La fisiognomica applicata all’evasione fiscale

Da qualche giorno – l’avrete notato, se siete teledipendenti – uno spot del Ministero dell’Economia ci spiega che esistono una serie di parassiti in natura, fra cui il parassita sociale, alias l’evasore fiscale. Nella sua naturalità, l’evasore fiscale avrebbe i lineamenti del signore nella foto. E’ ovvio che non ci si possa fare niente: i parassiti esistono, è la vita, la natura, inutile combatterli. Ci saranno sempre parassiti intestinali come i parassiti del legno e della società. Rassegnatevi.

Intanto però notate una cosa: l’uomo, stigmatizzato come parassita e come evasore, quindi come un aspetto ineluttabile dell’ambiente in cui viviamo, è un giovane, scuro di carnagione e forse anche di pelle, ma non è nero, è uno di noi, forse un meridionale. Ha la barba incolta, da comunista; sembra sporco, ha questo sguardo colpevole ma deciso. Si percepisce tutta la sua irremovibilità: sono evasore e me ne vanto.

Pensate ora a tutte le storie di evasione fiscale raccontate dai giornali nel corso degli ultimi anni. Pensateci, e riflettete, contate mentalmente le volte in cui lui, il parassita, aveva l’aspetto dell’uomo della foto, e contate invece quante volte aveva i capelli impomatati, il doppiopetto grigio, la cravatta, la faccia sbarbata. Contate quante volta si trattava di una persona a cui abbiamo affidato i destini della nostra società. Capirete allora che al Ministero hanno applicato della obsoleta fisiognomica a una realtà che invece è ben diversa. E molto più complicata da spiegare, per un funzionario delle Entrate.

(1)La fisiognomica o fisiognomonica o fisiognomia o fisiognomonia[1] è una disciplina pseudoscientifica che pretende di dedurre i caratteri psicologici e morali di una persona dal suo aspetto fisico, soprattutto dai lineamenti e dalle espressioni del volto. Il termine deriva dalle parole greche physis (natura) e gnosis (conoscenza) (wikipedia).

Berlusconi a Ballarò smentisce se stesso

La telefonata a Ballarò di Berlusconi durante la puntata del 01 Giungo 2010 non era volta a smentire le accuse di incitamento alla evasione fiscale giunte da parte di Giannini, il vicedirettore di La Repubblica, bensì a smentire se stesso, il se stesso che ha cancellato dalla memoria e pretende di cancellare dagli archivi.
Non deve stupire il disagio di Mr b per la verità: egli si perpetua in un susseguirsi di negazioni della verità medesima, in continue sovraimpressioni di primi piani, di dichiarazioni volutamente provocatorie e impositive di una fattualità che non trova alcuna verifica. Il numero della ‘telefonata in diretta’ poi è un suo classico, quasi una specialità. Negargli questo diritto sarebbe prestare il fianco alla retorica dell’attacco alla libertà (sua) di espressione. Eppure un senso di fastidio – un de javù amaro – colpisce chi guarda: sopraffatto dal desiderio di gridare ‘basta!’, lo spettatore soccombe ancora una volta nella prepotenza del format televisivo del dibattito-pollaio. Si salvi chi può.

L’ipocrisia della riduzione delle tasse. Evasione fiscale e accanimento.

Ricevo e pubblico. Dal Blog Spazio Libero!

GETTITI E PAROLE…

TAGLIARE LE TASSE? A CHI? E PERCHE?

UN PAESE DI “TARTASSATI” ED “EVASORI”:

Non esistono sistemi fiscali “perfetti”.

Generalmente un sistema fiscale può essere:

  • più “efficace” che giusto
  • o più “giusto” che efficace.

Il dramma del nostro sistema fiscale è che esso risulta:

  1. né efficace (stante il “buco nero” dell’evasione cresciuto negli anni)
  2. giusto (vista la profonda discriminazione di lavoratori dipendenti e pensionati rispetto ai lavoratori autonomi: i primi tartassati con pesanti prelievi alla fonte, i secondi liberi di auto-denunciare spavaldamente il proprio reddito!).

Segno evidente del marcato “disequilibrio” del nostro sistema fiscale è che:

  1. mentre sulle spalle di lavoratori dipendenti e pensionati grava gran parte del “carico fiscale” pendente sugli Italiani (da soli, queste categorie garantiscono ben l’“82%” dell’intero gettito Irpef!)
  2. i lavoratori autonomi sono in grado di difendersi dall’elevata pressione fiscale:
  • evadendo” le tasse (essendo il loro “reddito effettivo” difficilmente accertabile)
  • eludendo” le imposte (ad esempio, scaricando l’Iva anche su beni ad uso personale)
  • e “dividendo le fonti di reddito” tra i componenti della famiglia (di modo che, pur a parità di reddito complessivo, il livello di reddito di ogni componente familiare si mantenga più basso di quello effettivo, così rientrando in scaglioni Irpef inferiori!).

IL “TAX FREEDOM DAY”

Del taglio delle tasse si discute da anni, per lo meno dal 1994 (proprio con lo slogan “meno tasse per tutti” è avvenuta la scesa in campo del nostro attuale Premier, Silvio Berlusconi).

Salve qualche intervento settoriale e sporadico (come la cancellazione dell’ICI sulla prima casa), però, di risultati concreti non se n’è visto l’ombra!

L’imposizione fiscale in Italia continua, così, ad essere tra le più alte d’Europa (se non del mondo!).

In Italia quest’anno il “tax freedom day” (il giorno dell’anno a partire dal quale i lavoratori, al netto delle tasse dovute allo Stato, iniziano a guadagnare fino alla fine dell’anno solo per se stessi) si è ulteriormente spostato in avanti: dal 22 al 23 giugno.

Ciò vuol dire che ogni contribuente italiano, nel corso del 2010, dovrà devolvere all’erario un’equivalente in media pari a tutto ciò che intascherà col suo lavoro dall’1 gennaio fino al 23 giugno!

BERLUSCONI (LA PROMESSA): “DUE SOLE ALIQUOTE IRPEF PER GLI ITALIANI”

Riforma fiscale? Si parta dalla riduzione a due delle aliquote Irpef!”.

Questo il progetto al quale starebbe lavorando il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ed il Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.

Se tale annunciata riforma entrasse in vigore, il sistema dell’Irpef si articolerebbe in due soli scaglioni di reddito (rispetto ai cinque di oggi) con due sole aliquote fiscali (notevolmente ridotte rispetto alle attuali):

  1. per i redditi tra 0 e 100 mila euro l’aliquota risulterebbe del 23%
  2. mentre per i redditi oltre i 100 mila euro si ridurrebbe a solo il 33%!

CHI BENEFICEREBBE DELLA RIFORMA?

Un simile disegno riformatore risulterebbe premiante soprattutto per i ceti sociali più alti.

Più in dettaglio:

  • per le fasce sociali basse (dichiaranti fino a 15 mila euro) il beneficio fiscale sarebbe “nullo”: in sostanza, i soggetti più deboli (come pensionati e lavoratori percepenti meno di 1.000 euro al mese) non riceverebbero “1 solo euro” di riduzione fiscale!
  • per le fasce sociali medio-basse (dichiaranti dai 15 ai 28 mila euro) cambierebbe ben poco, beneficiando di una minima riduzione dell’aliquota (dal 27% al 23%)
  • per le fasce sociali medio-alte (dichiaranti dai 28 ai 75 mila euro) lo “sconto fiscale” risulterebbe già “sostanziale” (beneficiando di una riduzione dell’aliquota dal 38% al 23%)
  • mentre le fasce sociali alte (ossia dichiaranti oltre i 75 mila euro) risulterebbero paradossalmente essere quelle in assoluto più premiate, beneficiando di una riduzione dell’aliquota dal 43% al 33% (di 10 punti percentuali netti!).

Secondo l’ufficio studi della Cgia di Mestre (“Associazione artigiani e piccole imprese”):

  • a fronte di una riduzione del carico fiscale di “520 euro” annui per una coppia con un figlio a carico e con un reddito di 21.500 euro ciascuno
  • coloro che intascano più di 40 mila euro vedrebbero ridurre il loro carico fiscale di “2.320 euro”
  • mentre coloro dichiarati oltre 100 mila euro disporrebbero di ben “14.170 euro” di sconto fiscale!

ECCO PERCHE’ LA RIFORMA DELL’IRPEF IN CANTIERE RISULTA ESSERE “CLASSISTA”, “INIQUA”, “INSOSTENIBILE” E “POPULISTA”!

  1. UNA RIFORMA “CLASSISTA”:

A seguito dell’approvazione di una riforma del genere, a regime:

  • mentre chi dichiarerà 100 mila euro di reddito annuo beneficerà di ben “14 mila euro” di sconto fiscale
  • la maggioranza dei pensionati e dei lavoratori (dichiaranti non più di 15 mila euro) non beneficerà di “1 solo euro” di taglio dell’Irpef!

A dimostrazione del fatto che in pochi (anzi “pochissimi”) beneficerebbero della riforma in oggetto basti considerare il fatto che:

  • mentre il 50,9% dei contribuenti (oltre 21 milioni) dichiara meno di 28 mila euro annui
  • e il 93,2% dei contribuenti dichiara meno di 40 mila euro
  • solo il 6, 8% dichiarano più di 40 mila euro
  • solo l’1% (pari a 400 mila contribuenti) dichiarano più di 100 mila euro (contribuendo solo per il 17% all’intero ammontare del gettito Irpef)
  • e solo lo 0,5% (pari a 150 mila contribuenti) dichiarano oltre 150 mila euro!

Questi dati, da soli, evidenziano il carattere “classista” di una riforma che sarebbe soltanto un’“offesa alla dignità” di chi lavora ed un “regalo” inatteso per grossi professionisti, ricchi ereditieri e speculatori economico-finanziari!

Qual è, dunque, l’“interesse generale” che giustifica una riforma “costosissima” ed a beneficio di una minoranza “risicatissima”???

II- UNA RIFORMA “INIQUA”:

Secondo l’art. 53 co.2 della Costituzione “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Progressività dell’imposizione fiscale significa che:

  1. chi guadagna di più, per un principio di “equità sociale”, deve pagare più tasse (non in proporzione ma “in progressione” al proprio reddito)
  2. mentre chi guadagna di meno è tenuto a contribuire di meno alla finanza pubblica.

La riforma fiscale in discussione, invece, va esattamente nella direzione opposta!

Se si considera che il 99,5% dei contribuenti italiani dichiara redditi inferiori a 100 mila euro (per cui l’aliquota del 33% si applicherebbe soltanto ad una ristrettissima minoranza di contribuenti), tale riforma comporterebbe, di fatto, l’introduzione di un’“unica aliquota” del 23% su tutti i redditi: il pensionato o l’operaio pagherebbero allo Stato (in proporzione al proprio reddito) le stesse tasse dovute da un imprenditore, un medico, un commercialista, un avvocato o un libero professionista!

III- UNA RIFORMA “INSOSTENIBILE”:

Alle considerazioni sull’“impatto sociale” della prospettata riforma vanno aggiunte quelle sul suo “impatto economico”.

Come coniugare, infatti:

  • la notevole diminuzione del gettito provocata dalla riduzione degli scaglioni e delle aliquote Irpef (intorno ai 20 miliardi di euro)
  • con la tenuta dei conti pubblici dell’Italia (il terzo paese più indebitato al mondo, pur non essendo la terza economia al mondo)?

Quale sarebbe il vero prezzo (in termini di tagli alla spesa sociale e/o di aumenti della fiscalità generale, ossia di “macelleria sociale”) che gli Italiani sarebbero tenuti a pagare???

IV- UNA RIFORMA “POPULISTA”:

Un ultimo interrogativo lo pone la tempistica degli annunci del Governo:

  • il 9 novembre 2009 il Premier ha pubblicamente manifestato il suo proposito di riduzione delle aliquote Irpef
  • appena quattro giorni dopo, però, ha parzialmente smentito se stesso dichiarando: “l’attuale situazione di crisi non consente alcuna riduzione delle imposte”.

L’impressione, allora, è che si tratti dell’ennesima “boutade berlusconiana”!

Un ulteriore fatto, tra l’altro, ci impone di esser scettici:

  • lo scorso ottobre 2009 il Cavaliere si era impegnato (davanti all’assemblea di Confcommercio) per una riduzione dell’Irap nella Finanziaria 2010
  • poco dopo, però, il Parlamento, ha piuttosto concesso libertà alle Regioni di aumentare ulteriormente l’Irap in caso di deficit sanitario eccessivo
  • e poche settimane dopo, infine, lo stesso Cavaliere, dimenticandosi della promessa fatta, ha trasformare la riforma dell’Irpef nella priorità dell’azione di Governo.

Quale la ratio di questa politica dei “continui proclami”?

Verrebbe voglia, al proposito, di richiamare alla mente una notoria citazione del sen. Giulio Andreotti: “A pensar male si sbaglia… ma a volte ci s’azzecca!”.

GASPARE SERRA

Blog “SPAZIO LIBERO!”: http://spaziolibero.blogattivo.com

Gruppo “PER UN FISCO PIU’ EQUO E SOLIDALE… (Tolleranza zero contro l’evasione!)”: http://www.facebook.com/group.php?gid=304648003215&ref=mf

La Polverini nel polverone.


La Polverini nel polverone: nell’arco di tre giorni, emersi altrettanti scandali.

  • il primo giorno di campagna, cominciato con al fianco Storace e donna Assunta Almirante, accolta dal pubblico in sala con il braccio teso e il grido di “Giorgio, Griogio”, in memoria del marito, storico leader missino;
  • il caso dell’appartamento acquistato come prima casa quando prima casa non era, con evasione fiscale per migliaia di euro:

Renata Polverini ha comprato a prezzo stracciato dallo Ior nel dicembre del 2002 (272 mila euro per sei stanze tre bagni e due box vicino all’Aventino) e non soddisfatta dell’affarone ha anche mentito al notaio per avere l’agevolazione prima casa e pagareil 3 per cento di tasse invece del 10. La sindacalista, infatti, aveva già comprato 9 mesi prima un’altra casa dall’Inpdap, a un prezzo ancora più basso: 148mila euro per sette vani catastali e un box al Torrino, vicino all’Eur (fonte: Il Fatto Quotidiano);

  • il caos del sito internet aperto il 27 Gennaio, sulla falsa riga del modello della campagna elettorale 2.0 inaugurato da Obama, ma con commenti datati 24 Gennaio, sito poi preso di mira – dopo la pubblicazione della notizia dell’evasione fiscale da parte de Il Fatto Quotidiano – dalle critiche e dalle ire degli internauti che chiedono a gran voce una risposta della candidata in merito alla questione immobiliare/fiscale;
  • le plemiche per il simbolo elettorale, che reca scritto il suo nome in caratteri bianchi su sfondo rosso, con un tratto sfumato tipo pastello del tricolore italiano, simbolo copia a quello realizzato da Claudio Velardi (deus ex machina di D’Alema quando questi era al governo) anni addietro per Sinistra Democratica (vedi foto La Polverini e gli attacchini di Forza Nuova – l’Unità.it);
  • e per concludere in bellezza, la presenza di Martin Avaro, 29 anni, ex militante di Forza Nuova, uno dei protagonisti degli scontri alla Sapienza di Roma e fra i più facinorosi nei giorni della rabbia dei tifosi laziali conseguente alla morte di Gabbo, il tifoso morto per un proiettile sparato da un poliziotto nell’area di sosta dell’autostrada: è lui a curare l’attacchinaggio dei manifesti della Renata. Insomma, manodopera qualificata.

E la politica? Promette di risanare il deficit in tre anni e di eliminare i ticket. Sostegno alle famiglie per i figli a carico. Per gli anziani. Meno tasse per le imprese che assumono. Il Lazio al primo posto per ricerca e innovazione. Ovvero: la solita sbobba da sindacalista destrorsa.

2012, fine del mondo? No, della Rai. Indebitata per 500 milioni di euro.

Il recente passaggio al digitale in Piemonte che ha lasciato per giorni "al buio" intere zone delle province di Torino e Cuneo perché un po’ troppo montagnose – non se le aspettavano le montagne – aveva fatto gridare molti allo scandalo e alla necessità di procedere a un rimborso del canone, qualora perdurassero i disservizi.
Ma il dg Masi deve fronteggiare il rischio del debito: la tv pubblica è in crisi, quest’anno perderà quasi 250 milioni di euro di entrate pubblicitarie e pagherà lo switch al DTT senza poter progettare una sua piattaforma pay. E’ uscita da SKY, aggravando la già di per sé difficoltosa raccolta pubblicitaria della Sipra. E allora diventa strategico per il broadcast pubblico far pagare a tutti il canone, nonostante la campagna anti-Rai dei media berlusconiani: il Giornale, insieme al quotidiano della Lega Nord, aveva già nei giorni scorsi rinfocolato la minaccia dell’astensione del pagamento del canone per attaccare programmi come Annozero e così ottenerne la chiusura. Berlusconi ha rincarato la dose affermando che a breve neanche il 50% lo pagherà, se continuasse questo uso criminoso della tv pubblica.
Chiaramente tutto ciò si intreccerà con le vicende della politica: Berlusconi non ha alcun interesse a sanare il debito Rai, anzi, un clima di caccia all’evasore potrebbe finire per torcersi contro, soprattutto in relazione ai rapporti con la Lega, la quale invece pretende una minor pressione sui contribuenti del nord e vedrebbe di male auspicio un probabile aumento del canone stesso.

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    • «Mi rivolgo al vi­ceministro Romani chiedendo a lui e al governo un impegno chiaro per una seria lotta al­l’evasione del canone e perché il canone sia sempre adeguato all’enorme offerta del servizio pubblico»

    • il presidente della Rai guarda negli occhi Paolo Ro­mani, viceministro per le Co­municazioni che ha organizza­to il seminario sul digitale ter­restre (sul palco c’è Fedele Confalonieri). Romani sorride e annuisce. Garimberti: «Spe­ro che ora arrivino atti concre­ti »

    • inevitabile strategia che la Rai dovrà adottare per salvar­si: recuperare la quota di eva­sione del canone, proprio nei giorni in cui il presidente del Consiglio ha (parole sue) «fat­to una brutta previsione, il 50% degli italiani non pagherà più il canone, andando avanti così, con un uso criminoso del­la Rai»

    • Quella quota di canone do­vrà tornare in azienda, sostie­ne la Rai, pena un «buco» cla­moroso alla fine del 2012

    • il piano industriale triennale 2010-2012. Il documento è sta­to approntato da Masi e da un gruppo di lavoro composto dai quattro vicedirettori gene­rali (Gianfranco Comanducci, Lorenza Lei, Giancarlo Leone, Antonio Marano) con la super­visione di Fabio Belli, respon­sabile della Pianificazione e controllo (che dipende da Lo­renza Lei)

    • il capo operativo della Rai mette­rà nero su bianco le cifre uffi­ciali del deficit

    • Nel 2010 si toc­cherà quota 275 milioni: colpa dei diritti sportivi (Mondiali di calcio e Olimpiadi inverna­li), del calo pubblicitario pro­babilmente costante rispetto al 2009 (quest’anno gli introiti Sipra, la concessionaria della pubblicità, chiuderanno i con­ti con un -20% rispetto al 2008 su un fatturato di un miliardo e cento milioni, quindi circa -220 se non addirittura -250 milioni)

    • altre spese ag­giuntive (lancio di canali tema­tici, l’operazione digitale terre­stre)

    • Il «rosso» proseguirà, nelle previsioni di Masi, nel 2011 (almeno -100 milioni) e nel 2012 (sempre almeno -100 milioni)

    • la stima che il direttore generale farà in Con­siglio sarà, verosimilmente, di un deficit di 500 milioni di eu­ro, quindi quasi 600 partendo dal 2009. Una cifra che potreb­be obbligare l’azienda a ricor­rere alle banche

    • Masi ipotizzerà (non giove­dì ma in futuro) diversi inter­venti. Per esempio immobilia­ri (vendite o messa a reddito di importanti edifici, affittan­doli). O il rientro nell’azienda principale delle attività di alcu­ne consociate, ritenute costo­se (toccherà a Rai Trade, a Rai International, a Rai Sat, a Rai Cinema?)

    • Tagliando poi i costi di alcune produzioni e del per­sonale

    • l’intervento struttu­rale e sostanziale su cui Masi dovrà inevitabilmente punta­re sarà il recupero dell’evasio­ne del canone. Un mancato in­troito del 30% degli abbonati «vale» almeno 400 milioni sul­la carta

    • il consigliere Angelo Ma­ria Petroni, nominato in Cda dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Il 29 settem­bre scorso, alla Camera duran­te il convegno della rivista «Formiche», Petroni ha avan­zato di nuovo (stavolta col con­sigliere di area Udc Rodolfo De Laurentiis) la sua proposta: «agganciare» il pagamento del canone alla bolletta della luce.

       

    • l’intervento sul canone, stavolta in termini ultimativi da parte della Rai nei confronti del governo, sembra inevitabile

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    • Il giorno dopo la «rivoluzione digitale» la provincia di Torino continua a essere divisa tra chi vede la tv e chi ne vede solo una parte

    • Il passaggio tecnicamente è stato perfetto, 349 impianti si sono spenti e riaccesi senza grandi intoppi

    • «Quasi tre milioni di persone, in un giorno solo, è un’operazione inedita in Europa», dice Andrea Ambrogetti, presidente di Dgtvi, il consorzio che gestisce il passaggio

    • Il buco nero è in montagna, dove migliaia di persone continuano a vedere poco o nulla.

    • «Ci sono 65 comuni senza tv» attacca Lido Riba, presidente dell’Uncem Piemonte, l’unione delle comunità montane. «Se contiamo che tra Torino e Cuneo i comuni di montagna sono 250, significa che in uno su quattro ci sono problemi»

    • Il Corecom aveva messo in guardia sul rischio oscuramento: «C’era da aspettarselo – dice il vicepresidente Roberto Rosso – Noi l’avevamo segnalato sei mesi fa». «Ci hanno sempre detto che non ci sarebbero stati problemi», aggiunge Riba

    • Cento ripetitori. Li hanno installati, nel tempo e a loro spese, comuni e comunità montane. «Servivano per far vedere la Rai perché l’azienda non aveva mai provveduto a potenziare il segnale»

    • Venti giorni fa si è raggiunta un’intesa su 65 impianti: la Rai, entro un mese, li attrezzerà a spese del ministero delle Comunicazioni. «Il problema – aggiunge Riba – è che abbiamo scoperto che ce ne sono altri 30». Piccoli ripetitori, alcuni servono poche decine di persone, in tutto 12-15 mila.

    • sarà la Regione a sistemare quelli che servono

    • L’Uncem attacca la Rai: «Il canone lo paghiamo anche in montagna – dice Riba – e ricevere la tv pubblica è un diritto. Questa è interruzione di pubblico servizio. Chiederemo come minimo la restituzione o l’esenzione del canone»

    • La Rai si difende: «Quei ripetitori non sono gestiti da noi. Stiamo collaborando anche oltre le nostre competenze»

    • Ieri è stato il giorno delle tv private. Mauro Lazzarino, fiduciario piemontese della Federazione radio televisioni accusa la Regione di «aver investito appena 500 mila euro a fronte dei 4-9 milioni sborsati da Lazio e Campania

    • Ci hanno lasciati soli ad affrontare una rivoluzione, con spese vicine ai due milioni. Tutte le nostre richieste non hanno ricevuto risposta

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