I parlamentari greci portano i loro beni all’estero

La FAZ.net riferisce che in Grecia si è aperto un aspro dibattito sul fatto che molti parlamentari greci, fra il 2009 e il 2011, mentre il governo Papandreu chiedeva ai greci grossi sforzi per rimanere nell’euro ed evitare il default, spostavano ingenti somme, anche superiori a 100.000 euro, sui conti esteri, in Regno Unito e in Svizzera. Venizelos, l’attuale ministro delle finanze, ha rivelato che l’ufficio delle imposte è a conoscenza dei nomi di decine di questi parlamentari. L’elenco comprende i politici e i parenti dei politici. In alcuni casi si tratta di trasferimenti per problemi di salute, per pagarsi interventi chirurgici o altro, ma nella maggior parte delle situazioni si tratta di rimesse all’estero senza altra spiegazione se non quella di mettere al riparo dal pericolo di un default il proprio patrimonio.

Quindi il clima in Grecia si è ulteriormente riscaldamto poiché alcuni parlamentari di Nuova Democrazia chiedono che i nomi dei “traditori” siano rivelati al pubblico. Il partito ha chiesto a un suo deputato, che ha ‘esportato’ in Svizzera un milione di euro, di manifestare la propria identità agli elettori. Venizelos, per contro, ha evitato di rivelare i nominativi e ha chiesto che si formi un forte movimento nazionale per il rimpatrio delle somme. Di certo non hanno pensato a uno scudo fiscale con tassazione al 5%…

La Germania ha un piano per salvare le proprie banche dal default greco

Così oggi El Pais:

La Germania si è già messo al lavoro per evitare l’incidente: il governo del Cancelliere Angela Merkel ha praticamente un piano di emergenza pronto a difendere le banche tedesche in caso di default in Grecia. Con il passare dei giorni, il fallimento è sempre più vicino. Berlino vuole avere tutto pronto per le proprie banche e proprie le assicurazioni in modo che esse sopportino perdite fino al 50% dei loro investimenti in debito greco se Atene viola i termini del piano di salvataggio e non potrà più effettuare i pagamenti […].

La formula scelta può essere la ricapitalizzazione delle società attraverso il fondo di salvataggio per le banche istituito nel 2008 per ripulire il sistema finanziario, scrive la Reuters. Significherebbe iniettare più denaro pubblico nelle banche germaniche, tra quelle che hanno ricevuto più aiuti dall’inizio della crisi. Le grandi banche tedesche hanno scontato una pena pesante in Borsa: Commerzbank ha lasciato sul campo il 74% del proprio valore negli ultimi 12 mesi, Deutsche Bank ha perso oltre metà del suo valore in un anno.

La situazione è marcia e in Germania vogliono che tutto sia protetto e ben legato. Ma il semplice fatto che il piano di emergenza sia divenuto noto indica che l’incidente in Grecia si sta avvicinando. Berlino è in attesa dei risultati del rapporto sulla Grecia prima di decidere di attivare il piano. Per ora, il fitto calendario di incontri è un altro indizio della gravità del problema. Ieri Schäuble si è recato a Marsiglia per assistere al G-7. Merkel ci sarà Lunedi, quando vedrà presidente della Commissione europea Jose Manuel Barroso, in un incontro cruciale per trasformare quello che potrebbe essere la pallottola d’argento della UE per placare le turbolenze: il fondo di salvataggio (FSF Europe), riforma che permetterà di comprare il debito per combattere gli attacchi da parte degli speculatori, a condizione che il Parlamento europeo dia il via libera a questi cambiamenti. Gli analisti stimano che l’accordo per l’istituzione del fondo potrebbe subire una battuta d’arresto nei Paesi Bassi, Finlandia, Austria e nella Germania stessa, dove al Cancelliere Merkel non è nemmeno assicurato il sostegno del proprio governo di coalizione.

(fonte El Pais, 10/09/11)

Grecia fuori dall’Euro, ovvero la Grecia è fallita

Andrew Lilico è un economista, direttore editoriale di Europe Economics nonché membro dello Shadow Monetary Policy Committee. Sul The Telegraph ha tentato di prevedere quel che accadrà con un default greco. Poiché in queste ore si fa un gran parlare dell’uscita della Grecia dall’Euro, sappiate uscire dall’Euro vuol dire che la Grecia è fallita. Altrimenti non avrebbe ragione di farlo. E’ – diciamo – una mossa preventiva a un disastro che ci colpirà tutti e ci farà perdere un sacco di soldi.

Quella che segue è la scansione degli eventi prevista da Lilico (trad. Supervice per Come Don Chishotte):

  • Tutte le banche greche saranno insolventi.
  • Il governo greco nazionalizzerà tutte le banche greche.
  • Il governo greco vieterà i prelievi dalle banche greche.
  • Per prevenire la rivolta dei risparmiatori, come successo in Argentina nel 2002 (quando il presidente argentino dovette scappare in elicottero dal tetto del palazzo presidenziale per evitarsi un assalto), il governo greco dichiarerà un coprifuoco, forse addirittura le legge marziale.
  • La Grecia ridenominerà tutti i suoi debiti in “Nuove Dracme” o in qualsiasi altro modo si chiami la nuova divisa (è lo stratagemma classico dei paesi insolventi) = USCIRE DALL’EURO.
  • La Nuova Dracma si svaluterà dal 30 al 70 per cento (probabilmente intorno al 50 per cento, forse di più), facendo abbassare del 50 per cento o più dei debiti della Grecia denominati in euro.
  • Gli irlandesi, nel giro di pochi giorni, fuggiranno dai debiti del loro sistema bancario.
  • Il governo portoghese aspetterà di vedere il livello del caos raggiunto in Grecia prima di decidere se andare anche lui in default.
  • Un numero di banche francesi e tedesche dovranno affrontare una quantità di perdite tali da non poter più avere i requisiti di capitalizzazione richiesti.
  • La Banca Centrale Europea diventerà insolvente a causa dell’alta esposizione dovuta al debito del governo greco e ai debiti del settori bancario greco e di quello irlandese.
  • I governi di Francia e Germania si incontreranno per decidere se (a) ricapitalizzare la BCE o (b) consentire alla BCE di stampare moneta per ripristinare la solvibilità. (Siccome la BCE ha una relativamente piccola esposizione denominata in divise extra-UE, potrebbe in linea di principio stampare per risolvere la situazione, ma questo è proibito dai suoi principi fondativi. A dire il vero, il Trattato dell’Unione vieta esplicitamente la forma di salvataggio usata per Grecia, Portogallo e Irlanda, ma anche se la cosa è così palesemente illegale non ha impedito che accadesse, e allora non è così ovvio che un’altra illegalità, attuata con la stampa di moneta, sia poi un grosso ostacolo.) – [Ah, Mario Draghi, messo al timone, lui povero ignaro, di una nave in tempesta! Tutti d’accordo – anche i tedeschi – di incolpare un italiano quando l’Euro sarà abbandoanto].
  • Si ricapitalizzeranno e ricapitalizzeranno le loro banche, ma porranno fine a tutti i salvataggi.
  • Ci sarà una strage nel mercato delle obbligazioni bancarie spagnole, quando i possessori di obbligazioni richiederanno la permuta del valore in azioni.
  • Quest’affermazione potrebbe avere una ragione se gli spagnoli sceglieranno di scavalcare la struttura dei contratti in essere delle obbligazioni del settore bancario spagnolo, ricapitalizzando un numero di banche con i debt-equity swaps.
  • I possessori di obbligazioni porteranno il settore bancario spagnolo di fronte alla Corte Europea dei Diritti Umani (e anche in altri tribunali), denunciano la violazione dei diritti di proprietà. Questi casi non andranno in giudizio per anni. Quando alla fine ci arriveranno, non ci sarà più nessuno che si preoccuperà.
  • L’attenzione verrà rivolta alle banche britanniche. Poi si vedrà.…

CDS paesi europei, rialzi preoccupanti

Il mercato dei CDS – Credit Default Swap – conosce un nuovo momento di sclerosi legato all’andamento generale dei mercati, schizoide e paranoico.

Piccolo breviario: [CDS] È il derivato creditizio più usato. È un accordo tra un acquirente ed un venditore per mezzo del quale il compratore paga un premio periodico a fronte di un pagamento da parte del venditore in occasione di un evento relativo ad un credito (come ad esempio il fallimento del debitore) cui il contratto è riferito. Il CDS viene spesso utilizzato con la funzione di polizza assicurativa o copertura per il sottoscrittore di un’obbligazione. Tipicamente la durata di un CDS è di cinque anni (CDS – Wikipedia).

Oggi il CDS Italia è schizzato in alto di 50 punti base in un solo giorno, superando il tetto record dei 250 bps. Il CDS legato ai titoli degli altri paesi europei segue il medesimo andamento: gli indici puntano verso l’alto.

Il credit default swap sul debito italiano è salito a 250 punti base, da 200,6 ieri, a indicare che il costo di assicurare 10 milioni di euro di debito della Repubblica contro l’ipotesi di default è lievitato a 250.000 euro da 200.600 lunedì (Italia, Cds tocca massimo record a 250 pb – Markit | Mercati | Bond | Reuters).

CDS 5 yrs:

  • Spagna: 260, + 20%; la scorsa settimanaugualmente in crescita (214 bps), dopo la revisione del rating da parte di Fitch;
  • Irlanda: scende lievemente a quota 238 bps;
  • Francia: da 68.4 bps (New York, scorsa settimana), a 74.6 (oggi): +8%;
  • per confronto, paesi extraeuropei: Sud Corea, 174bps, in crescita dopo notizie della crisi con il Nord Corea; Venezuela, CDS raddoppiato nell’ultimo mese, a quota 1430 bps.

Solitamente il CDS viene impiegato come misura del rischio default di un paese. Nella realtà, una valutazione del genere richiederebbe il confronto con ulteriori parametri, fra i quali l’indebitamento privato che in Italia è decisamente inferiore rispetto alla Gran Bretagna, per esempio (dove il rapporto debito pubblico sommato al debito privato rispetto al pil è pari al 238%, contro il 230% di quello italiano e del 203% di quello tedesco). Il debito pubblico, in buona sostanza, non può essere impiegato come unico spettro di riferimento per una sorta di misurazione del rischio default. I CDS sono dei contratti della peggior specie, ovvero i derivati. Un’assicurazione contro il rischio default. Più aumenta il premio della polizza, maggiore è il rischio che l’acquirente ha di perdere il proprio valore. I ‘prezzi’ naturalmente li fanno gli ‘assicuratori’, ovvero le stesse banche che emettono i giudizi di ‘rating’ sui titoli di stato. Va da sé che l’andamento dei CDS del cosiddetto ‘Club Med’, o dei PIIGS che dir si voglia, segue con amplificazioni diverse, quello dei CDS Grecia (il grafico riferisce al periodo 01 feb – 28 mag).

Dove se ne parla:

Crisi UE: Il debito che non ti aspetti

Venerdì, il blog di Beppe Grillo pubblicava questo post, Il Debito dei Maiali (e oggi ci riprova con ‘La crisi piovuta dal cielo’), in cui con tanto di video si evidenziavano i rapporti di debito fra i paesi europei e i cinque cosiddetti P.I.I.G.S., i maiali d’Europa, appunto, che prosperano accumulando debito. Si dà il caso che il grafico impiegato e l’impianto argomentativo fossero ripresi da un articolo del The New York Times:

Il grafico naturalmente viene impiegato dal sito di Grillo per riaffermare la tesi secondo cui ‘adesso tocca alla Grecia, ma i veri maiali siamo noi italiani e prima o poi subiremo la stessa sorte’, cavallo di battaglia del Grillo economista. Ma l’analisi di Nelson D. Schwartz, il vero autore, difetta di ‘americanocentrismo’ poiché nel quadro così delineato si è ben guardato da includere le “bolle” del debito a stelle e strisce, nonché quella britannica, certamente non così piccola come si potrebbe immaginare:

Il debito pubblico degli Stati Uniti, nel 2009, rappresentava il 70% del Pil [il nostro nel 2009 è salito a 122.9%] mentre il deficit di bilancio ha toccato la stratosferica cifra di 1.400 miliardi di dollari che, secondo il budget della Casa Bianca, nell’esercizio in corso diventeranno 1.556 miliardi: cioè, il 10,6% del Prodotto interno lordo [il nostro è circa il 6% nel 2009]; il rapporto debito/Pil dell’Inghilterra si è attestato, nel 2009, a quota 68,5 per cento. E le stime sono per una veloce crescita: il 79,5% nel 2010 e l’88,5% per il 2011. (I debiti di Usa e UK non sono puniti dai mercati. Ecco perchè, Vittorio Carlini).
I conti degli inglesi sono migliori dei nostri? Si direbbe, ancora per poco. Per esempio, un’agenzia di rating che dovesse valutare il debito inglese dovrebbe certamente considerare il fatto che le stime per gli anni a seguire sono di crescita. In seguito a questa semplice constatazione, dovrebbe esprimersi con un giudizio previsionale, il cosddetto outlook, negativo o parzialmente negativo; almeno dovrebbe esprimere dei rilievi al governo inglese. Rispetto agli USA, un’agenzia di rating ne avrebbe già declassato i titoli di Stato. Si consideri anche che la condizione finanziaria dei singoli stati della federazione statunitense non è migliore di quella della Grecia (caso della California, sull’orlo del default da circa un anno e mezzo). Perché ciò non avviene? Perché i vari Moody’s e S&P si ostinano a assegnare la tripla A con outlook stabile ai bond “Tresaury” USA?
Qualcuno (non Grillo) ha avanzato alcune ipotesi:
  1. “le solite big investment bank di Wall Street usano i soldi prestati dalla Fed per acquistare i Treasury, alzando così i prezzi e tenendo schiacciati i rendimenti” [rendimenti bassi garantiscono rating ottimi] quegli stessi Treasury che poi, attraverso il quantitative easing [l’alleggerimento quantitativo], la Banca centrale americana si ricompra”;
  2. “Se si applicassero i criteri dei paesi emergenti – articola maggiormente Luca Mezzomo, responsabile dell’ufficio studi di Intesa Sanpaolo – la tripla “A” non ci sarebbe già da un pezzo […] non può dimenticarsi un altro aspetto importantissimo». Vale a dire? «Con la loro moneta fanno signoraggio. Le banche centrali acquistano enormi quantità di asset in dollari, usando il bliglietto verde come attività di riserva” (I debiti di Usa e UK non sono puniti dai mercati. Ecco perchè, Vittorio Carlini).

I banksters, ancora loro, che tramano nell’ombra: prima fanno quasi fallire il sistema bancario statunitense, poi ricevono gli aiuti dal Tesoro di Washington e con questi denari freschi tornano sul mercato e fanno incetta di Treasury, facendone così alzare il valore. Al resto ci pensa la Federal Reserve, che stampa carta moneta e con questa ratrella i titoli USA. Capito? Sì, si tratta del signoraggio, quel particolare benefit che riceve chi è investito del diritto di stampare carta moneta. Negli USA, la Fed; in Unione Europea, la BCE. Qui sta l’inghippo:

Nei paesi dell’area euro, il reddito da signoraggio viene incassato dai paesi membri per il conio delle monete metalliche, e dalla Banca centrale europea (BCE) per la stampa delle banconote, che emette in condizioni di monopolio. Tali redditi sono poi ridistribuiti dalla BCE alle banche centrali nazionali in ragione della rispettiva quota partecipazione (per la Banca d’Italia ad esempio il 12,5% […] i singoli stati nazionali provvedono in seguito a prelevare gran parte di tali redditi dalle banche centrali tramite il prelievo fiscale. In taluni casi, come per la Bank of England, essendo la banca centrale completamente di proprietà statale, il reddito derivato dall’emissione delle banconote viene indirettamente incamerato interamente dallo stato (Signoraggio – Wikipedia).
Va da sé che il reddito di signoraggio per produzione delle monete – a carico del singolo stato nazionale – è parecchio modesto per l’alto costo della ‘materia prima’ (metallo). Secondo aspetto: con le monetine non si possono acquistare i titoli del proprio debito (pensate al costo di stampare miliardi di euro in monete da due euro). Ne consegue che gli USA, pur essendo in condizioni debitorie non dissimili dalla Grecia, mantengono inalterata la propria sovranità e possono così spingere la Fed a intervenire sul mercato dei Treasury quando ve ne è la necessità, con l’effetto opposto di aumentare il capitale circolante e svalutare la moneta. La Grecia? Non può stampare carta moneta. Non può recuperare i propri titoli di debito attraverso il quantative easing. Lo può fare la BCE, ma la BCE non risponde ad alcun governo nazionale. Risponde solo a sé medesima. Questo è il problema.
Alcuni governi hanno fatto pressing per superare le ritrosie della Bce ad acquistare titoli di Stato dei paesi in difficoltà (Quattro mosse a difesa dell’Euro – CorSera).
Il vertice di ieri del Consiglio Europeo, presideuto dall’uomo ombra Van Rompuy, non è servito a chiarire se e come la BCE interverrà con il quantitative easing. Non è chiaro cioè se la BCE interverrà sui mercati in difesa dei paesi dell’Eurogruppo qualora uno di questi avesse difficoltà con il quantitativo debitorio in circolo. La BCE non ha alcuna guida politica, né pertanto potrebbe allo stato delle cose, senza una precisa presa di posizione dei governi europei, operare in tal senso. Di fatto la Grecia è sull’orlo del default non solo perché attua politiche finanziarie poco rigorose ed ha una spesa pubblica fuori controllo. Non ha potuto far leva sulla moneta, ed è ricorsa giocoforza al credito bancario, finendo nella spirale debitoria in cui si trova ora. Una politica di riduzione del debito non è sufficiente senza una copertura strategica da parte della BCE.
Che le vie del debito siano incrociate è quanto di più ovvio si potesse scrivere. Se il debito dell’Italia è in mano francese, è pur vero che quello americano è in gran parte in mano cinese. E se un debito può voler significare un certo grado di controllo di un paese sull’altro, è pur vero che il paese creditore dipende dalle scelte finanziarie del paese debitore poiché scelte sbagliate potrebbero metter a pregiudizio il proprio “investimento”.
La questione del debito incrociato non risolve la domanda ‘perché i titoli USA hanno la tripla A con outlook stabile?’
[Secondo] Joel Naroff, noto economista Usa indipendente – [Una revisione del giudizio di outlook stabile] vorrebbe dire, giocoforza, che si pensa ad una revisione del rating. Cui potrebbe seguire l’ipotesi che gli Stati Uniti, seppur in un’ipotesi lontanissina, potrebbero diventare insolventi sul qualche emissione. Un vero e proprio non sense. In realtà – dice Naroff – gli Stati Uniti sono un caso a parte, e come tale devono essere valutati.
Gli USA sono, per le agenzie di rating, un “caso a parte”. E’ implicito in questa affermazione una valutazione di tipo patriottistico. Tant’è vero che i PIIGS d’Europa sono i paesi ‘meridionali’ più gli irlandesi. Forse che le valutazioni di Moody’s del debito inglese siano diverse? Si dice che per la revisione del rating attendano l’esito delle elezioni, che guarda caso non hanno avuto esito certo. Un calcolo molto semplice però può aiutare a capire che la mancata revisione del giudizio di outlook è stato per USA e UK un aiutino concreto. Guardiamo ai dati. Questo il rapporto debito/pil di Italia, USA, UK, Francia e Germania, anni 2005-2010 proiezione (dati OECD). La seconda tabella ci mostra gli incrementi relativi. Va da sé che il rapporto debito/pil del biennio riflette il cattivo andamento economico, però di fatto si può così comprendere che la prestazione peggiore non l’ha avuta l’Italia, ma UK nell’anno 2009; quindi a seguire USA, Francia, Germania e Italia, pur avendo avuto subito quest’ultima decrementi significativi del PIL. Infatti, gli USA, a fronte di un incremento del rapporto debito/pil del 22.93%, mantengono nel 2009 un tasso di crescita del 1%: significa che il debito a stelle e strisce è esploso. Medesimo discorso per UK che nel 2009 cresce dello 0.7%. Senza sottovalutare che il rapporto deficit/pil – l’altra croce di Maastricht – degli USA salirà quest’anno al 12%, lo stesso della Grecia; che il forte indebitamento privato fa salire il rapporto debito/pil al 300%. Chi è più PIIGS?
Nessuno crederà mai ad un paese in cui i cittadini vivono a credito, disse Uriel. Tranne se possiedi una agenzia di rating.
2005 2006 2007 2008 2009 2010
Italy 119,9 117,2 112,5 114,5 122,9 127,3
US 62,3 61,7 62,9 71,1 87,4 97,5
UK 46,1 46,0 46,9 57,0 75,3 89,3
Germany 71,1 69,4 65,5 69,0 78,2 84,1
France 75,7 70,9 69,9 76,1 86,4 94,2
Eurozone 75,10 75,90 77,00 74,50 71,20 73,40
2006 2007 2008 2009 2010
Italy −2,25% −4,01% 1,78% 7,34% 3,58%
US −0,96% 1,94% 13,04% 22,93% 11,56%
UK −0,22% 1,96% 21,54% 32,11% 18,59%
Germany −2,39% −5,62% 5,34% 13,33% 7,54%
France −6,34% −1,41% 8,87% 13,53% 9,03%
Eurozone 1,07% 1,45% −3,25% −4,43% 3,09%

Incrementi rapporto debito/pil anni 2006-2010 (fonte OECD)

Conclusione? Non è tutto debito quel che fanno i maiali. E forse una lettura più attenta dei numeri sarebbe necessaria. La verità è che il copia-incolla non insegna nulla.

Per approfondire: Gli USA stanno peggio della Grecia http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=32189

Gli unici incontestabili giudici sulla qualità del debito continuano a essere tre società inaffidabili. Detengono un potere enorme, ingiustificato. Agiscono in una zona grigia, senza contrappesi, senza concorrenza. E in queste ore contribuiscono in modo decisivo a indebolire l’euro, moltiplicare i dubbi sulla sua tenuta, e dunque rivalutare miracolosamente l’indebitatissima America. Di fronte a un’Europa che potrebbe esplodere, molti investitori sono indotti a pensare che tutto sommato siano meglio i Treasury bonds Usa.

Eurogruppo: serve più Europa, lo dicono tutti. Serve pure più democrazia (non lo dice nessuno)

Lo dicono tutti. Lo ha detto persino Tremonti, ieri, in aula alla Camera. Lo dice Berlusconi, lo ha detto Angela Merkel e persino Barack Obama, con un piede in una pozza di petrolio e l’altro paralizzato dalla paura di un nuovo attentato. Serve più Europa. Sì, ma quale? Quell’opera bizzarra uscita dal Trattato di Lisbona? Quella invenzione di ingegneria politica della peggior specie che ha prodotto un Presidente del Consiglio ectoplasmatico come Van Rompuy, un simpatico pensionato che ha messo da parte le bocce per occuparsi di Unione europea – un bel salto, non credete? E che dire dell’Alto Rappresentante della PESD, della politica estera, di sicurezza e difesa comune che risponde al nome di Catherine Ashton? Come poter infierire su tal modesta personcina.

Il problema della UE sono le persone, ma non sono solo le persone. Nel 1992 governanti del calibro di Francois Mitterand e Helmuth Kohl affrontarono l’ignoto del dopo 1989 e inventarono l’euro, come passo per una sempre più stretta integrazione economica, supponendo che l’economia avrebbe prima o poi trascinato anche la politica verso il medesimo progresso. E ora, nel 2010, sulle ceneri della finanza mondiale, distrutta dai cani di Wall Street e dalla globalizzazione in salsa blairiana, l’economia trascina verso il baratro la politica, quest’ultima incapace di scelte coraggiose. Oggi, a differenza di allora, gli uomini al governo latitano: tutti, dalla vanagloria di Sarkozy al germanocentrismo della Merkel, passando per i biechi funzionari della BCE, Trichet in primis, incapaci di parlare una lingua che non sia quella tecnica degli spread e dei tassi di crescita, sembrano condannati ai fallimenti piuttosto che al superamento della crisi. Manca quella visione del futuro che i protagonisti del 1992 avevano ben chiara dentro sé, illuminati come erano da europeisti come Jacques Delors:

Il mio obiettivo è che entro la fine del millennio, l’Europa abbia una federazione vera. La Commissione dovrebbe diventare un dirigente politico che può definire essenziali interessi comuni … responsabile dinanzi al Parlamento europeo e prima degli Stati-nazione rappresentati come credete, dal Consiglio europeo o da una seconda camera dei parlamenti nazionali – J. Delors per la televisione francese (23 Gen 1990).

Ora si scontano i danni della politica indecente dell’allargamento ad Est, affrontato senza una vera riforma del meccanismo decisionale, e degli anni post 11 Settembre, della ‘Nuova Europa’ disegnata dalla mente dissociata di George W. Bush in cui l’asse fondante Franco-Tedesco veniva messo da parte e sostituito da una costellazione di paesi filoamericanisti a cui noi italiani abbiamo dato immeritato lustro:

L’Unione europea per troppo tempo è rimasta in una condizione di incertezza e gli ultimi anni – dai referendum olandese e francese, al travaglio lunghissimo con cui si è giunti al Trattato di Lisbona – hanno fortemente logorato l’Ue e la sua credibilità. Oggi sotto l’incalzare della crisi l’Europa deve decidere: se tornare indietro alla riva da cui è partita o se approdare alla riva cui tende […] Tutto questo manifesta una debolezza strutturale che mette a repentaglio il processo di integrazione e abbiamo davvero la necessità di trarre da questa crisi un’unica conseguenza: va bandita qualsiasi suggestione alla rinazionalizzazione delle politiche, che nel tempo della globalizzazione sarebbe la scelta più sbagliata. Dalla crisi si esce non con l’Europa minima, ma con la massima Europa possibile. Non con meno Europa, ma con più Europa (http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/118341/ora_serve_piu_europa).

Ma quale disegno possibile per un’Europa Massima? La parola magica è ancora una volta il federalismo. In Italia si è fermi a un federalismo fiscale che divide ciò che è unito. L’arretratezza culturale di tale formula è evidente, poiché chi l’ha pensata è schiacciato a terra da una visione meramente localistica della politica. E’ un problema di aspettative e di capacità di vedere al di là delle banalità del quotidiano. Parlare di Federalismo Europeo, metterlo al centro del dibattito politico, sarebbe un primo passo. La struttura plurale europea, che poco somiglia a un modello vero di multi level governance, è priva di effettiva rappresentanza democratica. Il Parlamento non è il centro della discussione. Non dibatte che su questioni morte. Tutta la decisione politica passa per la diarchia Commissione Europea e Consiglio dell’Unione, ovvero attraverso il potere tecnocratico e quello nazionalistico dei governi riuniti in una sorta di Camera Alta, sovraordinata alla rappresentanza popolare del Parlamento. Questo il peccato originale che l’Unione Europea dovrebbe correggere. Ma serve un atto di coraggio politico che nessuno farà. Quel che è certo è che l’esito delle elezioni inglesi, con il primo vero caso di ingovernabilità di tutta la loro storia, e l’euroscetticismo di David Cameron, non aiuta proprio.

Tremonti, l’europeista: contro la crisi sistemica la soluzione è politica

Domani il Consiglio dei Ministri approverà il decreto legge che vara il prestito italiano alla Grecia. Il Ministro Tremonti ne ha illustrato le linee generali, oggi, in aula a Montecitorio. Questo in sintesi quanto ha detto:

  • la struttura ipotizzata per il prestito è a due voci: un tasso base, più uno spread di 300/400 punti base a seconda della scadenza e una commissione una tantum per i costi operativi pari a circa 50 punti base;
  • L’ammontare di tale strumento è di 110 miliardi di euro in tre anni (80 mld da UE; 30 dal Fondo monetario internazionale;
  • Gli 80 miliardi di pertinenza dei Paesi dell’area euro sono costituiti da prestiti bilaterali. Trenta miliardi sono per il primo anno e la prima erogazione è prevista prima del 19 maggio, data nella quale la Grecia deve fronteggiare importanti scadenze sul proprio debito.
  • Il Fondo monetario interviene a sua volta, in misura eccezionale, pari a 32 volte la quota greca nel Fondo, con una procedura di approvazione estremamente accelerata (al momento è prevista per il 9 maggio)
  • La nostra quota nel pacchetto di sostegno è il 18,4 per cento del totale europeo, corrispondente alla nostra quota di partecipazione al capitale della Banca centrale europea, pari inizialmente a circa 5,5 miliardi.
  • Con il DL, il governo italiano interviene “in modo flessibile, con emissioni a medio-lungo termine ed anticipazioni di tesoreria […] trattandosi di un prestito, l’intervento non avrà effetti sul deficit ma sul debito, di cui però si terrà conto nettizzandolo nel quadro del Patto di stabilità
  • Si avrà un differenziale positivo per l’Italia, tra il tasso applicato alla Grecia e il nostro costo della raccolta

Questo aspetto è cruciale: il differenziale positivo è ricavato fra gli interessi che la Grecia ci dovrà pagare e il “costo della raccolta”, previsto per “rendere compatibile lo strumento con ipotesi di interpretazioni «costituzionali» europee contrarie ai salvataggi operati dai Paesi europei contrari ai ball out”, ovvero a quella norma contenuta in Maastricht che non consentirebbe interventi di assistenza a quei paesi che violano il patto di stabilità.

Tremonti non fa alcun accenno alla decisione della BCE di togliere il vincolo di rating ai titoli greci, mossa che permette alle banche di disfarsi dei bond greci, oramai spazzatura, consegnandoli alle Banche Centrali in cambio di moneta. Ma, a sorpresa, termina il discorso con l’auspicio di un riavvio del percorso di integrazione europea:

  • Questa non è una seconda crisi che è arrivata. È solo la stessa crisi che è continuata e si è trasformata, passando dai debiti privati ai debiti pubblici e, così, scalandosi su scala globale.
  • i doveri degli Stati in crisi sono e devono restare assoluti, ma ormai la responsabilità è di tutti. Rimossi ex ante i confini economici, non si possono più far valere ex post i confini politici. Nessuno è immune dai rischi perché passeggero con biglietto di prima classe.
  • L’estensione della crisi è sistemica e la soluzione può essere solo comune e politica

Soluzione comune non può che passare per un nuovo passo in acanti nel processo di integrazione europea. “La sovrastruttura politica deve allinearsi alla struttura economica”, e quindi l’Europa deve dotarsi del governo politico che le manca. Afferma Tremonti che “la semplice somma algebrica – totale o parziale – dei Governi nazionali più o meno forti non può fare da sola quel nuovo tipo di politica che il tempo presente richiede”. La crisi, che nel termine greco di crisis significa discontinuità, deve diventare – come tutta la storia del processo di integrazione ci insegna, dal 1950 ad oggi – stimolo nuovo e positivo, “costruttivo e costitutivo” per l’Europa.

Già. Giulio Tremonti, l’euroscettico, non esiste più. Lasciate spazio al nuovo ministro dell’Economia, padre costituente della federazione europea (!).

Il salvataggio della Grecia salva le banche

Borse a picco, oggi. Nuovamente. Colpite Atene, Madrid, Lisbona. L’euro è sceso a 1.3025 sul dollaro. I mercati non credono al piano congiunto UE-FMI per salvare la Grecia dal default. Per tutti gli operatori finanziari la Grecia è fallita. Non c’è più la componente essenziale che regge il mercato: la fiducia.

L’Unione europea sta cercando di allestire in fretta la zattera di salvataggio da 110 miliardi di euro, con il contributo dell’Fmi, a favore della penisola ellenica. E Atene cerca di fare altrettanto suoi suoi impegni anti deficit, calendarizzado per giovedì il voto del Parlamento sulla manovra correttiva supplementare, 30 miliardi di euro prevalentemente di tagli alla spesa sui prossimi due anni (La Stampa.it).

A dire che si tratti di “salvataggio” della Grecia si farebbe dell’ironia, l’unica cosa autentica in questa storia. Se i mercati oggi vanno giù, nessuno si spaventi. Poiché succede solo grazie alla disponibilità dei paesi europei, tanto ‘magnanimi’ nell’aiutare il proprio socio di club. Le cosiddette istituzioni finanziarie, le banche, i banksters, increduli, si leccano le dita. Eh sì, l’aiuto alla Grecia non aiuta la Grecia. Nel paese, per le finanziarie distruttive che verranno approvate dal governo e dal parlamento, aumenteranno le tensioni sociali mentre i lavoratori statali e quelli privati vedranno compromessi i loro diritti (TFR e pensioni). Non si può parlare di aiuto ai greci senza passare per ipocriti. A nessuno frega qualcosa dei greci. I governi europei sono intervenuti solo perché spinti dalle stesse persone che hanno contribuito a mettere la Grecia sull’orlo del default. Il meccanismo creato è quanto di più perverso e bieco si potesse pensare. Prendiamo per esempio la posizione dell’Italia. Il suo rapporto deficit/PIL raggiungerà quest’anno il 5.8%, forse più. Su di esso graveranno i 5.5 miliardi di euro, anzi no, i 9 miliardi di prestito alla Grecia? La risposta è no, e questo per un semplice giro di conti reso noto oggi da Il Fatto Quotidiano. Questo aspetto è fondamentale; infatti, gratta gratta, scopri l’inghippo.

Ecco come funziona:

  1. la BCE ha rimosso i vincoli di rating per l’uso dei titoli greci come garanzia per i prestiti che concede alle banche“, quindi una banca esposta in titoli di Stato greci bussa alla porta della Banca Centrale del proprio paese e si fa cambiare quella carta straccia con moneta sonante, che restituirà in comode rate;
  2. lo Stato italiano si prende la cartaccia greca, la userà come titolo di credito verso le banche, le quali potranno così disporre di denaro fresco, dato oramai per perso, definitivamente e irrimediabilmente, da rimettere in circolo nel circuito finanziario, ovvero moltiplicandolo in altri titoli di credito da vendere e comprare sui mercati secondo quella dinamica criminale che dal 2007 è sotto accusa ma che nessuno è in grado di arrestare;
  3. lo Stato italiano emetterà ulteriori titoli di debito della medesima entità della raccolta delle banche consegnando il tutto alla Grecia in forma di prestito al 3%; va da sé che gli indici di riferimento (deficit/pil e debito/pil) resteranno invariati poiché la nuova voce di debito si annullerà con la voce di credito che lo Stato crea ritirando i titoli greci;
  4. riassumendo: le banche si salvano dal rischio default, gli Stati non vedranno alimentarsi la spirale del debito, ma si accollano in toto il rischio greco creato da quelle stesse banche che nuovamente riescono a farla franca;
  5. last, but not least: perché accontentarsi di 110 miliardi in tre anni?

Grecia, Formigoni, Bond: chi resta con il cero corto

Domani, in tempi molto sospetti, Angela Merkel applaudirà al voto tedesco sul maxi prestito al governo di Papandreou e tutti vivranno nuovamente felici e contenti. Così Formigoni vorrebbe, ardentemente vorrebbe. Ma i 30 mld di euro del prestito UE-FMI sono lievitati nel frattempo a 45 e il Bundestag sarà costretto a ingoiare un boccone indigesto. Tutti siamo certi sarà l’unico. E invece si scopre che il bubbone finanziario ha radici molto profonde, radici malate, eppure con diramazioni fittissime  e non pienamente conosciute. Rendiamo grazie ai banksters e al capitalismo finanziario made in ‘swinging London’ (naturalmente Washington ha dato una mano).

Dove sono diramati i perfidi tentacoli dei bond della Grecia? C’è chi parla di rischio sistemico. C’è chi è convinto che salvare la Grecia sarà come salvare sé medesimo. Se la speculazione ha colpito la Grecia, è come se avesse colpito alla base un castello di ‘carte’: cade la Grecia, cadono tutti, poiché i titoli tossici sono nelle tasche non di ignoti, ma delle nostre istituzioni finanziarie, dalle banche agli enti locali.

E’ il caso – lo avrete letto – della Lombardia e del famoso prestito obbligazionario dell’anno formigonensis 2002, quando l’amministrazione regionale decise di accendere un bond da un miliardo di euro, per “finanziare opere infrastrutturali e interventi nella net economy” (siamo nel 2010 e la Lombardia a che punto è nella net economy?). Una parte del prestito – 115 mln – fu deciso di reinvestirla in strumenti finanziari sicuri, ovvero in bond di un paese europeo aderente all’euro: la Grecia. Ma la curiosa coincidenza è che questo giochetto dell’investimento con i soldi degli altri sono proprio le banche a gestirlo. Banche che rispondono al nome di Ubs e Merril Lynch. Le medesime che piazzano sul mercato il bond di Formigoni. Qualcuno cercò di indagare sul bond lombardo già nel 2007. Un trucchetto che funziona così:

La particolarità dell’emissione consiste nella modalità del rimborso, che non viene diluito mensilmente o annualmente, ma tutto insieme alla fine del contratto. Nel frattempo, però, la Regione per non trovarsi a dover sborsare tutto il debito in una sola volta, accantona in un fondo (sinking fund) il capitale da restituire. Il fondo non è un semplice fondo di ammortamento, ma viene gestito attivamente dalle due banche. Ovvero possono investire quei soldi in altri titoli, riconoscendo in caso di buon esito un rendimento alla Regione pari agli interessi del bond e tenendo per sé l’extra-rendimento. Qualora le cose andassero male, il rischio resta semplicemente a carico dell’Ente. Il risvolto peggiore è che quei soldi vadano in fumo e l’Ente si trovi a dover pagare due volte l’ importo del bond (Archivio Storico – La Repubblica.it).

Morale della favola? Formigoni è convinto che la Grecia non fallirà. Beata incoscienza.