Conflitto di interessi, analisi della proposta del PD

berlusconi_occhiale

In una discussione avuta su Twitter oggi mi è stato ricordato che il PD non ha alcuna volontà di cambiare, che sta organizzando un papocchio con Berlusconi, eccetera. Qui un sunto:

http://twitter.com/DanteofSparda/status/313593534664044544

D’altronde non mi è mai effettivamente chiaro se i vari commentatori sul web che parteggiano per i 5 Stelle abbiano la cura di verificare quel che dicono. Nella fattispecie, è stato fatto riferimento alla critica di Marco Travaglio – durante l’ultima puntata di Servizio Pubblico – agli otto punti proposti durante la Direzione Nazionale del PD circa dieci giorni fa. Travaglio critica pesantemente tutti gli otto punti ma si concentra, con il consueto acuminato linguaggio, che la proposta del PD riprenderebbe la legge del 2006 la quale, a sua volta, prevedeva che «il conflitto di interesse se sei parlamentare non esiste. Inizia ad esistere se vai al governo. Che significa? Che se Berlusconi rimane capogruppo può tenersi tutte le televisioni che vuole».

Travaglio commentava una proposta che non era ancora stata presentata. E’ vero che era stata annunciata l’intenzione di voler riprendere parte del progetto di legge approvato dalla I Commissione della Camera dei deputati l’11 maggio 2007 (http://www.senato.it/leg/15/BGT/Schede/Ddliter/26112.htm).

Proprio oggi sul sito del Partito Democratico sono state pubblicate due proposte di legge correlate fra di loro che sono il frutto della sintesi del progetto di legge del 2007 e della proposta Elia-Onida-Cheli-Bassanini e altri (www.astrid.eu/ASTRID-La-disciplina-del-conflitto-d-interessi.pdf). Si tratta di un doppio disegno di legge che regola i casi di conflitto di interesse nonché i casi di ineleggibilità e incompatibilità.

La critica di Travaglio si fonda sull’assunto che il dispositivo di legge entrerebbe in funzione solo nel caso di attribuzione di cariche di governo mentre non accadrebbe nulla nel caso in cui Berlusconi rimarrebbe semplice ‘capogruppo’. Ma tale critica parrebbe infondata poiché il PD avrebbe previsto di inserire una sorta di filtro preventivo nella clausola di ineleggibilità e incompatibilità cosiddette ‘di affari’:

II) Irrigidimento delle previsioni in materia di ineleggibilità e incompatibilità “di affari”
Si stabilisce che, nel caso di soggetti legati allo Stato, alle Regioni o agli enti locali da particolari rapporti concessori o di finanziamento, l’ineleggibilità (o incompatibilità) opera anche indipendentemente dalla qualità formale di concessionario, ovvero dalla carica sociale rivestita dal soggetto interessato, dovendosi guardare anche al dato sostanziale della proprietà o del controllo della società o dell’impresa interessata (https://s3.amazonaws.com/PDS3/allegati/incompatibilita_incandidabilita.pdf).

Tale norma supererebbe i limiti della vecchia norma del 1957 (DPR. 30 Marzo 1957, n. 361) secondo la quale non sono eleggibili:

1) coloro che, in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private, risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica, che importino l’obbligo di adempimenti specifici, l’osservanza di norme generali o particolari protettive del pubblico interesse, alle quali la concessione o l’autorizzazione è sottoposta […].

Naturalmente la questione della ineleggibilità di Berlusconi fu posta sin dal lontano 1994 e all’epoca la Giunta per le Elezioni accettò la formula secondo la quale Berlusconi non aveva responsabilità diretta della gestione dell’impresa che era invece già stata conferita a Fedele Confalonieri. Berlusconi, in quanto mero proprietario, fu escluso dall’applicazione di quella norma. Una questione di lana caprina, di giuridichese stretto. Quello fu l’errore storico che si è protratto sinora. La correzione proposta dal Partito Democratico rende la norma di ineleggibilità definitivamente efficace. Andrebbe letta e votata domani, senza indugio alcuno.

Resto dell’idea quindi che i due provvedimenti siano una buona base di partenza e chi sostiene l’idea dell’inciucio Pdl-PDmenoL dovrebbe iniziare a leggerli e a studiarli seriamente. Capito, DanteofSparda? Ecco, questa è una delle ragioni per cui il M5S dovrebbe rivedere le sue posizioni sulla formazione del nuovo governo.

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Operazione trasparenza: pubblicati i redditi dei ministri del governo Monti

Con un po’ di ritardo, forse dovuto alla mole documentale prodotta, i ministri del governo Monti mantengono la promessa e pubblicano sui siti dei relativi ministeri la propria posizione patrimoniale. Che adesso sarà interessante passare al setaccio.

Provo a fare un elenco:

Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio
Antonio Catricalà (segretario del Consiglio dei Ministri): 2010 740.000 euro, 2011 200.000
Giampaolo D’Andrea (Rapporti con il Parlamento): reddito complessivo 2010 245.691,00 (comprensivo del Trattamento pensionistico INPDAP‐Università), COMPENSO ANNUO LORDO: €. 188.868,91 ( al lordo della contribuzione previdenziale e delle ritenute erariali). N.B. Con decorrenza dall’1/12/2011 è stata sospesa l’erogazione dell’assegno da parte del Senato della Repubblica e con la medesima decorrenza è stata richiesta la sospensione del vitalizio corrisposto dalla Regione Basilicata, pur non essendo prevista dalle normative vigenti. In data 2/12/2011 è stata operata la rinuncia al contratto di insegnamento di Storia Economica presso la Facoltà di Economia dell’Università degli Studi della Basilicata e al compenso maturato.
Antonio Malaschini (Rapporti con il Parlamento): ha optato in data 9 dicembre 2011 per il trattamento di cui alla legge 9 novembre 1999, n. 418, previsto per i membri del Governo non parlamentari. Tale trattamento ammonta, nella sua misura netta annuale, a 106.005,09 (lordo 188.868,91) euro. Come Segretario Generale in quiescenza del Senato della Repubblica percepirà per l’anno in corso una pensione netta annuale di 277.120,70 (lordo 519.015,45) euro. Ha in deposito titoli CCT e BTP e giacenze di conto corrente per un ammontare complessivo di 285.000 euro. Non è titolare di quote di società per azioni, né di obbligazioni.
[Carlo Malinconico (Editoria)] (dimissionario dal 10 gennaio 2012);
Paolo Peluffo (Informazione, Comunicazione, Editoria e Coordinamento amministrativo): Corte dei Conti 130.846,49 – Consulente del Presidente del Consiglio per le celebrazioni dei 150 anni €. 79.555,55 – Compenso Corte dei Conti € 130.000,00 – Compenso Sottosegretario di Stato €.
53.639,39.

Ministri senza portafoglio

Affari europei
Ministro: Enzo Moavero Milanesi
Affari regionali, turismo e sport
Ministro:Piero Gnudi – segui link – Unico 2011: reddito imponibile 1.717.187
Coesione territoriale
Ministro: Fabrizio Barca730/2011:
Rapporti con il Parlamento
Ministro: Piero Giarda – 501.411 in beni mobiliari e immobiliari, reddito 262.288
Cooperazione internazionale e l’integrazione
Ministro:Andrea Riccardi – come ministro: 199.778,25; pensione professore universitario: 81.154,58
Pubblica amministrazione e per la semplificazione
Ministro: Filippo Patroni Griffi: reddito imponibile 2011 504.367 euro

Ministri con portafoglio

Affari Esteri
Ministro: Giuliomaria Terzi di Sant’Agata: 203.653,44 come ministro, ha una Harley-Davidson 883
Interno
Ministro: Anna Maria Cancellieri, come ministro 183.084
Giustizia
Ministro: Paola Severino Di Benedetto: come ministro, 195.255,20 euro; reddito 2011: 7.005.649,00; possiede in leasing  una imbarcazione da diporto Aqua 54’ Cruiser Baia anno immatricolazione 2009.
Difesa
Ministro: Giampaolo Di Paola: come ministro, 199.778,25 euro; possiede azioni Enel, Finmeccanica e Deutesche Telekom.
Economia e Finanze
Ministro: Mario Monti (ATTESA)
Vice Ministro: Vittorio Grilli: compenso annuo lordo € 197.709,85
Sviluppo Economico e Infrastrutture e Trasporti
Ministro: Corrado Passera, reddito imponibile 2011: 3.529.602 euro

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Vice Ministro: Mario Ciaccia (Infrastrutture e Trasporti)
Politiche Agricole, Alimentari e Forestali
Ministro: Mario Catania: il reddito 2010 (dichiarazione 2011) ammontava a 213.700 euro, interamente ascrivibili alla retribuzione da lavoro; dipendente presso il Ministero. I risparmi sono investiti in titoli di Stato (450.000 euro).
Ambiente, Tutela del Territorio e del Mare
Ministro:Corrado Clini: come ministro, 199.778,25 euro; Redditi 2010 173.383,00, DIRETTORE GENERALE MINISTERO AMBIENTE
Lavoro e Politiche sociali con delega alle Pari opportunità
Ministro: Elsa Fornero (ATTESA)
Vice Ministro: Michel Martone
Istruzione, Università e Ricerca
Ministro: Francesco Profumo (ATTESA)
Salute
Ministro: Renato Balduzzi  (ATTESA)

PdL spaccato, ma Paolo Romani sarà il successore di Scajola

Presto sarà sciolta la riserva sul nome del nuovo ministro, successore di Claudio Scajola alle Attività Produttive. Stavolta Berlusconi ha osato l’inosabile: ha imposto il nome di Paolo Romani, l’uomo Mediaset, l’uomo delle televisioni, delle parabole, dei cavi e delle antenne. Lui, che ne sa quanto Confalonieri e Letta di televisione, verrà nominato ministro mantenedogli la delega alle Telecomunicazioni. Insomma, Mr b mette al sicuro gli affari e lascia le poltroncine di viceministro con delega all’Industria e al Nucleare a Guido Possa, suo amico fraterno, già Fininvest sino al 1995, poi forzista della prima ora nonché espertissimo in materia di enegia dell’atomo. Ai primi due posti degli “Affari Industriali” stanno due curatori di interesse del Cav. Poi, le briciole:

  • Energia è nelle mani del sottosegretario Stefano Saglia, considerato “scajoliano doc”
  • Commercio con l’estero fa capo al finiano Adolfo Urso
  • le Comunicazioni sono, appunto, del berlusconiano Romani
  • Discorso a parte il Dipartimento delle Imprese, finora gestito da Scajola: questa delega di peso con i due/terzi delle risorse riguardanti il Sud fa gola a molti, a cominciare dal Carroccio (Il Tempo – Politica – Berlusconi tende la mano a Fini).

Tutto questo giro di valzer di poltrone doveva in qualche misura coinvolgere anche il presidente della Camera, Gianfranco Fini. Ma la ‘colomba’ Verdini, designata ieri notte durante il summit dei gerarchi del PdL, allargato ad Alemanno e Altiero Matteoli, è stata brutalmente rispedita al mittente dallo stesso Fini, secondo il quale non ci saranno incontri con vertici del PdL “fino a quando non ci saranno risposte politiche ai problemi che ho sollevato”. Soprattutto ha detto ‘no a intermediari’:

Ad irritare l’ex leader An – secondo la ricostruzione fornita da chi lo ha ascoltato – e’ stata soprattutto la ‘velina’ filtrata da ambienti di Via dell’Umilta’ dalla quale si evinceva che a chiedere l’incontro con gli ‘ambasciatori’ del Cavaliere era stato Fini. ‘Prima vogliono vedermi – ha commentato – e poi fanno uscire che l’ho chiesto io’ (Incontro Fini-Verdini salta per velina).

A alimentare le voci sul duello sotterraneo, l’equivoco per un biglietto lasciato sul tavolo della Sala della Lupa al termine della presentazione del volume “Fare pace. La Comunita’ di Sant’Egidio negli scenari internazionali”, che recita “Fare pace? Fare finta!”nel posto occupato da Fini, secondo le ricostruzioni giornalistiche, un “pizzino” mandato a leggere a Veltroni, seduto due posti più in là.
Certamente, il clima di tensione non facilita la scelta del nuovo ministro. Se dovesse prevalere l’opzione Romani, la guerra Fini-Berlusconi conoscerà probabilmente una nuova fase parossistica di attacco frontale. E’ come un cadere di pedine su una scacchiera: mangiato Scajola, avanza il pedone Romani, preso il cavallo finiano Urso:

  • Togliere la delega [a Romani] per darla a chissà chi è un rischio, promuoverlo lasciandogli quella delega in tasca sarebbe l’ennesima arrogante esaltazione del conflitto d’interesse
  • in fin dei conti se Romani ieri poteva fare il viceministro, domani potrà fare anche il ministro e chi se ne frega delle proteste dell’opposizione. Eppure sembra che stavolta un velo di imbarazzo stia annebbiando il tradizionale pragmatismo di Berlusconi
  • Vuoi per un po’ di rispetto nei confronti del Colle, vuoi per il sarcasmo dei finiani, vuoi per i complessi incastri con i sì e i no dell’enigmatico Tremonti, il premier esita
  • La tentazione di cogliere la palla al balzo per un rimpastone nel ministero e far fuori il viceministro finiano Urso con delega al commercio estero pare scongiurata (La “roba” delle tv blocca la nomina del dopo-Scajola – Europa.)

Quella sporca dozzina de ‘Il Giornale’: Fini all’attacco di Feltri

Continua l’offensiva mediatica di Gianfranco Fini. Oggi la tappa a SkyTg24, nautralmente passata sotto silenzio dal media di riferimento del governo, ovvero il Tg1. Eppure, il reprobo Fini si è cimentato in una replica del suo repertorio preferito, il ‘controcanto’, esordendo con la frase sibillina, “Non credo che in una democrazia ci sia mai troppa libertà di stampa”. Poi, tronfio di gloria, fa spaere di aver scoperto il gravissimo conflitto d’interesse che alberga nel governo – con brevi pause e anche con la sua complicità ora forse rinnegata- da quindici anni. Eh sì, l’esponente della destra liberale ex o post fascista che sia, ha denunziato alla pubblica opinione l’evidenza del “conflitto di interessi in cui si trova l’editore de ‘Il Giornale'”. Ma guarda.

L’editore – afferma il presidente della Camera – ha ritenuto che fosse molto, molto importante avvalersi di uno staff che fa vendere migliaia di copie…». Poi, a proposito del direttore del ‘Giornalè, Fini ribadisce che questo usa la «penna come se fosse una clava» […] ha ammesso pubblicamente di essere consapevole dei problemi politici che quel giornale ha determinato, basti pensare alla vicenda Boffo […] da un lato c’è l’interesse dell’editore, dall’altro c’è l’interesse del presidente del Consiglio, che sono nella stessa famiglia […] è un caso di conflitto di interessi (Fini: in una democrazia la libertà di stampa non è mai troppa – Italia – l’Unità.it).
Un caso isolato? verrebbe da chiedersi. Un caso nato ieri? Un caso limitato alla sola carta stampata? Forse il Presidente della Camera difetta di coraggio. Perché se deve parlare di conflitto di interesse, allora lo faccia sino in fondo, denunciando l’occupazione politica della Rai, per esempio, l’uso politico degli organi d’informazione della prima rete Rai, la censura dei talk show durante le ultime elezioni regionali. Dica chiaramente che l’attuale testo del DDL Intercettazioni è profondamente anti-liberale e teso a far calare la scure della censura sulla cronaca giudiziaria. Perché se non ha il coraggio di farlo, allora si prepari a esser colpito e affondato definitivamente dallo stesso sistema che pretende di combattere. Poiché nelle gallerie sotterranee di Palazzo Grazioli, qualcuno si sta muovendo:

Raccontano da Palazzo Grazioli che alcuni giorni fa, stufo delle solite critiche, ha deciso di non rimanere oltre con le mani in mano e di voler cominciare a capire come limitare, sul piano della battaglia culturale, il terreno d’azione di quel fastidioso circolo, iniziando dalle fonti di approvviginamento. Per questo, adottando uno schema già usato tempo fa in occasione dell’appello agli inerzionisti a tener presente il tasso di “negatività” delle testate sulle quali comprare o meno pubblicità, ha domandato che sul suo tavolo venisse portata la lista degli imprenditori che contribuiscono alla fondazione presieduta da Adolfo Urso […] Berlusconi vuole vedere, scritti nero su bianco, i nomi dei non pochi uomini di impresa che sostengono il think tank del presidente della Camera, e magari cercare di capirne le ragioni, per verificare se, anche di fronte alla svolta antiberlusconiana del cofondatore Pdl, siano o meno ancora intenzionati ad aiutare un pensatoio che ogni giorno di più si dimostra la spina nel fianco del governo (Rubriche – l’Unità.it).

Conflitto d’Interessi, la bozza Colombo

Questa la bozza di disegno di legge sul conflitto d’interessi presentata da Furio Colombo. In attesa di conoscere il testo di quella veltroniana – un tema semplicissimo che andrebbe affrontato con semplicità, come fa Furio Colombo in questo testo che fra l’altro aveva già presentato alle Camere nel 1996 – che non è ancora pubblica – non c’è neppure sul sito della Camera dei Deputati, leggete questo disegno di legge e chiedetevi perché non è mai stato preso in considerazione.

Conflitto di interessi, ecco la proposta di Furio Colombo – l’Unità.it

Onorevoli colleghi, il problema del conflitto di interessi – ovvero di incompatibilità dei titolari di funzioni di governo che siano anche titolari di rilevanti attività aziendali – è lo scopo di questa proposta di legge. Con essa si vuole impedire al paralisi della normale vita politica di un paese  che si verifica quando una persona, oltre che responsabile di attività di governo, è anche alla guida di rilevanti attività economiche. Questa proposta di legge tende a colmare due vuoti legislativi pericolosi e allarmanti. Il primo riguarda la portata e le dimensioni dell’attività privata che – facendo capo a una persona che svolge funzioni di governo – tende a creare il problema gravissimo di una sovrapposizione o aggancio fra responsabilità pubblica e interesse privato.

Il secondo vuoto riguarda l’attenzione scarsa o nulla finora prestata al delicatissimo settore imprenditoriale delle comunicazioni intese in tutte le possibili forme, modi e settori in cui tale attività si può svolgere, dalla Tv, alla radio, ai giornali, alla telefonia, all’informatica.

Il problema, in tutti e due i percorsi indicati, è materia così delicata e rilevante al fine di definire incompatibilità e separazione completa di responsabilità pubblica e interesse privato, che la sua regolamentazione non può essere rinviata ai criteri decisionali, che possono essere di volta diversi, di una autorità garante.

Nessuna autorità può essere messa in condizioni di decidere su un conflitto di interessi in assenza di una legge che stabilisca le modalità per risolverlo. Non è ragionevole chiamare qualcuno – per quanto autorevole – a decidere su un conflitto già in atto fra attività di governo e interessi privati. Infatti quando tale conflitto è insorto, si sono già stabilite le condizioni di pericolo per la legalità che possono rendere inagibile l’azione di una eventualità Autorità incaricata di risolvere il problema.

E’ persuasione di chi presenta questa proposta di legge che ogni aspetto della incompatibilità tra funzioni e  interessi e ogni regola sul come identificare, impedire o fermare un conflitto di interessi debba essere definito e diventare legge della Repubblica prima che il conflitto insorga, così come avviene per ogni comportamento giudicato – da una comunità e dai suoi legislatori  – pericoloso per la vita della repubblica e i rapporti fra i cittadini. Nel caso che stiamo discutendo, è in gioco la credibilità e rispettabilità di un governo e dei suoi membri, il rispetto per le norme e decisioni di quel governo, la certezza che in nessun caso e per nessuna ragione possa esservi dubbio sul completo disinteresse  di ogni azione e decisione di governo, il costante rispetto di ogni norma vigente, l’armonia con i principi della carta costituzionale, prima fra tutte è la prescrizione, che  è anche vincolo comune: “La legge è uguale per tutti”.

Il conflitto di interessi in atto infrange, prima di tutto, tale fondamentale principio. Infatti attribuisce al titolare del conflitto la disponibilità di un doppio criterio decisionale: l’efficacia erga omnes di una determinata norma o decisione; ma anche la possibile convenienza privata di quella norma o decisione nell’ambito degli interessi personali di chi governa, se chi governa è titolare di conflitto. Ovvero è in grado di decidere sul proprio beneficio privato.

Questa legge indica  le dimensioni, ovviamente cospicue, del tipo di interesse privato, finanziario, azionario, proprietario o manageriale cui si intende porre argine e stabilire impedimento.

L’esperienza, anche recente, insegna che esercitare funzioni di governo – mentre si rappresentano  vasti interessi privati – è situazione in grado di travolgere l’autonomia di qualunque Autorità (per esempio attraverso insistenti ed efficaci campagne di intimidazione e delegittimazione mediatica, campagne facilmente orchestrabili con mezzi adeguati). La stessa esperienza dimostra la capacità di condizionare una assemblea legislativa (certo la parte di assemblea che sostiene il titolare di un vasto conflitto di interessi) sia attraverso il peso mediatico, sia attraverso la versatilità e varietà di interventi, premi e vantaggi in svariati settori e in luoghi diversi della vita pubblica e privata, in modo da rendere compatto il consenso ogni volta che esso riguardi una legge “ad personam”.

Le leggi “ad personam”, di cui è stata costellata la legislatura precedente, sono il capolavoro del conflitto di interessi, nel senso di manifestazione perfetta del danno nei confronti di un paese, delle sue leggi, dei suoi cittadini. Dimostrano che un potente titolare di conflitto di interessi tende a usare la condizione anomala esattamente nel senso per il quale tale condizione deve essere preventivamente proibita; ovvero, per il suo esclusivo, privato, personale interesse. E poiché, come si è visto e constatato di recente in Italia, è in grado di farlo usando l’obbedienza compatta  di una maggioranza, si ha la dimostrazione che il conflitto di interessi – quando esiste in dimensioni abbastanza grandi – è in grado di rompere il patto fra lo stato e i cittadini, di relegare in posizione irrilevante il dettato della Costituzione e di usare un vasto consenso, creato dall’uso spregiudicato del conflitto di interessi, per favorire e sviluppare tutti i modi – che sono in sé l’opposto dell’interesse pubblico – in cui quel conflitto si può esprimere.

Ciò dimostra quanto sia arduo e irrealistico immaginare che una Autorità garante – che è parte delle istituzioni umiliate e vilipese dal conflitto – possa smantellare le difese di un potere pubblico-privato ormai insediato, mentre quel potere è già in grado di intimidire, disinformare e creare gogna per i propri avversari.

Questa proposta di legge indica dunque una definizione chiara, un intervento preventivo, e le norme che rendono impossibile l’instaurarsi di una condizione di conflitto in atto, nella persuasione – già provata da recente esperienza – che un  conflitto in atto tende ad allargarsi e, con i frutti di convenienza illegale che ne ricava, è in grado di rendere vana ogni contestazione alla grave situazione di illegalità che il conflitto stesso produce.

L’impegno di questa proposta infatti non conta sul deterrente di multe sempre inefficaci, per quanto severe, verso le grandi ricchezze. Si propone invece di rendere impossibile l’instaurarsi, presso qualsiasi carica di governo, di una situazione di conflitto di interessi che è la peggiore infezione  nella vita pubblica e nella moralità di una comunità e di un paese.

CONFLITTO DI INTERESSI

Art. 1 – Agli effetti della presente legge sono titolari delle cariche di governo il Presidente del Consiglio dei Ministri, i ministri, i vice-ministri, i sottosegretari di Stato, i commissari straordinari di governo, i presidenti delle regioni ordinarie e delle regioni a statuto speciale.

Art. 2 – Agli effetti della presente legge sono incompatibili con cariche di governo i titolari di attività imprenditoriali, finanziarie, industriali o commerciali di qualunque impresa che abbia rapporti di concessione con pubbliche amministrazioni, nonché di qualunque tipo di impresa che dipenda, per il suo funzionamento, da autorizzazione o sorveglianza o approvazione o controllo di organi dello Stato.

Sono incompatibili i titolari, i maggiori azionisti e amministratori di imprese attive a qualsiasi titolo nel settore delle informazioni, comunicazioni, telefonia e informatica, con qualsiasi mezzo e forma di diffusione. Sono inoltre incompatibili i titolari di responsabilità, proprietà e controllo diretto e indiretto di qualsiasi fondo, impresa, attività finanziaria, industriale, distributiva, bancaria, immobiliare, con un valore superiore ai 10 milioni di euro, in qualsiasi parte del mondo siano dislocate.

Art. 3 – L’incompatibilità di cui agli articoli 1 e 2 è in atto dal momento della elezione della persona titolare di imprese e interessi elencati in questa legge e rende impossibile l’inclusione di tale titolare in qualsiasi lista di governo. Una volta accertate le condizioni di incompatibilità indicate in questa legge, l’esclusione è automatica e non è previsto alcun ricorso, salvo che alla magistratura ordinaria.

Art. 4 – Il titolare di un conflitto di interessi indicato in questa legge può porre fine al conflitto:

–         attraverso la vendita e la collocazione del capitale ricavato in un fondo cieco;

–         attraverso le dimissioni e la separazione dall’impresa o dall’attività in questione in caso di attività manageriale con l’impegno a non riassumere cariche o funzioni dello stesso tipo o nello stesso campo prima di tre anni dalla fine del mandato;

–         nel caso di impresa di editoria, giornalismo, radio, televisione, telefonia, informatica, l’incompatibilità permane e impedisce l’assunzione di ogni attività di governo, perché non è possibile – in questi settori – la costituzione di un fondo cieco. Inoltre, la vendita improvvisa a causa dell’assunzione di una responsabilità di governo, non garantisce in alcun modo l’indipendenza dell’impresa e il distacco del titolare di governo dal sistema informativo già controllato. Altra causa ostativa è la concessione da parte del governo del permesso di trasmettere, sia nel settore pubblico che in quello privato. Chiunque sia beneficiario di concessione governativa – o lo sia stato negli ultimi tre anni – è incompatibile con cariche di governo.

Art. 5 – I casi di incompatibilità dovuti a ragioni diverse dalla proprietà e titolarità di impresa sono regolati da altre leggi. La magistratura ordinaria accerta, su richiesta della parte ritenuta “incompatibile”, l’esistenza effettiva delle condizioni di tale incompatibilità nel caso che esse siano contestate dalla parte interessata.