Sì delle Commissioni della Camera al Decreto Romani. Accolte alcune richieste di modifica.

Nessun problema per le Commissioni Cultura e Trasporti della Camera: lo schema di decreto legislativo sulle televisioni presentato dal viceministro Paolo Romani può essere presentato al Governo, con alcune modifiche. Ieri il viceministro era comparso in Commissione per comunicare la disponibilità del Governo a effettuare alcune modifiche al provvedimento, eccetto che sugli affollamenti pubblicitari. Sono 31 le condizioni e le richieste di modifica. Le Commissioni hanno richiesto alcune modifiche di carattere tecnico:

  • la trassmissione della dichiarazione di inizio attività per la diffusione di contenuti on demand su internet all’Agcom anziché al ministero;
  • sottoporre la Rai unicamente alle norme sulle società di capitali e alla giurisdizione ordinaria.

Per Paolo Romani “c’è stata una discussione molto approfondita. Il governo terrà conto in maniera rigorosa delle condizioni poste, armonizzando i pareri di Camera e Senato che hanno alcune differenze”. Paolo Gentiloni del Pd sostiene che  su quattro nodi principali, due vanno a favore di Mediaset, ovvero la riduzione della pubblicità per Sky e il conteggio dei programmi per il tetto antitrust. Su  Internet  Gentiloni dice che si è “registrato qualche passo avanti, ma insufficiente”.

Il testo contenente le modifiche è ridotto a nove pagine, il cui relatore è Alessio Butti (PdL): in questo testo viene esplicitamente scritto che blog, video amatoriali, giornali online, motori di ricerca e versioni elettroniche delle riviste non sono ricompresi nella nuova disciplina che riguarderebbe solo i nuovi servizi on demand. Viene anche escluso che la responsabilità editoriale possa ricadere sui provider che ospitano o trasmettono contenuti realizzati da altri.

Paolo Gentiloni, lancia l’affondo sul Web: “Regna la confusione: si aggiungono varie definizioni che complicano le cose e non si cancella l’autorizzazione, pur passandola dal ministero all’Autorità”. Rincarano la dose i senatori Pd Luigi Vimercati e Vincenzo Vita, che chiedono di stralciare gli articoli sul Web “che nulla hanno a che fare con la disciplina comunitaria” (fonte: Corriere delle Comunicazioni).

Prima di “deporre le armi”, attenderemo il testo definitivo del decreto.

Decreto Romani, è ora di fare opposizione.


Così Ignazio Marino si esprime dalla pagina del suo sito: il Decreto Romani è censura del web, perché il web è libero, è il nuovo spazio sociale in cui si forma una nuova coscienza critica. Il provvedimento del Governo è in realtà facilmente impugnabile in sede europea: contrasta con la medesima direttiva che vuole recepire (ciò prefigura inoltre un eccesso di delega); non è affine ai principi introdotti dall’Unione Europea con il Pacchetto Telecom.

Nei giorni scorsi, molte le voci che si sono levate contro il Decreto che è persino stato meritorio di un articolo sul Time. Con questo insieme di norme, si attribuiscono fra l’altro all’AGCOM poteri straordinari, pari a quelli che in Francia si attribuirono alla prima – e fallita – esperienza di HADOPI, l’Alta Autorità per la diffusione delle opere e per la protezione dei diritti su Internet, voluta dal governo Sarkozy, che aveva il potere di ordinare all’ISP di disconnettere un utente che per tre volte fosse stato pescato a scambiare materiale coperto da diritto d’autore: la legge che la istituiva fu dichiarata incostituzionale dall’Alta Corte e il Parlamento francese dovette ripiegare su una diversa formulazione, la quale prevede che la disconnessione possa avvenire solo dopo regolare procedimento giudiziario. Insomma, è stato riconosciuto il sacrosanto diritto alla difesa dell’utente, cosa che il Decreto Romani non prova neanche a contemplare. Di fatto, il provvedimento potrebbe avere profili di inconstituzionalità: può l’AGCOM ordinare l’oscuramento di siti per violazione delle norme del predetto decreto, in via autonoma, senza ricorrere all’autorità giudiziaria? L’AGCOM si verrebbe a prefigurare come un superpoliziotto del web con il compito di multare e oscurare ciò che è contrario a questo decreto. Il legislatore ha volutamente giocato con la definizione di “media audivisivo”, modificandone la portata. La direttiva UE 2007/65/CE, all’art. 16, così specifica il termine:

Ai fini della presente direttiva, la definizione di servizi di media audiovisivi dovrebbe comprendere solo i servizi di media audiovisivi, sia di radiodiffusione televisiva che a richiesta, che sono mezzi di comunicazione di massa, vale a dire destinati ad essere ricevuti da una porzione considerevole del grande pubblico sulla quale potrebbero esercitare un impatto evidente.

Soprattutto, la medesima direttiva, al medesimo articolo, spiega al legislatore nazionale che la dovrà recepire:

Il suo ambito di applicazione dovrebbe limitarsi ai servizi definiti dal trattato, inglobando quindi tutte le forme di attività economica, comprese quelle svolte dalle imprese di servizio pubblico, ma non dovrebbe comprendere le attività precipuamente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva, quali i siti internet privati e i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di condivisione o di scambio nell’ambito di comunità di interesse (fonte Direttiva 2007/65/CE).

Invece, il Decreto Romani, all’articolo 4, laddove definisce il servizio media audiovisivo, esclude conformemente alla direttiva “i servizi prestati nell’esercizio di attività principalmente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva”, ma prosegue il legislatore, “rientrano nella predetta definizione i servizi, anche veicolati mediante siti Internet, che comportano la fornitura o la messa a disposizione di immagini animate, sonore o non, nei quali il contenuto audiovisivo non abbia carattere meramente incidentale” (fonte Decreto Romani, atto del governo n. 169). Esattamente il legislatore italiano non segue alla lettera la direttiva, anzi ne ribalta il significato. Qesto ci fornisce alcuni elementi su cui riflettere: Internet per il governo è in concorrenza con la televisione; Internet è un’attività economica. Un riflesso del solito conflitto di interessi.

E l’AGCOM? Il suo stesso presidente ritiene che “un filtro generalizzato su internet da una parte è restrittivo, come nessun paese occidentale ha mai accettato di fare, dall’altra è inefficace perché è un filtro burocratico a priori”. Restrittivo ma inefficace. Vuol dire, in altre parole, che chi ha scritto il decreto non conosce internet. La rete ha risorse inesauribili – idee, tecnologia e velocità di formulare risposte alle regole (il server proxy di The Pirate Bay ne è un esempio). Tutto quello che ha la rete, il governo non ce l’ha. Ma questo non risolve il problema del provvedimento in sé. Così prosegue Calabrò:

la soluzione indicata dallo schema di decreto che recepisce la nuova direttiva europea sull’audiovisivo “è fuori dal quadro della direttiva e questo – spiega Calabrò – la rende in contrasto con la normativa europea: come tale può far sorgere questioni con la Commissione europea che indubbiamente farebbe dei rilievi […] Il problema di internet esiste […]  un intervento ex post nel caso un sito delinqua è necessario e dovuto, ma un filtro ex ante è non solo una cosa puramente burocratica, poichè non sappiamo se il sito delinquerà o no, ma non tiene neanche conto del fatto che i siti internet sono come la testa dell’Idra, ne chiude uno e se ne apre un altro [… ] Il problema è di natura globale e infatti “sono in corso colloqui tra Stati Uniti, Giappone e Unione europea per cercare di trovare delle linee di azione concordate”, conclude il presidente dell’Autorità (negoziato ACTA, altra minaccia alla libertà della rete, ma questa è un’altra storia) – Calabrò: “Il filtro a internet? Legge restrittiva e inefficace” – Repubblica.it

  • PI: Si scrive AGCOM, si pronuncia sceriffo della Rete?
    • L’art. 3, in materia di trasmissioni transfrontaliere, innanzitutto, riconosce all’AGCOM il potere di sospendere a titolo provvisorio o definitivo la ricezione o ritrasmissione di “servizi media audiovisivi” e, quindi – complice l’ambiguità ed ampiezza di tale definizione declinata all’art. 4 – di un’ampia gamma di contenuti che vanno da quelli irradiati via IPTV sino al videoblog o al canale su YouTube o ad un’intera piattaforma di aggregazione di contenuti audiovisivi realizzati e pubblicati da terzi (UGC)
    • L’AGCOM, in forza di quanto disposto dal comma 8 dell’art. 3, per ottenere il rispetto di tali provvedimenti potrà persino ordinare “al fornitore di servizi interattivi associati o di servizi di accesso condizionato o all’operatore di rete o di servizi sulla cui piattaforma o infrastruttura sono veicolati programmi, di adottare ogni misura necessaria ad inibire la diffusione di tali programmi o cataloghi al pubblico italiano” dietro “minaccia” in caso di mancato adempimento di tale ordine, di sanzioni, a carico dei provider, che potranno spingersi sino a 150 mila euro
    • un approccio difficilmente compatibile con i principi, di recente, sanciti dal Parlamento Europeo, in sede di varo del c.d. Pacchetto Telecom: in quella sede, infatti, è stato previsto che qualunque provvedimento che restringa l’accesso a Internet può essere imposto solo se ritenuto “appropriato, proporzionato e necessario nel contesto di una società democratica” e a condizione che, “nel rispetto del principio della presunzione d’innocenza e del diritto alla privacy”, sia garantita “una procedura preliminare equa ed imparziale, compresi il diritto della persona o delle persone interessate di essere ascoltate” ed “il diritto ad un controllo giurisdizionale efficace e tempestivo”
    • il Governo di fatto si avvia ad attribuire all’AGCOM una sorta di delega in bianco in materia di enforcement dei diritti d’autore in relazione all’enorme e sconfinato campo rappresentato da tutti i nuovi servizi audiovisivi

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Il suo ambito di applica-
zione dovrebbe limitarsi ai servizi definiti dal trattato,
inglobando quindi tutte le forme di attività economica,
comprese quelle svolte dalle imprese di servizio pubblico,
ma non dovrebbe comprendere le attività precipuamente
non economiche e che non sono in concorrenza con la
radiodiffusione televisiva, quali i siti internet privati e i
servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di con-
tenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di con-
divisione o di scambio nell’ambito di comunità di
interesse.

Decreto Romani, se pensano che il Web stia a guardare.

Opera di Anthony Lister, Hero Hostage

La Videocrazia che ci governa è pronta a varare il decreto anti-Internet, il decreto Romani, con il quale, cogliendo l’occasione data dal recepimento a mezzo di legge-delega della direttiva europea 2007/65/CE che regolamenta il settore degli audiovisivi, si impone una normativa rigida ai siti internet che pubblicano video. Un vero e proprio attacco a Google, proprietaria di Youtube, e a tutti i siti di videohosting. Ivi compresi quei blog che pubblicano materiale video “a contenuto non casuale”. Ovvero, se pubblicate un post in cui inserite l’embed di un video – per esempio – di Minzolini, al solo scopo di farne una critica, potreste, secondo il decreto, essere colpiti dalla mannaia dell’Authority delle Telecomunicazioni, perché la vostra testata non ha alcuna registrazione, e per violazione del copyright.

Censura? Di fatto, con l’estensione del concetto di “servizio media audiovisivo” a tutti i mezzi che “trasmettono non occasionalmente immagini” si mettono sullo stesso piano la RAI e un videoblog. Il decreto inoltre intende estendere la responsabilità editoriale ai blog che hanno contenuto multimediale – perciò a tutti i blog, poiché tutti i blog possono avere contenuto multimediale. Non contenti di ciò, riprovano a attribuire responsabilità ai provider per i contenuti pubblicati da terzi nei servizi di videohosting.

Tutto si gioca all’interno di norme ambigue: da un lato negano l’equiparabilità videoblog-media tradizionale, dall’altro includono tutti i contenuti video “non meramente accidentali”.
Senza una “levata di scudi” del Parlamento, il decreto diverrà effettivo a partire dal 4 Febbraio prossimo: ma se l’esame in Commissione ponesse all’attenzione dei parlamentari le due violazioni gravi commesse in questo caso dal governo, e cioé l’eccesso di delega – la legge delega licenziata dalle Camere è di sole undici righe e incarica il governo di approntare un testo di decreto al fine della sola recezione delle direttiva, mentre l’atto del governo istituisce una normativa innovativa senza nemmeno passare per la discussione parlamentare; e due) il decreto legislativo eccede la medesima direttiva che intende recepire, intervenendo nella disciplina di Internet e stabilendo inoltre un ruolo di Controllore del Web – l’AGCOM – senza prevedere alcuna tutela nei confronti del diritto del netizen o del provider a difendere le proprie prerogative dinanzi a un giudice terzo. Infatti il decreto Romani non è armonico ai principi introdotti dalla normativa europea facente parte del cosiddetto “Pacchetto Telecom”, pertanto una sua eventuale approvazione aprirebbe la strada per un ricorso alla Corte di Giustizia Europea. C’è già chi invia appelli al Presidente della Commissione Europea Barroso.

Ma il web resterà guardare? La normativa introdotta dal decreto farebbe da sponda per eventuali richieste da parte di AGCOM di oscuramenti di siti. AGCOM vorrebbe essere l’HADOPI francese, ma senza giudici fra i piedi. Agirebbe come agisce già ora, alla maniera di un arbitro, stabilendo sanzioni e disponendo restrizioni. L’inerzia che l’AGCOM ha sempre riservato al caso Retequattro certamente non avrà seguito, il web sarà perseguito con inusitata solerzia. Eppure la rete ha i mezzi per superare sia le disconnessioni, che gli  oscuramenti. Se la censura cinese schricchiola, figurarsi quella italiana. Da un lato alcuni anticorpi alla tagliola berlusconiana già stanno sorgendo sui giornali stranieri (Report senza Frontiere già parla di ulteriore riduzione della libertà d’espressione in Italia); e dall’altro lato, i server proxy rappresentano una valida strategia per aggirare gli oscuramenti dei siti. Se pensano che il web si fermi al loro divieto, si sbagliano di grosso.

Testo Integrale del Decreto Romani

    • In questo decreto c’è l’equiparazione dei siti web alle Tv, che come dice Marco Pancini, dirigente di Google Italia: “ha una conseguenza importante: disapplica, di fatto, le norme sul commercio elettronico in base alla quale l’attività dell’hosting service provider, cioè del sito che ospita contenuti generati da terzi, va distinta da quella di un canale tv, che sceglie cosa trasmettere. Significa , distruggere il sistema Internet”.
    • I provider sarebbero responsabili dei contenuti pubblicati sul web, e dovrebbero rimuovere quelli che violano il diritto d’autore, pena una sanzione, che potrebbe arrivare a 150 mila euro per ogni richiamo.
      Dopo il decreto Levi (ritirato), l’emendamento D’Alia (abrogato), Il Ddl Carlucci per togliere l’anominato in rete (arenato alla Commissione Trasporti), eccoci di nuovo con un bavaglio per internet.
    • Con Il Decreto Legislativo Romani , chi ha un collegamento internet, rischia di dover pagare anche il Canone RAI.
      Una cosa assurda!!!
    • L’Agcom diventerà “sceriffo” della Rete, perchè dovrà vigilare che i siti web rispettino davvero le regole del diritto d’autore.
    • In questo decreto c’è un eccesso di delega : a fronte di una legge delega di 11 righe, contiene di fatto, in una ventina di articoli e 35-40 pagine, una riforma radicale delle norme italiane su tv e Internet.
  • L’Italie censure la diffusion de vidéos sur Internet, Audiovisuel – Information NouvelObs.com

    • il governo del Presidente del Consiglio ha preparato la bozza di un decreto che renderebbe obbligatoria la verifica preliminare dei video caricati dagli utenti su siti quali Youtube, di proprietà di Google, e la francese Dailymotion, così come su blog e siti di informazione online
    • Google, le organizzazioni per la tutela della libertà di stampa e i gestori di servizi di telecomunicazioni chiedono modifiche alla bozza di decreto per evitare che il provvedimento, dall’iter breve, entri in vigore già il 4 febbraio
    • il decreto limiterebbe la libertà di espressione e renderebbe obbligatorio il compito, tecnicamente molto impegnativo, se non impossibile, di monitorare ciò che ogni singolo individuo carica su internet
    • Secondo Reporter Senza Frontiere il provvedimento potrebbe costringere i siti internet a dover richiedere delle licenze per operare in Italia
    • il controllo dovrebbe essere svolto da “una authority”, senza ulteriori particolari, sollevando domande fra i difensori della libertà di stampa riguardo le modalità con cui potrebbe venire implementato
    • Reporter Senza Frontiere ha reso noto in un comunicato di questa settimana che le bozze di decreto allo stato attuale “rappresentano un’altra minaccia alla libertà d’espressione in Italia.”
    • La bozza di decreto è stata redatta a metà dicembre, più o meno mentre l’impero mediatico fondato da Berlusconi annunciava una richiesta per danni di almeno 779 milioni di dollari [500 milioni di euro ndT] nei confronti di Youtube e Google per presunto uso improprio di video che aveva prodotto. La mossa è una risposta a una direttiva dell’Unione europea del 2007 volta a creare una normativa per i media, ma solo l’Italia l’ha interpretata col significato di mettere in difficoltà le società su Internet.
    • Il decreto sfida anche e per sua stessa natura il modello d’affari adottato da Youtube, condiviso anche da altre piattaforme che offrono servizi di hosting, basato sulla facoltà data agli utenti di caricare video senza essere controllati
    • Questo principio è al centro del processo di Milano nel quale 4 funzionari di Google sono stati accusati di diffamazione e violazione della privacy per aver consentito che venisse reso pubblico in rete un video nel quale un giovane autistico era oggetto di abusi. Google ha affermato di aver rimosso il video il più velocemente possibile. La sentenza è attesa nelle prossime settimane e i funzionari rischiano la prigione
    • Il decreto potrebbe anche fornire uno strumento per occuparsi in maniera veloce dei ‘gruppi d’odio’, come quelli che hanno lodato l’aggressore di Berlusconi, spuntati come funghi su Facebook
    • “Se io sono la BBC e sto usando il web per trasmettere la mia IPTV (Internet protocol TV), sono nel campo di applicazione della direttiva. Se io sono un utente che invia su Youtube il video del compleanno di suo figlio, non sono sotto il campo di applicazione della direttiva,” ha affermato venerdì Marco Pancini, consigliere senior per le politiche europee di Google Italia

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