Rivoluzione in Italia? Sì, ma nei reality

Quando cadde Ceausescu, la televisione di Stato rumena visse momenti indimenticabili: la propaganda di regime, che metteva in onda film del neorealismo sovietico mentre fuori infuriava la rivolta, veniva improvvisamente sostituita dalla realtà. I rivoltosi apparvero in video, seduti dietro un tavolaccio di legno, dietro una tenda grigio scuro, indossando abiti qualunque. Annunciavano la libertà.

Ben Alì, prima di andarsene dal paese e forse di avere l’ictus e quindi la morte, è andato davanti alle telecamere per annunciare la sua dipartita; la medesima scelta l’ha dovuta fare Mubarak, dopo giorni di estenuanti battaglie in piazza Tahir. Ieri il videomessaggio di Gheddafi, di tono del tutto opposto a quello remissivo dei suoi vicini. Lui, il Raìs, ha attaccato, ha invocato la morte per quei giovani drogati che protestano in piazza, ha ordinato di schiacciarli come ratti. Prima di allora, per la televisione libica, il conflitto non esisteva neanche: si dava menzione di alcuni manifestanti pro-regime, raccolti nella piazza verde a favore di telecamera.

In tutti questi casi, la televisione ha negato il conflitto sostituendolo con la finzione.

Qualcuno ha ipotizzato – anche da queste colonne – un futuro imminente di scontri anche in Italia. Una società immobile, in cui la disoccupazione giovanile è al 30%, in cui tutto cambia per restare uguale a sé stesso, una beffa tremenda di cui ci si rende conto solo ora. Si tratterebbe poi di qualche morto necessario per dare la spallata al governo. Perché gli italiani non si ribellano al Sultano? Perché non mettono da parte questa classe dirigente corrotta e incapace? Perché permettono a B. di occupare l’agenda politica con i suoi problemi giudiziari?

Innanzitutto occorre dire che l’Italia non è la Libia. Non è un regime dittatoriale. Semmai è una democrazia deviata. E’ – di fatto, per concentrazione di potere mediatico e per il basso livello di istruzione che ha permesso alla televisione di essere il principale canale informativo utilizzato dalle persone per farsi un’opinione – una ‘videocrazia’. E nelle videocrazie – al mondo se ne conosce soltanto una, la nostra – le rivoluzioni non si fanno perché esse sono perpetuamente in onda, ora per ora, minuto per minuto, su tutti i canali televisivi. Si comincia al mattino con Uno Mattina, con Mattino Cinque, con i telegiornali, Pomeriggio sul due, Pomeriggio Cinque, il tg di Fede, il TG1, il TG5, Otto e Mezzo, Ballarò, Annozero, Vespa, TG3 Linea Notte, L’ultima Parola e via discorrendo. Anche la domenica si recita la guerra fra fazioni: a L’Arena su Raiuno la più becera delle battaglie, quella fra chi urla di più.

L’Italia vive una situazione di guerra civile simulata, una sorta di reality, della politica contro la giustizia, e della politica contro sé stessa, da quasi venti anni. La televisione non si è limitata a nascondere la realtà, ma l’ha sussunta in sé. E’ reale ciò che passa in televisione, è finzione ciò che dovrebbe esser vero. Non importa che si creda o no a quello che si dice. Importante è saper recitare bene per riprodurre nella mente dell’ascoltatore il ripudio del conflitto. Ecco il sentimento indotto: non se ne può più dei finiani e dei berlusconiani, non se ne può più dei processi di Berlusconi; meglio il varietà, meglio distrarsi che informarsi, meglio le canzonette e i quiz serali per pupe e secchioni. Si finisce per abdicare al proprio intelletto e, alla necessità di veder rispettati i diritti di ognuno, si sostituisce quella di non disturbare il proprio ‘cheto vivere’.

La videocrazia si sconfigge con l’unico vero atto rivoluzionario: spegnere la tv. Solo così scopriremo di non aver mai combattuto. Solo così scopriremo di dover ricominciare tutto daccapo.

Lo zio d’Egitto stasera lascia il paese

Volendo adottare una logica sistemica d’ispirazione eastoniana, si potrebbe dire che il sistema politico egiziano ha smesso di emettere provvedimenti autoritativi già da settimane. Quindi ha smesso di esistere. L’esercito risponde soltanto a se stesso, così altri pezzi di Stato come i servizi segreti. Tutto ciò accade a causa dell’entropia del sistema politico: “quando un sistema passa da uno stato ordinato ad uno disordinato la sua entropia aumenta” (wikipedia); e l’entropia aumenta quando un sistema è chiuso verso l’ambiente esterno. Così l’Egitto con Mubarak si è poco alla volta trasformato in un sistema politico chiuso, in cui manca del tutto la circolazione dell’elité (V. Pareto, “l’élite è come un fiore, appassisce, ma se la pianta, cioè la società, è sana, essa farà subito nascere un altro fiore”). Quando i meccanismi di selezione delle élites sono bloccati, ecco che un’élite appassisce ma nessun’altra subentra. La pianta muore. Qualcosa che somiglia sorprendentemente al crollo dell’Est Europa nel 1989, è stato detto, ma che non necessariamente potrà evolvere in senso democratico.

Berlusconi, durante l’ultimo Consiglio UE, ha affermato che vì è un altro governo nel Mediterraneo che rischia di essere rovesciato: quello dell’Italia. Lui spiega questa affermazione teorizzando di ‘avanguardie rivoluzionarie’ mascherate da magistrati milanesi. Qui invece si vuol far notare che l’Italia ha esperito in questi anni una situazione di blocco di circolazione dell’élitée simile ai paesi del nord Africa. Basti pensare alla legge elettorale: la vergogna del Porcellum che ha tolto la possibilità di scelta democratica dell’elettore attribuendo la facoltà di nomina dei deputati a quattro-cinque segretari/presidenti di partito. La deriva antidemocratica è in atto da anni, in Italia, e non è certo opera di magistrati.