Direttiva Bolkestein, la protesta degli ambulanti contro le liberalizzazioni

[tratto dal Comunicato dell’associazione GOIA]

Nel pacchetto di liberalizzazioni annunciate dal Governo italiano c’è la temuta direttiva europea chiamata “Bolkestein”. Se dovesse passare così come è stata presentata, produrrebbe un danno enorme in termini di disoccupazione (sono quasi 2 milioni i posti di lavoro a rischio compreso l’indotto) alla categoria di lavoratori più antica della storia umana. Gli ambulanti oggi lavorano sulle piazze e le strade di tutta Italia grazie alle concessioni decennali rilasciate dai Comuni. Circa una metà di commercianti queste concessioni le ha acquisite oppure le ha ereditate da genitori che hanno sempre e puntualmente pagato le relative tasse che garantivano la legalità per svolgere il proprio lavoro. Chi ha acquistato queste concessioni, oltre al danno rischia la beffa perché si è dovuto accollare anche spese notarili, bolli e tutta la burocrazia di competenza, senza parlare delle visite capillari dell’Ufficio delle Entrate. Essendo attività commerciali a tutti gli effetti sono infatti sottoposte a studi di settore, quindi hanno l’obbligo di pagare tasse sulle transazioni delle concessioni in base al valore che stabilisce l’Ufficio delle Entrate e non al valore di mercato reale.

Con la direttiva Bolkestein, tutto il passato e la storia orgogliosa di ogni singolo ambulante rischia di essere archiviata per sempre. Essa prevede che i Comuni non rinnovino più le concessioni ai vecchi possessori cancellando quindi “i diritti acquisiti” fino ad ora.

La Bolkestein è una legge retroattiva e anticostituzionale; una volta approvata la direttiva i Comuni avranno la libertà di mettere all’asta le concessioni e la partecipazione alle aste verrà ristretta agli ambulanti e aperta alle grandi multinazionali, società e cooperative. In pratica chi offre di più lavora, mentre chi si è sacrificato per una intera vita alzandosi tutte le mattine alle 5, mettendo a repentaglio anche la propria salute, rimane a casa intraprendendo la nuova carriera da disoccupato.

Per fare un esempio, potrebbe succedere che in una qualsiasi manifestazione fieristica o mercato su aree pubbliche arrivi un grande gruppo che offra al Comune cifre esorbitanti per tutti i posteggi della fiera o mercato lasciando a casa circa 200 operatori (questo è mediamente il numero di operatori per mercati e fiere nelle grandi città) che da secoli tramandano di generazione in generazione tradizioni, costumi e servizi ai cittadini.

Se tutto questo dovesse accadere, le multinazionali acquisirebbero ulteriore potere commerciale, decidendo cosa dobbiamo e cosa non dobbiamo comprare. In altri casi si potrebbe verificare che società di servizi acquisterebbero interi pacchetti di concessioni per poi subaffittarle in un secondo momento agli stessi ambulanti che ne hanno subito l’esproprio. Naturalmente tutto questo andrebbe a danno dell’ambulante perché si potrebbe subaffittare a prezzi maggiorati. In pratica la direttiva Bolkestein aprirebbe la strada a personaggi che vivono lucrando sul lavoro altrui.

A Torino grazie alla tenacia di alcuni ambulanti e nato gruppo denominato G.O.I.A. (gruppo libero da ideologie politiche e non vincolato dalle caste commerciali) che in brevissimo tempo grazie ai nuovi mezzi di comunicazione di massa (social network) ha fondato un gruppo su Facebook che sta riscuotendo molto successo. Il gruppo si chiama “CARO BOLKESTEIN, SIAMO IL G.O.I.A, IL MERCATO NON SI TOCCA” e sta continuando a ricevere adesioni da ogni parte d’Italia.

Il GOIA scende in piazza in questi giorni: mercoledì 18 ci sarà una manifestazione a Cuneo, il 22 seguente a Roma.

Per conoscere gli effetti della Bolkestein, leggete questo post: Arriva l’onda liberalizzatrice della Direttiva Bolkestein.

Oppure seguite il Gruppo di GOIA su Facebook: http://www.facebook.com/groups/126578900757038/

Lavoro, arriva l’onda liberalizzatrice della direttiva Bolkestein.

Se qualcuno sospettasse che l’abbiano fatto apposta, bé, dovrebbe sapere che la direttiva Bolkestein, la n. 2006/123/CE, recepita dal governo italiano con un decreto legge approvato lo scorso 26 Marzo, in pieno black out informativo, fu redatta in prima stesura quando presidente della commissione Europea era Romano Prodi. Fu poi approvata, non senza grandi polemiche, dal Parlamento Europeo con sostanziali modifiche al testo originale, che paventava l’introduzione di un nuovo principio nel quadro giuridico europeo, ovvero il principio del paese di origine. Questo obrobrio di principio avrebbe scardinato del tutto le rovine dello stato sociale in europa, tanto più in Italia, con buona pace dei sindacalisti. Secondo tale principio, un fornitore di servizi sarebbe stato sottoposto esclusivamente alla legge del paese in cui ha sede l’impresa, e non a quella del paese dove fornisce il servizio. Ovvero, un’impresa polacca che avesse trasferito lavoratori polacchi in Francia o in Italia, avrebbe potuto farlo senza chiedere l’autorizzazione alle autorità francesi o italiane se aveva già ottenuto l’autorizzazione delle autorità polacche, e a quei lavoratori si sarebbe applicata solo la legislazione polacca.
Che paradiso, assumere dei lavoratori e poi trasferirli in un altro stato, mantenendo leggi, contratti, norme di sicurezza e di controllo del paese d’origine.
Fortunatamente il Parlamento Europeo, nella scorsa legislatura, si mise di traverso e fece un compromesso in cui il principio del paese di origine (il famigerato art. 16) saltò del tutto:

  • Il nuovo testo distingue l’accesso ai mercati europei, che deve essere il più possibile libero e de-regolamentato, dall’esercizio delle attività di servizi, che devono essere quelle del paese di destinazione per non interferire con gli equilibri dei mercati locali
  • Vengono esplicitate numerose eccezioni prima ambigue, come l’esclusione dei servizi di interesse generale forniti dallo Stato, o il fatto che la direttiva si riferisce ai settori già privatizzati, e non riguarda la privatizzazione o l’abolizione dei monopoli (Direttiva Bolkestein – Wikipedia).

Resta il fatto che numerosi mercati di fornitura di servizi e del commercio al minuto ne usciranno fortemente influenzati. Lo scopo della direttiva era quello di semplificare le procedure amministrative, eliminare l’eccesso di burocrazia e soprattutto evitare le discriminazioni basate sulla nazionalità per coloro che intendono stabilirsi in un altro paese europeo per prestare dei servizi. Un esempio: le licenze dei banchi del mercato non saranno più di esclusivo appannaggio alle imprese familiari, ma saranno aperte anche alle società per azioni o alle s.r.l. Un invito a nozze per i già leader del settore, i cinesi, che così potranno trasferire somme dal paese di origine e investirle nei mercati rionali, i cui operatori, da lavoratori autonomi passeranno alle dipendenze di queste società, le quali a loro volta non troveranno alcun ostacolo nel divenire monopolisti di zona. Inoltre, per aprire esercizi commerciali di vicinato (cioè con superficie ridotta) sarà sufficiente la DIA, mentre scompare il contingentamento per le edicole: ognuno potrà aprirne una senza limitazioni, salvo che il Comune non introduca limitazioni a tutela dei quartieri storici. Scompaiono i registri degli agenti di commercio, dei mediatori e degli spedizionieri, per cui ognuno potrà esercitare queste professioni senza necessità di alcuna formazione specifica o titolo.
Il decreto legislativo per avere effettività, necessita di tutta una serie di regolamenti e interventi legislativi anche a carattere regionale e comunale: i suoi contenuti si applicheranno con il principio di “cedevolezza” fino a quando le Regioni italiane non avranno adottato la Direttiva 2006/123/CE con normativa propria.
Nessuno lo ha fatto. Nessuno la ha detto in campagna elettorale. Solo gli ambulanti di Torino se ne sono accorti e hanno dato luogo ad una serrata e ad una marcia di protesta lo scorso 23 Marzo. Poi il nulla. Il decreto apre le porte alla concorrenza brutale fra piccoli operatori del commercio. Il suo effetto, quando il decreto avrà piena effettività, sarà di dumping sociale:

  • a) apertura alla concorrenza e alla privatizzazione di quasi tutte le attività di servizio, dalle attivitè logistiche di qualunque impresa produttiva ai servizi pubblici come istruzione e sanità
  • b) deregolamentazione totale dell’erogazione dei servizi con drastica riduzione, se non annullamento, delle possibilitè d’intervento degli enti locali e delle organizzazioni sindacali;
  • c) destrutturazione e smantellamento del mercato del lavoro attraverso la precarizzazione e il dumping sociale all’interno dell’Unione Europea (Le cose che cambieranno con la direttiva Bolkestein).

Se vi pare poco. Tutto ciò in un clima politico in cui a livello regionale si afferma il partito più antieuropeista e antiliberale dell’intera Europa, la Lega Nord, e a livello nazionale il Presidente della Repubblica Napolitano respinge alle Camere la legge che estende l’arbitrato ai casi di licenziamento di lavoratori dipendenti, con riduzione drastica delle garanzie previste dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Ah, che paese l’Italia.

Bozza del Decreto che recepisce la Direttiva 2006/123/CE