Di Pietro spiega la scelta di De Luca. Ma la Base IDV è in rivolta.

La critica non è tenera, neanche nei confronti di Di Pietro. Così Il Fatto Quotidiano, il Blog di Grillo, Micromega, si trovano oggi a dover commentare il partito di Di Pietro spiaggiato come un capidoglio in agonia. Che ha fatto l’ex pm, ha tradito se stesso? Il pezzo di Peter Gomez è quello che brilla per chiarezza: “il voto per acclamazione […] è un errore politico che costerà molto caro al movimento di Antonio Di Pietro”. Secondo Gomez, così facendo si darà l’idea che IDV “applica il sistema dei due pesi e delle due misure”, poiché è presto fatta l’equazione: “Detto in altre parole: qual è la differenza tra De Luca, Berlusconi o Fitto?”. Il problema è la coerenza, è il messaggio che viene fatto passare è l’opposto di quello che si è voluto caricare sulle spalle di IDV. IDV pagherà pegno. Avendo il partito di Di Pietro raccolto negli ultimi due anni il “voto di opinione”, rischierà così di disperdere il movimento che gli sta alle spalle, rifluendo nuovamente nel PD.

  • È vero, la scelta di sostenere De Luca era quasi ineluttabile. Di altri candidati in Campania non ce n’erano. Anche perché in questi mesi né il Pd, nè l’Idv si sono dati troppo da fare per trovarli. E Luigi De Magistris, l’unica persona che presentandosi all’ultimo momento avrebbe messo in crisi il gioco pro De Luca, non lo ha fatto. Finendo così per caricarsi sulle spalle, a causa dei suoi tatticismi e della sua mancanza di coraggio, una parte rilevante della responsabilità dell’accaduto (De Luca, l’Idv e l’acclamazione barzelletta – Peter Gomez – Voglio Scendere)

De Magistris, secondo Gomez, ha peccato di indecisione edi “mancanza di coraggio”. In questo caso, per Gomez, la coerenza poteva essere messa da parte. Di certo IDV ha tergiversato troppo sulla Campania. Avrebbe dovuto pretendere le primarie. E risolvere così, alla Nichi Vendola, il rebus della candidatura. Poiché se è vero che senza IDV, il PD non vince, allora questo “peso elettorale” doveva essere fatto valere nelle decisioni sulle candidature. Invece Di Pietro ha lasciato che il PD giocasse di anticipo, e una volta lanciato De Luca, non ha potuto far altro che accettare il ricatto morale: vorrai mica diventare responsabile della vittoria dei Casalesi in Campania, non è vero? Gli sarà stato detto da Bersani. Questo il sunto, in soldoni. Poca strategia politica hanno fatto perdere ad IDV la grande occasione. Che doveva essere colta durante il congresso, aprendo il partito alla forma democratica e al movimentismo. In questo senso, il congresso deve considerarsi un fallimento. IDV continuerà a essere il partito “di” Di Pietro. Il simbolo continuerà a tenere il suo nome. IDV sarà ancora il partito-focolare dell’ex pm. Nulla cambierà. Di Pietro non ha tenuto il polso degli avveniementi. Non si è accorto che le cose, intorno a lui, stavano comiciando a cambiare. Non ha percepito il vento del cambiamento portato dalla vittoria di Vendola e da Emma Bonino con la sua Web-Politica 2.0: la distanza che lo separa da questa nuova politica, aperta, plurale, partecipata, lo relega al medesimo mausoleo che presto ospiterà le cere di Mr b e soci.
A chi interessasse, questa la sua risposta.

    • Sento il bisogno di spiegare a voi della Rete le ragioni per cui Italia dei Valori si e’ determinata ad appoggiare la candidatura di De Luca come candidato governatore della Regione Campania. Lo devo fare perché da diversi di voi sono arrivate delle critiche importanti, fondate, che sento mie.
    • De Luca e’ sotto processo per reati contro la pubblica amministrazione, e ci chiedete perché appoggiamo la sua candidatura, e perche’ non potevamo fare diversamente. Questo è il dramma: diversamente come? Quando c’è un’elezione regionale si presentano alcuni candidati alla carica di presidente alla Regione con i partiti che lo appoggiano.
    • Quel centrodestra ha indicato il proprio candidato, Caldoro, che potrebbe vincere le elezioni. Dal 29 di marzo, e per 5 anni, se dovesse vincere, affideremo la Campania a personaggi che hanno legami con il clan dei Casalesi e con la camorra. Non mi riferisco solo al candidato presidente Caldoro, ma a quell’insieme di personaggi, di quel sottobosco politico del centrodestra, che lo appoggiano e che gli fanno da copertura, da trait d’union tra il sistema clientelare della regione campana e il sistema camorristico che governa di fatto il territorio

    • mi sto assumendo questa responsabilità, perché di fronte dell’eventualità che i prossimi cinque anni il governo regionale della Campania sia in mano ad un sistema nelle mani di soggetti che non faranno sconti a nessuno (chiedete a Sandokan), rispetto a tutto questo, bisogna costruire un’alternativa democratica di resistenza e di difesa. Come si fa? O fai la rivoluzione, e in questo caso non la puoi fare, oppure devi costruire un quadro di alleanze per tentare di raggiungere il 51% alle prossime elezioni
    • Ci vorrebbe, e sarebbe stato meglio, un candidato presidente di rottura, dell’alternativa. Come Italia dei Valori, prima di arrenderci, abbiamo cercato un candidato dell’alternativa, abbiamo chiesto anche a de Magistris di candidarsi, ma Luigi ha fatto presente un fatto giustissimo: è stato appena nominato parlamentare europeo, Presidente della commissione di Controllo bilancio di tutti i fondi europei, ed è stato nominato per i voti ricevuti da tutta Italia, e non possiamo chiedergli di fare il “traditore”.
    • Mi sono trovato davanti ad un’alternativa drammatica. Da una parte affidare la Campania al clan dei Casalesi. Dall’altra quella di appoggiare una candidatura, quella di De Luca, che è sotto processo ed è già stato indicato come candidato dagli altri partiti
    • Ho chiamato De Luca, l’ho fatto venire davanti a migliaia di testimoni di fronte al congresso nazionale dell’Italia dei Valori, di fronte alla Rete e alle televisioni, affinché fossero testimoni e notai di cinque impegni formali che lui dovrà prendere.

      Primo: se lo condannano deve dimettersi.

      Secondo: nel periodo del suo mandato non deve mai invocare il legittimo impedimento. Deve correre dal giudice e farsi giudicare il più velocemente possibile.

      Terzo: non deve permettersi di attaccare la magistratura anche se è sotto processo.

      Quarto: se riesce a diventare presidente, come primo atto deve prendere la ramazza e togliere di mezzo tutta quella classe dirigente, di nomina politica, che ha rappresentato il clientelismo, l’affarismo e il nepotismo di tutti questi anni.

      Quinto: deve istituire una casa di vetro regionale, trasmettendo sul web tutti i consigli e le giunte regionali, e deve mettere in Rete ogni provvedimento che prende.

    • Se l’Italia dei Valori va da sola, chi candida per ottenere l’alternativa? Una persona che potrà prendere tutti i voti che volete, ma non arriverà mai al 51%, facendo cosi vincere il centrodestra, affidando per cinque anni la Campania ad un clan piuttosto che ad un governo. Avremmo potuto fare di più, ma non è stato fatto, perché chi doveva assumersi la responsabilità di trovare un candidato terzo non c’è riuscito. Parlo innanzitutto degli altri partiti che già governavano la regione e che dovevano avere il coraggio e l’umiltà di mettere da parte coloro che erano sotto inchiesta
    • vogliamo salvare il salvabile, vogliamo salvare la Campania da una deriva criminale
    • sono il responsabile di un partito e dalle mie decisioni dipende il futuro della Campania e del Paese. Sento il dovere di mettere insieme Guelfi e Ghibellini per evitare che dall’altra parte arrivi qualche personaggio che si mangi la democrazia, l’economia e il riscatto del Paese
    • è troppo facile criticare dicendo che non si poteva fare. L’alternativa a questa soluzione era la consegna, senza lotta, della Campania al clan dei Casalesi

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IDV, gli applausi a De Luca e la nuova linea politica di Di Pietro. Ma nel PD si apre la “Terza Via”.

Così Di Pietro cambia marcia e mette IDV sulla scia del PD di Bersani. Mentre il segretario PD gioca su due sponde (a Orvieto, dove si è riunita l’Area Marino per un workshop che ne rinnova l’attività portata avanti durante le primarie, si spreca in sorrisoni al fianco di Emma Bonino e Ignazio Marino, quando al congresso IDV si pregia di aver fatto “digerire” alla platea la candidatura di De Luca in Campania), Di Pietro smorza i toni della sua politica e consegna IDV, senza apertamente manifestarlo, al progetto di ulivismo partitico che aveva vinto al congresso PD.
IDV era alla svolta: doveva mettersi alle spalle quella gestione familistica, personalistica, patrimonialistica del partito mostrata in questi anni e oggetto di pesanti critiche dalla Base IDV. Lo stesso Travaglio, pur rinnovando la sua predilizione per l’ex pm di Mani Pulite, ultimo baluardo alla prepotenza berlusconiana, così si è espresso alla vigilia del congresso:

Su De Luca ha “vinto” la linea dei paletti. Di Pietro ha suggerito tre condizioni: non votarlo, votarlo, o porre dei paletti. Non ha nemmeno provato a aggiungere la quarta opzione, ovvero quella di chiedere al PD di proporre un altro nome. O così, o consegnare la Campania ai Casalesi. Con il terrore è riuscito a fare esplodere la platea nell’applauso. A completare l’opera ci ha pensato lo stesso De Luca, ben conscio di parlare a un pubblico sensibile sui temi cari alla sinistra, come il lavoro:

  • Ma De Luca evidentemente ha scelto le parole giuste. “Sono pronto a sottoscrivere un codice etico. Io sono un altro Sud, quello che combatte e non ha paura della legalità. La mia accusa per truffa e concussione è dovuta al fatto che ho chiesto la cassa integrazione per 200 operai licenziati, ma sono orgoglioso. C’è chi tra le frequentazioni ha gli operai; altri invece che le hanno con i casalesi, i camorristi e gli estorsori”
  • i delegati applaudono il loro presidente. “La magistratura indaghi a 360°”. “Che nessuno si difenda dai processi ma nei processi”. “Chi è condannato metta la firma sotto le dimissioni”. La vulgata è quella del Tonino nazionale: “Basta con i primari che non sanno distinguere un bisturi da un cavatappi”
  • L’Idv è con De Luca. Lui ha il volto provato: “Oddio, e che è! – dice uscendo dalla sala – Gli esami non finiscono mai, mi hanno catapultato qui come la Madonna pellegrina”
  • Luigi De Magistris invece è furibondo. In sala ad ascoltare l’imputato nemmeno c’è andato. “Che è, il processo breve? L’applausometro? No, non mi interessa. Di Pietro è il leader, ma io sono campano e conosco i problemi, che non sono le favolette che ha raccontato De Luca. E poi magari sarà condannato tra dieci anni, quando avrà già finito di governare” (fonte: L’Idv “assolve” De Luca con standing ovation – Politica&Palazzo | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog).

Con De Luca, Di Pietro comincia la fase della “costituzionalizzazione” dell’IDV. Non sarà più il partito della piazza, non sarà più il partito che scende nelle piazze, accanto a Grillo, a Flores D’Arcais, al Popolo Viola. Dall’opposizione, all’alternativa, questa la transizione che compierà IDV. Come qualcuno ha intelligentemente rilevato, le stesse parole d’ordine di Bersani alle primarie PD:

    • molti non capiranno e altri si metteranno di traverso. Come Luigi De Magistris – ala «sinistra» del movimento e gelosissimo custode di quel giustizialismo tanto caro all’Idv – che non fa mistero di non apprezzare la svolta proposta da «Tonino» e si dice apertamente indisponibile, per esempio, a sostenere il candidato Pd (De Luca) alla presidenza della Regione Campania; o come il discusso ma onnipresente Gioacchino Genchi, che ha voluto spiegare ai congressisti come e perché l’aggressione milanese a Silvio Berlusconi sia del tutto inventata (salvo dover poi dire, causa il putiferio scatenatosi, che il suo ragionamento era stato frainteso)
    • evidente delusione da parte delle diverse anime del network presenti nella platea del Marriot, da ex girotondini al «popolo viola», da giustizialisti tutti d’un pezzo a ex comunisti in cerca di nuove certezze

Nessuno spazio, nessuna parola, nessuna visibilità per il dissenso interno a IDV. Francesco Barbato, l’esponente della Mozione “Itinerante” Base IDV-Barbato-Parole Civili, è stato relegato in secondo piano. Nemmeno ha trovato menzione sul sito ufficiale del congresso. La mozione di opposizione praticamente non è mai esistita, per Di Pietro, cliccate per credere:

In definitiva, IDV rischia di trovarsi in opposta direzione alla linea di tendenza interna e limitrofa al PD: ieri, l’Area Marino si è ufficialmente concretizzata come laboratorio politico del PD e diventa la testa di ponte di quella che è stata chiamata “Terza Via” dell’ulivismo popolare, l’alter ego dell’ulivismo partitico, quello sconfitto alle primarie in Puglia e dalla real politik di Bersani nel Lazio. Se da un lato, si assiste al fallimento della politica delle alleanze partitiche, dei cosiddetti cartelli elettorali, privi di una reale coesione interna e all’affermarsi di una coscienza collettiva omogenea della sinistra, dall’altro lato avviene l’accodamento di IDV alla logica della convenienza elettorale. Una scelta sbagliata e fuori tempo che rischia di svuotare IDV di tutto il carico di buoni auspici che gli si erano affastellati addosso.

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    • è arrivata la Terza Via per il Pd. Anche se per la verità sarebbe la primissima, la via originaria, quella che coltivavano oltre dieci anni fa Prodi, Parisi, Veltroni
    • La fa intravedere (in maniera un po’ vaga in verità) Sergio Chiamparino. Ne scrivono in diversi su Europa, sul Foglio. Proverà a farne suo manifesto politico la mozione di Ignazio Marino, a convegno questo fine settimana
    • Tutto si deve all’avventura parallela di Nichi Vendola e di Emma Bonino. Che sono accomunati non dalla prospettiva di una rinascita della sinistra radicale/antagonista (evento fantapolitico che nulla ha a che vedere con quanto accade in Puglia e nel Lazio), bensì dal dato mascroscopico evidenziato ieri su Europa da Elisabetta Ambrosi: entrambi sono diventati immediatamente catalizzatori delle speranze, delle passioni e del consenso della stragrande maggioranza di iscritti, militanti ed elettori del Pd. Pur senza essere, né Vendola né Bonino, non solo iscritti al Pd, ma neanche tanto amici visti numerosi precedenti a dir poco conflittuali.
    • il successo della coppia Vendola-Bonino fa venire in mente è quella di un maxi-Pd (Nuovo Ulivo, lo chiama Chiamparino, Grande Pd lo chiamò Giuliano Ferrara tempo fa) che abbatta gli steccati dei partiti fondatori del 2007 e si espanda a rappresentare l’intera area del centrosinistra, travolgendo naturalmente anche la cristalleria degli attuali rapporti di forza interni fra correnti e nomenklature: cocci peraltro già tutti in terra, dopo le fuoriuscite più o meno eccellenti, la frammentazione di Area democratica, il ruolo di battitrice libera di Rosy Bindi, la dimostrata impossibilità per Bersani di tenere le propaggini territoriali sotto controllo, la sua prevedibile autonomizzazione rispetto a D’Alema
    • la suggestione di Bettini, Chiamparino, Marino eccetera non travolge solo la chincaglieria: travolge la linea politica sulla quale Bersani ha stravinto primarie e congresso.
    • Noi chiamiamo quest’ultima ipotesi Terza Via – in sfregio alla scaramanzia – perché un Pd così allargato non era né il Pd di Veltroni (che forse avrebbe voluto farlo in questo modo, ma venne chiamato alla segreteria in un contesto molto diverso, rigido, post-fusione Ds-Margherita) né tanto meno il Pd di Bersani.
    • vorrebbe essere l’esatto contrario: un partito più compatto nell’identità, di ambizioni proprie più ridotte, che lascia spazio a sinistra e al centro a forze autonome, diverse da sé e coalizionabili in un “nuovo centrosinistra”
    • questa idea di sovvertire dopo appena quattro mesi l’esito politico del congresso
    • la logica coalizionale di Bersani e D’Alema ha mostrato gravi limiti al primo impatto con la realtà, in questa fase di preparazione alle Regionali. Mettere insieme sigle e siglette, non c’è niente da fare, non funziona
    • sulla scena si sono affacciati personaggi con una dote personale di credibilità e consenso
    • il risiko delle geometrie variabili è saltato e tutti i partiti si sono dovuti regolare di conseguenza: non è ancora venuto il momento della loro ripristinata centralità, semmai verrà. D’Alema non ha smesso di dover soffrire per colpa di quelli che chiama cacicchi.
    • non sarebbe solo il Pd a dover dimostrare una insospettabile verve rifondativa: radicali, vendoliani, verdi, tanti altri dovrebbero abbandonare le logiche ristrette nelle quali si sono sempre mossi. E anzi sarebbe per loro particolarmente difficile farlo se le avventure personali di Vendola e Bonino dovessero andar bene
    • l’avvio della campagna elettorale regionale restituisce l’immagine arcinota di un popolo di centrosinistra con un fortissimo senso di appartenenza unitaria, del tutto indifferente alle tattiche di partito e pronto, appena gliene si dà l’occasione, a capovolgerle

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Oltre IDV: nuovo Umanesimo e Civismo. La mozione congressuale IDV società civile-Barbato.

Italia dei Valori a Congresso per la prima volta dopo quindici anni dalla sua costituzione. Un esame di maturità per il partito di Di Pietro, il quale non ha pochi grattacapi, alle prese con un dissenso interno sempre più crescente e che si è coagulato intorno alla mozione seconda, frutto di una rielaborazione delle diverse posizioni espresse, che ha prodotto un documento finale di altissimo livello politico che qui vi sottoponiamo in parte che che vi invitiamo a leggere integralmente (vedi link a fine post).
La mozione "Itinerante" partecipata BARBATO – GRUPPI DELLA SOCIETA’ CIVILE IDV – IDV ESTERO Il Civismo dell’Essenziale pone a fondamento del proprio agire due elementi essenziali in una democrazia, purtroppo messi in disparte nel nostro paese e che devono essere riaffermati:

  1. il cittadino (civis);
  2. l’interesse generale o bene comune (res publica).

Occorre cioè "una risposta capace per mandare in soffitta gli attuali partiti che si reggono ormai solo sull’“apparire”, sul chiacchiericcio, sul gossip e sui veleni creati ad arte". L’esigenza vera e inderogabile è quella di estendere a livello nazionale la Cultura Civica (ovvero la partecipazione attiva del cittadino, appunto il civis, in opposizione agli specialisti della politica, ai politici di professione, alla gerarchia partitocratica), che deve "soppiantare l’attuale partitocrazia, figlia di un impianto novecentesco ormai arrugginito".

  • Le Liste Civiche nascono e si organizzano per affermare la centralità del cittadino come destinatario dell’azione politica e si presentano come raggruppamenti di cittadini su contenuti e progetti […] identificati come prioritari rispetto alle collocazioni politiche […] La rete civica è una delle risposte forti della società alle tensioni e ai problemi che investono il nostro Paese, che espongono i cittadini al rischio di un ruolo essenzialmente funzionale e subordinato perciò agli apparati

Tutto ciò nel quadro sempre complesso della "anomalia italiana", dove alla diseguaglianza sociale, alle politiche sperequative, alla restrizione delle garanzie democratiche, alla minaccia dell’ambiente e del territorio, si sovrappone l’emergenza per il progressivo impoverimento dei ceti medio-bassi, la de-istituzionalizzazione del sistema delle relazioni democratiche (una vera e propria ingegneria della distruzione costituzionale), l’esasperazione dei toni connessa alla personalizzazione dello scontro politico.

  • Le proposte per difendersi da tali rischi sono, a nostro parere, riconducibili sostanzialmente a 2 ipotesi scuola:

    • un diverso modello di società di cittadini, che allo svolgersi degli interessi privati affianchi una solida rete di diritti sociali e di sani localismi, riaffermata dall’incisiva azione del civismo, che si sostanzi e abbia al centro del suo divenire la necessità di operare “PER” qualcuno e “PER” qualcosa;

    • la democrazia partecipativa, condivisa e deliberativa, caratterizzata da scelte che lievitino dal basso, attraverso un diffuso coinvolgimento orizzontale dei cittadini iscritti e non iscritti a IdV, ma che hanno voglia di dire e fare qualcosa per il bene comune.

Tali proposte offrono una risposta a "domande di beni collettivi", perciò indivisibili, "la cui produzione e distribuzione richiede decisioni collettive, valide per tutti, e non semplici meccanismi di mercato". Il bisogno di "pubblico" è sempre più emergente e cresce al crescere dell’azione distruttiva del governo in relazione al sistema di welfare della società industriale, fin qui sopravvissuto alla volontà disgregatrice che risiede in una certa cultura dell’individualismo e del localismo antistatale. In quest’ottica, "stringere alleanze con le forze politiche tradizionali sulla base della condivisione di principi e programmi, soggetti questi ultimi a verifiche periodiche", può essere ammesso e condiviso anche in un contesto ri Rete Civica Nazionale.

  • Adeguata è perciò la METAFORA DELL’ARCIPELAGO: una struttura orizzontale, una federazione di realtà locali, un insieme organico d’idee, competenze, entusiasmi, di uomini e donne accomunati dall’impegno a realizzare progetti […] E’ funzionale promuovere perciò la partecipazione dei cittadini alla gestione della vita pubblica a tutti i livelli.

Sopra ogni cosa vi è la "difesa del cittadino". Se la Politica deve ritornare a essere un’attività "svolta dai cittadini esclusivamente per perseguire il bene comune", allora il Partito è "è autenticamente democratico non solum se è per i cittadini, sed etiam se è dei cittadini, se esaudisce le loro preferenze e le loro istanze e se riesce a coinvolgerli nello sforzo collettivo di ricomporle e soddisfarle" (caso delle decisioni che riguardano l’ambiente e il territorio, come la costruzione delle grandi opere). In questo senso, "l’istituzione di tavoli permanenti di lavoro che innervino il territorio di processi decisionali di tipo deliberativo contribuisce a riconciliare i cittadini con la politica e a coinvolgerli nel governo del territorio stesso".

  • L’impegno civico vuole dunque realizzare nelle comunità locali, trasferendolo a livello sempre più vasto e sempre più alto, un modello di società aperta che favorisca la crescita di cittadini emancipati e liberi, legati dall’ideale di solidarietà, che offra a tutti eguali opportunità di vita e di democratica partecipazione alla vita sociale.

La relatà non si esaurisce nei concetti di Destra, Sinistra, Centro, la realtà non è comprimibile nello spazio delimitato degli scranni di Montecitorio. Quale idea di politica sociale e valoriale può emergere da un sistema autoriproduttivo, che perpetua sé medesimo, senza alcuna apertura verso il reale – la società civile – se non la soddisfazione dell’interesse particolare di un Io ipertrofico, che tende a sostituirsi all’esistente e a fare dell’esistente una sua propaggine?

  • Noi dobbiamo ripartire per approdare ad una RETE NAZIONALE DEL CIVISMO cercando di portare il contributo fattivo con lo scopo di far funzionare la democrazia per i cittadini, in particolare per tutti coloro non coinvolti nella partecipazione politica […] solo la pratica della democrazia favorisce lo sviluppo e la giustizia sociale […] La partecipazione a deliberazioni collettive è il nostro modello ideale di azione politica. Il cittadino ne è il soggetto centrale […] Essere cittadino significa così, essere titolare di diritti e doveri, che sono elementi costitutivi della democrazia, della civiltà e dello sviluppo, inteso in un’accezione larga e ricca, non è null’altro che lo sviluppo dei diritti.

E allora promuovere e difendere la democrazia è diventata oggi la Nuova Resistenza, l’ennesimo rinnovarsi della lotta del diritto contro il privilegio. "II linguaggio dei diritti è la base del Civismo, che è pragmatico ma fortemente orientato in senso ideale". In questo contesto, fare Impresa non può che ricevere un connotato etico. L’Impresa Etica ha una funzione sociale nuova che supera l’individuale massimizzazione del profitto (solo secondariamente creatrice di benessere per gli altri) e mette al centro il "capitale umano" anzichè quello finanziario.

  • Non è questa la condotta delle imprese e quelle italiane non fanno eccezione. Queste, vessate da imposte di uno Stato sempre più esigente e ferite duramente dalla recessione economica, mettono in salvo i propri interessi a danno dei dipendenti.

Si è pensato sinora che "l’unica legittimazione etica e sociale del fare impresa fosse quella di operare per la massimizzazione del profitto e che questo di per sé costituiva un indicatore del migliore uso possibile delle risorse e dei lavoratori". Ma "l’impresa non può prescindere dal contesto sociale e ambientale che la circonda e deve sempre assumere responsabilità non unicamente legate al profitto".

  • L’esternalizzazione all’estero è un processo che svilisce ed insulta i lavoratori italiani che per anni hanno fatto parte di un’impresa, che li esaspera e li rende costantemente schiavi di un’ingiustizia.

I lavoratori del Sud sono quelli che più pagano lo scotto della crisi economica e delle scelte delle aziende. Qui "la maggioranza delle imprese nasce, si afferma e sopravvive solo se sostenuta dal lavoro sommerso e da capitali provenienti da attività illegali". Solo scendendo a patti con l’Antistato si sopravvive. La Casta, nel corso degli anni, con politiche industriali scellerate, basate esclusivamente sui criteri dell’assistenzialismo e dell’aiuto di Stato, che hanno prodotto solo parassitismo e inefficienza, ha creato i presupposti per i casi dei "lavoratori FIAT di Pomigliano d’Arco, di Termini Imerese, quelli di Alcoa e tutte le persone che come loro sono in Cassa integrazione o rischiano il posto di lavoro e che hanno visto sfumare, assieme al posto di lavoro, i progetti, i sogni e le certezze di una vita".

  • è per questo che dobbiamo interessarci ai lavoratori d’Italia tutti, a coloro che sono usati e poi gettati via trascurando l’importanza ed il contributo in termini umani, professionali e di esperienza che questi danno costantemente ad un’impresa.
  • È così che la politica deve pensare il capitalismo del Terzo Millennio: un CAPITALISMO FATTO DA “AZIONISTI DELL’UMANESIMO”.

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