalenza del ‘centro’…) ha ipotizzato ieri, dalle colonne de Il Mattino, un PD versione economica: lo ha definito un ‘partito dei produttori’, la cui missione “non può che essere produrre sviluppo, lavoro e ricchezza”. Forse che il sindaco di Torino voglia allargare la Santa Alleanza (che è santa poiché riceve l’imprimatur dei Vescovi) a Confindustria? Se così fosse, allora la collocazione politica di questa congrega di partiti non potrebbe essere la medesima immaginata da Bersani, il quale ha immaginato due cerchie, o due muri che dir si voglia, una interna, l’altra esterna che verrebbe edificata soltanto in vista di una effettiva emergenza democratica. Le idee paiono confuse anche a lui:

La latitudine iniziale può essere ragionevolmente vasta, da Vendola a Casini. Quella finale dipende da attorno a cosa costruisci l’alleanza. Io, ad esempio, penso non sia possibile escludere alcune questioni che vanno sotto il titolo “laicità dello Stato” (Chiamparino, Il Mattino, 28/08/2010).

Quindi se ne deduce che Casini e soci potrebbero permanere in questa alleanza forse l’arco di sei mesi o poco più, lo spazio per dettare le nuove – democratiche – regole della competizione elettorale e della comunicazione politico-televisiva. E poi? Il Chiampa mette il dito nella piaga: “a me, ad oggi, risulta ancora insufficiente la proposta al paese, sicuramente interessato più alla missione che alla formula politica” (Chiamparino, cit.). Ecco la via d’uscita del sindaco: fregarsene della formula politica e dotare il PD di una missione, una missione chiamata sviluppo.

Il problema fondamentale è mettere in moto lo sviluppo, creare lavoro e ricchezza. Penso ad una sorta di partito dei produttori. Tema centrale per un paese in sostanziale stagnazione ormai da anni. Non è solo colpa dei governi che si sono succeduti e la situazione indubbiamente tende a marginalizzare alcune aree del mondo. Ma anche in queste aree ci sono realtà diverse: in Europa non sono tutti giapponesi ma vi sono paesi, come la Germania, che dimostrano di saper reagire. Guardiamo e impariamo (ibidem).

Sviluppo equivale a dire grandi opere (stradali, energetiche, ferroviarie). Un giornalista vero, a questo punto dell’intervista, avrebbe chiesto a Chiamparino la sua opinione circa Ponte sullo Stretto, Nucleare, Alta Velocità. Poiché, se è pur vero che Chiamparino ha “sempre vissuto, politicamente e fisicamente, in alto a sinistra” (in Piemonte e a Sinistra), la sua posizione in fatto di sviluppo a tutti i costi – così pare di capire – contrasta e non poco con la politica di Vendola e pertanto viene da domandarsi quale futuro abbia una alleanza politica costruita su posizioni tanto divergenti.