e-Mozione Collettiva

Conversando stamane con alcuni Democratici circa il botta e risposta fra Scanzi e Civati, mi sono apparsi chiari alcuni aspetti che a mio avviso dovrebbero caratterizzare la mozione Prossima Italia (se così si chiamerà). I professori dell’anticasta proseguiranno ad affermare che il tentativo di Pippo è destinato ad infrangersi dinanzi alla potenza mediatica di Matteo Renzi: d’altronde, un cambiamento del partito in senso democratico (letteralmente, in cui la linea di autorità promana dal basso) rischia di vanificare l’ideale irraggiungibile della democrazia digitale, che peraltro i 5 Stelle fanno parecchio fatica ad applicare (e parecchio è un eufemismo).

Costruendo una identità in antitesi con quanto prodotto in questi mesi dal Movimento di Grillo, allora la Mozione Civati dovrà giocoforza essere una mozione collettiva. Loro sono ridotti all’archetipo del partito personale, carismatico, e l’idea di democrazia digitale è degradata in un autoritarismo plebiscitario costituito dalla comunità degli iscritti coinvolti in una videocrazia 2.0 in cui l’unica variazione è il cambio del medium (dalla televisione al computer-collegato-alla-Rete). Gli homini videns (Sartori, 2000) passano così dalla condizione di passività completa a quella di passività controllata (il voto perpetuo tramite i ‘Like’ si tramuta in un colossale elenco di preferenze che alimenta i software di profiling).

L’e-Mozione collettiva di Civati (mi permetto di definirla tale, e non è solo un gioco di parole) è sì una mozione che si sostanzia dell’attivismo degli iscritti e dei simpatizzanti, attivismo che passa sempre più spesso ‘sulla Rete’, ma non può permettersi di ridursi a mero click-activism. L’e-Mozione collettiva impone di andare al di là dei monitor, dei video, chiede di incontrarsi, dal vivo, faccia a faccia: di parlare a persone e di persone, in luoghi pubblici e senza necessità di leader. Il leader è collettivo poiché è comune l’emozione che ci anima: riprenderci la politica è il senso di tutto ciò. Riportare il PD alle ‘cose terrene’, espropriarlo dalle correnti, renderlo un luogo pubblico della discussione, un luogo aperto al dissenso e alla critica, alla condivisione e alla comprensione.

[Questo è un ragionamento incompleto ma aperto a chi volesse concluderlo. Cercate solo di essere pertinenti.]

Dov’è la realtà nell’intervista di @serena_danna a Casaleggio?

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Gianroberto Casaleggio è stato intervistato da Serena Danna, giornalista del Corriere.it. Il cosiddetto guru del Movimento 5 Stelle ha palesato, nella lunga chiacchierata, un grave deficit di percezione della realtà. Prendete per esempio la risposta data alla seguente domanda:

Segretezza (nelle trattative) e leaderismo sono due caratteristiche della politica. Crede che il web possa eliminarle? Perché è giusto farlo?
«La trasparenza è uno dei princìpi di Internet e credo diventerà in futuro obbligatoria per qualunque governo o organizzazione. Non è corretto che qualcuno decida per i cittadini in base a logiche imperscrutabili e senza renderne conto. Il parlamentare o il presidente del Consiglio è un dipendente dei cittadini, non può sottrarsi al loro controllo, in caso contrario non si può parlare di democrazia diretta e forse neppure di democrazia» (@serena_danna su Corriere.it)

Ma chi ha detto che la trasparenza è uno dei principi di Internet? La trasparenza dovrebbe esser tale, è chiaro. La trasparenza va difesa, va promossa, ma non è un principio naturale di internet. Lo scandalo Nsa e Prism ci ha dimostrato che i nostri dati, le nostre tracce, vengono assimilate dagli algoritmi, catalogate, immagazzinate con procedimenti e per finalità che nessuno di noi conosce o può conoscere. Dov’è la trasparenza? La trasparenza è raggiungibile ma non è un dato di fatto. Il fatto stesso che la pagina che vedete ora è un insieme di linguaggi di programmazione che una minima parte di voi è in grado di leggere e interpretare, è già un impedimento fisico alla trasparenza. Non posso essere sicuro che, in questo momento, le tracce lasciate da voi lettori e da me autore non siano state registrate e analizzate da qualcuno, da qualche parte nel mondo, al fine unico di alimentare le strategie di marketing delle grandi corporation del web. Casaleggio idealizza la Rete e la pone in antitesi con il Sistema Politico ma ignora (volutamente?) che la Rete è di per sé un grande e potente strumento di controllo. Attraverso il web è più facile fruire dei prodotti dell’intrattenimento. Poter visualizzare sul proprio tablet, e molto celermente, l’ultimo film hollywoodiano, prima ancora che sia uscito sui grandi schermi, è consolante, rende il rapporto fra il consumatore e l’oggetto desiderato immediato. Questa immediatezza spinge al consumo non ragionato, e non è un caso se la Rete accelera la fruibilità degli audiovisivi. E’ attraverso essi che è possibile tenere occupati e distanti da problemi immanenti gli individui. Eugeny Morozov rileva, ne L’ingenuità della Rete (Codice Edizioni, 2011), il parallelo fra la diffusione dei programmi televisivi occidentali in Europa dell’Est nei primi anni ottanta e il verificarsi di rivolte e disordini contro i regimi comunisti. Ebbene, la correlazione è esattamente inversa: laddove la diffusione era scarsa, più alta era la frequenza di disordini e scioperi. Per Casaleggio, invece, la diffusione della Rete coincide esattamente con la diffusione di un sistema politico nuovo, di tipo immediato. La fruibilità del contenuto politico dovrebbe, secondo questa ‘ideologia’, andare di pari passo con il consumo di intrattenimento. Ma perché l’internauta dovrebbe interessarsi alla discussione in Rete di provvedimenti di legge se può invece accedere ad un catalogo sterminato di documenti audio e video, fatto di cinema, musica, sport, programmi tv, eccetera? Il successo del M5S in Italia è davvero frutto del maggior coinvolgimento diretto dei cittadini elettori? Serena Danna ricorda a Casaleggio che “We are the People”, il portale aperto ai cittadini di petizioni online organizzato ai margini della campagna elettorale di Obama, ha “raccolto in 3 anni solo 36 petizioni e la più votata può contare su 101 mila voti”. La risposta di Casaleggio è alquanto vaga: la Rete, afferma, aiuta a mettere in contatto gruppi di individui e “di formare una conoscenza superiore su qualunque aspetto in tempi molto brevi, condividendo esperienze e fatti”. Se questo fosse vero, allora Casaleggio ammette implicitamente la natura oligarchica della Rete: pochi gruppi organizzati (i meetup) selezionano gli argomenti della discussione pubblica e ai followers non resta che un click plebiscitario, di mera approvazione. Ciò che per astrazione viene attribuito alla Rete, la quale – secondo l’ideologia di Casaleggio – recherebbe in sé un qualche carattere di universalità, è in realtà una decisione presa dai pochi addetti ai lavori (ne sono esempio le ‘parlamentarie’, le ‘quirinarie’ e persino i voti per la ratifica delle espulsioni nel M5S: pochi gli iscritti rispetto al bacino di elettori; pochi i partecipanti reali rispetto agli iscritti). La gran parte degli otto milioni di votanti dei 5 Stelle alle elezioni del 24 e 25 Febbraio 2013 si è interessata alla politica, ed ha deciso il proprio voto, solo nelle ultime due settimane. Non si tratta né di attivisti né di cittadini pienamente coinvolti nella discussione politica, bensì di cittadini il cui rapporto con la politica è al massimo intermittente, saltuario, superficiale. In questo senso la Rete ha agito solo come facilitatore della propaganda M5S (il quale sappiamo impiega molto bene il carburante poco nobile dell’indignazione verso i privilegi di Casta).

La visione distorta di Casaleggio si spinge sino a dividere il mondo in democrazie dirette e dittature orwelliane, che naturalmente soffre della aristotelica divisione fra civili e barbari, fra occidente democratico e l’oriente dei regimi autoritari:

La Rete rende possibili due estremi: la democrazia diretta con la partecipazione collettiva e l’accesso a un’informazione non mediata, oppure una neo-dittatura orwelliana in cui si crede di conoscere la verità e di essere liberi, mentre si ubbidisce inconsapevolmente a regole dettate da un’organizzazione superiore. Può essere che si affermino entrambi. Certo, è molto più probabile che il controllo totale dell’informazione e l’utilizzo dei profili personali dei cittadini relativi a qualunque aspetto della loro vita avvenga nei Paesi dittatoriali o semi dittatoriali e che la democrazia diretta si sviluppi nelle democrazie occidentali e che queste aree in futuro confliggano.

Eppure non è forse vero che il più sofisticato software di controllo delle comunicazioni degli internauti è stato progettato e adottato dalla più grande democrazia occidentale, gli Stati Uniti d’America? Secondo Casaleggio, sarebbe la Rete a rendere possibili i ‘due estremi’ ma il suo pensiero è intriso di etnocentrismo: l’occidente sviluppato evolverà verso la democrazia diretta digitale mentre l’oriente è condannato ad involvere verso un controllo ‘orwelliano’. Ciò escluderebbe, da un lato, che elementi di controllo orwelliano siano già in atto e praticati con successo in occidente; dall’altro, che i popoli dei paesi orientali (ma anche di quelli arabi) non abbiano possibilità di sottrarsi a regimi autoritari o dittatoriali, mentre assistiamo quasi quotidianamente a sollevazioni di piazza e rivolte (la Tunisia, l’Egitto di piazza Tahrir, le rivolte in Qatar, piazza Taksim in Turchia e ora il Brasile, che pure non è annoverabile nella perfetta dicotomia di Casaleggio). Nel caso Nsa/Prism, non è la Rete a garantire la trasparenza bensì una sorta di obiettore di coscienza, Edward Snowden, che sui media italiani viene identificato come ‘talpa’ ma che è, al pari di Bradley Manning, un soldato che rifiuta un sistema ingiusto. Senza l’intermediazione di una testata mainstream, il Guardian, Snowden non sarebbe stato ascoltato da nessuno, o quantomeno sarebbe stato schiacciato dalla superpotenza Nsa. Alla medesima maniera, i leaks divulgati tramite Assange, se non fossero passati attraverso il lavoro di giornalisti professionisti, sarebbero rimasti un magma irrisolto di informazioni inconoscibili.

Casaleggio, poi, sembra divagare quando gli viene chiesto conto della propria opinione circa la selezione della leadership in un sistema di democrazia diretta. “Il concetto di leadership è estraneo alla democrazia diretta”, e cita Occupy Wall Street e il modello della leaderless. Se Casaleggio condivide il metodo di Occupy, viene da chiedersi come mai il M5S si alimenti continuamente del carisma del proprio leader. Se i 5S fossero veramente leaderless avrebbero forse la capacità di mobilitazione dei Radicali o di qualche altro micro-partito.

Come è dura la vita dell’influencer a 5 Stelle

Capita che il Comico scelga di non andare in onda su Sky e allora i luogotenenti sparsi per il web – e doverosamente acritici – devono cimentarsi in strategie di difesa di questa discutibilissima fuga dal teleschermo.

Ecco, alla fine a Byoblu è scappata una mezza verità: chi tocca il software deve essere ‘superfidato’. L’iper democrazia dal basso non è libera, è frutto di un algoritmo. E ne consegue che chi formula e gestisce l’algoritmo, di fatto controlla il dipanarsi del consenso attraverso la piattaforma. Nelle piazze viene solo vagheggiata una forma di democrazia perfetta che dovrebbe sorgere una volta eliminati i partiti. Una chimera.

 

L’ha detto Calamandrei

Il referendum sull’Euro è fuori dell’ambito costituzionale: “Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali” (art. 75, c. 2, Cost. It.). Questo è un punto inderogabile. Se si apre una campagna elettorale promettendo un referendum sull’Euro, la si comincia mentendo. Certo, si può dire che la costituzione è sbagliata. Che la costituzione è ingiusta. Si può dire che è ingiusto che gli italiani non possano esprimersi su qualsiasi decisione politica. Ma sarebbe altrettanto ingiusto non dire che dietro quelle parole si nasconde una ideologia, che poi quella ideologia salvifica della tecnologia digitale, la quale renderebbe efficiente un sistema democratico di tipo diretto. L’utopia novecentesca diventerebbe immediatamente praticabile, con un click. Senza mediazione alcuna. Forse anche senza riflessione.

Così Beppe Grillo ieri:

“La volontà popolare viene mortificata ogni giorno in questo paese, io sogno che mio figlio possa votare da casa con un click sulle spese militari, sull’Euro. L’Inghilterra fa un referendum per decidere se restare o meno nell’Europa, e io sono stato preso per pazzo” […] “La Costituzione è imperfetta, l’ha detto lo stesso Calamandrei, perché non ci sono sistemi di democrazia diretta per decidere sui beni come l’acqua, la sanità”.

Quale Calamandrei? Lo stesso che proferì, nel lontano 1955, le seguenti illuminanti parole:

Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione (Piero Calamandrei, Discorso sulla costituzione, 1955).

Sia chiaro, sulla questione referendum sull’Euro mi sono già espresso altrove: https://yespolitical.com/2012/10/24/grillo-m5s-il-referendum-senza-quorum-visto-dalla-costituente/ . Ma se Grillo, messo dinanzi all’evidenza che la propria proposta non è affatto costituzionale, afferma poi che la costituzione è da cambiare, pur sapendo egli medesimo che le modifiche alla Carta fondamentale non si fanno a colpi di “minoranza”, non è forse in malafede? Non rivela a chi ascolta la sua natura di imbonitore di piazza? Di raccontatore di favole? Il populista pratica l’irrealtà. E’ il suo campo d’azione. Prospettare soluzioni che in realtà celano dietro sé stesse un nucleo destabilizzante di banalizzazione delle regole. La costituzione? Quella cosa che non contempla la volontà popolare, secondo Grillo. Un documento che può essere sbianchettato a piacimento. Un giorno per effettuare referendum popolari che metterebbero a rischio le nostre relazioni internazionali, nonché la nostra economia. Un giorno, chissà, per trasformare cariche elettive in ereditarie. Semplicemente pigiando un bottone virtuale su uno schermo. Senza discussione. La discussione è perdita di tempo. L’ha già detto il Leader, il Capo carismatico, cosa sarebbe giusto e cosa ingiusto.

M5S, Federica Salsi e il risveglio dall’utopia

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L’utopia, sia chiaro, è la democrazia diretta. Che non lo è da ieri – di certo non da quando Grillo ha epurato Salsi o Pirini – considerata tale, ma ben da un centinaio di anni. Salsi ha scoperto oggi che nel M5S qualcosa non va: “Me ne sono resa conto solo quando le conseguenze della mia presenza a Ballarò mi sono cadute addosso. I cambi di statuto, dei regolamenti e delle procedure che intendevano colpire questa o quella persona si sono allargati a macchia d’olio diventando la somma di qualcosa che adesso ha un’altra natura rispetto a quando eravamo partiti”. Anche nella democrazia diretta, scrivevano gli elitisti – parlo di Gaetano Mosca (1858-1941) – esiste una minoranza numerica che esplicherà le funzioni di governo. Tanto più in un sistema è privo di regole chiare e condivise, tanto più il vertice autoproclamatosi tale tenderà ad esercitare un potere escludente verso chi esprime il dissenso. Il Movimento 5 Stelle non si può sottrarre a questa regola generale a cui qualsiasi gruppo numeroso, che sia interpretabile come organizzazione, è soggetto.

Al di là delle teorie politiche, Salsi forse non se ne è accorta, ma della scarsa o nulla democraticità del Movimento se ne parla dal 2010, da quando Giovanni Favia e Roberto Fico furono scelti dal vertice e non dalla base, da quando Favia orientò le ‘doparie’ permettendo la nomina a secondo consigliere del M5S il pur bravo Defranceschi anziché Sandra Poppi, la quale prese molte più preferenze di lui e che era “colpevole” unicamente di una passata militanza nei Verdi. Solo più tardi Favia si è reso conto di quanto la mancanza di regole e di struttura sia un deficit per il Movimento. Lui stesso, e Defranceschi, ha visto liquidare da Grillo il rito della verifica semestrale – un timido tentativo di regolamentare quell’idea campata per aria che i rappresentanti eletti siano revocabili – come un banale “applausometro”.

Tavolazzi è venuto più tardi. E’ stato intraprendente al punto da organizzare un meeting a Rimini in barba al vertice, allo Staff e alle bieche figure che si nascondono dietro. Tavolazzi ha forzato la mano, ha intuito che vi era del margine per mettere in crisi i teoremi di Grillo, quelle fesserie sul non-Statuto, che è tutt’altro che aria fritta, visto che sulla base di quel documento si nega l’identità giuridica del 5 Stelle come associazione e pertanto lo si sottrae alle regole del codice civile e se ne può detenere la proprietà del marchio, potendone così sfruttare i diritti economici.

Ma per Salsi, “fino a che il Movimento è stato locale questi aspetti non esistevano”. Eppure è la medesima Salsi a citare l’articolo 4 del non-Statuto:

ARTICOLO 4 del Non-statuto: “Il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Esso vuole essere testimone della possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi.”

Questa negazione della necessità di struttura, quindi di regole condivise, è l’elemento su cui poggia la guida carismatica. La regola non può che promanare dalla volontà del Capo, su cui fonda la propria legittimità, ed è regola ciò che piace al Capo. Grillo ha da sempre impiegato l’indignazione come elemento attrattivo. Non può indicare vie d’uscita dall’abisso sociale e politico in cui siamo finiti. E’ contro il suo interesse, che è poi quello di continuare a fomentare l’interesse verso il suo blog e la sua merce. Quando nel 2009 cercò di candidarsi a segretario del PD, molti sul suo blog gli suggerivano di sostenere la candidatura di Ignazio Marino. Era forse quella della Terza Mozione una occasione unica per occupare il partito, per farne un attributo collettivo e non elitario, ma egli disse che Marino era già compromesso con il sistema. Nessuno obiettò. Nessuno si pose la questione che Grillo non aveva interesse alcuno a cambiare il gruppo dirigente del PD; aveva solo interesse a suscitare l’indignazione verso di esso. Per accrescere il volume di contatti verso il suo blog, accumulare capitale in termini di reputazione, con lo scopo un giorno di catalizzarlo su un suo movimento politico. Il PD-menoelle.

Salsi: “Grillo e Casaleggio stanno anche facendo un uso di internet contrario all’etica della rete. Capisco solo adesso perché gli hacker di Anonymous hanno attaccato il suo blog. In rete le persone cooperano per trovare una soluzione migliore ai problemi e si preferisce essere in tanti perché i tanti possono meglio pensare che una o due persone.
Ora Grillo e Casaleggio stanno usando la rete per creare consenso elettorale, facendo leva sul malcontento che c’è in Italia. Aggregano tifosi utili a mettere una croce sulla scheda elettorale ma che difficilmente si metterebbero a scrivere un progetto di legge o a risolvere un problema. Finite le elezioni il tuo pensiero, che vale già poco adesso varrà ancora meno, perché se la pensi diversamente da lui “vai fuori dalle balle”.

Di fatto, l’uso della rete che hanno sinora perseguito, non è dissimile da quanto farebbe un troll. Non è dissimile da quel che ha fatto e fa tuttora Berlusconi con i media “mainstream” (parlo non della proprietà privata ma di quelle tecniche comunicative che funzionano sulla base di dichiarazioni iperboliche che generalmente dividono la platea degli ascoltatori in pro e contro; dividere è un modo efficace per portare gli ascoltatori dalla propria parte) . Non c’è intenzione di costruire una proposta politica. L’idea è quella di occupare degli scranni in parlamento. Far vedere che è possibile solo ed esclusivamente attraverso “la Rete” condizionare una opinione pubblica. E’ un grande test collettivo, portato avanti con lo scopo di vendere strategie di marketing politico. Il programma non serve: domani, appena Grillo si sveglia, vi detterà, tramite un post, l’agenda politica quotidiana.

Per chiudere, ancora Salsi: “Il Movimento, che adesso per me è una grande delusione, lo sarà anche per i cittadini italiani. Nonostante la buonafede di tanti Grillo è finzione.
Ringrazio tutti per la solidarietà e per offerte di candidatura fattemi in lungo e in largo. Ho deciso che al consiglio comunale di Bologna darò vita a un gruppo consiliare. Ma ho bisogno di un ufficio grande per accogliere per un thè tutti coloro che una volta eletti in Parlamento faranno la mia stessa fine, stipendio di 13mila euro permettendo. Scherzi a parte, il mio impegno sarà quello di lavorare, come ho sempre fatto, dalla parte dei cittadini”.

Le terribili regole delle primarie (del M5S)

Matteo Renzi ha sollevato un putiferio sulle labili regole delle primarie del centrosinistra. La norma contestatissima è la registrazione all’albo degli elettori del centrosinistra, possibile sino al giorno della prima consultazione ed in seguito soltanto dietro “giustificazione”. L’intento di chi ha inventato queste regole è senz’altro quello di circoscrivere l’elettorato e di congelarlo fra il primo e il secondo turno. Evidentemente, per questo fatto i sostenitori delle primarie aperte (fra i quali mi annovero pure io) storcono il naso. Effettivamente, però, il caso nefasto delle primarie palermitane aveva suggerito ai vertici del centrosinistra di abbandonare lo stile gazebo e di dotarsi di un quadro di norme più stringente, vista e considerata la posta in palio: l scelta del candidato premier. Evitare infiltrati, primo obiettivo. Evitare il sabotaggio. Quel che è accaduto ieri con le mail bombing di Renzi altro non è che un tentativo di un candidato – per ora perdente – di ribaltare il risultato ribaltando il tavolo con le regole e le schede e tutto quanto. Se Renzi fosse stato primo in classifica, mica si sarebbe sognato di procedere con questo stile ‘eversivo’.

In ogni caso, le primarie come organizzate dal PD rappresentano un unicum non solo in Italia ma persino in Europa. Alle primarie del Partito socialista francese parteciparono ottocentomila persone. Le primarie dell’UMP, il partito di Sarkozy, sono finite in un guazzabuglio, con ben due vincitori, Fillon e Copé (poi Fillon è uscito dal partito per fondare un movimento politico tutto suo). E se pensate che le regole delle primarie del centrosinistra sono una inutile burocrazia, qualcosa che confligge con l’idea democrazia diretta che promana da una certa vulgata sul web, dovete immediatamente leggere quelle del M5S. L’altro esempio di ‘democrazia dal basso’ si scopre strettamente regolamentato e recintato, con numerosi e burocratici filtri all’ingresso. Qualcosa che Nico Stumpo faticherebbe a immaginare anche sotto lsd.

Già, i pentastellati faranno le primarie per decidere le liste dei parlamentari, un’idea nata altrove (vedi alla voce #ReferendumPD). Le consultazioni avverranno soltanto online, fra il 3 e il 6 Dicembre, rigorosamente dalle ore 10 alle ore 17. Nè prima, nè dopo. Volete parteciparvi? Vi sentite coinvolti dal partito dei 5 Stelle e volete essere protagonisti della scelta collettiva delle liste elettorali onde sconfiggere il Porcellum? Non potete. Non potete e basta. Fareste bene ad arrendervi. Anche perché non c’è nessun consiglio dei Garanti a cui appellarsi. Per partecipare siete fuori tempo massimo. Le regole parlano chiaro. Molto semplicemente:

  1. dovete essere maggiorenni (ah com’è antidemocratico il PD che vieta ai sedicenni di votare!);
  2. dovete essere iscritti al portale nazionale del Movimento 5 Stelle; la scadenza era il 30 Settembre scorso;
  3. dovete aver certificato la vostra identità tramite invio di una copia di un proprio documento entro e non oltre il 2 Novembre 2012, 24 ora italiana.

Vi siete dimenticati? eravate all’estero? o malati o male informati o distratti o senza connessione perché non avete pagato la bolletta a Telecom? Spiacenti, il 5 Stelle non ha bisogno di voi e se per caso voi voleste partecipare alle deliberazioni del partito della democrazia dal basso, ebbene non potete farlo. Punto. Siete esclusi. Niente mail bombing, please. Andate a votare per il PD, là c’è ancora tempo.

E poi trovo che le primarie online abbiano senz’altro meno fascino di quelle organizzate in scuole o in palazzetti dello sport, con quei seggi di cartapesta e quei pastelli neri che vedi attraverso la scheda, e le persone che incontri, l’umanità varia che fin dalle otto e dieci è disposta a fare la fila per registrarsi, pagare due euro, fare delle firme, aspettare, avvicinarsi allo scrutatore che ha l’accento siciliano, e poi aspettare lo spoglio, incazzarsi perché al Sud ma quanto tempo ci mettono, alzarsi l’indomani con il dubbio, l’attesa per i risultati mai definitivi e sempre ufficiosi, mentre un Nico Stumpertruppen sciorina dei numeri scritti sulla carta cellophane. Tutto ciò è impagabile, ed è la sinistra, bellezza.

M5S / Dimissioni in bianco e divieto di Mandato Imperativo

Il rapporto eletto-elettore dovrebbe rappresentare per i 5 Stelle un fattore di distinzione. Essi intendono la vera democrazia solo in senso rousseauiano (per Rousseau esiste solo un tipo di democrazia ed è quella diretta), almeno in teoria. Poiché rileggendo le parole di Giancarlo Cancelleri, raccolte per Pubblico Giornale da Angela Gennaro, viene spontanea una riflessione.

Alcuni vi hanno accusato di far firmare dimissioni in bianco ai vostri candidati…
Non è vero. Abbiamo chiesto ai candidati di firmare un documento che si chiama “la voce del movimento”. Recita: «Io sottoscritto mi impegno, qualora venissi eletto, a presentarmi ogni 6 mesi davanti agli elettori e agli attivisti del Movimento 5 Stelle». Gli eletti presenteranno il loro operato e i loro progetti. Se insoddisfatti, gli attivisti potranno proporre una votazione per chiedere le dimissioni dell’eletto.

Che però può rifiutarsi di dimettersi…
Certo. In questo caso lo buttiamo fuori dal movimento. Nell’accordo firmato dai candidati c’è questa formula: «Autorizzo il Movimento 5 Stelle Sicilia a pubblicare su giornali, blog e su qualsiasi mezzo questa frase: “Io XY ho tradito l’idea del movimento 5 stelle e non mi sono dimesso”».

Il tema sono le dimissioni dei candidati eletti ogni sei mesi. Si tratta di una sorta di riesame della ‘buona condotta’ dell’eletto a 5 Stelle, al quale l’Assemblea (degli iscritti?) può revocare la delega. L’eletto, in un modello simile, non è libero di votare secondo la propria coscienza ma deve render conto delle proprie decisioni agli iscritti del Movimento e eventualmente ammettere di essere disallineato rispetto al mandato ricevuto. L’eletto è alla stregua di un lavoratore “dipendente”. In definitiva, prende ordini. Questa è pura retorica grillesca: i deputati e i senatori sono stati dal comico più volte definiti come ‘licenziabili’ perché colpevoli di aver tradito il patto con gli elettori. Il discorso di Grillo può anche essere condiviso, ma si tratta di una eccezione storica: ci troviamo dinanzi al peggior parlamento della Storia della Repubblica ed è naturale aver voglia di cancellarlo.

In Diritto Costituzionale questa vulgata del rappresentante-dipendente si chiama ‘Mandato Imperativo’. E’ l’esatto opposto del mandato rappresentativo. L’eletto siede in Parlamento e risponde del suo operato direttamente all’elettore. Nel nostro ordinamento costituzionale, il mandato imperativo è vietato. E non è uno scandalo, come qualcuno potrebbe obiettare. La norma è contenuta nell’articolo 67 della Costituzione: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

I due capoversi sono strettamente correlati: ogni parlamentare rappresenta la Nazione; ogni parlamentare esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. Il primo contiene il concetto di rappresentanza. Il parlamentare rappresenta la Nazione. Non una categoria particolare o una parte, ma tutta la Nazione, intesa come il popolo nell’insieme delle generazioni passate, presenti e future. Egli non risponde delle sue azioni a nessuno, neanche al proprio partito. L’esatto opposto di quel che chiedono i 5 Stelle, che invece vorrebbero sottoporre l’eletto dal popolo non al giudizio di quest’ultimo, che fra l’altro si dovrebbe concretare alle urne con il voto, bensì al giudizio degli iscritti al movimento/partito. Questo aspetto è importante: i 5 Stelle dimenticano di essere democratici e vogliono revocare gli eletti con decisioni interne al partito e così facendo spogliano l’elettore dell’unico controllo che ha sull’eletto, ovvero il voto. Se l’eletto – per così dire – fedifrago, non accetta di dimettersi, viene espulso dal Movimento: con una tecnica che subodora di stalinismo, viene messo all’indice dei traditori del M5S.

Ci sono ragioni storiche da conoscere, prima di avanzare proposte del genere. Il divieto di mandato imperativo è contenuto nella Costituzione Francese del 1791. Il divieto di mandato imperativo ha a che fare con il concetto di rappresentanza e all’idea che esista un interesse generale e superiore a quello derivante dalla mera somma algebrica degli interessi particolari e privatistici di tutti i cittadini. L’interesse generale si costituisce come opposizione all’assolutismo regio. L’interesse generale di un io collettivo (la Nazione) contro l’interesse particolare di un uomo solo. Prima della Rivoluzione Francese del 1989, esistevano forme di parlamentarismo i cui componenti erano i rappresentanti delle varie classi sociali (Nobiltà, Clero, Terzo Stato). I componenti di queste assemblee ricevevano un incarico revocabile ed oneroso; esso, inoltre, recava le indicazioni cui questi doveva attenersi (cahiers de doléance) nelle deliberazioni, tanto che eventuali questioni impreviste non potevano essere discusse senza che il mandatario facesse ritorno alla propria circoscrizione per consultarsi con il mandante e riceverne vincolanti prescrizioni. Essi tutti erano portatori di istanze particolari.

La Costituzione del 1791 definisce il discrimine fra Ancien Regime e Modernità e separa la rappresentanza d’interessi dalla rappresentanza politica. La delega del potere di fare le leggi, che si concreta con il voto, è un vero e proprio atto di investitura. Tutto ciò collide apertamente con la teoria rousseauiana:

 “La sovranità non può venire rappresentata, per la stessa ragione per cui non può essere alienata; essa consiste essenzialmente nella volontà generale e la volontà non si rappresenta: o è essa stessa o è un’altra; una via di mezzo non esiste. I deputati del popolo non sono dunque e non possono essere i suoi rappresentanti, sono solo i suoi commissari. Non possono concludere niente in modo definitivo.”, J. Rousseau, Il contratto sociale, trad. di M. Garin, Roma-Bari, Editori Laterza, 1997, 137.

In Rousseau il mandato a formare il governo è una mera funzione, non un trasferimento temporaneo di poteri. In Rousseau, il cittadino è pienamente coinvolto nel politico, è un cittadino totale. Ma Rousseau non considera che la società moderna è società complessa, è società di massa e che per risolvere tale complessità, tende alla differenziazione delle funzioni. Il sistema politico presiede alla funzione della allocazione delle risorse nel senso dell’interesse generale. La Costituzione del 1791 pone in essere questo sistema per la prima volta nella storia, ricorrendo ai concetti di Nazione e di interesse generale (per una summa sull’argomento: Emmanuel Joseph Sieyès – Wikipedia). E i delegati al sistema politico non potevano avere vincoli mandatari. Certamente il problema del controllo dei deputati non era meno importante. Per Robespierre, esso si deve realizzare mediante la pubblicità dei lavori ed alla revoca delle garanzie del sistema (M. de Robespierre, Sul governo rappresentativo, trad. it. a cura di A. Burgio, Roma, 1995). Se ci pensate, il risveglio dell’opinione pubblica circa l’operato del sistema politico di questi ultimi tre anni, si è avuto in seguito al ritorno della informazione libera sugli atti dei parlamentari. L’informazione riveste un ruolo fondamentale nella funzione della pubblicità degli atti dei parlamentari. Potete bene comprendere che chi controlla l’informazione, controlla l’opinione dell’elettore sull’eletto. Nel corso del tempo, invece, nel nostro ordinamento la revoca delle garanzie si è resa sempre più difficile (es. autorizzazione a procedere). Ed è una conseguenza di quanto sopra: nella penombra lasciata da una informazione cooptata, il parlamentare può essere condizionato da interessi privati, al punto tale da divenirne tutt’uno. Spesso l’interesse privato è anche interesse criminale e di conseguenza gli atti del parlamentare invischiato nella rete privatistica diventano illegali. Ed è così che avviene lo scontro fra il potere legislativo e quello giudiziario. Le assemblee reagiscono alzando le garanzie degli eletti poiché devono preservare il potere di fare le leggi ottenuto in delega dal popolo sovrano. Ma le garanzie, se da un lato evitano il blocco della funzione legislativa, dall’altro conservano lo stato di impudicizia del sistema politico con l’interesse particolare.

I guasti della nostra democrazia rappresentativa non si risolvono trasformando i deputati e i senatori in “cani al guinzaglio”. Il divieto di mandato imperativo è principio costituzionalmente necessario per far sì che le Camere perseguano l’interesse generale della Nazione e non interessi privati. In questa frase è celato il peccato originale italiano: i partiti, queste organizzazioni che non sono né carne né pesce, a metà strada fra la sfera pubblica e quella privata, da collettori di domanda e sostengo della sfera sociale si sono trasformati in gruppi di interesse pienamente privati. La legge elettorale Calderoli, con la formula delle liste bloccate, ha di fatto costituito un aggiramento della norma del divieto di mandato imperativo. Tramite la minaccia delle non rielezione, le segreterie di partito, completamente inquinate dagli intenti privatistici, controllano i deputati e i senatori, avendo da loro la piena disponibilità a votare qualsiasi legge proposta dal vertice.

La lettere di dimissioni in bianco dei M5S vanno nella direzione di rafforzare il controllo del partito/movimento nei confronti degli eletti. Vanno cioè nella direzione sbagliata. Poiché sull’eletto l’unico giudizio non può che provenire dall’elettore, è normale che sia la legge elettorale il problema fondamentale che impedisce una genuina selezione della classe politica. Un movimento come il M5S che afferma di voler cambiare l’esistente nel senso di una maggiore partecipazione e coinvolgimento del cittadino alla dinamica pubblica, dovrebbe pertanto proporre:

  1. la modifica della legge elettorale nel senso della realizzazione di tre principi: governabilità, rappresentanza, circolazione delle élites;
  2. una legge per la rimozione del conflitto di interesse dall’ambito della politica e dell’informazione;
  3. una legge che obblighi ogni partito a dotarsi di uno statuto nel quale siano specificate le modalità di selezione delle candidature, che devono prevedere il grado massimo di inclusività (al livello dell’elettore);
  4. una legge che obblighi ogni partito a rendicontare pubblicamente gli usi dei finanziamenti ricevuti, siano essi pubblici o privati, nonché la lista dei finanziatori e l’entità degli importi ricevuti;
  5. infine – ma qui mi allineo ai 5 Stelle – l’incensurabilità come prerequisito per la candidatura alle cariche elettive.