Analisi dell’attività legislativa del Parlamento Italiano – anni 1996-2013

Dati Senato.it http://www.senato.it/leg/16/BGT/Schede/Statistiche/index.html

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#Impeachment Napolitano | Fine del Movimento 5 Stelle

La doppia escalation della virulenta pratica parlamentare dell’ostruzionismo, sommata alla presentazione della Messa in Stato d’Accusa contro Giorgio Napolitano, segnano la fine del Movimento 5 Stelle come lo avevamo conosciuto. Già, perché il M5S doveva riportare la politica alla dimensione collettiva della partecipazione e pertanto rimettere al centro i problemi del vivere comune: l’ambiente, la gestione del suolo, la lotta alla criminalità organizzata, i beni pubblici, l’acqua, le fonti energetiche, e via discorrendo. Ora troviamo un gruppo di parlamentari che ogni santo giorno di questa XVII Legislatura combatte una guerra verbale e finanche fisica, una guerra di parole fuori posto, esagerate e offensive, che hanno sì l’effetto di bucare il sistema comunicativo e di farlo impazzire guadagnando una visibilità sconosciuta, ma anche quello di svilire pesantemente la propria iniziativa politica.

In questo contesto, il documento della Messa in Stato d’Accusa di Napolitano segna il discrimine fra razionalità e irrazionalità del Movimento. E’ il documento con il quale i 5 Stelle dimostrano di aver perso di vista il mondo reale e si fanno controparte di una classe politica impedita a vedere oltre la siepe delle battaglie di Palazzo. Le accuse contro Napolitano hanno il difetto di essere inconsistenti, a tratti errate, poggianti su mere considerazioni o, peggio, su ricostruzioni giornalistiche non verificabili. La lettura del documento vi lascerà esterrefatti, tante sono le inesattezze e le forzature. E sarete permeati dall’idea che esso sia stato presentato al solo fine di giustificare i prodotti della comunicazione politica, vale a dire i filmati esplicativi molto aggressivi e i post del blog, studiati con l’intenzione di narrare il sospetto, il complotto. Il documento non vale nulla (o quasi), eppure diventa una arma formidabile nella produzione del consenso verso il Movimento 5 Stelle. Napolitano è al secondo mandato presidenziale, fatto quantomeno irrituale nel nostro ordinamento. Lo abbiamo scritto anche su questo blog. Ma Napolitano ha operato in una certa fase della politica italiana, quella dei giorni delle dimissioni di Berlusconi e del rischio di commissariamento da parte di Bruxelles. Gli si potrà rimproverare tutto, da un punto di vista politico. L’operazione dei 5 Stelle tenta di trasformare un giudizio politico in giudizio tecnico-costituzionale: un rischio, tanto più che il dibattimento avverrà in Parlamento, laddove i 5 Stelle sono una minoranza auto-balcanizzatasi, isolata nel proprio circuito di autoreferenzialità.

Le accuse. Analizzo qui di seguito alcuni dei capi d’accusa sollevati contro il Presidente.

1. Espropriazione della funzione legislativa del Parlamento e abuso della decretazione d’urgenza: i 5 Stelle accusano il Presidente Napolitano di aver favorito questa deriva. Va da sé che il Capo dello Stato non ha potere di influenzare questa tendenza (il potere di rinvio è limitato): ma Napolitano si è più volte espresso con messaggi contro l’abuso della decretazione d’urgenza, come lo scorso Agosto 2012 quando, durante la discussione del decreto sulla Spending Review, scrisse al governo Monti ricordando che “il costante ricorso alla decretazione d’urgenza e alla posizione di questioni di fiducia è prassi non ammessa dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale che definisce questa evenienza come un uso improprio, da parte del Parlamento” (infooggi.it). Non è quindi razionale accusare Napolitano di una prassi adottata dal Parlamento, specie quando la medesima prassi è stata più volte denunciata da lui stesso.

3. Mancato esercizio del potere di rinvio presidenziale: per sostenere questa accusa, il perimetro dei provvedimenti analizzati è ristretto ad alcuni atti dei governi Berlusconi dichiarati poi incostituzionali, totalmente o parzialmente, dalla Corte Costituzionale. Napolitano avrebbe la colpa grave di aver promulgato leggi incostituzionali. Ma i 5 Stelle qui confondono quello che Stefano Ceccanti chiama ‘controllo preventivo e astratto’, proprio perché agisce quando la legge non è ancora applicata e quindi ancora non esiste alcune fattispecie concreta che possa mettere in luce l’incostituzionalità. Fra l’altro, il potere di rinvio non si configura come un vero e proprio controllo preventivo, dal momento che il Capo dello Stato non può sollevare la pregiudiziale in seno alla Consulta, ma può solamente rinviare il provvedimento alle Camere con un messaggio di motivazione, e per giunta respingendolo una sola volta. Tuttavia, nel corso del suo primo mandato, Napolitano ha esercitato questo potere in talune circostanze, fra le quali figura il rinvio alle Camere del Decreto Milleproroghe, nel Febbraio 2011, poiché le norme che introduceva “per la loro ampiezza e eterogeneità” si ponevano “in contrasto con la Costituzione”. Quindi Napolitano agiva contro un decreto omnibus, proprio ciò che oggi i 5 Stelle indicano come capo d’accusa contro lo stesso Presidente.

2. Riforme della Costituzione e della legge elettorale: qui si accusa il Presidente di aver “incalzato e sollecitato” il Parlamento all’approvazione della riforma dell’articolo 138. Come ben saprete, la riforma del 138 è naufragata con le Larghe-Larghe intese, ed era forse ben chiaro a tutti i parlamentari che la medesima non sarebbe mai stata approvata. Non solo, ma come abbiamo più volte scritto su questo blog, la surreale riforma del 138 prevedeva l’istituzione del Comitato dei Quaranta che a sua volta avrebbe dovuto seguire una speciale procedura per l’approvazione di altre ulteriori imprecisate riforme costituzionali, tutte egualmente sottoponibili a referendum popolari. Curioso che il potere prevaricante di Napolitano abbia prodotto questo (cioè il nulla). Secondo i 5 Stelle, il Napolitano Presidenzialista – come giustamente rileva Stefano Ceccanti – sarebbe colpevole di una riforma che non è mai stata approvata. Paradossale, non è vero?

Tralascio la questione delle intromissioni nelle indagini correlate al processo sulla Trattativa Stato-mafia, sul quale vi è una pronuncia della Consulta che ha dato ragione a Napolitano (sentenza n. 1/2013); sul potere di attribuire la grazia posso aggiungere che il Presidente, in tale decisione, può essere motivato anche da ragioni politiche:

Il Legislatore, predisponendo il testo del Codice di procedura penale del 1988 ha regolato all’art. 681 i provvedimenti relativi alla grazia, rammentando che essa “assolve una funzione correttivo-equitativa dei rigori della legge, ma ha anche, e sempre più, il ruolo di strumento di risocializzazione alla luce dei risultati del trattamento rieducativo” (cfr relazione al progetto preliminare), pur non senza dimenticare “le altre e diverse funzioni, di rilievo anche politico”, proprie dell’istituto (cfr. relazione al progetto definitivo) –  di Roberto QuintavalleCassazione Penale, Anno XLI Fasc 11 – 2001.

Di fatto, tali erano le decisioni nei casi citati, vale a dire la clemenza verso il giornalista Sallusti e quella erogata a Joseph L. Romano, colonnello USA, che ai tempi della extraordinary rendition contro Abu Omar, nel 2003, era responsabile statunitense della sicurezza della base di Aviano, dove sostò l’aereo che portò l’ex imam in Germania e da lì in Egitto. Entrambi i provvedimenti di clemenza sono motivati da ragioni di opportunità politica, specie il secondo caso, in grado – in potenza – di far esplodere una crisi diplomatica con gli USA.

In ultima analisi, è curioso che, a parte il caso citato della riforma del 138 (la rielezione non è un atto del Presidente), tutti gli altri atti contestati risalgono al precedente settennato. Va da sé che, se Napolitano non fosse stato rieletto, tali accuse non sarebbero mai state formulate né formalizzate. Aspetto già sufficiente a capire la natura artificiosa di codesta operazione.

Il testo dell’impeachment.

Incostituzionale non il nucleare ma la procedura d’urgenza. Fine ultima di Protezione Civile spa

Sembrava la notizia del giorno: la Consulta blocca la legge sul Nucleare. E invece no. Ne ha parlato per primo il blog di Alessandro Tauro, nel silenzio generale. La Corte Costituzionale, con la sentenza 215/2010, ha cassato l’art. 4 del decreto legge 78/2009 – cosiddetto ‘anticrisi’ – convertito con modificazioni dalla legge 102/2009: ergo, il Nucleare non si fa. Ma il decreto anticrisi all’art. 4 si limitava a istituire una procedura emergenziale per opere urgenti, con la creazione della figura di un Commissario Straordinario “con poteri esclusivi e totali in tema di nuovi impianti energetici”. Formula volutamente generica. Secondo Tauro, la medesima procedura sarebbe contenuta nel decreto che sancisce il ritorno del Nucleare in Italia, ovvero il DL. 31/2010, all’art. 11 c. 5 e 6:

5. Il Ministro dello sviluppo economico, entro trenta giorni, sottopone ciascuno dei siti certificati all’intesa della Regione interessata, che si esprime previa acquisizione del parere del comune interessato.

6. In caso di mancata definizione dell’intesa di cui al comma 5 entro il termine di sessanta giorni dal ricevimento della richiesta dell’intesa stessa, si provvede entro i trenta giorni successivi alla costituzione di un Comitato interistituzionale, i cui componenti sono designati in modo da assicurare una composizione paritaria, rispettivamente, dal Ministero dello sviluppo economico, dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, da un lato, e dalla Regione, dall’altro, che assicura la presenza di un rappresentante del comune interessato. Le modalita’ di funzionamento del Comitato interistituzionale sono stabilite con decreto del Ministro dello sviluppo economico, previo parere della Conferenza unificata da esprimere entro trenta giorni dalla richiesta del parere stesso; il Comitato opera senza corresponsione di compensi o emolumenti a favore dei componenti. Ove non si riesca a costituire il Comitato interistituzionale, ovvero non si pervenga ancora alla definizione dell’intesa entro i sessanta giorni successivi alla costituzione del Comitato, si provvede all’intesa con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, integrato con la partecipazione del presidente della Regione interessata.

Il comma 6 prevede la costituzione di un Comitato interistituzionale, una sorta di comitato di conciliazione fra governo centrale e regionale, che provveda esso stesso alla composizione dell’accordo. In questa fase, sia chiaro, non si discute se stabilire un impianto nucleare, bensì della scelta del sito. La Regione non interviene nella decisione di aprire un impianto nucleare: interviene solo nella fase di approvazione del sito. Approvazione e non negazione. Di fatto, la procedura, qualora il Comitato fallisse nella sua formazione, prevede una riserva ultima, che è quella della decretazione d’urgenza, con la partecipazione al CdM del presidente di Regione interessato. Si capisce che tale partecipazione è meramente simbolica. Il Comitato deve solo provvedere a metter d’accordo governo e regione sulla scelta del sito. La sua costituzione è garanzia che un sito verrà comunque scelto. I suoi componenti opereranno sulla base di una deicsione irriversibile: l’apertura di un impianto di produzione di energia nuclare in quella regione. La Regione – in questa scelta – è completamente esautorata.

Come si inserisce la sentenza 215/2010, che interviene sulle procedure d’emergenza istituite con il DL. 78/2009, in questo quadro normativo? Semplicemente non si inserisce. E questo per due motivi:

  1. con le norme di cui all’art. 4 DL. 78/2009, si procede a un vero e proprio spostamento di competenze dalla periferia al centro ‘in caso d’urgenza’ solo per interventi inerenti al trasporto e alla distribuzione di energia:  “la disposizione richiede la necessità dell’intesa con la Regione solo per l’individuazione degli interventi relativi alla produzione e non anche per quelli concernenti il trasporto e la distribuzione” (Corte costituzionale, sentenza 215/2010);
  2. la norma in sé non espropria le Regioni della competenza nella realizzazione degli interventi, bensì della scelta della tipologia di impianto – nucleare o rinnovabile? – e tende al superamento del contrasto in fase di decisione del sito. Tali aspetti saranno oggetto di ulteriore pronuncia della Consulta sul ricorso presentato da dieci (prima di Cota alla presidenza del Piemonte, erano undici) regioni contro il DL. 31/2010.

Ma l’effetto più importante della sentenza CC. 215/2010 resta la fissazione di due importanti principi in tema di opere urgenti:

  • “ogni motivo d’urgenza dovrebbe comportare l’assunzione diretta, da parte dello Stato, della realizzazione delle opere medesime” mentre “la disposizione impugnata stabilisce che gli interventi da essa previsti debbano essere realizzati con capitale interamente o prevalentemente privato, che per sua natura è aleatorio“; ne consegue che “la previsione, secondo cui la realizzazione degli interventi è affidata ai privati, rende l’intervento legislativo statale anche sproporzionato”, essendo la disponibilità del capitale privato per definizione non garantita (CC. 215/2010, cit.);
  • “le presunte ragioni dell’urgenza non sono tali da rendere certo che sia lo stesso Stato, per esigenze di esercizio unitario, a doversi occupare dell’esecuzione immediata delle opere, non c’è motivo di sottrarre alle Regioni la competenza nella realizzazione degli interventi” (ibidem).

Queste quattro righe sono la pietra tombale alla formula delle opere d’urgenza che doveva prender forma nella Protezione Civile s.p.a. Con tanti cari saluti alla cricca.

Ne parlano:

5. Il Ministro  dello  sviluppo  economico,  entro  trenta  giorni,
sottopone ciascuno dei  siti  certificati  all'intesa  della  Regione
interessata, che si esprime previa acquisizione del parere del comune
interessato.
  6. In caso di mancata definizione dell'intesa di  cui  al  comma  5
entro il termine di sessanta giorni dal ricevimento  della  richiesta
dell'intesa stessa, si provvede entro i trenta giorni successivi alla
costituzione di un Comitato interistituzionale, i cui componenti sono
designati  in  modo  da  assicurare   una   composizione   paritaria,
rispettivamente,  dal  Ministero  dello   sviluppo   economico,   dal
Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e  del  mare  e
dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti,  da  un  lato,  e
dalla  Regione,  dall'altro,  che  assicura   la   presenza   di   un
rappresentante del comune interessato. Le modalita' di  funzionamento
del  Comitato  interistituzionale  sono  stabilite  con  decreto  del
Ministro dello sviluppo economico,  previo  parere  della  Conferenza
unificata da esprimere entro trenta giorni dalla richiesta del parere
stesso;  il  Comitato  opera  senza  corresponsione  di  compensi   o
emolumenti a favore dei componenti. Ove non si riesca a costituire il
Comitato interistituzionale,  ovvero  non  si  pervenga  ancora  alla
definizione dell'intesa  entro  i  sessanta  giorni  successivi  alla
costituzione del Comitato, si provvede  all'intesa  con  decreto  del
Presidente della Repubblica, previa deliberazione del  Consiglio  dei
Ministri,  integrato  con  la  partecipazione  del  presidente  della
Regione interessata.