Italia verso la crisi, Financial Times: “mamma mia, ci risiamo”. E la colpa è dei Partiti

Ci risiamo, la crisi torna a bussare alla porta dell’Italia, sebbene essa “non sia sulla stessa barca della Spagna”, i mercati – scrivono sul The Financial Times, sono psicologicamente orientati a considerare l’Italia come il “prossimo bersaglio”. Il governo Monti sta perdendo credibilità, si sente vulnerabile: l’indice di popolarità di Monti è crollato rispetto ai picchi dello scorso autunno mentre lo spirito riformista dei primi cento giorni ha lasciato il passo a un eccesso di prudenza ministeriale, che ora sta sfociando in totale inerzia.

Così siamo percepiti all’estero. Un governo inerte, incapace di far fronte al brusco rallentamento dell’economia dovuto alle misure di austerità. Ma Monti farebbe meglio a recuperare il suo zelo riformista. A cominciare dalla spending review, di cui si sono perse le traccia – a quando il primo intervento di Bondi sulla sanità con una centralizzazione del sistema degli acquisti? – per passare dalla legge anticorruzione, che in verità il governo sta spingendo con grossi sforzi dentro a un parlamento riluttante per concludere con una riforma della giustizia civile, finora un “vero e proprio freno agli investimenti”. Ma per far ciò i partiti politici devono smetterla di “trascinare i piedi”. E quei ministri, “distratti dal crollo dei partiti politici”, possono certamente coltivare le proprie ambizioni di futuro politico ma dovrebbero lasciare immediatamente il governo (a chi si riferisce l’autore del pezzo? A Barca? A Passera? A Grilli?).

Però finalmente un fatto è chiaro, anche all’estero: i partiti politici hanno la responsabilità di questo stallo. Non hanno la percezione del precipizio che si sta avvicinando (e che qualcuno, alla Ragioneria di Stato o al MEF, sta pensando di evitare con misure estreme e pericolose).

Questo post fa riferimento ad un articolo del Financial Times.

Presto sarà #Spanic – il panico da banche

L’annuncio del Financial Times di ieri circa l’ansia da default che ha colpito i greci, accorsi in massa a ritirare agli sportelli, sommata alla isteria odierna che ha interessato Bankia, la banca spagnola nazionalizzata in fretta e furia dal governo Rajoy, prima assalita dai correntisti e poi no (ma nel frattempo questa “indiscrezione” è costata moltissimo, a tutti, in fatto di crolli in borsa e di spread) non fanno altro che alimentare la spirale del gorgo muto in cui siamo finiti tutti, accompagnati per manina dalla inflessibile accoppiata Sarkozy-Merkel. Per analogia, più si parla dei suicidi più gente si suicida; più si parla del panico da default, più aumenta il panico per tutti. Gli psicologi la chiamano “spirale suicidogena” ed è quel fenomeno che passa sotto il nome di “effetto Werther”, dal nome del protagonista del libro “I dolori del Giovane Werther”, di Goethe.

L’effetto Werther (che per la cronaca, alla fine del libro si suicida) si sta diffondendo sui mercati e nei comportamenti di noi singoli individui: il panico significa fuga dalla banche, significa suicidio sociale. Di fatto equivale a dire che il sistema è prossimo al collasso, che siamo a un mese dall’Armageddon. La fine dell’Euro. Caduta la Grecia, sarà la volta di Spagna, Italia, Portogallo. Alla fine dell’estate, al più tardi nel primo autunno, ci ritroveremo con la Lira in tasca: una Lira deprezzatissima, il cui valore cambia dalla notte al giorno.

Lo schema argomentativo è sempre il medesimo: la Grecia esce dall’euro a Giugno e l’Italia assisterà ad una fuga di capitali, tanto che il governo Monti sarà obbligato a bloccare i conti correnti (vulgata dello scenario evocato da Paul Krugman sul New York Times). Insomma, ci suicideremo uno ad uno, fino ad arrivare alla Germania. Detto ciò, nessuno ci dice che dinanzi all’Armageddon dell’Euro, i governanti europei non diventino improvvisamente federalisti e creino nell’arco di qualche mese una cooperazione rafforzata in materia economico-finanziaria. Lo scenario è favorevole? Con Monti, Hollande, Cameron, Merkel non si potrà mai dire. Solo Washington può effettivamente esercitare una pressione affinché si reagisca al disfacimento totale dell’Unione. Non avete idea del gigantesco, iperbolico bubbone dei derivati che è cresciuto “sotto le palle del Toro”. Travolgerà Wall Street senza che quest’ultima abbia il tempo di accorgersene. Il mercato dei derivati ha decuplicato il Pil mondiale e il crac della Grecia potrebbe condurre Wall Street anch’essa al suicidio. Sì, si tratta di un bing bang pericolosissimo, che se innescato distruggerà questo porco mondo (e non so dirvi dove finisca la dannazione e dove cominci la liberazione).

Lo #Spanic è l’hashtag che descrive i fatti di oggi: Spagna e panico. E un terribile profondissimo vuoto politico, sia a livello europeo che a livello nazionale. Lo #Spanic è una forma di isteria prodotta dalla sfiducia totale. Siamo al totalitarismo della sfiducia. La sfiducia produce altra sfiducia e i governi, qualunque cosa faranno, sbaglieranno. Per bloccare il diffondersi del panico, i governi bloccheranno il flusso di denaro. E sarà – involontariamente e comicamente – la fine. Poiché, mentre accade tutto ciò, noi disquisiamo di paghette da 5.000 euro.

Scenari di un default italiano: manovre draconiane e uscita dall’euro

Parliamoci chiaro: questo è il momento della verità. SuperMario Monti ha giurato oggi e domani si accinge a prendere la fiducia (condizionata) di Senato e Camera. Il Monti entusiasmo potrebbe spegnersi in un nano secondo se non accadono due o tre cose a livello europeo, ovvero cambio di governance della BCE e governo economico dell’Unione (con magari qualche briciola di democrazia in più).

Eppure tutto ciò potrebbe non essere sufficiente per l’Italia. Il quadro macroeconomico della nostra nazione è dipinto a tinte fosche da tre quarti degli analisti finanziari, e fra di essi ci metto pure Beppe Grillo, se non altro per la sua preveggenza (leggete il suo post del 29/05/2010, e qui finisco la lode).

Invece vi voglio citare ampiamente un post di Edward Harrison su ‘Credit Writedowns‘ intitolato Running through Italian default scenarios. Scenari di un default italiano. Perché default? Davvero non ci possiamo salvare? La risposta potrebbe essere: dipende. Harrison è perentorio: “l’Italia ha bisogno di un avanzo primario di bilancio (al netto degli interessi) di circa il 5 per cento del PIL, solo per mantenere il suo indice di indebitamento costante a rendimenti attuali. Questo non succederà. Così i rendimenti dei titoli italiani devono scendere o in Italia è insolvente”. C’è poco da dire, basta questa frase per metterci k.o. Ma non è tutto: se l’Italia continua a “zoppicare sulla linea del 7% di rendimento, vedremo una brutta recessione double dip e fallimenti bancari”. Dexia in primis, poi altre banche, magari italiane e francesi. Siamo quindi di fronte a un vero e proprio Armageddon finanziario. Accadeva qualcosa del genere per l’Irlanda mesi or sono, poi i suoi tassi sono cresciti oltre il 9% e il paese è stato messo sotto tutela dal FMI. L’Italia è invece ‘too big to save’.

L’austerità [annunciata, dico io] non sta riportando i rendimenti italiani indietro. In primo luogo, ora è in questione di solvibilità e le “mani deboli” venderanno. Inoltre, gli investitori in tutto il debito sovrano, temono di essere senza copertura a causa del piano greco elaborato a Bruxelles il mese scorso. Come Marshall Auerback mi ha detto, qualsiasi gestore di denaro con responsabilità fiduciaria non può permettersi di comprare debito italiano o di qualsiasi altro titolo del debito sovrano in euro dopo questo piano [che ricordo prevede il taglio del 25% del valore nominale del debito, una sorta di svalutazione che prelude a un default pilotato].

Di fatto, senza un intervento da parte della Banca Centrale, si formerà una sorta di spirale autoalimentata fra incremento dei tassi e crisi di liquidità: gli investitori venderanno titoli italiani e i rendimenti saliranno, i rendimenti più elevati generano un peggioramento dei fondamentali macro che portano alla diretta percezione di un rischio di insolvenza più elevato e quindi rendimenti ancora più elevati. C’è modo di uscirne? Come fare a rompere questo schema che sembra perfetto?

La BCE dovrebbe muoversi come prestatore di ultima istanza, almeno. Non ci sono molte opzioni, ora che il ‘genio della lampada’ dell’insolvenza è stato liberato. Se la BCE fa ‘backstop’, ovvero la sicurezza, il sostegno di ultima istanza, qualcuno potrebbe decidere di comprare titoli italiani. Un default italiano “significherebbe perdite massicce per le banche tedesche e olandesi e l’apertura di una Depressione con la ‘D’ maiuscola”.

Harrison prevede uno scenario ‘Armageddon’ simile a questo:

    1. una volta avvenuto il default dell’Italia, le banche italiane sarebbero insolventi a causa delle perdite, poiché sono i più grandi detentori di debito sovrano italiano. Data la svalutazione pari a € 10000000000 da parte di  Unicredit proprio ieri, possiamo comprendere come queste banche siano già molto deboli. Pertanto, dovremmo immaginare corse agli sportelli!
    2. Spagna e Slovenia in crisi di insolvenza: altri creditori sovrani più deboli all’interno della zona euro, senza fondi FMI, andrebbero subito sotto pressione di pesanti vendite di titoli. Questo include Spagna e Slovenia in primis, ma includerebbe anche il Belgio e poi forse l’Austria a causa della sua esposizione verso l’Europa orientale. In Spagna, i rendimenti hanno già superato il 6% e la Slovenia hanno già superato il 7%. Questi governi farebbero default e poi scaricano a cascata le perdite sui loro sistemi bancari. Il default qui porterebbe a insolvenza delle banche nazionali e le banche funzionano come in Italia. Paesi come Irlanda, Portogallo e Grecia vorrebbero fare default anche loro per sfuggire alle soffocanti restrizioni dell’ austerità dato che il percorso di solvibilità diviene insostenibile anche a causa di una profonda depressione. Probabilmente, questi paesi farebbero default. Gli analisti come Sean Egan stimano eventuali perdite in Grecia pari al 90%. Nello scenario di default italiano, queste perdite si cristallizzano in una notte.
    3. Contagio in Europa dell’Est: le perdite di Unicredit includono svalutazioni significative in Europa orientale e Asia centrale (Kazakistan e Ucraina). Un’area di contagio potrebbe essere quella di altre banche con esposizione alle economie deboli in Europa orientale come l’Ungheria e Slovenia. Banche greche, tedesche e austriache sarebbero più vulnerabili a causa dell’esposizione verso l’Europa centrale e nei Balcani. L’Ungheria, già sotto la minaccia di un downgrade sovrano alivello junk, ammetterà una diminuzione del rapporto di cambio Fiorino/Euro, e soffribbe così il contagio. La moneta andrebbe sotto la pressione di pesanti vendite. Altri debitori sovrani più deboli sarebbero influenzati.
    4. Contagio dei sistemi bancari francesi e tedeschi, che non hanno neanche loro un prestatore di ultima istanza;
    5. I CDS (Credit Default Swap) sul debito italiano sono stati venduti dalle istituzioni bancarie statunitensi che potrebbero non essere in grado di pagare. Ne consegue una serie di fallimenti a catena di questi istituti, o di una serie di interventi della mano pubblica che incrementerebbe a dismisura il debito pubblico USA. Anche quest’ultimo è uno scenario da Depressione con la ‘D’ maiuscola;
    6. In ultima istanza, ma non secondariamente, il default italiano potrebbe creare disordini civili, disgregazione dell’eurozona, colpi di stato del governo.

Il contagio, scrive Harrison, “si sta diffondendo per tutta la zona euro fino a quando essa non si romperà – e ciò lo dimostrano i rendimenti in aumento in tutta la zona euro, oggi, in Francia, Austria e anche Olanda”. La percezione è che la crisi di sfiducia stia puntando su Parigi e che Parigi lo sappia perfettamente ma non sa fare nulla per evitarlo. La crisi del debito punta dritto al cuore dell’Unione e o si realizza “la monetizzazione comleta dell’Unione o la si rompe”.

Gli scenari sono questi. Default, depressione e cigno nero sui mercati di azioni, titoli di Stato, valute, materie prime e metalli preziosi.

Ora sapete perché la politica italiana appoggia unanime o quasi Mario Monti.