Nucleare abrogato, ma la porta è sempre aperta

L’emendamento del Governo all’art. 5 del decreto-legge 31 marzo 2011, n. 34, recante varie disposizioni urgenti fra cui quelle in fatto di moratoria nucleare, opera una pulizia quasi completa della parola “nucleare” dalla legislazione italiana. Un vero e proprio repulisti. E’ davvero tutto così limpido nel cielo di Roma?

Leggete questo comma

8. Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dello sviluppo economico e del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e acquisito il parere delle competenti Commissioni parlamentari, adotta la Strategia energetica nazionale, che individua le priorità e le misure necessarie al fine di garantire la sicurezza nella produzione di energia, la diversificazione delle fonti energetiche e delle aree geografiche di approvvigionamento, il miglioramento della competitività del sistema energetico nazionale e lo sviluppo delle infrastrutture nella prospettiva del mercato interno europeo, l’incremento degli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore energetico e la partecipazione ad accordi internazionali di cooperazione tecnologica, la sostenibilità ambientale nella produzione e negli usi dell’energia, anche ai fini della riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, la valorizzazione e lo sviluppo di filiere industriali nazionali. Nella definizione della Strategia, il Consiglio dei ministri tiene conto delle valutazioni effettuate a livello di Unione europea e a livello internazionale sulla sicurezza delle tecnologie disponibili, degli obiettivi fissati a livello di Unione europea e a livello internazionale in materia di cambiamenti climatici, delle indicazioni dell’Unione europea e degli organismi internazionali in materia di scenari energetici e ambientali» (Atto Senato n. 2665).

Ecco. fra un anno, in sede di definizione della politica energetica, il governo potrà far rientrare il nucleare dalla finestra. Magari cambiandogli il nome.

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Nucleare, latte allo iodio 131 anche in Italia. Il caos giornalistico sulle soglie decise dall’Unione Europea

Secondo la rivista online Newscientist non è vero che Fukushima ha raggiunto Chernobyl: nella peggiore delle ipotesi, trattasi di soltanto di 630.000 Bq di materiale radioattivo rilasciato nell’atmosfera, soltanto un decimo di quanto rilasciato nel 1986:

a government panel, said that between 370,000 and 630,000 terabecquerels of radioactive materials have been emitted into the air from the nos 1 to 3 reactors of the plant. Level 7 accidents on the International Nuclear Event Scale correspond to the release into the external environment of radioactive materials equal to more than tens of thousands of terabecquerels of radioactive iodine-131 […]But this does not mean Fukushima is now on a par with Chernobyl. Indeed, as Bloomberg notes, the data so far suggests that Fukushima has released only one-tenth as much radioactive material as Chernobyl did. (Newscientist).

Siamo allora al sicuro? Sappiate che sono state trovate traccia di Iodio 131 nel latte fresco sia in California, in Francia e persino – udite, udite – in Italia:

Ora, i quantitativi registrati sono dell’ordine di 10-5 circa, ampiamente al di sotto della soglia di rischio stabilita per legge. Questi, e solo questi, sono i riferimenti normativi:

  • D.Lgs. 230/95 come modificato dal D.Lgs. 241/00 art. 104 “Controllo sulla radioattività ambientale”
  • Raccomandazione europea 473/00 Euratom
  • “Applicazione dell’art. 36 del Trattato Euratom per quanto concerne il controllo dei livelli di radioattività ambientale al fine di determinare l’esposizione della popolazione nel suo insieme”
  • Reg. CE 2218/89 Euratom “Livelli massimi di radioattività per i prodotti alimentari… a seguito di un incidente nucleare”.
  • Reg. CE 737/90 Euratom “Condizioni di importazione di prodotti agricoli da paesi terzi a seguito incidente di Chernobyl”

(per approfondire potete leggere l’ampia trattazione di Pietro Cambi su Nuove Tecnologie Energetiche).

Per cui negli alimenti in genere si può tollerare sino a 1000 Bq al Kg (Reg. CE 2218/89), eccezioni il latte di prima infanzia 370 Bq/Kg (Reg. CE 737/90), castagne e i funghi, in quanto alimenti, 1250 Bq/Kg (Reg. CE 2218/89), mentre il limite è più restrittivo per i prodotti importati da paesi terzi (extra UE) 600 Bq/Kg (Reg. CE 737/90). Nei giorni scorsi sono comparse notizie contradditorie circa la volontà dell’Unione Europea di adeguare i limiti della radioattività negli alimenti ai livelli del Giappone. Da un lato si affermava che la UE innalzava i valori, dall’altro si diceva l’esatto opposto. Come stanno davvero le cose?

30 Marzo 2011  – Dallo scorso fine settimana l’Unione Europea ha alzato la soglia di contaminazione radioattiva per alcuni determinati beni alimenti provenienti dal Giappone grazie ad una decisione della Commissione. Normalmente il livello massimo consentito per i cibi si trova a 600 bequerel per Cesio-134 e Cesio 137. Da sabato invece la soglia è stata più che raddoppiata fino a 1250. Per i prodotti caseari invece al posto dei normalI 370 Bequerel si è passati a  1000. La soglia massima di radioattività è stata fissata nel 1987 in risposta alla catastrofe di Chernobyl, e da allora i valori non sono stati più cambiati. Se la crisi fosse dichiarata finita, tornerebbe in vigore la soglia abituale. Anche lo Iodio 131, normalmente non rilevato, è stato incluso nei nuovi parametri di sicurezza dell’Unione Europea […] La possibile contaminazione dei cibi giapponesi ha allertato l’Unione Europea, che ha prodotto un regolamento specifico per gestire i beni provenienti da determinate aree nipponiche. (Giornalettismo).

L’articolo pubblicato da Giornalettismo pare inquinato da alcune imprecisioni: viene riferito che la UE ha alzato la soglia di contaminazione radioattiva con una “decisione” – e questo è un atto proprio del Consiglio dell’Unione e non già della Commissione, che invece formula pareri e raccomandazioni (ex art. 211 TCE) – mentre più avanti nell’articolo si parla di “regolamento”, che è un atto giuridico di natura comunitaria avente forza di legge per tutti i paesi aderenti all’Unione, naturalmente previa approvazione da parte del Consiglio e del Parlamento dell’Unione, senza necessità di recepimento da parte del paese membro. Per approvare un regolamento ci vogliono mesi. Qualche paragrafo più in alto ho elencato la normativa vigente in materia: trattasi di regolamenti, di decreti legislativi (norma nazionale ma frutto del recepimento di una direttiva europea), di raccomandazioni. La Commissione – da sola – al massimo può aver espresso una raccomandazione, che non è vincolante nei confronti dei paesi membri. Ecco, forse trattasi solo dell’intenzione di rivedere tali limiti.

Poi viene il 9 aprile 2011, e i titoli cambiano di nuovo.

Mangeremo come in Giappone. Europa più severa sulla radioattività nel cibo

L’articolo di Journal avverte che la UE intende abbassare le soglie sulla radioattività per i cibi che provengono dal Giappone, allineandosi con la normativa nipponica, “più severa della nostra”. E viene pubblicata la seguente tabella:

I limiti UE, per i prodotti importati dai paesi terzi, sinora era di 600 Bq/Kg. Quindi si opererebbe una differenziazione tale per cui si sarà molto restrittivi sul latte per l’infanzia (100 Bq/Kg) e meno sulle verdure in generale. Abbastanza confusa la situazione. Ma nemmeno si comprende quale sia l’atto normativo adottato: una proposta di regolamento? una direttiva? un parere? una raccomandazione? Poiché ciò cambia nei riguardi dei paesi membri, i quali, dinanzi ad una normativa nazionale più restrittiva, potrebbero decidere di mantenere i limiti attuali, ma che di fronte a dun regolamento non potrebbero che riallinearsi alle soglie decise a Bruxelles. Quale la verità? Forse la più probabile è che non sia stato deciso nulla.

Fukushima, l’onda dello tsunami si infrange sulla centrale

La Tepco ha diffuso un breve filmato in cui – a dir loro – si dovrebbe vedere chiaramente l’onda dello tsunami infrangersi contro lo stabilimento nucleare di Fukushima.Dubbi sui reali danni creati dall’onda erano già emersi quando DigitalGlobe diffuse immagini satellitari di Fukushima Daichii riprese pochi minuti dopo le esplosioni dei reattori. Le campagne circostanti apparivano integre, così come pure le zone nei dintorni della centrale.

Questo il video:

Ora, che l’onda si infranga sulla centrale è cosa vera nonché inevitabile: i reattori sono posizionati a pochi metri dalla riva. Non esisteva alcuna protezione rispetto a eventi del genere, pur probabili nell’area, vista e considerata l’alta sismicità. Si consideri inoltre che la zona immediatamente retrostante la centrale è diversi metri sopra il livello del mare, fatto che ha permesso al tecnico della Tepco di girare quelle poche immagini. Perché costruire a riva? Lo tsunami non è la causa radice di questo disastro: lo è piuttosto una logica progettuale priva di senso, quella di aver collocato sei reattori nucleari, uno dei quali contenente combustibile altamente tossico per l’uomo (plutonio), praticamente sul bagnasciuga. Le immagini non aggiungono nulla. L’onda c’è stata ma, diversamente da quello che ci raccontano, non ha travolto tutto. Nell’articolo di Le Figaro, da cui proviene questo video, si fa menzione circa la distruttività dell’onda, la quale avrebbe “danneggiato gravemente i circuiti di alimentazione elettrici e di raffreddamento”. Quale progettista metterebbe i circuiti elettrici e di raffreddamento di una centrale nucleare in fronte all’oceano?

Medioevo post-tecnologico e teoria del massimo locale: il Giappone alle prese con il black out elettrico

Senza elettricità – questa, lo so, è una provocazione – viene meno anche la democrazia. Pensateci: niente media di massa, niente discussione pubblica mediata dai networks, niente giornali (almeno non con la frequenza di pubblicazione attuale), soprattutto niente televisione. Verrebbe meno la formazione del consenso di massa. Elettricità vuol dire ricchezza e la democrazia costa. Niente elettricità, niente ricchezza, ergo niente democrazia.

Prendete ad esempio il caso del Giappone: con lo tsumani, il terremoto e il sequel del disastro nucleare, si annuncia l’avvio di una fase di declino per la società più tecnologica del mondo. E il Giappone vive una stagnazione lunga un decennio.
Giappone - Tasso di crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) (%)In un decennio, il tasso di crescita del Pil del Giappone è sceso sotto lo zero in ben tre occasioni (2002-2003-2009) e per il quinquennio 2005-2009 ha conosciuto solo tassi decrescenti. Certo quello italiano non è andato meglio e la crisi del 2008 ha fatto storia, oramai. Diciamo che questo è il background del paese: lo sviluppo si è arrestato. Che cosa potrà accadere con il 30% in meno di energia elettrica? Davvero il Giappone sprofonderà in un neo-medioevo post-tecnologico?

La produzione elettrica giapponese, per la chiusura delle centrali nucleari, ha subito un brusco taglio del 30%. Nove raffinerie di petrolio sono rimaste danneggiate, e al momento il 30% dei distributori di carburante di Tokio non ha nulla da vendere. La capacità di raffinazione sta tornando alla normalità, ma il problema è che la domanda di carburanti è quasi triplicata a causa dell’emergenza che ha colpito mezzo Paese. Le autorità locali chiedono carburante con persino più disperazione di quanto chiedano cibo o acqua o medicine […] Le fabbriche chiudono a rotazione per mancanza di energia, e perché i dipendenti non hanno modo di recarsi al lavoro; le luci in casa si spengono alle 9 di sera, e lo skyline della metropoli è costellato da macchie di buio; gli eventi sportivi sono rimandati a data da destinarsi, i rifiuti si affastellano agli angoli delle strade perché i camion non hanno gasolio per effettuare la raccolta; i giornali dedicano intere pagine agli orari dei blackouts zona per zona. “E’ abbastanza buio da essere anche un pochino spaventoso, e per la mia generazione è impensabile avere scarsità di elettricità“, dice un ragazzo. Secondo un ingegnere della compagnia elettrica intervistato in forma anonima dal Los Angeles Times, tale situazione potrebbe durare anche un anno (D. Billi, Il Fatto Quotidiano, 29/03/2011).

Molto dipenderà dagli esiti della catastrofe nucleare. Se la contaminazione sarà tanto grave da dover obbligare alla evacuazione di altri kmq di territorio densamente urbanizzato, sarà forse un declino più lungo. Non verrano dismessi soltanti i centri abitati, ma anche quelli industriali. Intorno a Fukushima sarà un deserto post-moderno. Verrà pagato un dazio in termini di vite umane, di leucemie e cancro nucleari, un dazio in termini di riduzione delle aspettative di vita in quella e altre zone limitrofe. Un dazio salato di industrie che non riescono più a provvedere alle loro commesse:

Mentre i team di salvataggio nipponici cercavano superstiti e raccoglievano corpi tra le rovine di paesi distrutti dalle onde assassine, Shreveport ha aggiunto il suo nome alla lunga lista delle vittime della devastazione nipponica […] il motivo per cui la Gm sta tenendo a casa i 2000 e passa operai di Shreveport [Lousiana, USA] è la mancanza di un pezzo che misura il flusso d’aria nei motori. La Hitachi è il leader mondiale di questi sensori e la fabbrica a Nord di Tokyo che li produce è stata danneggiata dal terremoto (Il secondo terremoto del Giappone – LASTAMPA.it).

“La mancanza di un pezzo” di fabbricazione giapponese è la causa di un fermo produttivo di una fabbrica americana. Anzi, di un colosso come General Motors. Manca un pezzo, manca il Giappone. La divisione del lavoro decisa anni or sono con l’Accordo di Marrakech e la costruzione del WTO intorno alla metà degli anni novanta, già malconcia per la crisi finanziaria del 2008, viene messa a dura prova dal medioevo tecnologico nipponico.

Non che i giapponesi non siano in grado di risolvere il nodo scorsoio della scarsità di energia elettrica. Essi però lo potranno fare soltanto ripensando la propria politica energetica. E’ necessario il cambio di paradigma energetico a lungo evocato dal teorici del picco petrolifero. Forse in una generazione potranno riconvertire tutta la produzione di energia nucleare in energia pulita e sicura. In termini evoluzionistici, possiamo parlare di ‘trappola del massimo locale’: quando cioè ogni ulteriore passo in avanti dell’evoluzione non è migliorativo della situazione attuale e soltanto un declino, un forte declino, può preparare il terreno per la formazione di una condizione migliorativa.

Nella figura, il passaggio da A a C non può che avvenire se non precipitando in B. Questo vedo allora nel Giappone odierno, nella società ultra-tecnologica che scopre improvvisamente di non avere più nulla, che non sa che farsene di tecnologia senza energia. Per raggiungere una fase migliorativa dello sviluppo, il paese dovrà passare per il medioevo post-tecnologico. Ma non pensate che sarà una tragedia: sarà pure l’occasione per precedere tutti gli altri. Per inventare la società del futuro, basata non già sugli idrocarburi, bensì sull’energia pulita. Non più sui rifiuti e sul consumo senza freno, ma sul consumo responsabile e il ciclo uso-riuso-riciclo. Forse, ciò che verrà meno sarà l’ordinamento democratico: sarà un medioevo anche nel senso della libertà dell’individuo e della legittimità del potere. Certo, l’economia emergenziale richiede poteri di emergenza. E la democrazia sospesa tornerà, ma non più nella forma della democrazia rappresentativa massificata. La nuova società sarà costruita da reti: energetiche e informative. Il modello politico si espliciterà anch’esso in forma di rete, probabilmente una forma federale, ma micro, dove agli stati si sostituiscono i comuni, o centri ancora più piccoli, come i quartieri. E il potere sarà diffuso, polverizzato; l’individuo pienamente coinvolto nella res publica.

Non so dire se sarà un mondo migliore. Resta il fatto che per arrivare là, il Sol Levante dovrà consumare un po’ di petrolio, abbastanza per farci ricordare il prezzo odierno del barile, 108 dollari, come di uno scherzo ben riuscito.

Fukushima, non è colpa dello tsunami. La verità dalle foto di Digital Globe

Non è vero che è stato il devastante tsunami a causare la catastrofe della centrale nucleare di Fukushima. Lo si può dedurre dalle foto di Digital Globe: pochi danni alle strutture di superficie frontali al molo: probabilmente delle pompe di acqua marina o strutture similari:

Una testimonianza del fatto che in questa zona del Giappone lo tsunami non ha fatto grossi danni la potete ritrovare in questa seconda fotografia:

Questa foto è stata scattata dal satellite qualche minuto dopo l’esplosione del reattore 3, il 14 Marzo scorso. Le campagne intorno alla centrale sono intatte. Si distinguono nettamente case e automobili. L’onda dello tsunami avrebbe sommerso tutta l’area, l’avrebbe ricoperta di fango; avrebbe portato via case, automobili e persone.

Se ne deduce:

  1. non è vero che la sicurezza dell’impianto è stata pregiudicata dall’onda di maremoto; i danni provocati dalle onde sono stati minimi, limitati alle strutture accessorie prossime al mare;
  2. è quindi ragionevole affermare che non è affatto vera l’affermazione secondo cui queste centrali sono state progettate per resistere a magnitudo molto alte, ovvero a essere mantenute in sicurezza in casi estremi di malfunzionamento di strutture accesorie: di fatto, ai danni arrecati al sistema di raffreddamento, i tecnici della giapponese TEPCO non sono riusciti a porre rimedio, nemmeno avevano a disposizione sistemi alternativi di emergenza se non il volo degli elicotteri con le ‘bombe’ d’acqua, come si fece nel lontano 1986 a Chernobyl.

Il documento di analisi di Digital Globe: DG_Analysis_Japan_Daiichi_Reactor_March2011

Un video di oggi che circola su Youtube mostra i danni agli edifici che ospitano i reattori:

Fukushima verso l’inesorabile fusione del nocciolo nucleare

Per Il Giornale l’incidente nucleare di Fukushima sarebbe poca cosa rispetto alla catastrofe generale. Si sbagliano. Poiché ci sono tutti i segni di una imminente fusione:

  1. la presenza di Cesio nell’atmosfera circostante: il cesio è “un prodotto della reazione nucleare e non è solitamente presente nel vapore o nel circuito di raffreddamento, dove sono invece presenti altri isotopi a breve vita. La sua presenza indica che, con tutta probabilità LE BARRE DI COMBUSTIBILE NUCLEARE SONO STATE O SONO ESPOSTE ALL’ARIA“;
  2. l’esplosione è dovuta allo sviluppo di idrogeno, ma “l’idrogeno si forma quando il vapore surriscaldato a temperature vicine o oltre i mille gradi si dissocia. Se le cose stanno cosi il nocciolo del reattore ha già raggiunto queste elevatissime temperature e quindi, con ogni ragionevolezza, l’esplosione ha danneggiato anche la struttura di contenimento vera e propria, se non l’ha direttamente coinvolta. A temperature cosi elevate anche l’acciao ed il cemento armato piu robusti diventano assai poco resistenti”;
  3. l’impiego di acqua marina è l’estrema ratio: “e’ una misura assolutamente disperata che si fa quando è chiaro che la reazione non è più frenata dalle barre di controllo, cosa dle resto provata dall’esplosione stessa” (per l’analisi tecnica rimando al dettagliato post di Pietro Cambi su Crisis? What Crisis?).

Quel che qui preme di sottolineare è la risposta dei media italiani alla catastrofe nucleare imminente:

L’intervista al fisico Tullio Regge – scusate il fin troppo facile gioco di parole – non regge: il fisico afferma che le radiazioni se l’è portate via il vento, e ciò dovrebbe rassicurarci? Significa che sono sulla testa di qualcun altro. E poi conclude: “Ricordiamoci sempre che uccide di più il fumo di sigaretta che un incidente del genere. Temo una nuova esplosione di rabbia antinucleare, ma quello che serve, ora, sono analisi adeguate di quante radiazioni siano state assorbite e dove siano andate a finire”. E prosegue ricordando che Chernobyl fu una bomba, che le nuove centrali sono state costruite secondo criteri di sicurezza che l’impianto ucraino nemmeno lontanamente immaginava. Peccato che l’impianto di Fukushima sia non di nuova generazione e che la presenza di cesio nell’aria sia il segnale inequivocabile che il combustibile nucelare sia fuoriuscito dalla gabbia e che la gabbia non sia intatta così come dice il governo giapponese.

In un altro articolo sempre de Il Giornale la stoccata politica:

Specula la sinistra ma l’ordine perentorio da destra è: no allarmismi. Fate vedere che il nucleare è un simbolo di sicurezza. E tutto il resto no.

Le ragioni del no al Nucleare. Rischio salute e rischio economico.

    • Le perplessità sono innanzitutto ambientali, dovute oltre all’enorme impatto sul territorio, al fatto che una centrale nucleare necessita, per funzionare, di elevatissime quantità di acqua per il raffreddamento (la Francia vi impiega il 40% delle sue risorse idriche) e spesso di una centrale a carbone ausiliaria che fornisca l’energia necessaria ad estrarre il plutonio dall’uranio.

    • di natura economica, dati gli elevati costi di costruzione – Edison ha stimato in 40 miliardi di euro il prezzo di 10 centrali – e di stoccaggio delle sostanze radioattive, a fronte di un prezzo al kilowatt che – si legge sul blog di Jacopo Fo – risulterà sconveniente rispetto al solare e all’eolico nel giro di 3-4 anni (dunque 15 anni prima che le centrali entrino in funzione); senza contare che l’uranio va scomparendo ed il suo prezzo è destinato a crescere esponenzialmente

    • etiche, visto che l’energia nucleare era stata abolita in Italia per volontà popolare da un referendum nell’87, mentre nessun referendum è stato richiesto per reintrodurla

    • sociali, perché le centrali creeranno prevedibili contrasti e frizioni nelle comunità dove saranno costruite

    • Gianni Mattioli, deputato dei verdi, ebbe a dichiarare che il danno sanitario da radiazioni è un “danno senza soglia”, visto che un’esposizione anche minima può innescare processi di tumori, leucemie o effetti sulle generazioni successive

    • Uno studio finanziato dal governo tedesco e condotto da un gruppo epidemiologico dell’Università di Mainz ha portato ulteriori conferme. Su un campione significativo di persone esposte a quantità minime di radiazioni nucleari – i residenti in un raggio di 5 chilometri da ciascuna delle 16 centrali tedesche, in un arco di tempo di 13 anni, dal 1980 al 2003 – si è riscontrato un aumento di incidenze allarmante, soprattutto per quanto riguarda i bambini al di sotto dei 5 anni (+ 220% i casi di leucemia, + 160% quelli di cancro)

    • un articolo del quotidiano britannico The Guardian illustra come esistano altri tipi di effetti, ancora più a lungo termine, dell’esposizione alle radiazioni. Effetti che possono “causare cambiamenti in cellule lontane nello spazio e nel tempo da quelle colpite dalle radiazioni. Che sfidano l’attuale spiegazione sugli effetti delle radiazioni ma sono sconosciuti all’opinione pubblica.

    • Probabilmente il nucleare in Italia non tornerà mai. Secondo Jacopo Fo infatti, ben prima del 2019, anno in cui le stime più rosee dei tecnici Edison attestano l’inizio attività della prima centrale, la crisi energetica affosserà l’economia italiana al punto da rendere ridicolo il solo pensare di poter costruire una centrale.

    • l nucleare produce soltanto energia elettrica e che la potenza elettrica installata in Italia (94 GW) è già oggi molto superiore alle esigenze del Paese (57 GW è il picco dei consumi, per poche ore all’anno), quindi, anche a causa della forte caduta dei consumi (-6,3% nel 2009), non si vede proprio la necessità di costruire centrali nucleari

    • da vent’anni le centrali nel mondo sono circa 440 e nei prossimi anni quelle che saranno spente per ragioni tecniche o economiche saranno più di quelle che entreranno in funzione

    • negli Usa non ci sono stati più ordinativi per centrali nucleari dal 1978 e, nonostante le garanzie offerte dallo Stato, non si vedono segni concreti di ripresa dell’industria nucleare

    • In Europa la potenza elettrica delle centrali nucleari è scesa dal 24% nel 1995 al 16% nel 2008. L’energia elettrica prodotta col nucleare nel mondo è diminuita di 60 TWh dal 2006 al 2008. Il nucleare quindi è in declino, semplicemente perché non è economicamente conveniente in un regime di libero mercato. Se lo Stato non si fa carico dei costi nascosti del nucleare (sistemazione delle scorie, dismissione degli impianti, assicurazioni), oppure non garantisce ai produttori consumi e prezzi alti, il tutto ovviamente a svantaggio dei cittadini, nessuna impresa privata è disposta a investire in progetti che presentano rischi finanziari di varia natura, a cominciare dalla incertezza sui tempi di realizzazione

    • si costruiscono nuove centrali principalmente nei Paesi a economia pianificata come Cina, Russia e India, dove lo Stato si accolla gran parte dei costi

    • Ci viene anche detto che lo sviluppo dell’energia nucleare è un passo verso l’indipendenza energetica del nostro Paese. Ma l’Italia non ha uranio. Quindi, nella misura in cui il settore elettrico si volesse liberare dalla dipendenza dei combustibili fossili utilizzando energia nucleare, finirebbe per entrare in un’altra dipendenza, quella dall’uranio, anch’esso da importare e anch’esso in via di esaurimento

    • Si sostiene anche che con l’uso dell’energia nucleare si salva il clima perché non si producono gas serra. In realtà le centrali nucleari, per essere costruite, alimentate con uranio, liberate dalle scorie e, infine, smantellate, richiedono un forte investimento energetico, in gran parte basato sui combustibili fossili. In ogni caso, le centrali nucleari che si intenderebbe installare in Italia non entreranno in funzione prima del 2020 e quindi non potranno contribuire a farci rispettare i parametri dettati dall’Ue (riduzione della produzione di CO2 del 17% per il 2020).

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