La mia prima Richiesta di Rettifica

Oggi ho ricevuto la prima richiesta di rettifica da parte di una persona citata in uno dei miei testi, peraltro del 2009, quando avevo appena cominciato. Tale persona, per mezzo di proprio avvocato, ha paventato la querela con risarcimento danni (150 mila euro, la richiesta) se io non avessi provveduto entro 24 ore alla censura del testo.

Quindi, lo ripeto a caratteri cubitali: CHI LEGGE PUO’ CHIEDERE RETTIFICA A MEZZO E-MAIL (vedere pagina ‘Contatti’) SENZA RICORSO AD AVVOCATI (QUESTO NON E’ UN GIORNALE!!! E NON CI SONO SOLDI, OK?) SENZA ASPETTARE CINQUE ANNI, MAGARI.

Ora non chiedetevi più perché scrivo meno.

#grazieAgcom

Ignazio Marino e quella vecchia storia (falsa) dell’Ismett

Il Messaggero prende parte nella battaglia per Roma fra Marino e Alemanno? Parrebbe di sì poiché il quotidiano ha ribattuto – con un ritardo colpevolissimo di quattro anni – quella vecchia calunnia escogitata da Il foglio e Libero sulla chiusra del rapporto di lavoro fra il chirurgo e l’Ismett di Palermo. Ricorda Marino sul suo blog: ” nel luglio del 2009 il giorno dopo il mio annuncio alla candidatura per le primarie del Partito Democratico, il Foglio (seguito dalle altre testate poi condannate) scrisse una infamante falsità e cioé che ero stato licenziato dal centro trapianti Ismett di Palermo, che fondai nel 1999, per aver gonfiato delle note spese per circa seimila euro”. Il Foglio, Libero e Italia Oggi sono stati condannati per diffamazione dopo tre anni e hanno pagato circa 100 mila euro di danni al candidato sindaco del PD.

Questo blog, nel luglio del 2009, era appena nato. Ci scrive si adoperò per verificare quanto veniva scritto dai giornali e – forse per primo – individuò tutte le incongruenze di quelle accuse infamanti.

Se vivete a Roma e intendete non votare più Ignazio Marino dopo ciò che avete letto sul Messaggero, ebbene dovete ricredervi. Dovete sapere che nel 2009 Marino ebbe una reazione di totale trasparenza verso il pubblico ed è stato un esempio per tutta la politica che all’epoca era tutt’altro che trasparente. Leggete quanto segue per meglio comprendere:

Finte notizie e vero cambiamento | Ignazio Marino

luglio 24, 2009

La lettera UPMC vs Marino

 

Sallusti arrestato, è già evaso

Lo annuncia Nicola Porro su Twitter:

http://twitter.com/CesareOrtis/status/274851320920408065

Questa la homepage de Il Giornale, proprio adesso:

ilgiornale

Salva-Sallusti e Ammazza-Blog, molto rumore per nulla

 

Il disegno di legge firmato da Vannino Chiti e Maurizio Gasparri e prodotto in gran fretta per “salvare il soldato Sallusti”, a detta di molti illustri commentatori ed esperti di internet, quali Alessandro Giglioli e Guido Scorza, conterrebbe l’ennesimo comma ammazza-blog. Di fatto i pareri dei due giornalisti vivono di luce riflessa, la medesima luce che teoricamente dovrebbe promanare dagli articoli di Marco Travaglio. Ma se leggeste attentamente i tre testi, vi accorgereste di uno slittamento interpretativo che trasforma un emendamento finanche pasticciato e scritto male, in un vero e proprio temibilissimo comma ammazza-blog.

Per praticità, vi riporto le frasi salienti dell’articolo di Travaglio:

Oggi, se un cronista pubblica una lieve inesattezza causando un piccolo danno, può essere condannato anche a una multa e una riparazione pecuniaria di poche decine di euro: in futuro il giudice non potrà affibbiargliene meno di 30 mila (il massimo non è fissato: teoricamente, anche miliardi). E, come se il primo bavaglio non bastasse, eccone un altro: i direttori responsabili di giornali e testate radio o tv risponderanno di omesso controllo anche per tutto quanto esce sulle edizioni online (M. Travaglio, Il Fatto Q).

La teoria di Travaglio, detta in soldoni, è questa: i giornalisti alle dipendenze di editori miliardari (ergo Berlusconi), continueranno a diffamare, impuniti, difesi dagli avvocati del loro padrone; i giornalisti di bottega, come per esempio Corrado Formigli, verranno schiacciati dal peso di risarcimenti milionari. Ora, va da sé che il quadro descritto da Travaglio è già ampiamente in opera e la legge “salva-Sallusti” non cambierà di molto le cose, soltanto eliminerà il carcere e riallineerà il nostro codice penale alle equivalenti normative europee. Travaglio vuole mantenere il carcere ed è contrario a trattare le testate giornalistiche online alla stregua di un giornale di carta. E attenti, perché lui cita espressamente i direttori responsabili di giornali delle edizioni online, non parla di blog, che come è noto non sono testate editoriali.

Lo smottamento interpretativo comincia quando il duo Chiti-Gasparri consegna al Senato l’emendamento n. 1.15 al DDL n. 3491. Il quale interviene sullo stesso progetto di legge così modificandolo:

Art. 1. (Modifiche alla legge 8 febbraio 1948, n.47)

1. Alla legge 8 febbraio 1948, n.47, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) l’articolo 12 è sostituito dal seguente:

«Art. 12. (Riparazione pecuniaria). — 1. Nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, la persona offesa può chiedere, oltre il risarcimento dei danni ai sensi dell’articolo 185 del codice penale, una somma a titolo di riparazione. La somma è determinata in relazione alla gravità dell’offesa e alla diffusione dello stampato e non può essere inferiore a 30.000 euro.»;

Emendamento 1.15: «a) all’articolo 1, dopo il comma 1 è aggiunto il seguente: “Le disposizioni della presente legge si applicano, altresì, ai siti internet aventi natura editoriale»

Mi sembra che sia ben specificato l’intento del (deprecato) legislatore: estendere la norma di cui al comma a) – riparazione pecuniaria – anche ai siti internet aventi natura editoriale, ovvero alle testate giornalistiche online, non ai blog. In ogni caso, il legislatore pasticcia e sembra in questo caso non conoscere la recente sentenza della Cassazione in merito al caso Ruta e al giornale online “Accade in Sicilia”.

la Corte di cassazione, depositando la motivazione della sentenza n. 23230, con la quale nel maggio scorso, ponendo termine al «caso Ruta», ha annullato senza rinvio la sentenza della Corte d’appello di Catania, che aveva confermato la condanna inflitta dal tribunale di Modica a Carlo Ruta, direttore del giornale telematico «Accade in Sicilia», per omessa registrazione della pubblicazione dello stesso, come previsto dagli articoli 5 e 16 della legge n. 47 del 1948. La Cassazione ha, al contrario, ribaltato la posizione dei giudici di merito, fornendo una lettura della legge sulla stampa, secondo la quale il giornale telematico, inteso come categoria a sé stante, non risponderebbe alle due condizioni ritenute essenziali per l’esistenza del “prodotto stampa” e, precisamente:

– un’attività di riproduzione tipografica;

– la destinazione alla pubblicazione del risultato di questa attività.

È vero che la legge n. 62 del 2011 ha introdotto la registrazione dei giornali online, ma lo ha fatto solo per ragioni amministrative e solo al fine di concedere la possibilità di usufruire delle sovvenzioni economiche previste per l’editoria. In conseguenza di tale scelta, le testate telematiche  possono essere sottoposte alla legge n. 47 dell’8 febbraio 1948, “Disposizioni sulla stampa”, solo a condizione di aver fatto richiesta di finanziamento pubblico (A. Scalisi, Aci Castello online).

Non mi dilungo sul dilemma dei giornali online e della applicabilità della legge sulla Stampa. E’ un dibattito interessante ma credo sia necessario ben più di un post su un blog per dipanare la matassa giuridica in materia. Quel che mi preme mostrare è ora come Guido Scorza tratta questo maldestro emendamento sul suo blog su L’Espresso:

La disposizione prevede “semplicemente” che ogni gestore di sito informatico debba provvedere alla rettifica di quanto scritto entro 48 ore dal ricevimento di una qualsiasi richiesta a pena, in caso contrario, di una sanzione pecuniaria di oltre dieci mila euro […] Inutile ricordare che l’introduzione nell’ordinamento di una previsione tanto scellerata avrebbe come effetto immediato quello di far passare la voglia, a centinaia di migliaia di cittadini italiani, di condividere informazioni ed opinioni online e/o di veder sistematicamente trionfare l’opinione dei più forti, giusta o sbagliata che sia perché nessuno, nella blogosfera, sarebbe disposto anche solo a rischiare di dover pagare oltre dieci mila euro per un’attività amatoriale (G. Scorza, L’Espresso).

Ciò è semplicemente falso. Scorza dimentica forse di leggere l’emendamento, che pure viene citato nell’articolo. La norma parla di “siti internet aventi natura editoriale”; Scorza di “ogni gestore di siti internet”. Due cose profondamente diverse. Il suo post si conclude con un garibaldino “alzare la testa”, ma forse è il caso di non precipitarsi sempre in questa rincorsa all’indignazione. E prima di scrivere “il sempre attento Guido Scorza”, fare due verifiche, che è poi il senso del mestiere del giornalista.

Il DL Salva Sallusti

Gli emendamenti al DL Salva Sallusti

Caso Sallusti, un Betulla non vale un Dreyfus

Ha fatto lavorare un giornalista radiato, una spia, un agente del servizio segreto. Ha pubblicato un articolo in cui il famigerato Dreyfus, alias Renato Farina, scrive delle falsità, anzi, diffama gravemente un magistrato, tale Giuseppe Cocilovo. Quest’ultimo, quando la causa era ancora pendente presso la Procura della Repubblica, aveva banalmente chiesto una rettifica, quindi in seguito un risarcimento di ventimila euro. Sallusti ha rifiutato. Sallusti non ha mai nemmeno rivelato l’identità del giornalista occulto. Farina ha fatto outing stamane, alla Camera dei Deputati, svegliata in gran fretta per parlare del caso. La “confessione” ha naturalmente acceso il dibattito fra i giornalisti su Twitter:

Farina infame? E Sallusti? Il Direttore ha protetto il suo anonimato ad oltranza. E’ normale che un Direttore di giornale faccia lavorare un giornalista radiato? La domanda è retorica. Ci siamo indignati contro una macchina giuridica senza pietà, che schiaccia la libertà di opinione e mette in galera chi ha semplicemente espresso un’opinione. La realtà non è questa. E’ pur vero che le norme del Codice che regolano la libertà di stampa sono antiquate e che la galera applicata ai reati d’opinione è fortemente intimidatoria. Ma qui ci troviamo di fronte a un ex giornalista che, sotto uno pseudonimo, continua ad esercitare la professione che gli è stata negata in quanto uomo al soldo del servizio segreto (caso Pio Pompa).

Dice Farina di avere ubbidito. Si accordava con Pompa. Era “preparato” da Pompa. Era pagato da Pompa. Trentamila euro in due anni. Sempre in contanti, sempre dietro ricevuta. Qualche volta firmata “Betulla”, qualche volta “Renato Farina”. Denaro per le spese vive. Gli aerei, i soggiorni. Non che potesse aggravare il giornale, “Libero“, dei costi del suo lavoro doppio […] E’ Pompa che gli consegna quel dossier che dovrebbe inchiodare Romano Prodi agli accordi Europa-Stati Uniti che consentono i voli degli aerei “coperti” della Cia. E’ un falso. Farina lo pubblica (repubblica.it).

Farina diffamò Prodi su richiesta del servizio segreto (falso caso dell’appoggio di Prodi alle extraordinary renditions dell’era George W. Bush). Per questa ed altre falsità, Farina fu cacciato dall’ordine dei giornalisti. Vittorio Feltri – sì, lo stesso uomo che lo ha pubblicamente accusato di essere l’anonimo Dreyfus del caso Cocilovo – gli ha permesso di continuare a scrivere per il giornale Libero per ben due anni. Feltri si guadagnò così sei mesi di sospensione dall’ordine. Secondo Feltri, Farina doveva continuare a scrivere “in base alla Costituzione, che consente fino ad ora la libera espressione del pensiero” (Wikipedia). E’ libera espressione del pensiero quanto scritto da Farina sul caso Cocilovo? E Sallusti poteva permettere che un giornalista radiato e pagato per mentire continuasse a scrivere notizie false sulle colonne del giornale da lui diretto? Perché sia Feltri che Sallusti hanno tenuto Farina al proprio posto pur sapendolo corrotto?

L’art. 57 del codice penale, lo stesso codice penale applicato nel caso  Ruby (nota per Travaglio, n.d.r.), impone al direttore di controllare l’attività dei giornalisti per evitare che un reato si verifichi: nel giornale da lui diretto – si chiama per questo “responsabile” – chi scrive non può fare quello che gli pare, ma deve attenersi a determinate regole di correttezza, verità, continenza e il direttore ne è il garante. Se il direttore se ne infischia,   o chiude un occhio o abbozza un ghigno di fronte allo sciacallo che si appresta a macellare di fronte a centinaia di migliaia di lettori una persona perbene sia  un giudice onesto sia un signor nessuno, allora la responsabilità – per niente oggettiva – è, anche,  sua. Non come autore del reato ma per aver violato il suo obbligo di controllo, permettendo così lo scempio.  Doveva controllare, e non lo ha fatto, doveva evitare il danno e non lo ha fatto: una menzogna è stata diffusa e invece doveva restare chiusa nella balda mente del suo autore (youreporternews.it).

Un agente Betulla non può esser nemmeno lontanamente accostato al caso Dreyfus.

Hanno ucciso l’uomo calvo – dalla prima pagina de Il Giornale

 

Tutto mi sarei aspettato, tranne che di scrivere questo articolo. Mi tremano le mani sui tasti della Olivetti. Così comincia l’articolo di prima pagina del condirettore de Il Giornale, Vittorio Feltri. La vicenda è relativa ad una causa per calunnia esercitata da un giudice, tale Giuseppe Cocilovo, per un articolo comparso su Libero quando di Libero Sallusti era direttore responsabile. L’autore del pezzo firmò con uno pseudonimo, ma per il giudice a pagare deve essere il direttore responsabile. Il quale venne condannato in primo grado alla pena pecuniaria di cinquemila euro la quale, in secondo grado, fu tradotta in pena detentiva per un anno e due mesi. Il 26 Settembre si terrà l’esame di regolarità formale da parte della Cassazione. Come saprete, la Cassazione non entra nel merito della sentenza di secondo grado ma semplicemente si esprime sulla regolarità del procedimento. Quindi Sallusti rischia la galera. Questo perché a Sallusti non si applicherebbe la sospensione della pena per gli incensurati, in quanto egli ha già ricevuto condanne per diffamazione o calunnia. Naturalmente Feltri si spertica in un lungo j’accuse contro la democrazia italiana e contro le leggi sulla stampa: “siamo l’unico paese occidentale in cui i reati a mezzo stampa sono valutati dalla giustizia penale anziché da quella civile”. I colpevoli di tutto ciò? Non è con i magistrati che Feltri intende polemizzare ma con quei “dementi” che dopo sessanta anni tengono in vita – “per accidia e menefreghismo” – un pezzo del Codice Fascista.

Una sola osservazione ho da fare: il carissimo direttore emerito de Il Giornale si accorge solo ora che la normativa italiana sulla stampa è fortemente illiberale. Quando alcuni dei suoi amici politici, per i quali ha scritto sinora lunghe e noiose agiografie acritiche (almeno prima che defenestrassero Silvio da Palazzo Chigi e prima che il vento dell’anticastismo soffiasse così forte anche in Via Negri), intendeva estendere quelle assurde regole anche al web e soprattutto ai blog, non mi pare che Feltri avesse gridato allo scandalo della democrazia italiana. Ricordassero, lui e il suo compare calvo, questi aspetti e queste regole repressive quando pigiano i tasti delle loro vetuste Olivetti. E facessero un mea culpa sul pessimo giornalismo di cui sono autori.

Ai confini della Rete: la Binetti diffamata e il blogger falsario

Calunnia, Botticelli

Paola Binetti è stata diffamata a mezzo blog. Il Simplicissimus ha pubblicato un post in cui si riportavano frasi attribuite alla parlamentare dell’UDC. Frasi, si è scoperto poi, essere in contrasto con le dichiarazioni pubbliche della Binetti in materia di terapia del dolore. Ci sono pagine e pagine di resoconti parlamentari che testimoniano dell’impegno in materia della a volte discutibile senatrice ultra-cattolica. Quindi le parole riportate dal Simplicissimus risuonavano subito, ai primi che le lessero, alquanto strane. Quella frase, “i bambini malati di cancro portino la croce”, era paradossale e abnorme, ma ha funzionato benissimo. Il blog Simplicissimus pubblicava il post il 28 Giugno scorso. Molti altri siti hanno replicato parimenti la notizia, senza alcuna remora, senza indugiare in difficoltose – e dispendiose in termini di tempo – verifiche. Tutti sono caduti nella trappola dell’indignazione, fino a vergognarsi di aver ceduto alla facile soluzione di ricavare un surplus di visualizzazioni da una notizia così ripugnante. Prendersela con i bambini. Una dichiarazione folle e inverosimile che solo quell’integralista della Binetti poteva fare.

Peccato che fosse completamente falsa. Binetti, dopo qualche giorno, ha smentito. Ieri ha scritto un commento in coda al post incriminato, senza dilungarsi in richieste di rettifiche o altro. Ha soltanto – e signorilmente, gliene deve esser dato atto – riferito la sua versione e ha invitato i lettori a diffidare dei dispensatori di bufale sul web.

Qui ci troviamo di fronte a un duplice problema. Da un lato, la ricerca delle fonti sul web è sempre stato uno degli argomenti di punta dei suoi detrattori. Umberto Eco afferma che non si sa mai se una notizia sul web sia vera o falsa. “Su Internet non ci sono filtri sociali: prima di aprire un giornale c’è bisogno di gente che dia il denaro necessario, di giornalisti, e via dicendo. A seconda di chi dà il denaro a un giornale, e di chi ci scrive, sappiamo se il giornale è comunista, se è fascista.. Al contrario, su Internet, nessuno sa chi sia il signor X”, disse Eco a El Pais in una intervista di due anni or sono. Noi non sappiamo perché sia stato pubblicato quel post, perché è stato dichiarato il falso su Binetti. Perché proprio ora. Sappiamo però – e questo è un merito, non tanto del web, ma dei lettori – che le notizie false hanno vita molto breve se pubblicate da un blog. La carta stampata resta, i kilobyte di un post possono essere trasformati, modificati, cancellati in ogni istante. Fino a far scomparire”l’errore”. Ma soprattutto sono oggetto di verifica da parte di migliaia di occhi e di teste, pronte a far girare i motori di ricerca.

In secondo luogo, ci scontriamo con un dilemma, forse sorto in seguito al tramonto dell’era berlusconiana, i cui protagonisti sono stati materiale eccellente per pubblicazioni orientate alla denuncia e allo scandalismo esasperato. Si tratta di un vero e proprio filone, il cui capostipite è stato il Blog di Grillo, il cui “spirito editoriale” è stato poi brillantemente implementato in una testata vera e propria, ovvero Il Fatto Quotidiano. L’imitazione di questi due campioni dell’indignazione da tastiera è diventato un modello per tantissimi blogger. Suscitare l’indignazione è un buon modo per ottenere visualizzazioni sul web. Essere visibili è il metro con cui si misura il successo di un sito. Non contano i contenuti, basta che essi procurino interesse.

Ecco, a mio avviso, dopo la fine del berlusconismo, questo filone ha vissuto una crisi. Ha perso la materia prima che produce indignazione, ovvero i berluscones. O perlomeno sono diventati merce rara. Di che parlare allora? Per alcuni può esser diventato una coazione a ripetere. E allora scrivere notizie false su dichiarazioni false in merito a cure anticancro sui bambini si configura come un altro modo di fare trollismo.

A corredo di ciò, va ricordato che l’autore del blog Il Simplicissimus non ha provveduto né a rettificare il post, né tantomeno a rispondere ai commenti e alle sollecitazioni di chiarimenti da parte dei lettori e degli altri blogger caduti nella trappola. Un comportamento scorretto, da censurare. Che speriamo non venga impiegato come pezza d’appoggio per disegni di legge censori nei confronti della libertà di espressione.

(A causa della scorrettezza de Il Simplicissimus, questo blog non inserisce alcun trackback al post incriminato).

Il Giornale vs. Fini: le fonti della menzogna

Il sito Red Stripe rivela l’inconsistenza delle fonti de Il Giornale sul caso Fini-Montecarlo. La conferma dell’inconsistenza delle accuse: Il Giornale rimesta nel torbido Leggete:

è stato definito dipendente o commesso ma, in realta’, il signor Davide Russo è un consulente come riportato in fondo al sito del mobilificio Castellucci o consulting trade come riportato sempre in fondo al sito Divanissimi, sempre vicino al copyright del sito quindi non proprio l’ultimo arrivato.
Cliccando il suo nome sul sito IDivanissimi si apre magicamente un nuovo sito, di sua proprieta’, in cui si prospetta l’apertura di una nuova attivita’, sempre come consulente d’arredo, di nome Mobilpro, in pratica si è messo in proprio (fonte: Red Stripe).

Il Giornale racconta in un articolo di un tale imprenditore, Luciano Care, che avrebbe incontrato Fini nell’androne di Boulevard Princess 14 recentemente, trovandolo particolarmente soddisfatto della casa:

La fonte monegasca è ancora piu’ strana, tal Luciano Care. Care dice di conoscere certamente lo stabile ( fonte Il Giornale ) ma non dice il perche’ visto che non ci abita e non ci sono uffici o altro ma solo abitazioni private. Su internet si trova il nome e la via della sua societa’:44 Boulevard d’Italie – Chateau d’Azur
MC-98300 PRINCIPAUTE DE MONACO PDG, FOOD & BEVERAGES INTERNATIONAL – La sede della societa’ dista 22 minuti ( fonte google map ) a piedi dalla casa del Tulliani ( 14 Boulevard de la Princesse Charlotte ) quindi non proprio dietro l’angolo (fonte: Red Stripe, cit.).

Non si capisce se questo Luciano Care è lo stesso Luciano Care’ o Caré cheè coinvolto nel 2004 in una maxi truffa conun traffico di sigarette:

Quegli scatoloni di sigarette «viaggiavano» dall’Italia all’Europa con destinazione finale l’Africa; ma le spedizioni esistevano solo sulla carta: le stecche finivano poi sul mercato del contrabbando, alimentando un giro per milioni di euro. Una truffa non nuova, ma il meccanismo stavolta era stato ben congeniato: gli uomini della Guardia di Finanza di Asti hanno lavorato per quattro anni, seguendo le labili tracce che portavano fino in Belgio in una sorta di gioco a rimpiattino che di volta in volta faceva rimbalzare le indagini (coordinate dal procuratore di Asti Sebastiano Sorbello e guidate, nell’ultima parte, dal colonnello della Fiamme Gialle Fausto Ales) a Montecarlo, Parigi, Oporto, Anversa, Katovice (Polonia), Londra e in Svizzera. Alla fine sono state denunciate otto persone: gli astigiani Giorgio Bramafarina della societa’ Bramanova e Celestino Gabutti (socio della ditta Zeus con sede in Belgio), di Luciano Care’ (Montecarlo), Roberto Palazzo e Mario Bevegni (Genova) Gennaro Vecchione (Napoli), il belga Antoine Van Hal e il portoghese Antonio Valadares (fonte La Stampa.it).

Questo il documento ufficiale della Procura di Asti relativo all’inchiesta Operazione Zeus, in cui compare il nome di Care’: Procura di Asti – N. 1299/01

Complimenti a Red Stripe per il fiuto giornalistico.

In Calabria lo scontro è aperto. Diffamata la Gigliotti. Nuovo attacco alla mozione Marino.

Ignazio Marino domani comincia il tour congressuale a partire dalla Calabria. Ebbene, non ha fatto tempo a sbarcare in questa regione che già volano i coltelli. Ieri su “Il Quotidiano della Calabria”, sezione Lamezia Terme, è comparso un articolo a pagina 28, a firma di Pasquale Roppa, in cui tale Pino Cosentino, consigliere comunale di Lamezia Terme, critica la candidata alla segreteria regionale per la mozione Marino, Fernanda Gigliotti. Questa intervista è da considerarsi la risposta all’intervista rilasciata da Fernanda il 19 agosto, che potete rileggere qui. In sintesi, la Gigliotti aveva espresso pareri duri sull’attuale amministrazione regionale e sul suo presidente Loiero, a suo avviso al centro di una questione morale estremamente radicata e profonda da far parlare quasi di condizione inestirpabile. Ma l’intervista non è un mero attacco, il perno del discorso di Fernanda è relativo alla condizione della Calabria, al suo dissesto ambientale, alla questione sanità, e non ultimo al problema della raccolta rifiuti e ai progetti che lei avrebbe in quanto candidata alla segreteria regionale. Tutti temi che scottano. Sui quali non si può dibattere. Sui quali dibattere è comportamento eversivo.

La risposta del vertice PD non si è fatta attendere ed è giunta per voce di un comprimario, un assessore comunale. Dalle colonne del quotidiano calabrese il Cosentino si esercita perigliosamente in una critica alla Gigliotti che ieri la Gigliotti stessa aveva girato ai candidati delle altre due mozioni: “estendo ancora una volta l’invito a Guccione e Camiti, così come ho già fatto a Decollatura in occasione della Festa Democratica, di utilizzare il congresso non solo per un’utile discussione di cosa è il PD e di come vorremmo che fosse, ma anche di convincere l’elettore e il militante del PD che non parliamo solo di aria fritta, ma che al di la delle posizioni personali e di mozione, siamo pronti ad essere squadra nel merito delle problematiche della nostra regione”.

Cosentino inoltre accusa la Gigliotti di usare la parola meritocrazia a sproposito – a orologeria, in quanto ella stessa sarebbe, a suo avviso, stata partecipe del sistema clientelare (mi ricorda la prima diatriba Marino vs. Il foglio, in cui Il Foglio cercava a tutti i costi di far apparire Marino come uno che predica bene e razzola male – caso UPMC).

Mi chiedo: ma perché mai Cosentino parla solo ora? Se era a conoscenza di casi di assegnazione di incarichi poco chiari che riguardavano la Gigliotti, perché se ne esce solo ora con questa dichiarazione? Lui parla di meritocrazia a orologeria. Ma qui è ravvisabile la diffamazione a orologeria, se egli non avesse modo di dimostrare le sue dichiarazioni. Un comportamento alquanto sospetto, quello di Cosentino. Lascia supporre che egli abbia ricevuto un’imbeccata proveniente da molto in alto. E chi risiede là in alto – è chiaro – deve avere a disposizione un gran bel numero di persone pronte a sporcarsi le mani al proprio posto.

Doverosamente Yes, political! ospita la replica di Fernanda Gigliotti che si riporta integralmente.

LA MIA REPLICA AL VERGOGNOSO ATTACCO PERSONALE CHE HO SUBITO SULLE PAGINE DELLE CRONACHE LAMETINE DAL SIG. PINO COSENTINO CONSIGLIERE COMUNALE DEL PD A LAMEZIA TERME E UOMO DI FIDUCIA DEGLI UOMINI DI FIDUCIA DI LOIERO… PRATICAMENTE UN CAPETTO!!

Anche io come Ignazio Marino sono stata oggetto di un vergognoso attacco personale perché anche io, come lui, sono una persona e una professionista libera che non risponde a nessun organo di governo e di sottogoverno. Faccio l’avvocato e chi mi ha scelto come professionista (enti pubblici e privati cittadini) lo ha fatto per le mie competenze professionali e per il grado di fiducia che ha inteso riporre nella mia attività difensiva, e non certo perché li ha mandati Picone!
Il mio impegno e le candidature in politica, sono state sempre e solo mosse dalla passione e non dal calcolo, e chi mi conosce lo sa bene, anche perché le mie sono sempre state candidature di servizio, candidature difficili e dirette a rimediare i guasti prodotti da altri.
Stiano tranquilli, quindi, gli uomini del presidente Loiero che oggi hanno rivolto al mio indirizzo, attraverso le pagine della stampa lametina, un chiaro avvertimento in perfetto stile politico-mafioso.
Io andrò avanti per la mia strada, sostenuta da quanti appoggiano e sostengono liberamente e gratuitamente la mia campagna congressuale, senza arretramenti di sorta. Invito, pertanto, il Presidente Loiero che è uomo politico di lungo corso e che ha un ottimo capo ufficio stampa, a pubblicare il suo pensiero e a firmarsi direttamente, piuttosto che affidarlo ad improbabili ventriloqui per di più impreparati o falsamente informati.
Nel merito non conosco Pino Cosentino e, da quello che ha scritto sul mio conto, dubito che lui conosca me. Di sicuro non ha letto la mozione presentata dalla sottoscritta, non ha letto le proposte che abbiamo già avanzato, e forse non ha letto nemmeno la mia intervista pubblicata sul Quotidiano di qualche giorno fa in cui mi sono limitata a fare ovvie considerazioni politiche e a rispondere liberamente, e non sotto dettatura, alle domande che il giornalista mi ha posto. Ad ogni buon fine, e qualora l’articolo fosse improbabile farina del suo sacco, volevo solo replicare quanto segue:
1) gli incarichi da me ottenuti dall’ASL n° 6 di Lamezia Terme sono stati complessivamente una decina e risalgono agli anni 2006/2008, incarichi conferiti per rapporti di fiducia professionale con la Direzione Generale dell’epoca;
2) Dall’Asi ho ricevuto un solo incarico di arbitro e se il sig. Cosentino vuole sapere posso anche riferirgli con quali altri arbitri e presidenti ho condiviso il mandato;
3) Dalla Fincalabra, ahimè, non ho ancora ricevuto nessun incarico! Aggiungo però che sono orami 18 anni che attendo di conoscere l’esito di un concorso che feci intorno al 1990 presso la Fincalabra e di sapere come mai, malgrado quel concorso, le persone furono assunte per chiamata diretta. Eppure non mi pare che all’epoca ci fosse Loiero a guidare la Regione Calabria!! Evidentemente i Presidenti cambiano ma i metodi restono uguali!
Per chi volesse conoscere le proposte, le mozioni, gli argomenti di discussione che stiamo portanto avanti, è possibile consultarli su http://www.calabria.scelgomarino.info, sul gruppo facebbok di “Noi ..La Calabria Libera di Ignazio Marino” e sul mio pofilo personale di facebook, oltre che seguire le nostre iniziative politiche che tra il 22 e 23 agosto ci vedranno impegnati con Ignazio Marino in giro per la Calabria. Chissà che conoscendoci di persona e non per sentito dire, anche Pino Cosentino non si convinca ad appoggiarci!!
Fernanda Gigliotti
Candidata Segreteria PD – Mozione Ignazio Marino

Segue la trascrizione dell’intervista a Cosentino presente sul Quotidiano della Calabria. Potete leggerla qui.

Il Quotidiano – lamezia Terme e Piana – 20 agosto 2009 – pag. 28.

Gigliotti e le sue idee.

Pino cosentino: “sterili demonizzazioni degli altri”.

PIOGGIA di critiche del consigliere comunale Pino Cosentino dopo le esternazionidi Fernanda Gigliotti, candidata a segretario regionale del PD. «Ci saremmo aspettati, in un momento di grandi difficoltà per il paesee soprattutto per la Calabria, conoscere le sue idee, apprezzare le linee programmatiche in cui si sostanzierebbe la sua nuova proposta politica». Ed invece,osserva Cosentino «attacca tutto e tutti: anziché vincere (convincere) con il valore delle idee investe tutte le sue argomentazioni con la sterile demonizzazione degli altri candidati, con buon gioco della democrazia e delle sue regole. Punta insomma su un sistema di propaganda irrimediabilmente ed esasperatamente datato e fallimentare».
Dì più osserva «la gente non è interessata alle schermaglie interne alla politica, vuole che si parli dei problemi. Si (con)vince con il consenso e il consenso si ottiene con la gente e tra la gente, che ha dei bisogni concreti e insieme l’esigenza che detti bisogni vengano ascoltati;fondare la candidatura su alterchi e diverbi personali che esulano nella sostanza da ciò che la gente si aspetta non ha né potrebbe ora rappresentare un criterio di discernimento vincente».
Per Cosentino «sarebbe riduttivo oltre che offensivo di tante menti pensanti irridere del consenso altrui, o peggio ancora farsi promotori di un moralismo tutto etica e meritocrazia che viene tirato fuori ad orologeria: è fatto notorio che l’aspirante segreteria – che reclama merito e trasparenza – abbia finora ricoperto incarichi profèssionali attribuitigli da chi dirigeva e dirige (per volere proprio di quei governanti del PD che attacca), l’Asl di Catanzaro-Lamezia, l’ex Asl 6 e la Fincalabra!».
E qui rimarca «l’avvocato Gi gliotti ha alla spalle risultati che la dicono lunga sulla sua compatibilità con la vita politica partecipata, fatta di contatto costante con le persone e di buone relazioni che però non sempre le hanno consentito di raggiungere gli obiettivi prefissati come quando si è misurata alle elezioni comunali di Lamezia nel 2001, con la candidatura a sindaco di Nocera nel 2002 e nel 2004 con la candidatura alle provinciali».
E ancora «non è l’aver irrimediabilmente mancato i traguardi perseguiti nelle precedenti tornate elettorali a provocare un moto di sconcerto per le dichiarazioni da ella rese,quanto il dato che ogni suo insuccesso le sia stato benignamente compensato da chi in politica non sempre ha mostrato grande appeal con il quotidiano della gente comune né la capacità di costruire relazioni che andassero oltre quella “ristretta cerchia” nella quale sembra essere reclusa».
Viene da chiedersi – osserva – « in tal caso gli incarichi professionali di cui sopra sono stati attribuiti per merito o semplicemente in ragione dell’appartenenza ad un sistemino di potere che si perpetua all’ombra del sottogoverno regionale?». Ciò per dire che «voler allora apparire del tutto sganciata, scandalizzata dal sistema correntizio dei soliti “noti” che inevitabilmente finisce per caratterizzare un grande partito di massa, potrebbe apparire agli occhi di chi conosce fatti e misfatti della politica nella sua quotidianità è un esercizio intellettualmente ipocrita, riduttivo della sua personalità che non le aggiungerà altri consensi».
Ecco perché per Cosentino « Sarebbe stato più interessante e persuasivo conoscere le sue idee e i suoi programmi politici». Per tutti coloro che sono in politica dice « è lecito ambire a ricoprire incarichi di rilievo, ma per fare ciò non è pensabile (né rispettabile) che possa bastare una mera designazione dall’alto è indispensabile misurarsi pur sempre espressione di libero consenso (democraticamente) nella stragrande maggioranza dei casi dato a chi ha profuso impegno concreto per la ricerca del bene comune, ha intessuto rapporti e contatti quotidiani, da quelle medesime persone che poi nelle competizioni elettorali avvalendosi del proprio diritto di voto, sceglieranno chi “merita” quella ‘Visibilità”, scusate se è poco».
Auspico – conclude – che «la mia preferenza venga a scaturire dal confronto dialettico delle idee e dei programmi dei candidati, che la corsa verso la segreteria regionale si incentri sul piano della concretezza e soprattutto della correttezza, nel rispetto di chi ci scruta e dovrà scegliere, ringraziando anticipatamente per la loro disponibilità Pino Caminiti, Carlo Guccione e Fernanda Gigliotti sapendo che all’indomani della imminente competizione dovremmo essere tutti uniti per le prossime impegnative tornate elettorali».

Documentazione a orologeria. Ma solo per abbonati, Dio ti ringrazio.

Il Foglio non perde un giorno per escogitarne di nuove: ma la documentazione a sostegno delle proprie teorie del Marino allontanato è online "solo per abbonati". Bene, un aiuto concreto a pulire il mondo dalle immondizie.
Di seguito la testimonianza di Ivan Scalfarotto, collaboratore di Marino nell’impresa della segreteria PD, del suo incontro a Roma con Ignazio.

  • Dopo aver pubblicato la lettera con cui il capo dell’importante centro trapianti americano di Pittsburgh (Jeffrey A. Romoff) spiegava le ragioni dell’allontanamento di Marino da Pittsburgh, il Foglio di oggi pubblicha un documento che smentisce la versione del senatore Ignazio Marino a proposito del suo allontanamento dall’Università di Pittsburgh.

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    • ho incontrato Ignazio Marino qui a Roma e ne abbiamo parlato. Alla lettera pubblicata dal Foglio era seguito nella medesima data un altro documento – decisivo – che ha rivisto tutte le clausole vessatorie della lettera precedente: niente più restituzione dei libri, del computer, della casa. E soprattutto l’UMPC non ha mai più citato i rimborsi spese né ha dato seguito con un’azione civile o penale nei confronti di Marino, che ha conservato l’accredito per operare presso di loro ed è rimasto sul fondo pensioni degli ex dipendenti.

      Poi, c’è da dire, Marino aveva già in tasca un contratto di lavoro con la Jefferson University di Philadelphia, cosa che ha escluso ai miei occhi di vecchio capo del personale a stelle e strisce anche la possibilità che la lettera fosse stata costruita per spingere un dipendente beccato improvvisamente con le mani nella marmellata e in odore di licenziamento per giusta causa (“gross misconduct”) ad andarsene da solo.

    • Marino mi ha anche raccontato dalle difficoltà che ha vissuto nel suo lavoro in Sicilia, nonostante i cento trapianti i fegato, nonostante il primo trapianto a un sieropositivo e Sirchia che diceva trattarsi solo di un fegato buttato. Mi ha raccontato delle difficoltà di scegliere le persone solo per il merito, di assegnare gli appalti per la costruzione del centro medico in una città come Palermo. Di tutta la gente che gli aveva detto: “Ma professore, cosa crede di fare?” e di quanto difficile fosse fare il chirurgo in un ambiente così.
    • Tutto questo Ignazio Marino ha poi detto oggi davanti a me a Francesco Cundari de Il Foglio

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Le dichiarazioni di Marino al Foglio 25/07

gnazio Marino dice di essersi sentito offeso sin dal titolo, leggendo sul Foglio di ieri l’articolo che lo riguardava […]
il Medical Center dell’Università di Pittsburgh (Upmc) non intendeva “allontanarlo”, per la ragione che Marino di fatto si era già allontanato di sua iniziativa. “In quel momento avevo già in tasca una lettera di intenti in cui la Jefferson University si impegnava ad assumermi come professore di Chirurgia e direttore del dipartimento trapianti di Philadelphia […]
Quanto al merito della lettera dell’Upmcsecondo il senatore del Partito democratico si trattava semplicemente della “bozza di un documento che successivamente è stato completamente riscritto, e di cui posso mostrare la versione definitiva, l’unica valida, in cui non si fa più alcun cenno a quelle contestazioniQuanto alle specifiche discrepanze segnalate dall’Upmc nei rimborsi, Marino non nega che possano esserci state. “Allora – spiega – io gestivo una spesa corrente per venti milioni di dollari annui, dal 1997, e come amministratore delegato dell’Ismett ero responsabile degli appalti per la costruzione di un nuovo ospedale per 102 miliardi di lire. Se in un momento di evidente tensione tra me e l’Upmc, dovuto al fatto che io avevo deciso di andare a lavorare altrove, una revisione della contabilità trova discrepanze per ottomila dollari, beh, che volete che vi dica…” […]
Tutto questo, per il senatore-chirurgo, è però soltanto “l’epifenomeno” di una vicenda molto più complicata. “Dal ’99 al 2001, al centro di Palermo, avevo avuto carta bianca nella scelta dei miei collaboratori. Tutti i primi settanta-ottanta dipendenti dell’Ismett sono stati assunti con regolare bando pubblicato sulla stampa e dopo un semplice colloquio con me. […]
Una situazione idilliaca, a quanto pare, ma solo fino al 2001. “Nel 2001, quando alla presidenza della Regione Sicilia viene eletto Totò Cuffaro, la situazione cambia. E cominciano le pressioni, sia dalla politica sia dall’università”. […]
In quel momento erano in corso le procedure per assegnare gli appalti per la costruzione di edifici e apparecchiature. [… ]
La prima gara la vince un’azienda – racconta Marino – che la prefettura mi dice essere di fatto controllata dalla mafia. Quindi devo annullare tutto e indire una nuova gara, e mi becco pure una denuncia dal consiglio di amministrazione di quella stessa società per danno patrimoniale. […]
Una storia che Marino rivendica con orgoglio, convinto che le accuse contenute nella prima lettera del Centro di Pittsburgh non abbiano alcun valore, non dimostrino nulla e pertanto non possano macchiare in alcun modo quell’esperienza.

fonte IlFoglio.it

Nulla contro Marino

Il Foglio di Giuliano Ferrara questo grande giornalista (o giornalista grande), nell’impresa dello scoop dei rimborsi fasulli di Ignazio Marino, ha mostrato un forte senso della moralità, very british oserei dire.
Peccato che solo qualche settimana fa L’Espresso pubblicasse lo stralcio della lettera di Provenzano (o Riina?) a Berlusconi, lettera recapitata al Presidente non mezzo posta ma per mezzo di amici (Ciancimino senior, Dell’Utri) e il Foglio cosa fa? Chiede spiegazioni al vituperato Premier? Bè, il Foglio non spreca carta, sia ben inteso. Se deve attaccare qualcuno, attacca dalla parte politica giusta: quella avversa. Non sono degli autolesionisti.
E poi cosa significa che non hanno “nulla contro Marino”? Come dice il detto: Excusatio non petita, accusatio manifesta.
Oggi intanto Il Foglio dovrebbe uscire con una intervista proprio a Ignazio Marino. Vedremo.
La domanda però è: perché Marino fa così tanta paura? Soprattutto a chi? Perché questo attacco preventivo dalle colonne de Il Foglio? Chi ha fornito la lettera dell’UPMC a Il Foglio? E la traduzione che il Foglio ne ha fatto è fedele all’originale?
Ecco di nuovo l’impressione della diffamazione a mezzo stampa secondo una logica che subodora di piduismo, di corvismo (vedi Corvo, Corvo di Palermo, giudicie Di Pisa style).
Solo ieri mattina un pretenzioso Rutelli compariva in un trafiletto de LaStampa.it minacciando di uscire dal PD qualora vincesse Marino.
Rutelli? Rutelli, quello dell’emergenza sicurezza, dell’emergenza intercettazioni, del caso Genchi, delle diffamazioni a Genchi. Sì, proprio lui. E’ ancora nel PD. Vivo e vegeto. E minaccia di andarsene. Figuriamoci. Un motivo in più per votare Marino alle primarie.