Il decreto Alfano anti-scarcerazioni e le motivazioni della Corte di Cassazione.

Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il Decreto anti-scarcerazioni, l’atto del governo che evita l’annullamento di 338 processi di mafia a causa di una norma della legge ex Cirielli interpretata dalla Corte di Cassazione nel senso del passaggio di competenza dei processi di mafia dai Tribunali alle Corti di Assise. Secondo il Guardasigilli Angelino Alfano con questo decreto si è “posto rimedio a un errore compiuto non dal legislatore ma di chi ha interpretato la norma”. L’art. 2 del predetto Decreto – n. 10/2010 – introduce la deroga per cui “i processi in corso riguardanti reati di associazione mafiosa, comunque aggravata, resteranno di competenza dei Tribunali”, mentre all’art. 1 si provvede alla attribuzione a regime dei delitti di 416 bis esplicitamente ai Tribunali, annullando quindi la possibilità di diversa interpretazione (fonte: Arriva il decreto anti-scarcerazioni – LASTAMPA.it).

Vediamo però perché Alfano mente sulla responsabilità della diversa interpretazione giudiziale. Alfano parla di errore da parte della Corte di Cassazione. Ma il giudice è stato altresì abbastanza chiaro su come e quando si sia generata la fattispecie e perché:

Ciò premesso, deve, anzi tutto, osservarsi che la questione, ruotante – come si diceva – attorno a dette disposizioni, ha origine recente. Essa è nata allorquando la pena, per l’ipotesi aggravata di associazione armata di cui al quarto comma dell’articolo 416-bis c.p., è stata fissata, ad opera dell’articolo 1 della legge 5 dicembre 2005, n. 251, nella reclusione da sette a quindici anni, per i partecipi, e da dieci a ventiquattro anni, per promotori, direttori e organizzatori (il minimo edittale della pena è stato, poi, ulteriormente aumentato, nei termini indicati — v. supra dalla legge 24 luglio 2008, n. 125). […] E’, dunque, dall’8 dicembre 2005, data di entrata in vigore della menzionata legge n. 251, che il reato, aggravato nei termini visti (e tenuto conto delle regole di cui all’articolo 4 c.p.p.), é diventato -secondo quanto afferma il Tribunale di Catania – di competenza della corte di assise (per “connessione” o “collegamento” con riguardo ai meri partecipi).

Il giudice è chiaro: la questione non sussisteva sino all’aggravio di pena introdotto con la legge 251/2005, la legge ex Cirielli. Ovvero, l’aggravio di pena per i promotori e gli organizzatori di associazione per delinquere armata. Reato di gravità sociale elevata, si disse. Il mutamento della competenza costituisce effetto riflesso della modifica della norma penale: se l’attribuzione art. 5 comma 1, lett. a, cpp, è determinata dalla entità della pena edittale, la sua modifica è modifica della competenza:

Nel caso di successione di leggi penali più severe, qualora la permanenza si protragga sotto il vigore della nuova legge, è questa soltanto che deve trovare applicazione […] è, pertanto, da escludere, in assenza di disposizioni transitorie, che la competenza[…] continui ad appartenere al tribunale; non è applicabile, in altre parole, nel caso in esame il principio che questa Corte ha affermato (cfr. Cass. I 18 novembre 1996, Confi, comp. in proc. Giansante, RV 206255) in materia di falsa testimonianza per i fatti commessi prima dell’entrata in vigore della disposizione che aveva elevato la pena massima di cui all’articolo 372 c.p., determinando lo spostamento della competenza dal pretore al tribunale.

In definitiva, il reato di associazione mafiosa – nella fattispecie presa in esame dalla Corte – perdura oltre la data dell’entrata in vigore della ex Cirielli (aggravio di pena), ovvero la condotta non è messa in atto ed estinta prima della nuova legge, bensì persiste, continua a sussistere; pertanto, è la nuova legge a trovare applicazione , a discapito del principio della irretroattività.

Sentenza n. 4964 ud. 21/01/2010 – deposito del 08/02/2010