Il Brasile e l’attacco alla Giustizia

La rivolta in Brasile, è scritto, è iniziata per un aumento del biglietto dell’autobus. Un aumento di pochi centesimi. Può questo fatto aver spinto migliaia di manifestanti a scendere nelle piazze? E’ stato detto che la protesta ha preso di mira gli investimenti spropositati per i Mondiali di Calcio 2014. E’ stato detto che il calcio deve prevalere sui problemi del popolo brasiliano.

Ma i giornali, specie quelli stranieri, hanno smarrito il quadro d’insieme. C’è qualcosa di più serio, qualcosa che prende il nome di PEC 37. Il congresso brasiliano è in procinto di discutere e votare un emendamento alla Costituzione. Il progetto di legge costituzionale prevede modifiche al sistema giudiziario, modifiche che prevedono di sottrarre ai Pubblici Ministeri il potere di avviare indagini investigative. Il Pubblico Ministero, in Brasile, opera indipendentemente dai tre poteri dello Stato. Il PEC 37 disarma il PM impedendo ai procuratori (che in Brasile si chiamano State’s attorney e generalmente, nei sistemi di common law, sono eletti dai cittadini), al COAF, il Consiglio di Controllo delle Attività Finanziarie, alla IRS (l’agenzia delle entrate, Internal Revenue Service), all’IBAMA (Istituto Brasiliano dell’Ambiente e delle Risorse Naturali), al Social Security (sorta di Inps) nonché alla Polizia Militare, di avviare autonomamente indagini.

Nel paese il provvedimento è considerato un attacco alla democrazia. E’ di fatto un tentativo di mettere la giustizia sotto il controllo del potere esecutivo. Il sistema politico, come in altre parti del globo, difende i suoi afferenti dal pericolo di essere messi sotto inchiesta con accuse gravi come quella della corruzione. Ci sono stati pesanti scandali che hanno coinvolto politici e uomini d’affari. Persino Inacio Lula Da Silva, l’amato ex presidente, pare essere coinvolto nel cosiddetto scandalo del mensalão. Il mensalão è una sorta di “rimborso mensile: nel 2005 il deputato Roberto Jefferson denunciò che il Partido dos Trabalhadores stava pagando 30000 reais al mese ad alcuni suoi colleghi deputati e senatori per far sì che votassero progetti di legge proposti dallo stesso PT. Sostenne inoltre che il denaro per il pagamento di queste ingenti somme (30000 reais erano circa 10000 € ai tempi) provenisse dal budget pubblicitario di alcune società statali, e che venisse pagato ai deputati corrotti tramite l’agenzia pubblicitaria di Marcos Valério” (europinione.it).

Il PEC 37 è già stato votato nelle Commissioni ed è pronto per la deliberazione in aula. Il voto finale era previsto in questi giorni ma è stato posticipato, anche in conseguenza delle rivolte. Stasera la presidente Dilma Rousseff si è incontrata con il ministro della Giustizia, Cardoso, ufficialmente per “analizzare” la situazione dell’ordine pubblico. Sui giornali online come O Globo e Jornal do Brasil compaiono inviti a ‘isolare’ i violenti e condanne degli atti di vandalismo. In ogni caso, se PEC 37 verrà approvato definitivamente, alle manifestazioni pacifiche seguirà certamente il caos.

Di Stefano (M5S), i Marò e l’appalto della Wass, società di Finmeccanica

Il deputato pentastellato Manlio di Stefano ha così detto dinanzi al presidente del Consiglio Mario Monti sulla vicenda dei Marò:

Senatore Monti, le sue valutazioni non possono essere sufficienti. Vogliamo nello specifico sapere se ci sono implicazioni tra la vicenda in questione e lo sblocco dell’accordo commerciale da 300 milioni di euro tra l’India e la WASS di Livorno, controllata da Finmeccanica, per la fornitura di siluri ad alta tecnologia (Resoconto lavori Camera dei deputati).

La Wass? Di Stefano ha avuto forse dei suggeritori poco attenti. La questione della fornitura dei missili prodotti dalla Wass di Livorno, società del gruppo Finmeccanica, è stata sbloccata in data 11 Marzo dietro il parere di un comitato interno al ministero della Difesa del governo indiano:

An internal committee of the DefenceMinistry has opined that there were no wrongdoings in the selection of Black Shark torpedoes being procured for the Indian Navy after irregularities were alleged in the process, LokSabha was informed today […] “The Special Technical Oversight Committee (STOC) has opined that the procurement has been progressed in accordance with the laid down procedures, in keeping with the provisions of the Request for Proposal and DPP-06 in transparent and fair manner. 

“The DAC has considered the STOC Report and accepted the same in September, 2012. Government has not taken a final decision on the procurement,” Defence Minister A K Antony told Lok Sabha in reply to a written query. 

Black Shark torpedoes, multi-purpose weapons designed to be launched from submarines or surface vessels, are produced by a Finmeccanica company called WASS. Finmeccanica is under the scanner for its alleged role in the VVIP chopper scam (Times of India).

In definitiva, il comitato speciale di supervisione tecnica (STOC) aveva rilevato che l’appalto è stato assegnato secondo le procedure stabilite, in linea con le disposizioni della Richiesta di Proposta, in modo equo e trasparente. Ma il governo indiano non aveva – ripeto, non aveva – preso ancora una decisione definitiva in merito. I marò erano in Italia ma Giulio Terzi non aveva ancora annunciato il rifiuto alla restituzione dei due militari alle autorità indiane che sta maturando in quelle ore ma su un binario che pare essere assolutamente slegato da questa vicenda. Fate attenzione alle date. L’undici Marzo non era ancora successo niente.

L’inaccettabile minaccia di Cicchitto sul DL Anticorruzione

Così inizia il discorso alla Camera di Fabrizio Cicchitto, ieri, durante la discussione preliminare al voto (poi favorevole) sul DL Anticorruzione:

Signor Presidente, onorevoli colleghi, voglio innanzitutto sgombrare il campo da un dato. Noi, nel corso di tutti questi anni, siamo stati in prima fila nella lotta contro la corruzione e contro la mafia […] Nella lotta alla mafia il Governo Berlusconi dal 1994 ha condotto una battaglia, sia per quello che riguarda l’articolo 41-bis, la sua estensione, senza nessun compromesso, ragion per cui noi consigliamo al dottor Ingroia, che la mattina fa il magistrato, il pomeriggio il politico e adesso si sta avviando a fare anche il romanziere, di frequentare la scuola di scrittura creativa di Alessandro Baricco, a Torino, così potrà anche arricchire il suo bagaglio culturale.

Cicchitto tenta quindi di fare una ricostruzione storica e insieme antropologica della corruzione in Italia, dalla vicenda di Tangentopoli alla situazione attuale, fatta di capobastone, di corruzione diffusa e parcellizzata, “trasversale”, dice lui. Lui e il suo gruppo politico avrebbero voluto parlare di tutto ciò, avrebbero voluto parlare di quella parte politica e imprenditoriale che è stata salvata da Tangentopoli. Dell’uso politico della giustizia. Del traffico di influenza. Avrebbero voluto parlarne, per ore ed ore, fino alla fine della Legislatura. Ma:

le diciamo francamente, onorevole Ministro (si riferisce al Ministro Severino), che noi avremmo voluto liberamente dibattere e discutere su questi due punti senza che lei fosse venuta qui in Parlamento a metterci le manette ed impedirci di fare un confronto libero, quale sarebbe dovuto essere e quale un Governo tecnico, privo di una sua maggioranza nel Paese, avrebbe dovuto consentirci. Allora, onorevole Ministro, le dico due cose: in primo luogo che noi faremo di tutto in Senato per cambiare in questi punti questo disegno di legge; in secondo luogo, che occorre sempre un bilanciamento di poteri, ce lo insegnano i padri costituenti; ed essi avevano creato un bilanciamento di poteri nell’articolo 68: nel momento in cui si dava alla magistratura un potere ed un’autonomia inusitata si doveva dare anche al potere politico una garanzia istituzionale […] al Senato noi sosterremo la responsabilità civile dei giudici e le diamo un elemento di riflessione: non ci venga a proporre emendamenti con l’esercizio da parte del Governo della fiducia, non venga ad esercitare questo perché noi, in questo caso, non voteremo la fiducia su questo punto, perché non vorremmo essere ulteriormente strangolati. Come si suol dire e come dice il proverbio, uomo o donna avvisati, sono mezzo salvati…

Ecco, niente fiducia se il governo mette il becco sull’Anticorruzione come ha fatto nell’iter di approvazione alla Camera. “Non vorremmo essere ulteriormente strangolati”!, dice Cicchitto. Ci avete “messo le manette”. Ergo, il DL Anticorruzione verrà parcheggiato al Senato, laddove è stato partorito dalle fervidi menti del precedente governo. Il governo Monti è avvisato, se impedirà ai senatori del PdL di stravolgere il disegno di legge verrà sacrificato e addio risanamento dei conti pubblici. La corruzione non può essere regolata da mani estranee. La corruzione è roba per gente del mestiere, non so se mi spiego.

Amministrative 2012: la commissariata Parma, prologo del naufragio del PdL

Green Money, l’hanno chiamata i magistrati. Si tratta dell’inchiesta che ha mandato al tappeto la giunta di Vignali, sindaco di Parma dal 2007, poi dimesso. In italiano diremmo “verdoni”. Nel senso di bei bigliettoni di denaro. In realtà l’inchiesta era relativa alle tangenti nel verde pubblico. Hanno messo tangenti anche sulle aiuole. Basta questa frase per descrivere il mercimonio di soldi pubblici e di tangenti che hanno caratterizzato la giunta Vignali a Parma in poco più di tre anni di mandato. Vignali diventa sindaco vincendo il ballottaggio contro il rivale del centrosinistra, Alfredo Peri. Si dimette ad Ottobre 2011 dopo quasi quattro mesi di crescente protesta culminati con l’occupazione di piazza e il caos nel consiglio comunale.

1. La Stazione è un debito enorme

Parma in questi anni ha esperito un frenetico attivismo della giunta, che si è dipanato soprattutto nella stimolazione di opere edili, spesso faraoniche, costosissime, come la nuova stazione ferroviaria. La società che si occupa della realizzazione dell’opera è la STU Stazione. STU significa Società di Trasformazione Urbana. La società è una S.p.A costituita dal Comune di Parma nel 2008 per ‘gestire la trasformazione dell’area della stazione ferroviaria’. La vicenda della STU si è trasformata presto in una disavventura per la giunta Vignali. Il progetto, a firma degli architetti spagnoli Bohigas e Martorell, è fermo ma ha già creato un debito da 120 milioni di euro a carico della stessa STU, ovvero del Comune di Parma che la detiene al 100%. Ora la società sta affrontando un gravissimo problema di liquidità e non è chiaro se sopravviverà a questa fase di generale stretta del credito oppure se dovrà portare “i libri in Tribunale”.

2. Il PdL dopo Vignali

Il PdL non ha subito scaricato Vignali. Lo ha fatto solo quando la situazione era diventata insostenibile. Allora Vignali ha dovuto dimettersi. Ma che fa il partito di maggioranza relativa? Ha pensato bene di candidare il vice sindaco di Vignali, Paolo Buzzi. Non proprio un segnale di discontinuità.

Sostiene Paolo Buzzi che no, il Pdl non è affatto responsabile del disastro prodotto dall’ex Amministrazione: “E’ un luogo comune” dice il nuovo capo degli “azzurri” parmensi, già vicesindaco di quella Amministrazione. Per Buzzi, golfino turchese a sorriso sbarazzino, “non si può addossare ad un intero partito la responsabilità della malversazione perpetrata da alcuni elementi e sulla quale, comunque, la magistratura farà chiarezza” (La Repubblica – Parma).

E’ un discorso già sentito. Si tratta solo di “mele marce”, di “un mariuolo”, e la magistratura è stata eccessiva con quegli arresti. Che saranno mai delle tangenti.

3. Il PD non rinnova e forse annoia

Il PD, come in altri casi, non è stato così pronto nel segnalare le anomalie nella gestione della giunta PdL. La sua risposta nei confronti della città è stata quella di ‘aprirsi’ al proprio elettorato nella scelta della candidatura a sindaco. Le primarie di coalizione sono state però caratterizzate da:

  • scarsa affluenza (circa 8000 i votanti);
  • una candidatura poco coraggiosa, ovvero quella del presidente di provincia Vincenzo Bernazzoli, vincente ma insidiato da vicino dall’outsider movimentista Nicola Dall’Oglio.

Formigoni e l’ufficio di presidenza a sua insaputa

Davide Boni è presidente del Consiglio Regionale della Lombardia, leghista della prima ora – così si dice per intendere che si tratta di un duro e puro, uno che ha fatto chiudere la moschea di viale Jenner e che voleva mettere al bando i phone center gestiti da immigrati. Nel 1993 e’ stato eletto presidente della Provincia di Mantova, ruolo che ha ricoperto fino al 1997. E’ stato segretario provinciale del Carroccio di Mantova dal 1992 al 1993 e responsabile nazionale Enti Locali Padani dal 1997 al 2000. Da oggi è anche indagato per corruzione. I fatti che gli sono contestati dai magistrati risalgono al periodo in cui era assessore al Territorio e Urbanistica (2008-2010), prima cioè delle elezioni regionali del 2010 durante le quali ha raccolto 13mila preferenze. I denari ottenuti dalle tangenti sarebbero stati dirottati al partito. Ricordate? Solo qualche settimana fa ci si chiedeva come e perché la Lega Nord avesse investito – lecitamente – milioni di euro in fondi esteri dal profilo finanziario estremamente rischioso (la Lega Tanzania). Si diceva che erano i soldi dei rimborsi elettorali. Ora vien da chiedersi se fra di essi non ci fosse anche il milione di euro ottenuto da Boni con i favori di quand’era all’Urbanistica.

Per Formigoni si tratta in ogni caso di “responsabilità personale”. La leggerezza e l’ipocrisia con cui lo dice sono disarmanti e fastidiose insieme. Non si è reso conto che del suo Ufficio di Presidenza non è rimasto nessuno? E la responsabilità politica dove la vogliamo mettere? Chissà che non ci ritroveremo tutti al Caffè Formigoni a discettare di affari e politica, domani, su Youtube. Il presidente è maggiormente dedito alle campagne mediatiche che a tenere sotto controllo i sui ‘sottoposti’.  Per oggi è riuscito a cavarsela dicendo che per Boni vale la ‘presunzione d’innocenza’. Di quel famoso Ufficio di Presidenza del 2010, sono stati eliminati in quattro: Penati, Boni, Ponzoni e Cristiani. La meglio gioventù della Regione Lombardia, sia a destra che a sinistra.

Un presidente di Regione che non si dimette dopo che il quarto componente del suo – suo! – Ufficio di Presidenza è stato indagato per tangenti, è un uomo che semplicemente aspetta il giorno in cui lo verranno a prendere. Non c’è altra spiegazione.

Assolto dal Signore

Dopo mesi di silenzio e vergogna è arrivata coe la primavera la sentenza Mills. O per meglio dire, mezza sentenza. Poiché l’altra metà, ovvero quella che riguarda David Mills, ha sancito la condanna dell’avvocato inglese in primo e secondo grado per corruzione in atti giudiziari e falsa testimonianza in favore di Silvio Berlusconi nei processi Arces (tangenti alla Guardia di Finanza) e All Iberian. La mezza sentenza, sia chiaro, è definitiva, mentre quella emessa ieri dal Tribunale di Milano, è una sentenza di proscioglimento per intervenuta prescrizione. Sapremo fra novanta giorni se i giudici hanno o meno ravvisato gli indizi di colpevolezza contro B.

Deve essere ricordato, nella fattispecie, che il caso David Mills si è concluso con la pronuncia della Corte di Cassazione, la quale aveva annullato la sentenza di condanna “senza rinvio per intervenuta prescrizione del reato” (cfr. Wikipedia). La prescrizione è stata prodotta da una “differenza di circa tre mesi nel calcolo della data di compimento del reato e dalla riduzione dei termini di prescrizione data dalla legge ex Cirielli”.

Secondo il procuratore il reato dovrebbe considerarsi effettuato l’11 novembre del 1999, quando «Mills, in proprio, e non come gestore del patrimonio altrui, fornisce istruzioni per il trasferimento dei circa 600 mila dollari dal fondo di investimento Giano Capital al fondo Torrey» e non il 29 febbraio 2000 quando si era verificata l’effettiva disponibilità del denaro, come invece valutato dalla Corte di appello, e la differente data porterebbe il reato ad essere prescritto. Il procuratore nella requisitoria evidenziava anche che «il ritardo del passaggio finale nella intestazione delle quote non incide sul momento consumativo della prescrizione ma trae origine dalla volontà di Mills di rendere difficoltosa la ricostruzione di questo illecito passaggio di soldi e la sua origine» e che «quando c’è incertezza sulla data di commissione di un reato, da sempre vale la regola del favor rei: e il decorrere della prescrizione va fissato nel momento più favorevole all’imputato» (Wikipedia, cit).

In fondoi è anche inutile e superfluo ricordarlo, la legge ex Cirielli è una delle leggi ad personam storiche dei governi Berlusconi. E’ tutto noto e non ci si deve sorprendere: i giudici si sono solo allineati alla pronuncia della Cassazione sull’altro spezzone di processo, e alla legge. Niente di diverso.

Certo, se ci fosse stato Minzolini alla direzione del Tg1, questo proscioglimento sarebbe stato celebrato come una assoluzione. In mancanza del fedele di turno, B. ci ha pensato da solo a definirsi assolto. Assolto dal Signore.

Carceri, il project financing non è una novità – esiste in Italia dal 2000

Nel Decreto liberalizzazioni, presumibilmente all’articolo 43 (o 44 a seconda della bozza in circolazione), viene introdotta – secondo alcuni – la privatizzazione delle carceri, una novità deprecabile, qualcosa che assomiglia al tanto perverso e invasivo sistema carcerario statunitense. Uno sporco businness, che in un paese come il nostro si trasformerà in un cedimento totale della legalità: ecco come la Mafia e la Camorra e l’ndrangheta si faranno il carcere da soli.

Cosa potrebbe accadere se la Mafia o la corruzione entrasse nel giro d’affari delle carceri d’oro?
Chi ci garantirà che vengano mantenuti gli standard di sicurezza ed i diritti umani previsti dalla legge?
Trasformando la detenzione in business, chi garantirà che la “domanda” (ovvero la richiesta di prigionieri da parte dei nuovi investitori)  non subisca distorsioni o pressioni dal mondo della finanza, così come avviene oggi con lo spread? Siamo sicuri che, un giorno, non riceveremo ricatti del tipo: se non mi porti più detenuti, allento le maglie della sicurezza (quindi incentivo la fuga)? Chi sarà responsabile della fuga dei detenuti, il proprietario dell’infrastruttura o lo guardie carcerarie ? (Privatizzazioni:le carceri nelle mani delle Banche | Informare per Resistere).

Tutti questi interrogativi sono legittimi, se fossero datati 23 Gennaio 2000. Sì, 2000. Poiché il project financing in ambito carcerario è presente nel nostro ordinamento normativo già con “la finanziaria del 2000 (la 388/2000)” che fu “voluta dal governo dell’Ulivo”; essa “aveva introdotto l’amministrazione penitenziaria l’opzione della locazione finanziaria: la possibilità, cioè, che il capitale privato si inserisca nella gestione e nella valorizzazione dell’investimento pubblico” (Varese News). La formula della locazione, o leasing, o project financing, comporta due fatti:
  • che lo Stato non si accolli direttamente i costi della costruzione ma si limiti a pagare al privato costruttore un fisso annuale;
  • in sostituzione del fisso annuale o canone, al privato che ha investito vengono conferiti direttamente i servizi correlati alla detenzione: vitto, alloggio, lavanderia, istruzione carceraria, eccetera.

Sono stati costruiti con questo sistema (e si spera ultimati) nel 2006-2007 ben due carceri: a Varese e a Pordenone. La situazione carceraria italiana non lascia dubbi circa l’esigenza di costruire nuovi edifici e di riqualificare quelli esistenti. I dati del Ministero della Giustizia riportano un indice di affollamento di circa il 150%, con picchi del 200% in 15 strutture, dato ottenuto mettendo in rapporto i 66897 detenuti con i 45700 posti totali disponibili sull’intero paese (dati Ministero della Giustizia, aggiornati al 31/12/2011). I casi della Puglia e della Lombardia sono lampanti.

Chiarito che l’intervento dei privati non significa automaticamente corruzione e tangenti e che il paese ha bisogno di rispondere al problema carcerario, resta da comprendere se davvero l’investimento privato può essere efficiente o se invece il progetto rischia di essere un flop. Intanto bisogna precisare che il malcostume italiano di veder lievitare il costo delle opere pubbliche è stato rispettato anche nel caso della costruzione del carcere di Pordenone: “inizialmente previsto in base ad un programma ordinario di finanziamento, sarebbe dovuto costare 20 miliardi di vecchie lire […] con il project financing la cifra è salita di circa tre volte, 60 miliardi” (Varese news, cit.). In fondo si tratta sempre di denaro pubblico. Il nodo del problema è sempre il medesimo. E non andate tanto lontano a cercare i responsabili di ciò: la lievitazione dei costi è stata permessa dalle medesime persone che hanno autorizzato l’investimento, ovvero i politici e gli amministratori pubblici. I 40 milioni in più spesi a Pordenone sono il costo della corruzione.

Il sistema del project financing è impiegato nel mondo anglosassone, e in Inghilterra in modo prevalente, sin dal 1992, con investimenti di circa 60 milioni di sterline a progetto. Ma si tratta del Regno Unito, non dell’Italia. Il nostro problema  non è affidare la costruzione delle carceri al capitale privato, ma affidare la cosa pubblica a questa classe politica. Da ciò nasce tutto il male.

Piduista a vita: vita e opere di Luigi Bisignani

Il Signor Nessuno, l’uomo con l’ufficio al piano mezzanino di Palazzo Chigi, è quel tratto di penna che unisce tutti i puntini dei giochi enigmistici. Dici Bisignani e in una parola colleghi tutti. Così gianni Barbacetto su Il Fatto Q. dello scorso 8 Marzo: Bisignani “non ama apparire. A differenza di tanti altri animali del circo berlusconiano, ritiene che l’esibizione sia, oltre che di cattivo gusto, anche nemica del potere vero”. Eppure è riduttivo definire Bisignani come animale del circo berlusconiano: Bisignani è un evergreen. Un sempreverde. Un piduista a vita.

Il suo curriculum è lunghissimo. Del suo nome se ne trova traccia già nelle inchieste sulla P2, nel 1981. Bisignani era collaboratore – a soli 28 anni – del ministro Stammati, anche lui piduista. Fu indagato e incriminato di spionaggio in seguito ad una tangente all’ENI:

“Si sa che l’ex ministro del Commercio Estero Gaetano Stammati è stato interrogato venerdì pomeriggio per quattro ore e mezzo dal sostituto procuratore Dell’Osso, che con Siclari, Viola e Fenizia si occupa di P2 e annessi. Forse Stammati è stato sentito sul giornalista Luigi Bisignani, già addetto al suo ufficio stampa quando era ministro e che da un elenco di Gelli risulterebbe avere percepito 13 milioni e poi ancora un altro mezzo milione?” (Archivio Storico La Stampa).

Dieci anni dopo il suo nome compare nell’inchiesta sulla maxi tangente Enimont, la madre di tutte le tangenti. Così scrive Barbacetto: “L’11 ottobre 1990, dunque, Bisignani apre, con 600 milioni in contanti, un conto riservatissimo presso lo Ior. È il numero 001-3-16764-G intestato alla Louis Augustus Jonas Foundation (Usa). Finalità: “Aiuto bimbi poveri”” (Il Fatto Q.). Su quel conto transitò una cifra pari a 2.7 mld di lire di ex titoli di Stato monetizzati allo Ior dal mons. De Bonis, ex segretario del corrotto Marcinkus. Una operazione di ricilaggio finalizzata al finanziamento della prima trance della maxi tangente al pentapartito fianlizzata allo scioglimento del polo della chimico-energetico italiano, Enimont.

Nel 1988 ENI e Montedison conferirono alla joint venture Enimont (40% ENI, 40% Montedison, 20% flottante) le proprie attività chimiche: si realizzava così quell’alleanza tra chimica pubblica e chimica privata che molti auspicavano da anni. La vita di Enimont fu breve e travagliata: nel 1989 la Montedison sembrò in un primo momento mirare alla maggioranza assoluta del capitale, ma già nel 1990 finì col cedere la totalità delle attività chimiche all’ENI, ricevendone in cambio 2.805 miliardi di lire[7], un prezzo valutato in seguito come esorbitante; in seguito intorno alla gestione ed alla trattativa per la cessione di Enimont emersero episodi di corruzione[8] (Wikipedia).

Sappiate che Enimont ha dato “da mangiare” a tutti. Montedison e Enichem erano il fiore all’occhiello della chimica italiana, la politica e la fame di soldi le hanno distrutte. Bisignaniera al centro di tutto questo scambio di denari e fece in fretta quando si trattò di cancellare le tracce: “nell’estate del 1993, quando annusa il disastro (i magistrati di Mani pulite stanno per arrivare alla maxi-tangente Enimont): così il 28 giugno di quell’anno corre allo Ior, ritira e distrugge i documenti che vi aveva lasciato all’apertura dei conti e chiude il Jonas Foundation. Ritira, in contanti, quel che resta: 1 miliardo e 687 milioni. Non avendo borse abbastanza capienti, deve fare due viaggi per portar via il malloppo” (G. Barbacetto, Il Fatto Q., cit.).

L’affare in questione è il collocamento presso lo lor (Istituto Opere di Religione), la banca del Vaticano, di 92 miliardi in Cct provenienti dalla «provvista» creata da Raul Gardini per pagare i partiti al momento dell’uscita da Enimont. La «maxitangente», insomma. Dopo la vicenda, Bisignani nel gruppo Ferruzzi fa carriera, diventando responsabile delle relazioni esterne. Ma allora «era un giornalista, credo dell’Ansa, che era in buoni rapporti con Gardini e Sergio Cusani». Così lo descrive Sama […] Fu individuata in Bisignani la persona che poteva fare da collegamento con questa parte della dc che faceva capo a Cirino Pomicino e quindi alla corrente di Andreotti». Inoltre «Bisignani – afferma Sama – aveva delle entrature nello lor, quindi attraverso lui si potevano negoziare i Cct ricevuti da Bonifaci». Bonifaci è l’immobiliarista romano che, attraverso una fittizia compravendita di terreni organizzata da Cusani, recupera la «provvista» di circa 150 miliardi, quasi tutti in titoli di Stato. Che finiscono per quasi due terzi nella banca del Vaticano e da qui nelle tasche di personaggi politici. «Naturalmente per questa sua attività parte del denaro sarebbe rimasto nella stessa disponibilità di Bisignani». Ma quanto? Sama non lo sa, mentre i magistrati accusano il giornalista di aver incassato 4 miliardi di Cct. (Archivio Storico La Stampa).

Di Pietro non riuscì ad arrestarlo a causa di uno strano errore del Gip che dimenticò di scrivere la durata della custodia cautelare:

La Stampa - 10 Settembre 1993

Barbacetto ricorda che il nome dello sconosciuto Bisignani comparve anche nell’inchiesta Why Not, opera dell’allora pm Luigi De Magistris. De Magistris piombò di persona presso gli uffici romani di Bsiginani ma stranamente l’uomo non si fece trovare. “Era a Londra”, ricorda il neo sindaco di Napoli. L’accusa del mandato di arresto di oggi è favoreggiamento e rivelazione del segreto d’ufficio e dossieraggio. bisignani, ai tempi di Why Not, sembrava essere in stretti rapporti con “Salvatore Cirafici, il dirigente di Wind responsabile della gestione delle richieste di intercettazioni e tabulati inviate all’azienda telefonica da tutte le procure italiane” (Barbacetto, cit.). Forse il pm Woodcock è arrivato laddove De Magistris fu fermato: ovvero al livello più alto di una organizzazione occulta che opera al fine di condizionare la vita politica ed economica del paese.

Loggia P3, la compravendita di senatori – capitolo 1: Nino Randazzo

“Tutto quello che c’è scritto su Repubblica e riguarda la mia persona è vero. Si tratta di un troncone di un’indagine in corso e tramite delle intercettazioni, uno degli intermediari del Cavaliere telefonava anche a me. Mi sto facendo delle grandi risate perché apprendo che era stato fotografato l’incontro con l’intermediario e ho scoperto, soprattutto, che prima di fare un approccio alla mia persona avevano controllato il mio conto corrente in Australia, scoprendo che ero il più povero di tutti”.
(Nino Randazzo, senatore dell’Unione eletto nella circoscrizione Asia-Oceania, Ansa, 12 dicembre 2007).

NinoRandazzo era un senatore dell’Unione. Durante la crisi del governo Prodi, nel 2007, gli emissari di B. lo persuasero con argomenti convincenti a non votare la fiducia. Guardate il video.

La solitudine del Sultano: paura e delirio a Palazzo Grazioli

Le nubi nere che si addensano al di là delle Alpi, si sa, non sono un mero fenomeno atmosferico. Ciò lo si può intuire anche dalle finestre di Palazzo Grazioli. Così lontano, così vicino. Lui, il Sultano, ha l’esatta percezione: i tempi sono cambiati, irreparabilmente. Meglio evitare i luoghi pubblici, meglio l’influenza.
Il tempo scorre lento fra i corridoio vuoti, una volta occupati dal vociare di ragazze. Lui ascolta cogitabondo le ricostruzioni di Giani Letta, legge i titoli dei giornali, s’indigna ancora una volta per quei titoli di Repubblica su Dell’Utri e quel rompicoglioni di Ciancimino. Passa appena lo sguardo sull’articolo del caso dell’Addaura. Poi, Tremonti.
La legislatura è ad un vicolo cieco: da un lato le pressioni della Lega per il federalismo fiscale; dall’altro, Fini, la crisi, al Grecia, la BCE, il debito. Berlusconi si trova in un cul de sac e non sa come procedere. Il federalismo fiscale non potrà esser fatto. Il suo costo – è stato valutato – si aggira sui 133 miliardi di euro, mentre allo studio vi è una manovra finanziaria da 25-30 miliardi per il 2011. L’attività legilsativa del Carroccio in Commissione Bicamerale è del tutto inutile:

L’ultima stima, aggiornata sui bilanci delle regioni nel 2008, l’ha fornita la Commissione tecnica paritetica per il federalismo, nel rapporto curato da Luca Antonini e appena depositato in Parlamento. E’ una cifra scioccante: per assicurare il passaggio al federalismo nelle materie strategiche (cioè sanità, istruzione e assistenza sociale) occorrerebbero quasi 133 miliardi di euro calcolati in termini di spesa storica (caratterizzata da sprechi, iniquità e inefficienze di ogni genere) […] La riforma federale, com’è noto, ruota intorno al principio dei “costi standard” delle prestazioni, cioè quelli considerati ottimali secondo i livelli dei servizi raggiunti dalle regioni più efficienti […] Ebbene, anche a voler dimezzare l’esborso necessario, nel passaggio dalla spesa storica a quella standard, il federalismo fiscale costerebbe allo Stato non meno di 60 miliardi (La bandiera strappata del federalismo – Repubblica.it).

L’aspetto del costo finanziario del federalismo è l’elemento che fare esplodere la maggioranza. Giorni fa con una dichiarazione, Fini aveva fatto sapere di non esser disposto ad approvare alcun provvedimento normativo legato alla riforma del federalismo fiscale che comportasse un aggravio del bilancio dello Stato.Il bilancio sarà il grande tema nell’agenda del governo per i prossimi mesi. Esso cancellerà tutte le riforme annunciate in campagna elettorale: federalismo, riduzione delle tasse, grandi opere. Tremonti studia come recuperare dal bilancio 25 miliardi di euro. Già si parla di blocco dei pensionamenti:

Allo studio ci sarebbe un intervento tampone su una o due “finestre” di uscita del 2010 che cadono a luglio e a dicembre. Con il nuovo sistema a “quote” circa 100 mila dipendenti privati stanno raggiungendo “quota 95”, cioè 59 anni di età e 36 di contributi. Il blocco congelerebbe la loro uscita per sei mesi o addirittura per un anno […] si parla anche di un intervento sulle pensioni d’oro, o contributo di solidarietà (http://www.repubblica.it/economia/2010/05/15/news/dossier_manovra-4078168/).

Il congelamento delle pensioni riguarderebbe sia il settore pubblico che il settore privato. E inoltre: blocco delle liquidazioni per gli statali; blocco degli scatti di anzianità per docenti universitari e magistrati; azzeramento delle risorse per l’imposta agevolata al 10 per cento sui premi di produttività.

Di fatto il governo, nel suo potere di “spesa”, è messo sotto tutela dalla Commissione UE e la legislatura rischia di esaurirsi ancora una volta nelle leggi ad personam -ddl intercettazioni e Lodo Alfano costituzionale – per le quali comunque si annunciano battaglie in aula e probabili ‘imboscate’ dei secessionisti di Fini. Fra l’altro, il Lodo Alfano costituzionale rischia di esser ‘incostituzionale’ per la solita ragione che viola l’art. 3 (uguaglianza):

non sarebbe più un’immunità automatica, già ritenuta più volte incostituzionale, ma una sorta di autorizzazione a procedere […] nessuno ha mai dubitato della costituzionalità dell’autorizzazione a procedere già prevista dall’art. 68 della Costituzione e abolita ai tempi di Mani Pulite, mi pare difficile che una procedura analoga, anzi meno privilegiata perché riguarda solo la sospensione del processo e non l’impossibilità definitiva di celebrarlo possa essere ritenuta incostituzionale, almeno sotto questo profilo […] Perché solo i presidenti della Repubblica e del Consiglio e i ministri? E i presidenti della Camera e del Senato? […] da qui potrebbe innescarsi un’eccezione di illegittimità costituzionale per violazione dell’art. 3 (Lodo Alfano: hanno toppato? – Antefatto).

Si aggiunga che le leggi costituzionali non sono dispensate dal giudizio di costituzionalità della Consulta (sentenza 1186/1988) e che per la loro approvazione è necessaria la maggioranza qualificata dei due terzi onde evitare il referendum, ed ecco che lo scenario è nuovamente quello di una lunga e sterile battaglia parlamentare. Il legittimo impedimento? Ha la scadenza, e inoltre è stata sollevata dalla procura di Milano la questione di legittimità costituzionale (di nuovo la Consulta in mezzo alla sua strada).

C’è anche lo scandalo corruzione della cricca a turbare i pensieri del (finto) premier: dopo Scajola, nel mirino anche Ugo Cappellacci per mazzette negli appalti dell’eolico, persino indiscrezioni su Gianni Letta e suoi presunti rapporti con Anemone. E la rabbia degli elettori corre sul web (L’Unita.it).

Insomma: il sultano è solo e conta i giorni che lo separano dalla fine.

Lettura consigliata:

Oliviero Beha – Dopo di Lui, il diluvio – Chiarelettere

“Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra…” scriveva Giuseppe Tornasi di Lampedusa, e dalla parafrasi dell’immortale “Gattopardo”, nella quale gli “sciacalli” sono coloro che ridono al telefono del terremoto dell’Aquila, parte Oliviero Beha per una ricognizione tra le macerie materiali e immateriali del Paese. A cinque anni dall’uscita del suo pamphlet “Crescete & prostituitevi”, preso alla lettera dalla classe dirigente di ieri e di oggi, l’autore si domanda che cosa succederà quando sarà finita la stagione di Berlusconi, se davvero “dopo di Lui” ci sarà “il diluvio”. Perché Berlusconi è il prototipo di quel “berlusconismo” che ha attecchito a destra e a sinistra. Per arrivare a concludere che non siamo più una “democrazia”, che tira aria da “Weimar” sia pure “all’amatriciana”, che ogni giorno che passa è peggio e il risveglio del Paese si allontana. Ma non è detto, ci sono albori all’orizzonte…

L’arringa difensiva di Di Girolamo al Senato: sono una persona perbene. L’aula vota sì alle dimissioni.

Eh sì, anche Di Girolamo, la pecorella smarrita, rientrerà nel Regno dei Cieli dei Senatori. Una persona perbene. Orfano già in fasce, dovette sostenere la propria famiglia. In politica ci è arrivato da incensurato. Poi, per la strada, ha incontrato tanti malvagi che gli hanno strappato molte promesse. E lui, così candido e incapace di difendersi dinanzi alla protervia dei “malevoli e dei menzogneri”, ha ceduto. Eh sì, il povero Di Girolamo è stato preso in mezzo.

Non è satira, è il succo del suo discorso di annuncio di dimissioni dalla carica di Senatore pronunciato oggi. Leggete per credere. Intanto l’aula vota sì alle dimissioni. Forse già stasera, Di Girolamo sarà tradotto in carcere.

Legislatura 16º – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 344 del 03/03/2010.

Signora Presidente, onorevoli senatori, ho rassegnato le mie dimissioni dalla carica di senatore della Repubblica italiana. Dopo tanto fango, dopo l’ignominia di un’esposizione mediatica che mi ha descritto agli occhi del Paese come un mostro, usurpatore della politica e del mandato elettorale, credo fermamente che sia arrivato il momento della responsabilità e della verità dei fatti.

Sono convinto di dover rendere disponibile la mia persona, la mia storia personale, la mia esperienza recente, perché chi dovrà giudicarmi possa davvero conoscere i contorni di una vicenda che non è tutta criminale e che potrà finalmente essere vagliata lontano dai riflettori e dal clamore delle prime suggestioni.

Sono entrato nell’Aula del Senato forte di una delega affidatami da 24.500 elettori di tutti i Paesi europei, 24.500 cittadini italiani né mafiosi, né delinquenti. Di una piccola parte di costoro avrebbe abusato un gruppo di individui probabilmente inquinati da frequentazioni criminali. Non mi interpreti come troppo ingenuo, signora Presidente, non ero consegnato anima e corpo a questi figuri. La frenesia della campagna elettorale mi ha spinto a valutare poco e male, e lei, mi auguro, immaginerà che non si diventi mafioso nello spazio di un mattino, colpevole come sono di uno o due incontri disattenti.

Sono entrato in Senato da professionista del diritto incensurato. La mia non è stata una storia semplice. Orfano già in fasce di un prestigioso economista docente universitario, figlio unico, educato al rigore e alle buone maniere da una madre nobile, ho da sempre dovuto provvedere al sostentamento della mia famiglia e sono rimasto negli anni quello che ero: una persona perbene, incapace tuttavia di difendersi innanzi alla protervia dei malevoli e dei menzogneri. In politica ne ho incontrati alcuni, figli di un’altra storia, ben diversa dalla mia, capaci di fagocitarmi nella smania delle promesse. Ho ceduto, certo, signora Presidente, ma le mie colpe verranno circoscritte dalla verità che saprò esporre ai magistrati cui ho deciso di consegnarmi, forte della convinzione di collaborare alla ricerca della verità e della certezza che dovrò riscattare faticosamente il mio onore innanzi alla mia famiglia, ai miei amici ed all’Assemblea del Senato alla quale ho partecipato con orgoglio e dedizione.

Intendo con questa ferma decisione allontanare dalla Camera Alta del nostro ordinamento l’ignominia che mi ha riguardato e che saprò ricondurre alle circostanze ed ai fatti che possono essermi ascritti; quelli, signora Presidente, che riguardano le mie responsabilità e non certamente i contorni di un quadro di compromissioni che oggi mi vengono attribuite ma che non appartengono al mio vissuto reale.

Le chiedo scusa, signora Presidente, di averle procurato imbarazzo. Le scuse più profonde le devo tuttavia a mia moglie ed ai miei figli per quanto hanno patito in questi giorni terribili. Dovranno fare a meno della mia presenza per un lungo tempo. Sarà durissima per me e per loro, ma avrò guadagnato con questa sofferta decisione l’orgoglio del riscatto per me, per il Senato, per la politica tutta.

Forse sarò l’unico ad essere ricordato per aver rassegnato le dimissioni; è un evento davvero poco usuale in questo drammatico momento di storia nazionale. Non importa. Mi affido alla Provvidenza pronto a sfidare ogni falsità, confidando nella verità ed abbracciando con la mia famiglia il progetto di Dio in Cristo, sperando nella vocazione posta nel cuore e nella mente di ogni uomo.

Un’altra parola solamente, Presidente. Avevo scritto questo appunto perché volevo che fosse ben chiaro il percorso che ho voluto e che dovrò affrontare. Vorrei solamente dedicare due parole all’Assemblea per dire che è stata per me una esperienza esaltante ed altissima poter far parte di questa Camera Alta. Non ho assolutamente portato all’interno dell’Aula l’indegnità della ‘ndrangheta o della mafia, così come mi è stato ascritto.

Ho visto una serie di fotografie sui giornali. Vorrei che chi è qui con me in questo momento riflettesse su cosa accade in campagna elettorale. In quell’evento specifico, quella sera ho fatto circa 250 fotografie davanti a quella torta. Vi era quel signore che dicono essere un mafioso, che a me era stato presentato come un ristoratore, proprietario di una catena di ristoranti anche all’estero, quindi persona con relazioni per poter votare all’estero. Ho fatto la fotografia davanti a quella torta successivamente con il parroco del paese, con il sindaco, con il maresciallo dei carabinieri, con 300 persone. Credo che anche voi abbiate fatto delle fotografie e non credo che abbiate preventivamente chiesto in campagna elettorale i documenti o i carichi pendenti alle persone che hanno fatto le fotografie con voi. Però, per queste foto e nel giro di tre giorni è stata completamente annientata la mia vita, la mia vita professionale, politica e quant’altro.

Vorrei in ogni caso ringraziare tutti coloro del Gruppo con il quale mi sono onorato di condividere questi due anni della mia vita. Non farò dei nomi, Presidente e colleghi, e me ne scuserete, perché qualsiasi nome facessi oggi, visto che io sono l’untore ed il Lucifero della situazione, se mi riferissi ad un collega chiamandolo per nome si direbbe che lo stesso è colluso con me ed è mafioso. So che i colleghi sanno a chi è diretta questa indicazione di amicizia e di riconoscimento, ma per loro stessa tutela non li richiamerò nome per nome. Ciò vale anche per dei componenti dell’opposizione che sono stati vicino a me in alcune realtà, in alcuni sogni: il sogno di poter fare qualcosa a livello internazionale, per aiutare l’ingresso della Turchia in Europa, per un riconoscimento di Cipro, per delle ragioni che sicuramente esulano dalla mia vicenda personale, che sono alte, altissime e che non voglio minimamente infangare.

Signora Presidente, concludo il mio intervento, e non vi tedierò più, con l’auspicio che non scontino per la mia vicenda le persone innocenti: sta già accadendo innanzi tutto per la mia famiglia, ma in questo momento anche la realtà degli italiani all’estero è stata annientata, massacrata.

Mi piacerebbe che le riflessioni che voi farete dopo la mia partenza da questa Camera Alta siano tali per cui gli italiani all’estero possano essere considerati una realtà, una parte di un circuito virtuoso e, quindi, un’opportunità e non un problema come da sempre sono stati considerati. Pertanto, con tutte le modifiche che riterrete opportuno apportare a talune modalità della legge elettorale, vi invito a considerare che gli italiani all’estero non possono essere dimenticati né esclusi dalle vita politica del Paese perché ne sono parte essenziale a tutti gli effetti.

Mi premeva sottolineare tutto questo; sicuramente ho dimenticato alcune affermazioni importanti, ma non dimenticherò mai quelli che tra voi mi sono stati amici e vicini in questo periodo e che spero non dimenticheranno me e la mia famiglia.

Il TG1 della Menzogna. L’assoluzione inventata di Mr Mills.


Colui il quale ha ascoltato il TG1 delle 13.30 è stato vittima di propaganda di regime. Come tale ha tutto il diritto di rivolgersi all’AGCOM per chiedere l’immediata censura del notiziario di Raiuno. La redazione del telegiornale non fiata e l’attesa per l’edizione delle 20 cresce. Resisterà il Minzo dall’apparire sullo schermo per spiegarci il suo personale significato del termine prescrizione?

Naturalmente, dalle parti di Palazzo Grazioli, il titolo falso di stamane del TG1 sarà stato ben gradito. I signori sono senza più pudore:

Silvio Berlusconi parla di una sconfitta per il teorema dell’accusa e di una vittoria per la difesa. Ma non basta. La verità, ha  confidato il Cavaliere ad alcuni interlocutori, è che non è stato commesso nessun reato

Punto primo: non esiste alcun teorema dell’accusa. Esistono due sentenze, una di primo grado, di condanna dell’imputato; la seconda, la sentenza di Appello che conferma il primo giudizio. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione – il terzo grado – hanno annullato la sentenza per prescrizione. La motivazione presunta: il reato è stato commesso prima del 11 Dicembre 1999, quindi non è più perseguibile poiché prescritto (lungimirante l’aver approvato quella legge che riduceva i tempi per la prescrizione). Punto secondo, diretta conseguenza del primo: il reato è stato commesso. E’ stato dimostrato in due processi, da due tribunali.
Di fatto la sentenza avrà effetto diretto sul processo a Mr b, la cui posizione fu stralciata nell’attesa della pronuncia della Consulta sul Lodo Alfano, poi bocciato. Da allora il processo al Corruttore è ricominciato ma è sopravvissuto attaccato alla spina:

si prospetta una falsa ripartenza domani al processo in cui Silvio Berlusconi risponde di aver corrotto il testimone David Mills. Appare infatti molto probabile un rinvio delle udienze in attesa che la Cassazione depositi le motivazioni della sentenza con cui ieri ha dichiarato l’intervenuta prescrizione del reato per il professionista britannico che negli anni ’90 aveva creato il sistema di società off-shore utilizzato dal gruppo Fininvest.
In teoria i giudici potrebbero indicare una data antecedente all’11 novembre 1999, dichiarando in pratica "morto" anche il procedimento gemello a carico del premier. Ma si tratta di un’ipotesi più che remota (fonte: Mills, Alfano difende Berlusconi Il Pd: "Parole fuori da ogni regola" – Repubblica.it)

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Cassazione, Mills prescritto ma colpevole. Ma il “tappo” sta per saltare.

david mills

Ecco, la santa prescrirzione salva capra e cavoli. Il reato è stato commesso nel ’99. Soffermatevi sulla prima parte della frase: il reato è stato commesso. Se da un punto di vista giudiziario, la vicenda si chiude, da quello politico rimane apertissima. Al governo, come presidente del Consiglio, abbiamo un corruttore di testimoni. Sappiatelo. Tenetelo bene a mente quando tenteranno di distruggere il sistema giudiziario. Prossima tappa, la discussione in Senato del legittimo impedimento, in aula, a partire dalla seduta antimeridiana di martedì 9 marzo. Loro hanno diverse carte a disposizione. Faranno il lodo alfano costituzionale? Fini resisterà alle insinuazioni sul suo presunto coinvolgimento con il caso Fastweb? Perché nessuno si leva in difesa del Presidente della Camera? E la vicenda del senatore Di Girolamo farà saltare il tappo?

Pare che il terreno che porta alle Regionali sia alquanto minato. Attendetevi novità.

AGI) – Roma, 25 feb. – Le sezioni unite penali della Cassazione, nell’ambito del processo all’avvocato inglese David Mills, hanno ritenuto configurabile il delitto di corruzione in atti giudiziari “nella forma della corruzione susseguente”. Lo si legge nella massima provvisoria redatta dagli ermellini, presieduti da Torquato Gemelli, al termine della camera di consiglio, durata quasi cinque ore. E’ proprio la corruzione giudiziaria susseguente, il reato di cui Mills e’ stato accusato, per aver ricevuto 600 mila dollari dopo aver rilasciato dichiarazioni false o reticenti nell’interesse di Silvio Berlusconi nei processi All Iberian e in quello sulla corruzione nella guardia di finanza.

Le sezioni unite, dunque, sembrano aver condiviso in toto le richieste, avanzate oggi con la sua requisitoria, dall’avvocato generale della suprema corte, Gianfranco Ciani, secondo il quale non era possibile prosciogliere Mills nel merito, ma il reato andava considerato prescritto perche’ commesso nel novembre del ’99.

AGI News On – MILLS: CASSAZIONE, SI’ A CORRUZIONE GIUDIZIARIA SUSSEGUENTE.

Sulle intercettazioni il governo frena. Fini invoca una leggina contro i corrotti.

Così Fini è intervenuto oggi sul tema corruzione: “Anch’io sono convinto che non ci sia una nuova tangentopoli, ma c’è un fenomeno di malcostume diffuso e casi di chi se ne approfitta“. E che cosa distinguerebbe il fenomeno diffuso di malcostume da Tangentopoli? Forse, una volta, i politici che rubavano erano parte di un sistema; oggi a essere sistematiche sono le ruberie. Ma Fini non si sofferma a discutere del presente. Immagina anche scenari del futuro, di un futuro alquanto remoto, il dopo Regionali:
  • “Se domani il Parlamento approvasse, con il voto di tutti una leggina di poche righe in cui si afferma che chi è stato condannato con sentenza definitiva per reati contro la pubblica amministrazione, non si può candidare per cinque anni, la pubblica opinione direbbe: meno male. Ovvero reagirebbe positivamente. Le istituzioni poi guadagnerebbero un tassello di fiducia in più”.
  • “Questa leggina non risolverebbe del tutto la questione – ha aggiunto Fini – perché il problema è come si arriva a gestire la cosa pubblica. Questa è una grande questione. La questione non la risolveremo del tutto ma qualche antidoto si può dare. Ce ne sono tanti di antidoti: uno è la certezza dei tempi in cui si viene giudicati” (fonte: Rainews24.it).

Fini non si spinge più in là. Non osa immaginare quel che dovrebbe fare un Parlamento del genere, fitto di inquisiti e pure di condannati, dopo aver approvato la sua leggina. L’unica scelta sarebbe il suicidio, ovvero lo scioglimento delle Camere. Ma potrebbe Mr b consentire allo disfacimento della propria maggioranza di governo senza battere ciglio?

Non manca di riservare al (finto) premier una stilettata delle sue: “Il capo del governo è notorio che usa espressioni molto dirette perchè ritiene di essere al centro di un particolare accanimento da parte di alcune Procure. Ma al netto di questa espressione, che lascia il tempo che trova, il compito della politica è quello di riformare la cosa pubblica e quindi di garantire che ci sia una giustizia in tempi brevi e certi ma anche che ci sia una giustizia autenticamente giusta, basata su quell’equilibrio necessario che oggi molte volte non c’è” (fonte La Repubblica.it).

Intanto si ode lo stridore di freni:

    • Sul ddl intercettazioni il governo va avanti ma senza votare al Senato prima delle regionali.Lo ha detto il ministro della Giustizia. Alfano ha spiegato: ‘Dal momento che il ddl e’ stato proposto dal cdm nel luglio 2008, non mi pare che abbiamo fatto in tutta fretta’.

E quindi, quale strategia sta perseguendo il nano da Arcore? Prima insiste con il DDL intercettazioni, poi fa nuovamente intervenire Alfano per spiegare che “non c’è fretta”. Forse i sondaggi gli hanno fornito l’indicazione che agli elettori non piace tanto chi cerca di sottrarsi alla giustizia. Il clima che si è creato con lo scandalo Protezione Civile lo deve aver spaventato non poco. Lui, che si era autocreato sulle ceneri della prima Tangentopoli.

    • ‘Le intercettazioni telefoniche sono uno strumento fondamentale, e con questa formulazione del disegno di legge si taglierebbe la possibilita’ di effettuare accertamenti su reati molto gravi. Il primo aspetto che va tutelato e’ quello dell’autonomia delle indagini e della magistratura.” Lo ha detto Felice Casson, senatore PD, sul DDL intercettazioni
    • ”Il secondo aspetto – prosegue Casson – e’ quello che tocca la riservatezza dei cittadini, e noi avevamo proposto e stiamo depositando una serie di emendamenti volti a porre dei filtri, perche’ notizie inutili ai fini delle indagini, che riguardano persone terze, non possono entrare a far parte degli atti del procedimento, e dunque essere conosciuti all’esterno”
    • ‘l’altro aspetto importantissimo e’ quello della liberta’ di stampa. Grazie al lavoro della magistratura e dei giornalisti si vengono a sapere notizie che con la nuova legge non potremmo mai sapere
    • il disegno di legge del governo e’ squilibrato, perche’ taglia ai magistrati e alle forze di polizia la possibilita’ di lavorare, impedisce alla stampa di fare il proprio mestiere e non garantendo, tra l’altro, la tutela della riservatezza dei cittadini come, a voce, dicono di voler fare

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Elegia Craxiana. Tutto pronto per l’offensiva sulla giustizia.

Stasera Raidue, con il programma La Storia Siamo Noi, prodotto storico di Giovanni Minoli, ex agiografo del fu segretario del fu Partito Socialista, roba da antiquario si direbbe, ha inaugurato la settimana dell’elegia in memoria di Bettino: un coro unanime e revisionista volto a restaurare la figura del grande (?) statista perseguitato da giudici politici. Che dire, un’operazione mediatica in gran stile, con lo scopo di preparare il terreno allo choc della riforma della giustizia. Processo Breve o non Processo Breve? Oggi Mr b è salito al Colle per mettere Napolitano in guardia: il Presidente non si metterà di traverso, la riforma della giustizia s’ha da fare, il tempo stringe. E domani, in Senato, di cosa si potrà mai discutere?

Martedì 12 gennaio 2010
alle ore 17
309ª Seduta Pubblica
ORDINE DEL GIORNO

I. Informativa del Ministro dell’interno sui fatti di Rosarno

II. Discussione del disegno di legge:

GASPARRI ed altri. – Misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi, in attuazione dell’articolo 111 della Costituzione e dell’articolo 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali – Relatore VALENTINO

Domani Yes, political! pubblicherà il resoconto della seduta.

    • se dipendesse da noi, Craxi riposerebbe in pace da dieci anni: il problema è chi continua a resuscitarlo nella speranza di farne un uso politico non per i morti, ma per i vivi

    • questa ansia di riabilitare Craxi non è il gusto necrofilo di parlar bene di un morto, ma è il tentativo – aggiungo io – mascalzonesco di utilizzare un morto per sdoganare e nobilitare i vivi

    • se Craxi, pregiudicato per corruzione e finanziamento illecito, è un grande statista che va celebrato dieci anni dopo la morte, quindici anni dopo essere scappato latitante all’estero, beh, a maggior ragione il suo figlio prediletto, Silvio, esce come un gigante

    • in fondo non è scappato, non è ancora scappato e Craxi era il corrotto e lui il corruttore

    • la riabilitazione di Craxi è prodromica all’operazione impunità. Nel sondaggio pro o contro la riabilitazione di Craxi mi ha molto colpito il fatto che, se non erro, un terzo delle persone intervistate o forse un quarto, una cifra enorme comunque, non si pronuncia, dicendo “ non so niente di Craxi”

    • temo che ci sia una gran parte di persone che c’erano, che magari guardavano i telegiornali, leggevano i giornali, sentivano parlare, sapevano, ma questo bombardamento a reti unificate in questi quindici anni ha fatto loro dimenticare quello che avevano visto e saputo su Craxi

    • oggi non hanno un’opinione, perché non sanno

    • in quali condizioni giuridiche si trovava Craxi quando è morto, nel 2000: si trovava nelle condizioni di un pregiudicato con due condanne definitive, di cinque anni e cinque mesi la prima – scusate, consulto una cosa che ho scritto su Il Fatto, così evito di dirvi cose imprecise – cinque anni e cinque mesi per corruzione (le tangenti Eni /Sai) e quattro anni e sei mesi per le tangenti della metropolitana milanese, finanziamento illecito.

    • la responsabilità è stata individualmente riscontrata nel suo caso; i magistrati vanno in cerca del tesoro di Craxi e lo trovano, ne trovano un pezzo, perché Craxi aveva messo in piedi un sistema di occultamento dei fondi neri suoi e del partito – suoi e del partito – che era una specie di giro del mondo, di caccia al tesoro: c’erano conti in Svizzera, in Lichtenstein, nei Caraibi, addirittura in Estremo Oriente, a Hong Kong

    • Il pool di Mani Pulite ha accertato grossomodo passaggi di denaro di 150 miliardi di lire

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