Ancora sull’incandidabilità di Berlusconi e la decadenza da senatore

Il consiglio di Stato, con la sentenza n. 695/2013, ha – come riferisce Vito Crimi su Facebook – messo “una pietra sopra” alla teoria della inapplicabilità del decreto Monti (n. 253/2012) alla fattispecie berlusconiana (la cosiddetta “linea Guzzetta” che farebbe leva sullo jus superveniens e l’irretroattività delle leggi). La sentenza è datata 06/02/2013 e riferisce al caso di Marcello Miniscalco, candidato nella lista regionale del candidato Presidente Paolo Di Laura Frattura per l’elezione del Presidente della Giunta Regionale e del Consiglio Regionale del Molise, avvenuta nei fatidici giorni 24 e 25 febbraio 2013. il ricorso di Miniscalco era rivolto contro la decisione dell’Ufficio Centrale Regionale con la quale – cito dal testo della sentenza –  “è stata disposta la cancellazione del nominativo del candidato Miniscalco Marcello dalla lista regionale a supporto del candidato Presidente Paolo Di Laura Frattura”.

Miniscalco fu condannato nel 2001 per abuso d’ufficio. Sentenza definitiva ma, per la durata della condanna, rientra nella casistica prevista dal decreto legislativo 253/2012. L’Ufficio Centrale Regionale ha correttamente applicato la legge e il 28 Gennaio, un mese prima del voto, mise Miniscalco fuori partita.

Il ricorrente sosteneva:

  1. che “la normativa inibitoria di cui al citato D.Lgs. n. 235/2012 sarebbe applicabile solo con riferimento alle sentenze successive alla sua entrata in vigore”;
  2. che il provvedimento avesse profili di incostituzionalità.

Il Consiglio di Stato ha smentito il Miniscalco, per due ordini di ragioni:

  1. fine primario perseguito è quello di allontanare dallo svolgimento del rilevante munus pubblico i soggetti la cui radicale inidoneità sia conclamata da irrevocabili pronunzie di giustizia. In questo quadro la condanna penale irrevocabile è presa in considerazione come mero presupposto oggettivo cui è ricollegato un giudizio di “indegnità morale” a ricoprire determinate cariche elettive […]; ’applicazione della richiamata disciplina ai procedimenti elettorali successivi alla sua entrata in vigore, pur se con riferimento a requisiti soggettivi collegati a fatti storici precedenti, non dà la stura ad una situazione di retroattività ma costituisce applicazione del principio generale tempus regit actum che impone, in assenza di deroghe, l’applicazione della normativa sostanziale vigente al momento dell’esercizio del potere amministrativo;
  2. l’art. 16, comma primo, del decreto legislativo n. 235/2012, in deroga al regime che sarebbe stato altrimenti applicabile in ossequio all’art. 11 cit. delle preleggi, esclude la rilevanza ostativa delle sole sentenze di patteggiamento anteriori alla data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 235/2012;
  3. non appare irragionevole l’incandidabilità di chi abbia riportato una condanna precedente all’entrata in vigore dello jus superveniens : costituisce, infatti, frutto di una scelta discrezionale del legislatore, certamente non irrazionale, l’aver attribuito all’elemento della condanna irrevocabile per determinati reati una rilevanza così intensa, sul piano del giudizio di indegnità morale del soggetto, da esigere, al fine del miglior perseguimento delle richiamate finalità di rilievo costituzionale della legge in esame – connesse ai valori dell’imparzialità, del buon andamento dell’amministrazione e del prestigio delle cariche elettive – l’incidenza negativa sulle procedure successive anche con riguardo alle sentenze di condanna anteriori alla data di entrata in vigore della legge stessa (così Corte Cost., sent. n. 118/1994 cit.) – sentenza 695/2013 Consiglio di Stato.

Tornando al caso di Berlusconi:

  • la sentenza definitiva è sopraggiunta in data posteriore all’entrata in vigore del decreto legislativo 253/2012 – vi ricordo il comma 1 dell’articolo 1 del decreto Monti: “Non possono essere candidati e non possono comunque ricoprire”, equivale a dire che l’eletto, se condannato definitivamente, decade dalla sua funzione;
  • le elezioni politiche di Febbraio si sono svolte quando la disciplina sull’incandidabilità dei condannati era già in vigore.

Non credo ci sia altro da aggiungere.

 

Ius superveniens [diritto o legge successiva] (teoria gen.)
Espressione adoperata in relazione al fenomeno della successione delle leggi nel tempo.
Il principale problema posto dallo (—) è quello relativo alla normativa applicabile ai rapporti giuridici nati nel vigore della vecchia normativa e destinati ad esaurirsi nell’ambito della normativa nuova. A tal proposito vige il principio dellairretroattività delle leggi, in forza del quale i rapporti sorti nel vigore della precedente normativa continuano ad essere da essa disciplinati (

Incandidabilità di Berlusconi, spunta la “linea Guzzetta”

Giovanni [Giuseppe nel testo] Guzzetta viene definito dal Giornale come un “giurista assai lontano dal Pdl”. Avrebbe partorito l’idea secondo la quale il decreto Monti, che stabilisce l’incandidabilità alla carica di deputato o di senatore per i condannati a pene maggiori di due anni non sarebbe applicabile alla fattispecie berlusconiana poiché le leggi “non sono retroattive” (ilgiornale.it). Il decreto Monti è stato, secondo il professore, il casus belli della sfiducia (solo minacciata) dichiarata da Alfano alle Camere lo scorso Dicembre, fatto che fece deflagrare la maggioranza che sosteneva il governo dei Tecnici.

Secondo l’autore dell’articolo sopra citato, che a sua volta interpreta il pensiero di Guzzetta, “è ben vero che il decreto stabilisce la decadenza automatica dalle cariche per i condannati: ma il decreto è dell’anno scorso mentre i reati del Cavaliere risalgono invece a dieci anni fa. E le leggi non possono essere retroattive”.

Una teoria più bislacca non s’è mai sentita e sono pronto a giurare che – consideratane l’assurdità – verrà fatta propria dai parlamentari del Pdl e impiegata come colonna d’appoggio per sostenere l’inapplicabilità del decreto Monti al momento della discussione in Senato. Secondo Guzzetta la legge non è retroattiva ma la medesima legge, a differenza di quanto scrivono sul Giornale, non parla di reati ma di condanne:

Art. 1

1. Non possono essere candidati e non possono comunque ricoprire la carica di deputato e di senatore:
a) coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione per i delitti, consumati o tentati, previsti dall’articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, del codice di procedura penale;
b) coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione per i delitti, consumati o tentati, previsti nel libro II, titolo II, capo I, del codice penale;
c) coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione, per delitti non colposi, consumati o tentati, per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni, determinata ai sensi dell’articolo 278 del codice di procedura penale (D. Lgs. 235/2012, Gazzetta Ufficiale).

Tutti voi, persino se siete lettori de Il Giornale, concorderete che la condanna definitiva è giunta almeno sei mesi dalla data di entrata in vigore del decreto Monti:

Art. 18  – Entrata in vigore
1. Le disposizioni del presente testo unico entrano in vigore il giorno successivo alla loro pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale  [05/01/2013] della Repubblica italiana.

Molto importante, infine, la durata di tale ‘divieto’ di candidarsi, che è contenuta nell’articolo 13:

Art. 13 – Durata dell’incandidabilità

1. L’incandidabilità alla carica di deputato, senatore e membro del Parlamento europeo spettante all’Italia, derivante da sentenza definitiva di condanna per i delitti indicati all’articolo 1, decorre dalla data del passaggio in giudicato della sentenza stessa ed ha effetto per un periodo corrispondente al doppio della durata della pena accessoria dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici comminata dal giudice [che nel caso di Berlusconi è da rideterminare ma non sarà superiore a tre anni]. In ogni caso l’incandidabilità, anche in assenza della pena accessoria, non e’ inferiore a sei anni.

Per la cronaca, il giurista ‘assai lontano’ dal Pdl, Giovanni (non Giuseppe) Guzzetta, è stato capo di Gabinetto, dal giugno 2011, del ministero della Funzione Pubblica del IV Governo Berlusconi, scelto – pensate – da Renato Brunetta (“Una scelta fatta in casa, quella di Brunetta, visto che Guzzetta dal maggio del 2010 è tra i consulenti del ministro”, Italia Oggi).

Guzzetta è noto per essere uno dei promotori dei referendum elettorali del 2009. E’ un costituzionalista ed è docente ordinario di Diritto pubblico presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Non sarà vicino al Pdl ma certamente è di estrazione liberale e cattolica. In gioventù, fu presidente del FUCI. Federazione Universitaria Cattolica Italiana. Nel 2010 ha fondato un movimento politico di stampo liberale, con il nome di ‘Scelgo l’Italia’ (wikipedia).

Nel 2012, insieme ad Arturo Parisi, si fece promotore di una petizione al Parlamento Italiano affinché fosse indetto un “referendum costituzionale sulla forma di governo” (ricordo che i referendum in Italia sono solo di tipo abrogativo). Secondo il giurista, “la crisi ha colpito di più l’Italia perché il suo sistema istituzionale è fatiscente. L’Italia non ha la più bella Costituzione del mondo”. L’iniziativa di un referendum propositivo sarebbe fattibile poiché “ci sono precedenti visto che la prima Repubblica è nata dal referendum su monarchia repubblica del 1946 e la seconda dal referendum del 1993 sul sistema elettorale maggioritario” (Comitato Referendum Elettorale). Evidentemente, l’ingegneria costituzionale di cui si fa portavoce, è la medesima che vorrebbe trasformare la nostra Repubblica da Parlamentare a Presidenziale. La medesima che, nel segreto del foro interiore, crede che vi sia un solo Presidente. E che una sentenza della Cassazione sia un atto contrario alla democrazia.