Nessuno tocchi Edward Snowden

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Edward Snowden è un cittadino americano. E’ stato un soldato, ha partecipato alla guerra in Iraq. Ha creduto di stare dalla parte del potere legittimo. E’ entrato nel giro della Cia, specie delle società appaltatrici che fornisco al servizio segreto americano servizi di tecnologie informatiche. Ha così potuto assistere, durante un soggiorno lavorativo a Ginevra, a ‘pratiche’ al di fuori della legge che lo hanno indotto a dissociarsi da esse.

La NSA (National Security Agency) ha allestito un centro di raccolta dati presso Camp Williams, nello Utah: può memorizzare dati dell’ordine degli yottabyte (1 yottabyte è un milione di miliardi di Giga). Dati provenienti dal web, dati maneggiati dai provider di telefonia, dai social media. Con uno strumento di spionaggio come PRISM, l’NSA “registra: il numero di telefono di chi chiama e di chi risponde, da dove chiamino e ricevano la telefonata, la durata e l’ora della chiamata, i numeri di serie che identificano i telefoni coinvolti. Non il contenuto delle telefonate né l’identità delle persone al telefono” (chiusinellarete). Una vera e propria pesca a strascico, non autorizzata da alcun giudice, totalmente illegale, contro la dignità degli individui: contro la democrazia.

Se anche PRISM, e gli altri strumenti in uso da parte della NSA, sono stati autorizzati mediante legge dal Congresso americano, come affermato da Barack Obama (“Il Congresso sapeva, ha autorizzato il programma PRISM più volte dal 2007 con sostegno bipartisan”), ciò non significa che siano strumenti legittimi. Ieri David Cameron è intervenuto in merito al presunto coinvolgimento del GCHQ (il servizio segreto britannico) nel progetto PRISM:

Prima di tutto penso che valga la pena di ricordare perché abbiamo i servizi di intelligence e quello che fanno per noi.

Viviamo in un mondo pericoloso. Viviamo in un mondo di terrore e terrorismo. Abbiamo visto ciò per le strade di Woolwich fin troppo di recente.

E penso che sia giusto che noi abbiamo servizi di intelligence ben organizzati e ben finanziati per aiutare a mantenereci al sicuro.

Ma voglio essere assolutamente chiaro. Tali servizi segreti operano nel rispetto della legge, all’interno di una legge che abbiamo stabilito, e sono anche soggetti a un controllo adeguato da parte del Comitato di intelligence e sicurezza nella Camera dei Comuni.

E che il controllo sè molto importante, e io mi adopererò sempre fare in modo che sia svolto effettivamente (Guardian.co.uk).

Il progetto PRISM potrebbe esser noto anche ad alcuni governi europei. Angela Merkel, il cui paese, la Germania, risulta avere una rete di comunicazione fra le più sorvegliate stando alle mappe di taluni software di analisi dati la cui esistenza è stata rivelata dallo stesso Snowden, ha domandato a Bruxelles quale è la posizione dell’Unione Europea in merito. Cameron, come fanno notare quelli del Guardian, non ha affatto smentito che il GCHQ abbia maneggiato i dati del PRISM. Né lui, né il suo portavoce, né i suoi ministri hanno anche solo provato a invalidare questa ipotesi. Perché il servizio segreto britannico ha avuto necessità di trattare i dati del PRISM sorvolando sulla procedura legale delle intercettazioni, che peraltro esiste?

Lo scandalo rivelato da Snowden rischia di essere ben più profondo di quel che poteva apparire all’inizio. Non si tratta di un semplice software di “gestione” dati, ma di un sistema, coordinato e continuativo, operante fra paesi, volto a catalogare la mole smisurata di informazioni che circola sulle reti di telefonia e di internet. Snowden ci risveglia dal dolce sonno: la Rete non è libera. La Rete non è neutrale. Le nostre esistenze in rete non ci appartengono. Sono codificate in numeri e memorizzate in supporti; dentro ad un enorme magazzino, sempre a Camp Williams, nello Utah.

Dicono di Snowden che voleva entrare nelle Forze Speciali, e che venne rifiutato. La sua domanda di ammissione, del 7 Maggio 2004, fu respinta pochi mesi dopo. Non ha mai ricevuto alcun addestramento, afferma il portavoce del capo dell’esercito degli Stati Uniti, George Wright. Come questo possa esser messo in relazione con il suo divenire ‘whistleblower’ (letteralmente delatore) è altamente incomprensibile: non lo spiega e nemmeno lo giustifica. Snowden ha agito sulla base del proprio quadro di valori: è stato testimone di ripetute violazioni della legge, e ha esercitato il lockiano diritto di resistenza contro il potere illegittimo, contro l’abuso verso la dignità umana, la dignità di tutta l’iperconnessa umanità.

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UK fuori dall’Europa: Obama in aiuto di Cameron

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Abbandonato dai suoi ministri, specie da Gove e da Hammond, rispettivamente al Dicastero dell’Istruzione e della Difesa, i quali hanno dichiarato giorni fa di esser pronti a votare a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, David Cameron trova un inaspettato sostegno da parte di Barack Obama. Il Presidente americano ha affermato, durante la conferenza stampa a margine della visita di Cameron a Washington, che il Regno Unito compirebbe un grave errore a indire il referendum per l’uscita dall’Unione ancor prima di rinegoziare la propria partecipazione.

Cameron ha definito un piano di negoziazioni con Bruxelles, un piano che dovrebbe essere messo in opera dopo le elezioni, e una consultazione referendaria entro il 2017, sempre se Cameron dovesse ancora governare. Ma è chiaro che la batosta subita dai Tories alle recenti amministrative e il contemporaneo successo degli antieuropeisti di Nigel Farage, hanno accelerato il suo declino in seno al partito conservatore. Si prevede che il premier non verrà ricandidato. Al suo posto potrebbero avere qualche possibilità il sindaco di Londra Boris Johnson e il medesimo Michael Gove. Entrambi potrebbero cavalcare l’onda anti Europa adottando il linguaggio neo nazionalista di Farage.

Cameron ha detto: “C’è una buona ragione per cui domani non ci sarà un referendum – sarebbe dare al pubblico britannico, credo, una scelta del tutto sbagliata tra lo status quo e l’abbandono dell’UE, che non credo sia accettabile. Voglio vedere cambiare l’Unione europea, voglio vedere quale rapporto può avere la Gran Bretagna con il cambiamento e il miglioramento nell’Unione europea”.

Cameron ha anche affermato che il futuro a lungo termine del Regno Unito è all’interno dell’Unione Europea. Obama ha espresso le sue preoccupazioni circa gli eventuali negoziati per un nuovo accordo commerciale fra UE ed USA da prepararsi al prossimo G8. Obama ha interesse che il Regno Unito rimanga all’interno dell’Unione al fine di influenzarne la politica commerciale. Gli USA hanno necessità di ottenere accordi commerciali vantaggiosi con l’UE. Senza l’influenza di Londra, Washington ha strada sbarrata.

Va da sé che la mossa di Gove ha innescato una corsa a chi la spara più grossa sulle ‘colpe’ di Bruxelles. Il popolare sindaco di Londra, Johnson, ha utilizzato il suo spazio sul Daily Telegraph per ricordare agli elettori dei Tories, ma anche e soprattutto a quelli dell’Ukip (il partito di Nigel Farage) che “tutti i nostri mali non nascono a Bruxelles”. Scrive a lettere capitali, Johnson: una abitudine demagogica, fanno notare sul Guardian:

MOST OF OUR PROBLEMS ARE NOT CAUSED BY “BWUSSELS” BUT BY CHRONIC BRITISH SHORT-TERMISM, INADEQUATE MANAGEMENT, SLOTH, LOW SKILLS, A CULTURE OF EASY GRATIFICATION AND UNDER-INVESTMENT IN HUMAN AND PHYSICAL CAPITAL AND INFRASTRUCTURE.

Insomma, un attacco frontale a Gove che il ministro ora dovrà controbattere e che potrebbe non esser così gradito agli inglesi medesimi. Suo malgrado, BoJo – questo il suo soprannome – rischia di vedersi affibbiata l’etichetta del leader del blocco pro-europeo nella guerra fratricida dei Tories.

Nigel Farage sbanca le elezioni amministrative in UK – chi sta ridendo, ora?

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UKIP, United Kingdom Indipendence Party, è il partito dell’europarlamentare Nigel Farage, noto per le sue posizioni antieuropeiste e per la contrarietà alla moneta unica. UKIP si è aggiudicato un totale di 150 seggi nelle elezioni amministrative in Gran Bretagna. Un risultato che ha permesso ai nazionalisti di scalzare dalla posizione di terzo partito i Lib Dems di  Nick Clegg, il quale ha perso ben undici punti percentuali, una debacle.

UKIP non ha eletto alcun sindaco, ma ha causato la sconfitta del partito di Cameron in ben tre città. Risulta il secondo partito in ampie parti del paese, specie al Sud e nel nord-est, dove ha drenato voti anche al Labour party.

Farage è comparso in tv con un sorriso raggiante poiché, a suo avviso, UKIP ha fatto un passo in avanti in termini di credibilità per poter sedere in Westminster:

It’s a fascinating day for British politics. Something has changed here. I know that everyone would like to say that it’s just a little short-term, stamp your feet protest – it isn’t. There’s something really fundamental that has happened here (Telegraph).

E’ un giorno grandioso per la politica inglese, afferma. Ma sul Guardian lo ammoniscono: attento Farage, la strada per il Parlamento è ancora lunga e può essere lastricata di problemi, specie se l’era post Cameron è ancora lungi dal venire. Farage, scrive Michael White, potrà giocare un ruolo di kingmaker se il prossimo premier dei Consevatori, Boris o Michael Glove, non dovesse ottenere una vittoria piena, come è accaduto allo stesso Cameron. Questa ipotesi non è remota, ma difficile. “Farage non è stupido”, prosegue White, “le probabilità rimangono scoraggianti” anche se il bipolarismo continua a permanere atrofizzato. Le sue prospettive dipendono da un fallimento multiplo: sia Ed Miliband che David Cameron dovrebbero mostrare di non essere in grado di affrontare le sfide del nostro tempo, anche se i tenaci Lib Dems locali vengono spazzati via e l’economia non riesce a recuperare, in UK o nell’Eurozona.

In ogni caso, la sua vittoria mostra ancora una volta di più che il malcontento dovuto alla crisi si sta manifestando elettoralmente con cospicui flussi di voti verso le estreme, specie l’estrema destra, antieuropeista e nazionalista. Non parlate di ‘effetto Grillo’ o di grillismo. Farage è stato spesso insultato, chiamato pagliaccio o clown. L’editorialista del Guardian lo definisce “pint-in-hand cheeky chappie”, uno simpatico ma impudente personaggio, sempre con una pinta di birra in mano.

La retorica del faragismo non è certamente imperniata sulla dicotomia casta-anticasta bensì sulla vecchia e collaudata coppia noi-gli altri, coniugata nel senso della opposizione fra inglesi e stranieri, fra Regno Unito e Unione Europea. Più semplicemente, fra persone comuni e banksters. Siamo tutti vittime dei banksters; l’Euro e l’Unione Europea sono prodotto dei baksters, ergo bisogna combattere le istituzioni europee e rafforzare la sovranità nazionale. Molto semplice, immediato. Parla soprattutto ai delusi della destra ma il linguaggio della rappresentazione del nemico plutocratico di Bruxelles attira consensi anche dall’estrema sinistra. Farà breccia nel parlamento inglese come il “collega” comico italiano? Secondo Sky News no.

Nonostante la forza mostrata, i calcoli di Sky News Venerdì sera hanno spiegato che, se il livello di sostegno nelle elezioni locali fosse tradotto in elezioni generali, UKIP non vincerebbe neanche un seggio nel 2015, a causa dei capricci del sistema postale di voto.
Invece il Labour sarebbe primo con 331 seggi, poi i Tories con 245 seggi, quindi i LibDems con 48 seggi e gli altri partiti stimati intorno ai 26 seggi. Sarà vero o i sondaggisti sbaglieranno clamorosamente come in Italia?

Il salvataggio di Cipro innesca la nuova crisi dell’Euro?

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Ecofin e FMI salvano Cipro dalla bancarotta con 10 miliardi di Euro condizionati all’approvazione di una nuova tassa una tantum applicata come prelievo forzoso direttamente sui conti correnti delle banche del paese. Si tratta del 9.90% per quei depositi che superano i 100 mila euro e del 6.75% per tutti gli altri conti. La corsa agli sportelli era già cominciata venerdì ma il governo ha disposto la chiusura delle banche fino a martedì. I correntisti potranno ritirare tutti i soldi, a parte il 10% sottoposto a tassazione.

Stando alle informazioni che circolano oggi sui social network, la Banca nazionale Greca avrebbe inviato a Cipro un aiuto di 4/5 miliardi di euro per fronteggiare l’assalto agli sportelli.

http://twitter.com/FGoria/status/313282765040803840

Londra ha annunciato oggi di essere pronta a fornire aiuto ai cittadini inglesi presenti sul territorio cipriota – si tratta soprattutto di militari:

George Osborne: “Quel che posso dire della situazione di Cipro è prima di tutto che non faremo parte del piano di salvataggio, perché David Cameron ci ha chiamati fuori su questi euro-salvataggi quando è diventato primo ministro.

“In secondo luogo, le banche cipriote in Gran Bretagna non saranno escluse da questa tassa sulle banche. Si tratta di una situazione molto difficile per le persone che vivono a Cipro.

“Ma io posso dire che per le persone che servono nella nostra missione militare e per i civili al servizio del nostro governo a Cipro – là abbiamo basi militari – ci accingiamo a rimborsare questa tassa. Le persone che stanno facendo il loro dovere per il nostro paese a Cipro saranno protette da questa imposta cipriota” (Guardian.com).

La nuova tassazione, per essere effettiva, necessita del voto del Parlamento cipriota. Ma su tale provvedimento non sembra esserci comune concordia nelle forze politiche tanto che il voto è stato posticipato a domani:

Schulz, presidente del Parlamento europe, viste e considerate le difficoltà nell’approvare tale durissima imposizione, propone di mettere un tetto alla tassazione, che a suo avviso non deve essere più di 25.000 euro:

L’accordo con le istituzioni europee (Ecofin) e il Fondo Monetario Internazionale prevede anche l’aumento delle imposte sulle imprese di un punto percentuale nonché una ristrutturazione bancaria. Ma se Cipro non vota il pacchetto di provvedimenti, rischia di uscire dall’Euro, con pesanti ripercussioni su tutto il sistema:

Questa pratica, la tassazione una tantum sui conti correnti, potrebbe divenire uno standard nelle operazioni di salvataggio dell’Eurozona. Il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Dijsselbloem, non lo esclude:

Intanto c’è preoccupazione per l’ordine pubblico a Nicosia:

L’Europa? Un buco da nove miliardi di euro

Infografica relativa al bilancio 2011 – Provenienza dei fondi

Ce lo chiede l’Europa. E, sulla base di questo assunto, tagliamo senza pietà i diritti sociali dei lavoratori. L’Europa, questo gigante morale. In questi giorni di trattative sotterranee e meno sotterranee, è emerso che il bilancio dell’Unione Europea dell’anno in corso ha in qualche modo prodotto un buco, un deficit, una voragine di nove miliardi di euro. Denaro che deve essere fornito dai paesi membri in quanto l’Unione deve portare a termine i progetti formativi e infrastrutturali. Sono i cosiddetti fondi per la ricerca e fondi sociali, i fondi per l’agricoltura, nonché l’amatissimo Erasmus, a non avere più copertura. Ad ottobre, l’UE aveva già speso una cifra pari all’88% del bilancio per il 2012. David Cameron è stato oggi in visita a Roma a Palazzo Chigi. La sua posizione è irremovibile: “E’ arrivato il momento di avere un maggiore controllo sulla spesa. Non possiamo piu’ permetterci di aumentare il bilancio, l’Europa deve imparare a vivere coi i suoi mezzi”. Monti ha ribadito che le distanze con il Regno Unito sulle modalità di colmare il disavanzo. La conciliazione è di fatto fallita. Le resistenze di Cameron sono rivolte anche e soprattutto sul prossimo settennato. Nel mirino di Cameron sono le politiche agricole, che premiano soprattutto l’Est Europa. Una vecchia storia che ricorda le battaglie di Margaret Tatcher. Sua la famosa esclamazione: “I want my money back”, voglio i miei soldi indietro. La Gran Bretagna ha minacciato di porre il veto se non sarà accolta la sua richiesta di congelare il livello delle spese in termini reali.

Ora la Commissione e il Parlamento hanno tre settimane di tempo per ricucire lo strappo nel Consiglio. La Commissione Ue preparerà due nuovi progetti, certamente dopo il vertice straordinario dei capi di stato e di governo Ue del 22-23 novembre. Sarà scorporato il piano per l’estensione del bilancio 2012 dal Progetto di Bilancio 2014-2020. Per fare un esempio, sulla crescita economica, la Commissione propone di stanziare 376 miliardi di euro a favore degli strumenti della politica di coesione, suddividendo tale importo tra i diversi settori interessati:

Ricerca e innovazione; Infrastrutture e energia; PAC;

  • 162,6 miliardi di euro per le regioni dell’obiettivo di convergenza;
  • 38,9 miliardi di euro per le regioni in transizione;
  • 53,1 miliardi di euro per le regioni dell’obiettivo di competitività;
  • 11,7 miliardi di euro per la cooperazione territoriale;
  • 68,7 miliardi di euro per il Fondo di coesione.
  • 9,1 miliardi di euro per l’energia;
  • 31,6 miliardi di euro per i trasporti;
  • 9,1 miliardi di euro per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC);
  • 281,8 miliardi di euro a favore del primo pilastro della PAC;
  • 89,9 miliardi di euro a favore dello sviluppo rurale;
  • 4,5 miliardi di euro per la ricerca e l’innovazione;
  • 2,2 miliardi di euro per la sicurezza alimentare;
  • 2,5 miliardi di euro per gli aiuti alimentari;
  • 3,5 miliardi di euro per una nuova riserva per crisi eventuale nel settore agricolo;
  • fino a 2,5 miliardi di euro per il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione.

L’Italia è il terzo contributore netto dell’Unione e il primo per saldo netto negativo in termini relativi (0,38% del Pil). Però sono gli agricoltori di Lituania, Lettonia e Estonia ad aver annunciato annunciato una marcia su Bruxelles per protestare contro il sistema di finanziamento delle agricolture che loro ritengono “discriminatorio”. Nel nostro paese, se ce lo chiede l’Europa, siamo pronti anche a rinunciare a qualsiasi contributo.

La crisi dell’Euro usata per demolire lo Stato sociale

English: Paul Krugman at the 2010 Brooklyn Boo...

English: Paul Krugman at the 2010 Brooklyn Book Festival. (Photo credit: Wikipedia)

Signori, questa è la stessa strategia seguita dal Fondo Monetario Internazionale. Il FMI risponde a logiche ultraliberiste dettate dagli Stati Uniti d’America, che ne è il principale azionista. E’ così che fanno: cancellano i diritti acquisiti per aprire i mercati alle loro corporations. E’ colonialismo. O imperialismo che dir si voglia. Viene da credere seriamente al fatto che il sud Europa liberalizzato sia un toccasana per le aziende tedesche ed olandesi. Un’ottima area entro la quale produrre a minor costo e rivendere – il tutto seduti comodamente al centro del mercato unico. Che ve ne pare? Con questo non si vuol negare che i bilanci pubblici dei cosiddetti PIIGS fossero alquanto malmessi. In realtà, se volete, la crisi finanziaria del dopo Lehman ha spaventato i fautori della new economy. E la crisi dell’euro è lo strumento più utile per rivedere i propri assets finanziari e trasformarli in comode attività manufatturiere “fuori porta”.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/giovine-europa-now/cittadini-non-sudditi#ixzz221D9Lv00

Ora lo dice anche Paul Krugman:

L’AGENDA DELL’AUSTERITY

“Il tempo giusto per le misure di austerità è durante un boom, non durante la depressione”. Questo dichiarava John Maynard Keynes 75 anni fa, ed aveva ragione. Anche in presenza di un problema di deficit a lungo termine (e chi non ce l’ha?), tagliare le spese quando l’economia è profondamente depressa è una strategia di auto-sconfitta, perché non fa altro che ingrandire la depressione.

Allora come mai la Gran Bretagna (e l’Italia, la Grecia, la Spagna, ecc. NDR) sta facendo esattamente quello che non dovrebbe fare? Al contrario di paesi come la Spagna, o la California, il governo britannico può indebitarsi liberamente, a tassi storicamente bassi. Allora come mai sta riducendo drasticamente gli investimenti, ed eliminando centinaia di migliaia di lavori nel settore pubblico, invece di aspettare che l’economia recuperi?

Nei giorni scorsi, ho fatto questa domanda a vari sostenitori del governo del primo ministro David Cameron. A volte in privato, a volte in TV. Tutte queste conversazioni hanno seguito la stessa parabola: sono cominciate con una metafora sbagliata, e sono terminate con la rivelazione di motivi ulteriori (alla ripresa economica NDR).

La cattiva metafora – che avrete sicuramente ascoltato molte volte – equipara i problemi di debito di un’economia nazionale, a quelli di una famiglia individuale. La storia, pressappoco è questa: Una famiglia che ha fatto troppi debiti deve stringere la cinghia, ed allo stesso modo, se la Gran Bretagna ha accumulato troppi debiti – cosa che ha fatto, anche se per la maggior parte si tratta di debito privato e non pubblico – dovrebbe fare altrettanto!

Cosa c’è di sbagliato in questo paragone?

La risposta è che un’economia non è come una famiglia indebitata. Il nostro debito è composto in maggioranza di soldi che ci dobbiamo l’un l’altro; cosa ancora più importante: il nostro reddito viene principalmente dal venderci cose a vicenda. La tua spesa è il mio introito, e la mia spesa è il tuo introito.

E allora cosa succede quando tutti, simultaneamente, diminuiscono le proprie spese nel tentativo di pagare il debito? La risposta è che il reddito di tutti cala – il mio perché tu spendi meno, il tuo perché io spendo meno.- E mentre il nostro reddito cala, il nostro problema di debito peggiora, non migliora.

Questo meccanismo non è di recente comprensione. Il grande economista americano Irving Fisher spiegò già tutto nel lontano 1933, e descrisse sommariamente quello che lui chiamava “deflazione da debito” con lo slogan:”Più i debitori pagano, più aumenta il debito”. Gli eventi recenti, e soprattutto la spirale di morte da austerity in Europa, illustrano drammaticamente la veridicità del pensiero di Fisher.

Questa storia ha una morale ben chiara: quando il settore privato sta cercando disperatamente di diminuire il debito, il settore pubblico dovrebbe fare l’opposto, spendendo proprio quando il settore privato non vuole, o non può. Per carità, una volta che l’economia avrà recuperato si dovrà sicuramente pensare al pareggio di bilancio, ma non ora. Il momento giusto per l’austerity è il boom, non la depressione.

Come ho già detto, non si tratta di una novità. Allora come mai così tanti politici insistono con misure di austerity durante la depressione? E come mai non cambiano piani, anche se l’esperienza diretta conferma le lezioni di teoria e della storia?

Beh, qui è dove le cose si fanno interessanti. Infatti, quando gli “austeri” vengono pressati sulla fallacità della loro metafora, quasi sempre ripiegano su asserzioni del tipo: “Ma è essenziale ridurre la grandezza dello Stato”.

Queste asserzioni spesso vengono accompagnate da affermazioni che la crisi stessa dimostra il bisogno di ridurre il settore pubblico. Ciò e manifestamente falso. Basta guardare la lista delle nazioni che stanno affrontando meglio la crisi. In cima alla lista troviamo nazioni con grandissimi settori pubblici, come la Svezia e l’Austria.

Invece, se guardiamo alle nazioni così ammirate dai conservatori prima della crisi, troveremo che George Osborne, ministro dello scacchiere britannico e principale architetto delle attuali politiche economiche inglesi, descriveva l’Irlanda come “un fulgido esempio del possibile”. Allo stesso modo l’istituto CATO (think tank libertario americano) tesseva le lodi del basso livello di tassazione in Islanda, sperando che le altre nazioni industriali “imparino dal successo islandese”.

Dunque, la corsa all’austerity in Gran Bretagna, in realtà non ha nulla a che vedere col debito e con il deficit; si tratta dell’uso del panico da deficit come scusa per smantellare i programmi sociali. Naturalmente, la stessa cosa sta succedendo negli Stati Uniti.

In tutta onestà occorre ammettere che i conservatori inglesi non sono gretti come le loro controparti americane. Non ragliano contro i mali del deficit nello stesso respiro con cui chiedono enormi tagli alle tasse dei ricchi (anche se il governo Cameron ha tagliato l’aliquota più alta in maniera significativa). E generalmente sembrano meno determinati della destra americana ad aiutare i ricchi ed a punire i poveri. Comunque, la direzione delle loro politiche è la stessa, e fondamentalmente mentono alla stessa maniera con i loro richiami all’austerity.

Ora, la grande domanda è se il fallimento evidente delle politiche di austerità porterà alla formulazione di un “piano B”. Forse. La mia previsione è che se anche venissero annunciati piani di rilancio, si tratterà per lo più di aria fritta. Poiché il recupero dell’economia non è mai stato l’obiettivo; la spinta all’austerity è per usare la crisi, non per risolverla. E lo è tutt’ora.

Paul Krugman

via @violapost

Qui l’articolo originale

Rossella Urru, ucciso un intermediario. E nel nord del Mali infuria la guerra dei Tuareg

Nonostante il silenzio stampa, che in questo caso mi sento di non dover rispettare, emergono altre scarne notizie circa la sorte della cooperante italiana Rossella Urru, rapita in Algeria insieme a tre colleghi spagnoli da Al-Qaeda. Il giornale algerino al Khabar afferma che lo sceicco Bahla Ag Nouh, uno dei più importanti negoziatori nelle diverse trattative per la liberazione di ostaggi occidentali nel Sahel, è stato ucciso nel Mali. L’uccisione dello sceicco sarebbe conseguenza del fallito blitz delle forze militari inglesi per la liberazione di Chris McManus e di Franco Lamolinara. L’uomo sarebbe stato ucciso insieme ad altri tre, probabilmente uomini della sua scorta, in un’imboscata in una strada tangenziale di collegamento tra le città di Onafis e Taodney, nel centro del Mali.

Intanto la situazione nel nord del Mali, là dove si fronteggiano le truppe del governo maliano e i ribelli Tuareg, e soprattutto dove è probabile che Al Qaeda tenga ostaggio Rossella Urru, sta precipitando. La base militare di , a , nel nord del , sarebbe nelle mani dei ribelli del Movimento nazionale per la liberazione dell’ (). Sahara Media ne dà conferma citando le parole del ministro della difesa maliano. Il comandante operativo alla base del Tsalit ha deciso di evacuare la base militare temporaneamente, al fine di preservare la vita di più di 1500 civili che vi avevano trovato rifugio.

La base era circondata da settimane e il suo controllo è considerato strategico da parte dell’Mnla per via di un aeroporto e perché aprirebbe le strade a un’offensiva contro Kidal, uno dei principali centri dell’Azawad, la regione settentrionale del Mali (Atlas).

Il Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad è fondamentalmente composto di tribù Tuareg e di ex combattenti libici pro-Gheddafi. La situazione umanitaria nella zona è definita preoccupante. C’è chi parla di un forte sostegno dell’intelligence francese nelle operazioni del MNLA. Il Movimento ha un sito internet in cui si possono leggere i comunicati ufficiali. Nella home page in queste ore campeggiano i titoli trionfalistici sulla liberazione di Tessalit. Il gruppo del MNLA non è certamente da annoverarsi fra le formazioni affiliate ad Al-Qaeda. Fra due mesi il Mali andrà ad elezioni presidenziali.

La caduta di Muammar Gheddafi è un tassello importante per la costituzione dell’Mnla. Centinaia di tuareg che si erano arruolati nell’esercito libico sono ritornati in patria, fra loro anche gli “irriducibili”, capitanati da Ibrahim Ag-Bahanga (scomparso in un incidente d’auto lo scorso 26 agosto), che non avevano accettato l’ultimo accordo di pace con il governo di Bamako, firmato ad Algeri nel luglio 2006. Gli ex militari si sono uniti ai giovani del Movimento nazionale dell’Azawad (Mna, formatosi nell’ottobre 2010): intellettuali, militanti politici, blogger alla ricerca di un avvenire per il loro popolo. Dalla fusione di diverse anime, il 16 ottobre 2011 è nato l’Mnla. Con un obiettivo ben preciso: l’indipendenza dell’Azawad, la vasta fascia desertica a nord del fiume Niger, che comprende le regioni di Gao, Kidal e Timbuctu, abitate dal popolo tamasheq e dalle etnie songhai, peul, bozo, mauri (nigrizia.it).

Il movimento è quindi definibile come politico e militare, volto all’autodeterminazione dell’area, sottoposta al giogo del governo di Bamako e di funzionari di etnia bambara. Non è nemmeno lontanamente paragonabile a movimenti politici teologici che propagandano la Jihad. Bilal Ag-Chérif, segretario generale dell’Mnla, “nega categoricamente ogni contatto con l’Aqmi” (Al-Qaeda nel Maghreb islamico), il gruppo terroristico che ha rapito Rossella. Secondo MNLA, il governo di Bamako strumentalizza la presenza di Al-Qaeda nel nord del paese per richiedere forniture militari all’estero, nella cornice della lotta internazionale al terrore iniziata nel 2001. Ma il governo maliano non ha mai veramente combattuto Aqmi. Ha invece dirottato gli aiuti ricevuti nelle repressioni delle minoranze tuareg. Il Mali è uno dei paesi beneficiari del progetto ‘ Africom’, il complesso di aiuti militari che gli USA di Barack Obama hanno ‘democraticamente’ dirottato sul continente africano per combattere Al-Qaeda.