Astensionismo e Mafia: qualche dato sul voto nelle carceri

Il dato sull’astensionismo nelle carceri siciliane mi ha sin dall’inizio lasciato perplesso. Poiché l’equazione viene facile: se non votano i detenuti, allora è la mafia ad averlo imposto. Dopo qualche giorno, Lirio Abbate ha scritto per L’Espresso un articolo in cui snocciola i numeri: su 7050 detenuti, solo quarantasei hanno votato. Ergo, la mafia ha veramente scelto per il non-voto. Manca il partito di riferimento? Per il pm Ingroia, se la mafia non vota, allora c’è aria di una nuova trattativa. Detta così, può anche significare che si sta preparando una nuova stagione di terrorismo mafioso. Enrico Mentana, in diretta al Tg La7, commenta: se il dato fosse confermato, sarebbe inquietante. Se fosse confermato, appunto.

L’articolo di Abbate non approfondisce il dato statistico, che rimane pertanto un numero, un numero qualsiasi, di difficile interpretazione soprattutto per i molti – me compreso – che non conoscono la realtà carceraria italiana. Mi sarei aspettato una abbondanza di dati statistici, una storia completa fatta di numeri e di elezioni e di partiti e di preferenze. Invece niente. Per tale ragione, Sergio Scandura su Linkiesta ha potuto etichettare l’articolo di Abbate come una bufala, argomentando erroneamente sull’inesistenza di una sezione 41bis a Palermo. Fatto che gli è stato contestato da Arianna Ciccone in un perfetto fact checking su Valigia Blu. Arianna ha concluso il suo articolo con un auspicio:

Sarebbe interessante (e decisivo) confrontare questi dati con i dati delle scorse elezioni, ma purtroppo non sono riuscita a trovarli e né L’Espresso né Linkiesta li riportano.

Sappiate che questa richiesta di informazioni si scontrerebbe con un muro di gomma, un muro che si chiama Ministero della Giustizia (o dell’Interno). In poche parole, i dati non ci sono. Intanto considerate che l’ultimo rapporto del DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) pubblicato sul sito del Ministero è datato 2010. In secondo luogo, i numeri messi in circolazione da Scandura (alle politiche del 2006 e del 2008 ha votato il 10% dei carcerati) derivano da una interrogazione parlamentare della deputata radicale Rita Bernardini, la n. 4-06146, alla quale (cito testuale dalla successiva interpellanza n. 2/01705 rivolta al Presidente del Consiglio Mario Monti) “non è mai stata data risposta nonostante i solleciti del 22/03/2010, 12/04/2010, 12/10/2010, 01/12/2010, 12/01/2011, 03/02/2011, 03/03/2011, 23/03/2011, 15/04/2011, 23/05/2011, 06/07/2011, 21/09/2011, 16/11/2011, 15/02/2012, 11/04/2012, 04/07/2012 26/07/2012”.

Nel testo, Rita Bernardini parla di trentamila reclusi aventi diritto di voto nel 2008, di cui solo il 10% lo ha esercitato (ovvero circa tremila votanti). Si tratta di detenuti in condizione “non ostativa”. In Italia, l’esclusione del diritto di voto è una pena accessoria: “l’ordinamento italiano aggancia l’esclusione dall’elettorato attivo all’interdizione dai pubblici uffici (D.P.R. n. 223 del 1967), che è perpetua nel caso di reati punibili con l’ergastolo oppure con una condanna alla reclusione per un tempo non inferiore a cinque anni, mentre è pari a cinque anni per i reati che importano la reclusione per un tempo non inferiore a tre anni (art. 29 c.p.). Per effetto di tali disposizioni, oltre il sessanta per cento dei detenuti non gode del diritto di voto” (Diritto di voto e detenzione | Rebus Magazine).

Sulla base di quanto sopra, la prima obiezione da fare ad Abbate è: i 7050 detenuti corrispondono alla popolazione carceraria residente in Sicilia oppure alla parte di essi aventi diritto di voto? Se guardiamo i dati del rapporto ISTAT 2012, Noi Italia, i detenuti maschi in Sicilia nel 2010 sono pari a 7614. Raffrontare i due numeri per me è impossibile: bisogna che Abbate almeno riveli la fonte del suo dato. In secondo luogo, bisogna considerare che per esercitare tale diritto, il detenuto, ancora in possesso dei diritti politici, deve far pervenire al Sindaco del comune di residenza una dichiarazione della propria volontà di votare nel luogo in cui si trova, con l’attestazione del Direttore del carcere comprovante la sua detenzione; ciò per consentire l’iscrizione del richiedente in un apposito elenco ed essere munito della propria tessera elettorale. La richiesta può pervenire al Sindaco non oltre il terzo giorno antecedente il voto. Tutto ciò sulla base di una legge del 1976. La seconda domanda da fare, non ad Abbate, semmai al Ministero dell’Interno e a quello della Giustizia, è: i detenuti siciliani sono stati messi in condizione di poter esercitare il diritto di voto?

Ripeto, non si tratta di domande nuove. Quando a Maggio è stato eletto il sindaco di Palermo, l’astensionismo carcerario (cinque votanti su cinquemila) che si è verificato anche in quella occasione, aveva già fatto parlare alcuni di “astensionismo mafioso”:

Sono due le interpretazioni che si possono dare se nelle carceri di Palermo non si e’ votato: una protesta nei confronti della politica o che nessuno ha dato indicazioni di voto come si faceva una volta“. Lo afferma il procuratore Antimafia Piero Grasso […] Ecco alcuni dati: all’Ucciardone di Palermo, dove è stato allestito un seggio speciale, su 2693 detenuti, 5 hanno votato, facendo registrare 3 voti con regolare preferenze e 2 schede bianche.Al Pagliarelli, su 1282 reclusi, zero i votanti. Stessa musica nelle carceri di Agrigento e Trapani, dove in un totale di 911 carcerati nessun ha votato (Amministrative Sicilia, il voto nelle carceri: su cinquemila detenuti solo cinque votanti. I commenti – Stretto Web | Stretto Web).
“Non solo nessuno ha votato – rileva il magistrato a margine dell’inaugurazione del Festival della legalità a Catania – ma non è stato richiesto neppure il seggio volante, quindi non c’era nemmeno la richiesta preventiva” (livesicilia.it).
Secondo Marco Pannella, all’Ucciardone è stato di fatto impedito ai detenuti di votare. La mafia non avrebbe avuto nessun ruolo. Semplicemente le amministrazioni carcerarie avrebbero reso difficoltoso il voto, attraverso la non informazione dei detenuti, attraverso l’eccessiva burocratizzazione costruita intorno a quella legge del 1976. Un problema non nuovo.
Nel 2008, il Presidente della Conferenza Nazionale dei Garanti regionali dei detenuti, Angiolo Marroni, inviava una lettera al ministro dell’Interno Giuliano Amato nella quale chiedeva “notizie circostanziate in ordine ad eventuali provvedimenti adottati per l’istituzione dei seggi elettorali nelle carceri e per la verifica della sussistenza del diritto di voto in capo ai soggetti che non hanno perduto tale diritto, benché reclusi” (Elezioni: Il garante scrive al ministro Amato; “Garantire il voto nelle carceri”). Insomma, il diritto di voto per i detenuti non è affatto scontato e i ministri interessati, di anno in anno, forniscono la stessa quantità di informazioni: ovvero, nulla. Quella che segue è una notizia Ansa del 2009:

Ansa, 21 Maggio 2009 – In carcere dilaga il non voto. Da Sollicciano hanno fatto richiesta solo in 20 su quasi mille detenuti. “I mezzi di comunicazione devono informare di più”. Il partito dell’antipolitica vince dietro le sbarre. L’ultimo dato che rivela il numero dei detenuti interessati a partecipare al voto delle prossime elezioni, è sconfortante. Al carcere di Sollicciano solo in 20, su un totale di 950 detenuti, hanno chiesto di poter esercitare il proprio diritto di voto il l 6 e 7 giugno.

Franco Corleone, il garante dei diritti dei detenuti nel Comune di Firenze, chiedeva che i media diffondessero nelle carceri tutte le informazioni sulle modalità dell’esercizio del diritto di
voto. “Il diritto di voto – ha continuato – rappresenta per i detenuti l’esercizio della partecipazione alla vita democratica e ha un profondo significato strategico di non separatezza del mondo del carcere da quello della società. Ma soprattutto testimonia l’affermazione del diritto di cittadinanza comune”. L’Ansa del 2009 riportava che “nelle elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008, il numero dei detenuti che votò in carcere fu ancora addirittura inferiore a quello che si prevede per quest’anno: solo 16 persone”.

In conclusione potrei affermare che è alquanto prematuro attribuire alla mafia la responsabilità dell’astensionismo nelle carceri siciliane. Un giornalista avrebbe dovuto tergiversare prima di dare una notizia simile. E specificare che il primo responsabile è lo Stato, il quale impedisce con ostacoli burocratici agli aventi diritto di esercitare il voto. E non si tratta di guerra di bufale, ma di un giornalismo che tende a dar spazio impropriamente all’emozione piuttosto che alla verifica dei fatti.

Grillo, un comico da prendere sul serio via @guardian

Per John Foot (Guardian) nessuno conosce le reali ragioni del successo del Movimento 5 Stelle in Sicilia. Ma un fatto è certo: “tutti i partiti tradizionali sono terrorizzati da quel che potrà accadere alle elezioni generali nella primavera 2013”. Il M5S è in procinto di mettere da parte tutta la classe politica italiana. Non ha tutti i torti, John Foot. La sua analisi per una parte è molto simile a quanto già si è letto in Italia: ci ricorda che Grillo era un comico di successo e che si bruciò – televisivamente parlando – quando disse che i socialisti di Bettino Crazi erano dei ladri. Da allora ebbe inizio l’esilio di Grillo dalla Tv, fatto che lo ha condotto, dopo un lungo e tortuoso viaggio, all’attività di blogger e ora di capopolitico.

I seguaci di Grillo, per quanto ne sappiamo, tendono ad essere giovani e idealisti. La maggior parte dei suoi candidati non ha alcuna esperienza politica. Molti, se non tutti, sono cresciuti con internet e lo usano quasi esclusivamente per comunicare e ottenere informazioni e notizie. Il Partito di Grillo è sia postmoderno che post-politico. Ma il Movimento Cinque Stelle combina questi nuovi elementi con un vecchio stile, il populismo anti-politico.

Appunto, la vecchia retorica dell’antipolitica è stata il carburante poco nobile su cui è stato edificato un consenso ventennale, quello di Berlusconi e dei suoi alleati, in primis Bossi. Era antipolitica la figura del candidato-imprenditore, del secessionista in canottiera. Lo era rispetto alle facce lugubri e alle perifrasi dei capicorrente del pentapartito. A quella retorica abbiamo sostituito la retorica del berlusconismo-antiberlusconismo, ingurgitando per anni dibattiti televisivi orientati sul nulla e legislature piegate alla volontà di uno solo. Ora che proviamo odio per tutto ciò, qualcuno è già pronto per cavalcarlo. E’ stato tanto scaltro da prevederlo per tempo, che avremmo odiato la politica e tutti i suoi privilegi, anche quelli meritati.

Che cosa significa il successo di Grillo per l’Italia? E ‘interessante guardare il “programma” a 5 Stelle, che è quasi del tutto negativo. Il manifesto è costituito in gran parte da una serie di leggi esistenti che saranno abrogate una volta preso il potere, oltre a un po’ di ecologia (Grillo è quasi un messia in materia ambientale) e una buona dose di euroscetticismo. Non è un programma di governo. Grillo non ha nulla da dire a 5 milioni di immigrati, e molto poco da dire in Europa. Il suo messaggio è solo per gli italiani, e il suo linguaggio violento e anti-istituzionale gli ha attirato accuse occasionali circa il fatto che lui sarebbe un “fascista del web”. Altri hanno visto in lui una versione di Berlusconi basata u internet. Ci sono dubbi anche sul suo controllo sul “movimento”, che sembra essere assoluto, e forse un po’ simile alle strutture di potere che lui è così pronto a criticare in altri. […] Qualunque cosa accada, il Movimento a Cinque Stelle non può più essere ignorato, e la reazione violenta della politica (e dell’élite intellettuale) al sorgere di Grillo è una chiara indicazione che abbiamo bisogno di prendere questo comico molto sul serio.

Articolo originale:

Regionali Sicilia, tutti i risultati in tempo reale

Computo dei Seggi (80 assegnati con il voto di lista; 10 con il voto ai candidati presidente; maggioranza 46 seggi):

 14 (M5S)

 39 (Crocetta presidente 1; Listino Crocetta 8; PD 14; MOV per CROCETTA 5; UDC 11)

  13 (Grande Sud: 4; MPA 9)

 23 (Musumeci 1; PdL 14; Musumeci Presidente 4; Cantiere popolare 5)

Elezioni regionali Sicilia 2012: lo spoglio delle schede inizia alle ore 8. Potete seguirlo in tempo reale cliccando questi link:

Su Twitter hashtag #elesicilia

Voto liste Regionali

Voto Liste provinciali

Riparto dei Seggi

Riepilogo Generale

Voti di preferenza

I primi risultati sono attesi verso le ore undici. Nell’attesa, potete ‘ammazzare il tempo’ leggendo cosa ha scritto il Financial Times sul voto siciliano:

Il boom dei M5s si sgonfia?

Il sito regionale dopo tre ore dall’inizio dello spoglio è aggiornato a ieri sera:

Sarà uno spoglio al fotofinish:

Messina conferma l’equilibrio:

Ingovernabilità? Ve l’avevo detto:

A mezzogiorno siamo soltanto a circa 200 sezioni su cinquemila.

Pasticci sul web o anche nei conteggi?

E alle ore 13, con un dato alquanto parzialissimo, cominciano i commenti su chi ha vinto e chi ha perso:

Il voto di lista vede il PD primo partito e il M5S secondo; terzo il PdL – come i sondaggi sul dato nazionale:

IDV verso il flop e zero seggi! (dal voto di lista…)

Il computo dei seggi è paradossale:

Ho idea che sarà una serata piena zeppa di interrogativi:

La sinistra vendoliana in Sicilia si scontra con la dura realtà, e c’è chi già invoca il cambiamento:

M5S / Dimissioni in bianco e divieto di Mandato Imperativo

Il rapporto eletto-elettore dovrebbe rappresentare per i 5 Stelle un fattore di distinzione. Essi intendono la vera democrazia solo in senso rousseauiano (per Rousseau esiste solo un tipo di democrazia ed è quella diretta), almeno in teoria. Poiché rileggendo le parole di Giancarlo Cancelleri, raccolte per Pubblico Giornale da Angela Gennaro, viene spontanea una riflessione.

Alcuni vi hanno accusato di far firmare dimissioni in bianco ai vostri candidati…
Non è vero. Abbiamo chiesto ai candidati di firmare un documento che si chiama “la voce del movimento”. Recita: «Io sottoscritto mi impegno, qualora venissi eletto, a presentarmi ogni 6 mesi davanti agli elettori e agli attivisti del Movimento 5 Stelle». Gli eletti presenteranno il loro operato e i loro progetti. Se insoddisfatti, gli attivisti potranno proporre una votazione per chiedere le dimissioni dell’eletto.

Che però può rifiutarsi di dimettersi…
Certo. In questo caso lo buttiamo fuori dal movimento. Nell’accordo firmato dai candidati c’è questa formula: «Autorizzo il Movimento 5 Stelle Sicilia a pubblicare su giornali, blog e su qualsiasi mezzo questa frase: “Io XY ho tradito l’idea del movimento 5 stelle e non mi sono dimesso”».

Il tema sono le dimissioni dei candidati eletti ogni sei mesi. Si tratta di una sorta di riesame della ‘buona condotta’ dell’eletto a 5 Stelle, al quale l’Assemblea (degli iscritti?) può revocare la delega. L’eletto, in un modello simile, non è libero di votare secondo la propria coscienza ma deve render conto delle proprie decisioni agli iscritti del Movimento e eventualmente ammettere di essere disallineato rispetto al mandato ricevuto. L’eletto è alla stregua di un lavoratore “dipendente”. In definitiva, prende ordini. Questa è pura retorica grillesca: i deputati e i senatori sono stati dal comico più volte definiti come ‘licenziabili’ perché colpevoli di aver tradito il patto con gli elettori. Il discorso di Grillo può anche essere condiviso, ma si tratta di una eccezione storica: ci troviamo dinanzi al peggior parlamento della Storia della Repubblica ed è naturale aver voglia di cancellarlo.

In Diritto Costituzionale questa vulgata del rappresentante-dipendente si chiama ‘Mandato Imperativo’. E’ l’esatto opposto del mandato rappresentativo. L’eletto siede in Parlamento e risponde del suo operato direttamente all’elettore. Nel nostro ordinamento costituzionale, il mandato imperativo è vietato. E non è uno scandalo, come qualcuno potrebbe obiettare. La norma è contenuta nell’articolo 67 della Costituzione: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

I due capoversi sono strettamente correlati: ogni parlamentare rappresenta la Nazione; ogni parlamentare esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. Il primo contiene il concetto di rappresentanza. Il parlamentare rappresenta la Nazione. Non una categoria particolare o una parte, ma tutta la Nazione, intesa come il popolo nell’insieme delle generazioni passate, presenti e future. Egli non risponde delle sue azioni a nessuno, neanche al proprio partito. L’esatto opposto di quel che chiedono i 5 Stelle, che invece vorrebbero sottoporre l’eletto dal popolo non al giudizio di quest’ultimo, che fra l’altro si dovrebbe concretare alle urne con il voto, bensì al giudizio degli iscritti al movimento/partito. Questo aspetto è importante: i 5 Stelle dimenticano di essere democratici e vogliono revocare gli eletti con decisioni interne al partito e così facendo spogliano l’elettore dell’unico controllo che ha sull’eletto, ovvero il voto. Se l’eletto – per così dire – fedifrago, non accetta di dimettersi, viene espulso dal Movimento: con una tecnica che subodora di stalinismo, viene messo all’indice dei traditori del M5S.

Ci sono ragioni storiche da conoscere, prima di avanzare proposte del genere. Il divieto di mandato imperativo è contenuto nella Costituzione Francese del 1791. Il divieto di mandato imperativo ha a che fare con il concetto di rappresentanza e all’idea che esista un interesse generale e superiore a quello derivante dalla mera somma algebrica degli interessi particolari e privatistici di tutti i cittadini. L’interesse generale si costituisce come opposizione all’assolutismo regio. L’interesse generale di un io collettivo (la Nazione) contro l’interesse particolare di un uomo solo. Prima della Rivoluzione Francese del 1989, esistevano forme di parlamentarismo i cui componenti erano i rappresentanti delle varie classi sociali (Nobiltà, Clero, Terzo Stato). I componenti di queste assemblee ricevevano un incarico revocabile ed oneroso; esso, inoltre, recava le indicazioni cui questi doveva attenersi (cahiers de doléance) nelle deliberazioni, tanto che eventuali questioni impreviste non potevano essere discusse senza che il mandatario facesse ritorno alla propria circoscrizione per consultarsi con il mandante e riceverne vincolanti prescrizioni. Essi tutti erano portatori di istanze particolari.

La Costituzione del 1791 definisce il discrimine fra Ancien Regime e Modernità e separa la rappresentanza d’interessi dalla rappresentanza politica. La delega del potere di fare le leggi, che si concreta con il voto, è un vero e proprio atto di investitura. Tutto ciò collide apertamente con la teoria rousseauiana:

 “La sovranità non può venire rappresentata, per la stessa ragione per cui non può essere alienata; essa consiste essenzialmente nella volontà generale e la volontà non si rappresenta: o è essa stessa o è un’altra; una via di mezzo non esiste. I deputati del popolo non sono dunque e non possono essere i suoi rappresentanti, sono solo i suoi commissari. Non possono concludere niente in modo definitivo.”, J. Rousseau, Il contratto sociale, trad. di M. Garin, Roma-Bari, Editori Laterza, 1997, 137.

In Rousseau il mandato a formare il governo è una mera funzione, non un trasferimento temporaneo di poteri. In Rousseau, il cittadino è pienamente coinvolto nel politico, è un cittadino totale. Ma Rousseau non considera che la società moderna è società complessa, è società di massa e che per risolvere tale complessità, tende alla differenziazione delle funzioni. Il sistema politico presiede alla funzione della allocazione delle risorse nel senso dell’interesse generale. La Costituzione del 1791 pone in essere questo sistema per la prima volta nella storia, ricorrendo ai concetti di Nazione e di interesse generale (per una summa sull’argomento: Emmanuel Joseph Sieyès – Wikipedia). E i delegati al sistema politico non potevano avere vincoli mandatari. Certamente il problema del controllo dei deputati non era meno importante. Per Robespierre, esso si deve realizzare mediante la pubblicità dei lavori ed alla revoca delle garanzie del sistema (M. de Robespierre, Sul governo rappresentativo, trad. it. a cura di A. Burgio, Roma, 1995). Se ci pensate, il risveglio dell’opinione pubblica circa l’operato del sistema politico di questi ultimi tre anni, si è avuto in seguito al ritorno della informazione libera sugli atti dei parlamentari. L’informazione riveste un ruolo fondamentale nella funzione della pubblicità degli atti dei parlamentari. Potete bene comprendere che chi controlla l’informazione, controlla l’opinione dell’elettore sull’eletto. Nel corso del tempo, invece, nel nostro ordinamento la revoca delle garanzie si è resa sempre più difficile (es. autorizzazione a procedere). Ed è una conseguenza di quanto sopra: nella penombra lasciata da una informazione cooptata, il parlamentare può essere condizionato da interessi privati, al punto tale da divenirne tutt’uno. Spesso l’interesse privato è anche interesse criminale e di conseguenza gli atti del parlamentare invischiato nella rete privatistica diventano illegali. Ed è così che avviene lo scontro fra il potere legislativo e quello giudiziario. Le assemblee reagiscono alzando le garanzie degli eletti poiché devono preservare il potere di fare le leggi ottenuto in delega dal popolo sovrano. Ma le garanzie, se da un lato evitano il blocco della funzione legislativa, dall’altro conservano lo stato di impudicizia del sistema politico con l’interesse particolare.

I guasti della nostra democrazia rappresentativa non si risolvono trasformando i deputati e i senatori in “cani al guinzaglio”. Il divieto di mandato imperativo è principio costituzionalmente necessario per far sì che le Camere perseguano l’interesse generale della Nazione e non interessi privati. In questa frase è celato il peccato originale italiano: i partiti, queste organizzazioni che non sono né carne né pesce, a metà strada fra la sfera pubblica e quella privata, da collettori di domanda e sostengo della sfera sociale si sono trasformati in gruppi di interesse pienamente privati. La legge elettorale Calderoli, con la formula delle liste bloccate, ha di fatto costituito un aggiramento della norma del divieto di mandato imperativo. Tramite la minaccia delle non rielezione, le segreterie di partito, completamente inquinate dagli intenti privatistici, controllano i deputati e i senatori, avendo da loro la piena disponibilità a votare qualsiasi legge proposta dal vertice.

La lettere di dimissioni in bianco dei M5S vanno nella direzione di rafforzare il controllo del partito/movimento nei confronti degli eletti. Vanno cioè nella direzione sbagliata. Poiché sull’eletto l’unico giudizio non può che provenire dall’elettore, è normale che sia la legge elettorale il problema fondamentale che impedisce una genuina selezione della classe politica. Un movimento come il M5S che afferma di voler cambiare l’esistente nel senso di una maggiore partecipazione e coinvolgimento del cittadino alla dinamica pubblica, dovrebbe pertanto proporre:

  1. la modifica della legge elettorale nel senso della realizzazione di tre principi: governabilità, rappresentanza, circolazione delle élites;
  2. una legge per la rimozione del conflitto di interesse dall’ambito della politica e dell’informazione;
  3. una legge che obblighi ogni partito a dotarsi di uno statuto nel quale siano specificate le modalità di selezione delle candidature, che devono prevedere il grado massimo di inclusività (al livello dell’elettore);
  4. una legge che obblighi ogni partito a rendicontare pubblicamente gli usi dei finanziamenti ricevuti, siano essi pubblici o privati, nonché la lista dei finanziatori e l’entità degli importi ricevuti;
  5. infine – ma qui mi allineo ai 5 Stelle – l’incensurabilità come prerequisito per la candidatura alle cariche elettive.

M5S / Cancelleri e quella confusione sulle primarie

Riprendo questo capoverso dall’intervista a Giancarlo Cancelleri di Angela Gennaro per Pubblico Giornale. Cancelleri è il candidato Presidente per il M5S alle elezioni regionali siciliane di domani:

Come avete scelto i candidati?
Attraverso primarie durate due mesi. I candidati dovevano avere fedina penale pulita, un curricu- lum documentato nel movimento o nelle associazioni del territorio, l’assenza di tessere di partito e di esperienze politiche prece- denti. Non devono aver partecipato alle ultime due tornate elettorali a qualunque livello. Per noi il limite massimo è quello di due mandati. La documentazione è stata messa online dall’assemblea di agosto i delegati di tutte le città della Sicilia hanno votato (Pubblico Giornale).

A parte il riferimento ai prerequisiti dei candidati, vorrei sottolineare l’ultima frase. Cancelleri spiega che la documentazione relativa ai candidati è stata messa online e quindi votata. Ma da chi? “Dai delegati di tutte le città”. I delegati sono soggetti che a loro volta sono stati individuati all’interno dei vari circoli cittadini. Sono stati eletti? O nominati? In ogni caso non si tratta di normali cittadini, ovvero di cittadini esterni al mondo della politica, bensì degli stessi attivisti del movimento. Pertanto: gli attivisti votano o nominano i delegati, i delegati votano per scegliere i candidati di lista. Tutto ciò avviene all’interno delle “mura” del movimento/partito.

Cosa ha a che fare questa modalità operativa con la democrazia diretta? Nulla. Essa è infatti una delle mille possibili modalità con cui si esplica un sistema democratico rappresentativo. La moltitudine degli iscritti delega il proprio diritto di voto a un soggetto intermedio, il quale sussume in sé questo incarico. Esattamente come succede per le elezioni generali per la definizione della composizione delle Camere, laddove il popolo, in cui risiede il potere sovrano di fare le leggi, delega la medesima sovranità ai rappresentanti eletti.

Il grado di inclusività di questo modello è minimo se confrontato con la platea complessiva dei potenziali elettori del M5S. Ed è massimo a livello dei delegati. Il M5S, senza che se ne sia reso conto, ha dovuto pagare pegno a quella che si chiama “legge ferrea dell’oligarchia” (cfr. Roberto Michels). Ogni organizzazione reagisce alla complessità legata al numero (la massa degli elettori, o la massa, di ordine inferiore, degli iscritti) adottando una struttura verticale. In ogni organizzazione c’è sempre una minoranza che governa e una maggioranza che obbedisce.

Parlare di primarie, in questo caso, è sbagliato. Le primarie sono uno strumento di selezione delle candidature che estende il diritto di scelta a una platea di elettori quanto più ampia possibile, almeno tanto quanto è ampio il bacino elettorale del partito/movimento. Le primarie aperte realizzano il grado di inclusività massimo che un sistema democratico rappresentativo possa avere. Il voto dei candidati a 5 Stelle è stato limitato a un gruppo di delegati, a loro volta eletti o nominati (non è chiaro) dalle assemblee cittadine degli iscritti al movimento. Il voto delle primarie non è delegato, ma è diretto. Questa la grande differenza. Questa la ragione per cui affermo che la democrazia diretta nei 5 Stelle non esiste.

Regionali, in Sicilia attenti ai sondaggi e al ritorno dei 5 Stelle

Giancarlo Cancelleri

Il più grande errore statistico della storia politica italiana: questo potrebbero diventare le elezioni regionali in Sicilia. I sondaggi degli ultimi mesi rimangono piuttosto cristallizzati con la coppia Musumeci-Crocetta a guidare e Micciché a seguire, con il candidato Sel che perde voti a causa dell’errore incomprensibile sulla residenza di Fava. Poi c’è stato lo sbarco di Grillo, letteralmente. Egli, con alcuni slogan antistorici (“è sbarcato Garibaldi e vi ha portato i Savoia; sono sbarcati gli Americani e vi hanno portato la mafia”, come se la mafia fosse un elemento esogeno e non invece un potere criminale cresciuto nella Sicilia di fine ottocento) ha riempito le piazze di tutta l’isola tenendo comizi improntati alla dura legge del marketing politico (ha ripetuto in ogni luogo il medesimo copione, con le medesime battute, aggiungendo qua e là alcune variazioni dettate dal luogo, nulla di più). Non si è trattato, come è stato scritto (Scandura, Linkiesta) di comizi 2.0, bensì di normali comizi in stile Seconda Repubblica. One man show, il modello coniato con il berlusconismo è ancora lì; Grillo ne è il principale esecutore, oggi, insieme a Matteo Renzi.

I 5 Stelle hanno candidato alla carica di governatore della Sicliia Giancarlo Cancelleri. Vi ricordo che il governatore dell’isola ha uno status privilegiato rispetto a qualsiasi altro presidente di regione. Esso infatti può sedere in consiglio dei Ministri, a Roma, ed ha potere di voto deliberativo e rango di ministro in virtù del D. Lgs. 35/2004 (mentre gli altri presidenti delle Regioni a statuto speciale, ovvero Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta e Trentino Alto-Adige hanno solo potere di voto consultivo). In sostanza i siciliani si stanno apprestando a votare per un ministro, un ministro che resterà anche nel prossimo governo.

Certo, stando ai sondaggi e ai candidati, più probabilmente verrà eletto Musumeci (e non c’è molto da star allegri). Ma i sondaggi hanno finora evidenziato una grande verità: una percentuale che oscilla fra il 45% e il 55% dell’elettorato oggetto delle interviste, afferma di non voler andare a votare. Con una fetta di astensionismo così elevata – un astensionismo che è anche costituito di persone che non sono socializzate alla politica, soprattutto che si formano una opinione elettorale solo una settimana prima del voto – il grande spettacolo di Grillo rischia di essere il formidabile mezzo per portare alle urne gli indecisi e quelli che avevano lasciato ogni speranza.

L’enorme successo propagandistico che si sta profilando per i 5 Stelle non cancella i dubbi sulle modalità di selezione del personale politico interno al movimento. Nei comizi non parla Cancelleri. Non sappiamo nulla del suo pensiero, di quel che intende fare. Non abbiamo nemmeno mai udito la sua voce. Egli, come gli altri candidati, come Pizzarotti, è un uomo qualsiasi, perfettamente sostituibile. Cancelleri non ha mai avuto grandi esperienze in politica. E’ diplomato. E’ un geometra, ex magazziniere (leggasi il suo curriculum). Si descrive come un “cantante” che scrive “volentieri i suoi pezzi”. Il suo massimo impegno politico è stato partecipare alle elezioni comunali del 2009 e organizzare qualche comizio e qualche pubblico convegno nella sua città, Caltanissetta. Ha avuto un ruolo nella formazione del coordinamento regionale dei 5 Stelle. Un po’ poco per diventare governatore con rango di ministro. Qualcuno obietterà che almeno è incensurato. Ma è legittimo avere dubbi sulla sua cultura politica? Basta esser incensurati per essere meritevoli?

Il dubbio si ingigantisce se si spostano i riflettori dalla persona Cancelleri alle modalità di scelta del candidato. La discussione è stata del tutto svolta nel chiuso del circuito delle assemblee dei 5 Stelle. Dove è finito il criterio della massima partecipazione “dal basso”? Cancelleri è stato scelto con un metodo che non è diverso da quello seguito per l’indicazione di Crocetta o Musumeci. Guardate, il meccanismo delle primarie, per quanto criticabile sia, è pur sempre il metodo che consente la massima partecipazione possibile, anche fra coloro i quali non sono annoverabili come iscritti. Il metodo seguito dai 5 Stelle ha un grado di inclusività minimo. Se a questo aspetto aggiungiamo che il personale politico selezionato non ha le skills necessarie per sostenere un impegno tanto gravoso, come fare il governatore della Sicilia, allora il quadro si fa preoccupante, in special modo se dopo la traversata dello Stretto, il partito di Grillo dovesse prefigurarsi come seconda forza dell’isola. Non sappiamo neanche se Cancelleri abbia una cultura politica adeguata a fronteggiare, per esempio, il potere mafioso, che è ben altro che organizzare convegni o ronde per la difesa della magistratura. Significa rifiutare la minaccia, significa selezionare e controllare il proprio entourage, i propri deputati e il palazzo regionale dalla infiltrazione mafiosa.

I problemi sollevati dalla intervista fuori onda di Giovanni Favia a Piazzapulita sono ben lungi dall’essere risolti. Favia è stato marginalizzato, mentre le politiche 2013 si stanno avvicinando. Con i 5 Stelle prossimi a conquistare ben settanta-ottanta seggi alla Camera. L’urgenza di istituire un metodo democratico convincente dovrebbe essere l’occupazione di tutti i giorni di Grillo e dello staff. Che invece organizzano teatrali e grottesche traversate a nuoto.

Regionali Sicilia, l’autodistruzione di Sel

Cosa è successo al partito di Vendola dopo la rovinosa rinuncia di Claudio Fava alla candidatura a governatore? La fallace organizzazione del candidato Fava è inciampata su un comma della legge elettorale regionale, il quale prevede che un candidato alle elezioni regionali debba avere acquisito la residenza in un comune dell’isola al più tardi 45 giorni prima della data della consultazioni (che si terranno il prossimo 28 Ottobre). L’esito di questa incredibile svista è stato che il candidato di Sel, ex leader della Fiom, Giovanna Marano, sia precipitata nei sondaggi dal 10% circa raccolto da Fava al modesto 6.5% di Marano (Datamonitor, 10/10/2012). In sostanza, l’abbandono di Fava ha annullato l’”effetto candidato” che per Sel valeva circa il 6% di voti in più. Oggi la Lista Fava-FdS-Sel_Verdi è incollata al 4,0% e rischia di non entrare neanche in Assemblea Regionale, con buona pace di chi contestava questa mia affermazione.

Questa la fotografia del voto dei candidati governatori al 10 Ottobre:

Nello Musumeci 33,0%; Rosario Crocetta 30,5%; Gianfranco Miccichè 17,0%; Giancarlo Cancelleri 7,5%; Giovanna Marano 6,5%; Cateno De Luca 1,5%; Mariano Ferro 2,0%; Altri 2,0%; Indecisi, non voto, scheda bianca/nulla 44,1%;

così invece i partiti:

Pdl 18,0%; Lista Musumeci 7,0%; Cantiere Popolare/Pid 3,5%; Adc – Alleanza di Centro 0,5%; Partito dei Siciliani/Mpa 9,0%; Grande Sud 5,5%; Fli Nuovo Polo per la Sicilia 2,2%; Partito Pensiero e Azione – Piazza Pulita 0,3%; Pd 18,5%; Udc 9,0%; Lista Crocetta 5,5%; Lista Fava-FdS-Sel_Verdi 4,0%; Idv 3,5%; Mov.5Stelle 8,5%; Rivoluzione Siciliana 1,5%; Popolo dei Forconi 1,5%; Altri 2,0%; Indecisi, non voto, scheda bianca/nulla 48,2%.

Sono altissime le percentuali dell’area del non-voto.

Attendo nuovi sondaggi per valutare invece l’effetto della Traversata dello Stretto (del Comico).