Riot, un software per controllare i social network

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Si chiama Raytheon ed è una società multinazionale che si occupa di ‘Difesa e sicurezza’. E’ il quinto produttore al mondo di questo genere di servizi. Il Guardian ha pubblicato un video che svela come il software prodotto da Raytheon, Riot (che sarebbe l’acronimo di Rapid Information Overlay Technology), sia in grado di scandagliare trilioni di entità attraverso i vari social network. Lo ‘strumento’ di controllo sarebbe in grado di fornire previsioni circa gli spostamenti o i comportamenti degli utenti. Guardian parla di sofisticata tecnologia che potrebbe trasformare i social media in “Google delle spie”. Chiaramente questo tipo di tracking online verrebbe messo in opera a prescindere dalle intenzioni dei proprietari delle identità sui social. Così Facebook, Twitter, Foursquare ci fanno accettare le loro policy sulla privacy online mentre questi software spia bypassano la burocrazia e registrano ogni nostro click. Riot sfrutterebbe soprattutto le fotografie pubblicate sui social, dalle quali estrarrebbe i dati della geolocalizzazione, ovvero latitudine e longitudine.

Riot è in grado di visualizzare in un diagramma le associazioni e le relazioni tra gli individui online, cercando fra quelli con cui hanno comunicato di più su Twitter. Si può anche estrarre i dati da Facebook e vagliare le informazioni sulla posizione GPS da Foursquare, i cui dati possono essere utilizzati per visualizzare, in forma grafica, i primi 10 posti visitati dai singoli individui e gli orari in cui li hanno visitati. In sostanza, sfrutta tutte le informazioni che noi pubblichiamo ignari che queste possano avere una qualche risultanza per qualcuno.

La tracciabilità dei comportamenti elimina lo spazio di incertezza che ogni individuo porta con sé: in altre parole, elimina lo spazio della libertà individuale. Se tutto può essere tracciato e controllato, anche le nostre decisioni future possono essere inglobate in un algoritmo che tutto prevede poiché può attingere da un serbatoio smisurato di profili. Sinora l’obiezione più grande verso questi software era che mai e poi mai avrebbero potuto gestire terabyte di dati di informazioni inutili. Che mai avrebbero potuto prevedere una insurrezione popolare – come la Primavera Araba – poiché il software non può distinguere la semplice opinione dalla intenzione. Cosa avrebbe di diverso Riot? L’uso dei dati pubblici di Facebook o di Twitter a scopo di ‘garantire la sicurezza di un paese‘ non è un reato. I dati sono pubblici, abbiamo scelto di renderli tali, abbiamo cliccato su ‘Mi piace’ ben consci che altri possono vederlo, anche i funzionari del servizio segreto del nostro governo. Quando questo strumento è nelle mani di un potere legittimo e democraticamente costituito, è un potere altrettanto legittimo, esattamente come quello di stabilire delle pene per dei reati, o come il potere di emettere sanzioni amministrative. C’è una indagine, si individua una fattispecie di reato,c’è un giudice che stabilisce la liceità di intercettazioni telefoniche, si scoprono le prove, si istruisce un capo d’accusa. Ma quando invece la natura del potere è illegittima, o legittima ma antidemocratica, allora questo strumento diventa l’arma letale che annienta la sfera privata dei diritti civili.

Il video pubblicato su Guardian

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L’Agenda Monti l’ha scritta Pietro Ichino? Epic Troll del Corriere

Tutto nasce da questo tweet:

Paolo Ferrandi ha scaricato il file pdf divulgato da Il Corriere della Sera, ha cliccato su File->Proprietà ed è venuta fuori una finestra simile a quella che segue:

pietroichino_ghostLa questione è stata ripresa da Claudia Vago (@tigella) e pubblicata anche su Facebook. Tigella ha verificato sia il pdf del Corriere che quelli divulgati dalle altre testate e li ha raccolti in questa cartella pubblica:

Agenda Monti su dropbox.com

Nelle altre versioni, e dico in tutte le altre, l’autore è un certo Nevio. Ragion per cui il sospetto che si tratti di una storica trollata del Corriere.it si fa sempre più chiara:

Tigella afferma che ciò non esclude che il file sia stato preparato da Ichino e poi concluso da qualcun altro.

M5S, il caso di Roberto Fico e delle residenze “mobili”

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Nella serata del 6 Dicembre il Meet up di Beppe Grillo della Campania è stato teatro di una polemica kafkiana. Tutta l’attenzione si è orientata intorno alla figura di Roberto Fico, storico esponente del M5S campano, più volte candidato per il Movimento, da sindaco a presidente di regione e sempre senza ottenere grandi successi; secondo Federico Mello (Pubblico Giornale), “il pupillo di Casaleggio”.

Fico è oggi diventato capolista per la circoscrizione Campania 1 in seguito alle parlamentarie, le blindatissime primarie online del M5S. Niente di strano, il ragazzo è molto popolare a Napoli. Ma sul forum del meet-up, qualcuno – avente un account fake – ha pubblicato copia del certificato storico di residenza di Roberto Fico. E in un istante è venuto alla luce che Fico non possedeva, al momento della candidatura, uno dei requisiti richiesti da Grillo: la residenza all’interno della circoscrizione in cui si propone la candidatura. Fico infatti risiedeva sino ad inizio Novembre al Circeo, fatto noto ai frequentatori del Movimento campano poiché era già così ai tempi delle candidature alle amministrative e alle regionali.

Il post fake è stato subito rimosso, ma non sufficientemente in tempo per non esser notato da alcuni iscritti al meet-up, i quali hanno lanciato un tread chiedendo a Fico di chiarire. Il tread è ancora aperto e si è trasferito sulle pagine Facebook di Valentino Tavolazzi. Tavolazzi ha rilanciato le domande di chiarimento a Fico, ieri sera. Ne è nata una disfida che si è consumata tutta la notte.

In sostanza, Fico avrebbe flaggato il formulario di iscrizione certificando di mantenere i requisiti posseduti alle precedenti elezioni. Tra i requisti richiesti per partecipare alle elezioni amministrative vi era appunto il possesso della residenza nella circoscrizione del Comune in cui si intendeva candidarsi. Sia chiaro, è una norma auto-imposta dal Movimento. La legge parla diversamente, in tema di candidature: a pena della nullità dell’elezione, nessun candidato può essere incluso in liste con diversi contrassegni, né può accettare la candidatura contestuale al Senato e alla Camera (D.P.R. 361/1957, art. 19). Non vi sono limiti, invece, alla possibilità di essere inclusi in liste aventi lo stesso contrassegno, presentate in più circoscrizioni.  Il problema è quindi tutto interno; è un problema di rispetto delle regole volute dal Capo. Che Fico avrebbe aggirato semplicemente spostando la propria residenza. Ma il dato politico è questo: Fico, al momento della candidatura, avrebbe dichiarato il falso. Avrebbe cioè flaggato di possedere il requisito della residenza senza però che il cambio fosse già realmente avvenuto. Tavolazzi ha più volte insistito con Fico per sapere la data del cambio di residenza, ottenendo due distinte date: una, il 26 Novembre scorso, l’altra il 4 Novembre.

tavolazzi_vs_ficotavolazzi_vs_fico_2Sul forum del meet-up è stata anche avanzata l’ipotesi che la violazione di questa regola (che è regola interna e come tale non ha valore di legge) possa determinare l’invalidazione della lista elettorale. Inutile dilungarsi qui sulla pretestuosità di tale affermazione. Il discrimine non è giuridico ma politico. Fico ha “falsificato” la propria dichiarazione (rilasciata il 4.11) ed ha sanato ex-post la propria posizione, cambiando residenza (il 26.11). Tutto ciò, mi rendo conto, può risuonare come un mero formalismo, ma del resto tutte le regole emanate da Grillo-Casaleggio-Lo Staff subodorano di gretto formalismo. Certamente, chi ha stabilito queste norme, deve farle rispettare. Non può e non deve trovare vie per le deroghe, per poi cancellarle due anni dopo, come successo nel caso di Biolé. Se si ammette la deroga per Fico, senza nemmeno aprire un dibattito, lo si fa con la chiara intenzione di tenere Fico “appeso al bavero”. Ponendo il caso che Fico entri in Parlamento, nel momento in cui si distanziasse dalla linea politica decisa da Grillo-Casaleggio-Lo Staff, ecco rispuntare quel cavillo, e Fico sarebbe messo fuori dal M5S. L’errore grave è proprio questo. L’ammissione o l’estromissione dalla deroga è decisa dal vertice e non da una regola astratta. Il che pone nelle mani del vertice (intoccabile, inamovibile, immutabile) un potere illimitato nei confronti del candidato-servitore. E’ un revolver sempre carico, messo lì, sul tavolo. Come monito, più che altro.

La buffonata del Buffone sui futuri denari del M5S

La democrazia dal basso scopre il brivido della gestione centralizzata. Dell’organizzazione. Si dirà: è per tutelare il cittadino che così vedrà in trasparenza come sono spesi i soldi pubblici. I parlamentari del Movimento 5 Stelle ancora non esistono. Sono una opzione per il futuro parlamento. Una opzione che vale circa il 20% dei seggi. Questo venti per cento significano milioni di euro di denari pubblici, non solo promananti dal sistema dei rimborsi ma anche di quello del finanziamento dei gruppi parlamentari. Come pensano di gestire la faccenda i teorici della politica a basso costo via “internet”? Ma è ovvio: facendo una società che fa transitare i denari dalle mani dei futuribili parlamentari a quelli della Casaleggio Associati.

In sostanza, lo staff di Grillo ha chiesto ai candidati parlamentari, selezionati le scorse settimane per mezzo di primarie chiuse, di sottoscrivere un impegno (o un contratto?), letteralmente, per “abilitare la propria candidatura”. La richiesta reca in oggetto il seguente titolo: “Costituzione di “gruppi di comunicazione” per i parlamentari del M5S di Camera e Senato”. Questi gruppi di comunicazione avrebbero la funzione di gestire i contributi destinati agli scopi istituzionali riferiti all’attività parlamentare, nonché alle “funzioni di studio, editoria e comunicazione ad essa ricollegabili”. Eccoli, i denari pubblici. Che nella vulgata grillina dovrebbero essere restituiti allo Stato, qui invece vengono attribuiti a gruppi la cui organizzazione verrà definita da Beppe Grillo medesimo. I candidati parlamentari devono solo firmare, altrimenti sono fuori. Così Valentino Tavolazzi su Facebook: “Qualcuno può chiarirmi per favore se questo impegno richiesto ai candidati sia o no un modo come un altro per convogliare nelle casse della Casaleggio ed associati i soldi pubblici destinati alla comunicazione istituzionale dei gruppi M5S alla Camera e al Senato? Spero di aver capito male” (https://www.facebook.com/valentino.tavolazzi/posts/382821771794922).

Tavolazzi si augura di aver capito male ma, dopo la sua segnalazione, è scoppiato il putiferio. Articoli sono comparsi su Pubblico Giornale, su Repubblica e Il Fatto Q. I membri dei gruppi di comunicazione saranno scelti da Grillo. L’organizzazione sarà scelta da Grillo. Pure la destinazione dei soldi sarà scelta da Grillo. Il fine della creazione di questi gruppi gestionali di denaro pubblico è duplice:

  • da un lato, garantire una gestione professionale e coordinata di detta attività di comunicazione;
  • dall’altro, evitare una dispersione delle risorse per ciò disponibili.

Soprattutto l’istituzione di questi gruppi prevede una novità sostanziale per il M5S, direi quasi in opposizione alle sue regole medesime: l’adozione di uno Statuto:

La concreta destinazione delle risorse del gruppo parlamentare ad una struttura di comunicazione a supporto delle attività di Camera e Senato su designazione di Beppe Grillo deve costituire oggetto di specifica previsione nello Statuto di cui lo stesso gruppo parlamentare dovrà dotarsi per il suo funzionamento (M5S Salerno).

Il partito liquido diventa solido? Perché i gruppi parlamentari devono dotarsi di statuto e il Movimento no? Domande destinate a restare irrisolte. Che poi il denaro pubblico fornito dalle Camere dovrebbe essere speso per precise finalità. Si tratta di attività di comunicazione, quindi evidentemente di produzione editoriale. E naturalmente nel gruppo che sottende i 5 Stelle e il blog di Grillo, c’è una casa editrice (Chiarelettere) e una società di marketing (Casaleggio Associati). Chi meglio di loro potrebbe impiegare quei denari? Così Tavolazzi, due giorni dopo, lascia intendere: “Quanto si dividono i soci del Fatto Quotidiano. Tra loro anche Chiare Lettere, editore di Casaleggio” (https://www.facebook.com/valentino.tavolazzi/posts/531673310195341). In coda al post di Tavolazzi compare il seguente commento (che inserisco per darvi l’idea di che aria tira):

A voler comprender bene, dicendo e predicando che i soldi pubblici sono il male, si organizza prima un giornale, poi un partito e quel partito lo si manda in parlamento facendo incetta di seggi. Quindi, una volta che si deve gestire il denaro pubblico derivante dalla elezione in parlamento, che si fa? Si creano dei “gruppi di comunicazione” per spogliare il parlamentare del diritto di gestire quel denaro (al di là del fatto che può gestirlo bene o male) e anziché dire “quei finanziamenti non li vogliamo, non li utilizziamo, li restituiamo, ecc.”, ci si organizza per gestirli in maniera autonoma e oculata, in maniera “da non disperderli”. Non è strano tutto ciò? Soprattutto se pensiamo che la democrazia interna del M5S non esiste, che delle primarie del M5S non c’è traccia (forse in qualche chat fra qualche decina di persone) e che quando altri le fanno per davvero le primarie e vi partecipano in milioni, allora sono un trucco demagogico, una buffonata:

Alcune delle migliori risposte a questi tweet di Grillo:

E poi, quel post sulla violenza sulle Donne, dopo il punto G e la defenestrazione della Salsi:

A different place: Beppe Grillo va sul Washington Post

Cominciamo dalla conclusione, ovvero dalle parole – tradotte in inglese – di Giovanni Favia: “The figure of Beppe Grillo is a necessity if Italy is going to be a different place”. Grillo come una necessità, se l’Italia vuol essere un paese diverso. Ma l’impressione che se ne ricava, se nulla ne sapessimo, leggendo le tre pagine che il Washington Post dedica al fenomeno 5 Stelle, sarebbe una brutta – bruttissima – impressione.

La questione della partecipazione dal basso emerge solo ed esclusivamente per il famoso fuorionda di Favia a Piazzapulita. Del resto, si intuisce appena che il M5S sia un movimento a sé stante, mentre la figura di Grillo campeggia quasi come quella di un nuovo Berlusconi, ed è pericolosa come Berlusconi. Nel testo, Grillo è accostato a leader populisti europei, come Le Pen in Francia, Stronach in Austria e Geert Wilders in Olanda. Il personalismo, in questa ricostruzione, è preminente. La vulgata a 5 Stelle dirà che è un articolo pagato da qualche partito italiano o opera del complotto mondiale delle Banche che sostiene il Monti-bis. Più probabilmente questo articolo è molto più fedele di quanto non lo siamo noi, che ci vediamo con i nostri troppo generosi occhi. Forse non ci siamo accorti che stiamo sostituendo un personalismo televisivo con un personalismo a mezzo blog. Per essere effettivamente un “different place” dovremmo avere la “fiducia e il coraggio” (prendo in presto queste parole di Civati) di riformare il sistema partitico in senso maggiormente partecipativo e inclusivo e trasparente, esattamente ciò che la politica non fa e che Grillo dice di voler fare ma è il primo a non praticare.

Grillo raccoglie il sentimento antieuropeista dalla estrema sinistra. Con il consolidato argomento che l’Unione Europea è una macchina costruita dalle plutocrazie europee allo scopo di scippare il popolo della sua sovranità, Grillo aggiunge e fonde ad esso la retorica anti moneta unica e anti austerità, temi di forte presa sul “pubblico” alle prese con la più forte recessione dal 2009 (cosiddetta double-dip). Le medesime argomentazioni sono impiegate da Paolo Ferrero, FdS. E da Berlusconi, seppur con accenti diversi. L’idea di Europa come unione pacifica di stati, come superamento del dogma della sovranità assoluta e della forma della Nazione-Potenza, non viene nemmeno lontanamente sfiorato. L’Europa è un nemico burocratico, che ci tratta come numeri, che cancella posti di lavoro tracciando righe su fogli di carta. Un nemico che non ha volto ma che il leader populista agita come uno spettro. Non è del tutto sbagliata la dichiarazione del giornalista Massimo Franco al Washington Post: “Grillo represents a sort of blurring of the far left and far right” (Grillo rappresenta una sorta di con-fusione dell’estrema sinistra e dell’estrema destra). Da un lato si depreca l’uso di denaro pubblico per alimentare il sistema politico, dall’altro si chiede che la mano pubblica gestisca le utilities municipali, in un sorta di riedizione dello Stato sociale degli Settanta in un’epoca in cui i bilanci pubblici sono soggetti a forti cure dimagranti.

Il collante vero, ed è ciò che sfugge all’auto dell’articolo del WP, ciò che coagula questa massa critica che è ormai divenuto il “pubblico” dei 5 Stelle, è l’ideologia della democrazia diretta, una forma di governo che gestisce il rapporto cittadino-stato attraverso i new media e quindi lo meccanizza attraverso il software. L’idea è totalizzante: l’individuo è sussunto in una sorta di plebiscito quotidiano, in una deliberazione perpetua, che comunque non potrà mai essere immediata, ma è gestita, guidata, anticipata dal marketing politico e dai software di gestione dei flussi di informazione. Il grande inganno risiede nel fatto che la rete non è libera. Grillo dice che la rete è invincibile, che è autocorrettiva, ma egli stesso è un campione del marketing politico. E usa la rete come un media alternativo, avendo egli perso le chiavi di accesso al media di massa per eccellenza, la televisione. Il suo linguaggio è un linguaggio diverso da quello di Wilders. Non è un linguaggio causale, ma agisce sempre attraverso ripetizioni, attraverso l’uso dei nomi distorti, attraverso la retorica anticasta, alimentando la corrente dell’indignazione. Ed è attraverso il motore dell’indignazione che Grillo a sua volta alimenta il proprio bacino elettorale potenziale. Di ciò non c’è traccia nell’articolo del Washington Post e, se mi permettete, questa è infine la vera novità del fenomeno del “the funny man”.

Grillo apre la via della Politica 2.0? E’ effettivamente una rivoluzione profonda la sua, anche rispetto ai più avanzati progetti di marketing virale applicati al campo politico, come poteva esserlo la campagna Obama-Biden del 2008. Grazie al M5S, una nuova generazione di cittadini viene socializzata alla politica. Ma – a mio avviso – il suo progetto rischia già di essere vecchio. Grillo dinanzi alla esplosione dei social-media è fondamentalmente disarmato (Facebook nel 2008 in Italia contava 700.000 profili, oggi 21 milioni). Grillo non è un attore nel mondo del tweeting. Lui e il suo staff curano la diffusione dei contenuti anche sulla rete di contatti che si dipana da Twitter o da Facebook, ma le interazioni sono quasi nulle. Potrei definire il rapporto di Grillo con il web come uno-molti. Ed è anche unidirezionale. Esattamente l’opposto di ciò che propaganda. Qui si cela l’inganno. Ma sulla stampa estera spicca la figura del leader populista. Per questa ragione, e non altre, si può dire che l’analisi del WP è superficiale. L’anomalia Grillo non è semplicemente una anomalia partitica, ma costituisce l’apertura del mondo politico a un tipo di interazione che è mediata dalla macchina software. E si tratta solo di metà della rivoluzione. Che avverrà pienamente soltanto quando il flusso informativo avverrà in ambedue le direzioni, da e verso il leader/rappresentante/eletto. L’inquadramento dato dal WP a Grillo è per queste ragioni deficitario.

Se vuoi fuggire da Facebook, c’è Diaspora*, il primo social network open source

Tratto da Liberarchia [per gentile concessione di Daniele Florian].

Segui Yes, political! su Diaspora*

Il mondo virtuale di Internet rispecchia in pieno ogni pregio e difetto del mondo reale.
Al giorno d’oggi il Web permette di svolgere quasi ogni attività, dalla compravendita di prodotti alla condivisione di filmati e documenti, oppure può divenire luogo di incontro tra utenti di diverse realtà, permettendo scambio reciproco e diffusione di notizie.

Per questi ed altri motivi possiamo considerare il Web una vera innovazione sociale oltre che tecnologica che, se sfruttata al meglio, può davvero diventare strumento utile per lo sviluppo sociale. Tuttavia, così come nel mondo fisico, dove vi è la possibilità di rivolgersi ad un vasto e vario pubblico, la macchina dell’economia non perde l’ occasione di scendere in piazza, rendendo così anche la rete soggetta alle dure leggi del capitalismo e del business.
Ed è così che sono venute a sorgere le prime discussioni in merito di diritti d’autore, software proprietario, e tutte quelle pratiche giuridiche-economiche in ambito informatico nate per scopi lucrativi e che finiscono per danneggiare la macchina culturale che è Internet.
A dimostrazione di ciò basti pensare al recente acquisto di Skype da parte della Microsoft Corporation, che molti pensano potrebbe portare all’ estinzione della versione Linux del famoso software per la comunicazione VOIP.
Di soluzioni a questi problemi ne conosciamo tante, come appunto il sistema operativo Linux gratuito e open source o i nuovi progetti in termini di copyleft e libertà digitali; ma ciò che forse sono ancora sconosciute ai più e poco divulgate, sono le problematiche recenti nate nel mondo dei Social Network.

Facebook è – secondo le stime – il secondo sito più visitato al mondo dopo Google e può vantare la bellezza di 500 milioni di utenti iscritti (se fosse un Paese sarebbe il terzo per popolazione dopo India e Cina).
Come ben sappiamo la famosa azienda fondata da Mark Zuckerberg offre un servizio di iscrizione gratuita e la possibilità di gestire un profilo con foto, video e fattorie di animali senza spendere neanche un soldo; la domanda quindi sorge spontanea: come fa Facebook a finanziare gli enormi costi dovuti innanzitutto alla manuntenzione dei galattici server contenenti quasi 3 miliardi di foto e a pagare tanti impiegati quanti la metà della popolazione italiana, considerando che il fatturato registrato l’ anno scorso è stato di ben 1.1 miliardi di dollari?
La risposta sta in un accordo stipulato tra il colosso informatico e le aziende di marketing, alle quali vengono venduti i nostri dati personali e altre informazioni su di noi per utilizzarli nella creazione di campagne pubblicitarie a seconda del target.
Pochi sanno infatti che, secondo i termini del contratto di iscrizione al servizio, all’accettarlo l’utente dà a Facebook l’ esclusiva proprietà di tutte le informazioni e le immagini che vengono pubblicate; inoltre Facebook viene autorizzato non solo all’uso ma anche al trasferimento a terzi dei nostri dati sensibili; e dato che il 90% della popolazione al momento di un’iscrizione online non legge il contratto, Facebook può vendere questi dati senza nessun altro nostro consenso.
Oltre ai dati personali inoltre, più volte è stato riscontrato che alcune applicazioni quali sondaggi o simili sono create dalle stesse aziende allo scopo di ottenere l’ informazione da loro richiesta. Ovviamente la maggior parte delle volte Facebook ha ribadito che non era a conoscenza del caso, scaricando la colpa sulle aziende.
Da notare è anche il fatto che una volta iscritti non abbiamo modo di re-impadronirci dei nostri dati, nemmeno con la cancellazione dell’account, perchè questo non permette l’eliminazione totale dei dati: rimarranno immagazzinati per sempre sui server di Facebook fin quando essi lo riterranno necessario.

Per far fronte a questi problemi è nato Diaspora*, un nuovo social network ideato da studenti della New York University, il cui obiettivo è creare un sistema decentrato e sicuro, contribuendo a proteggere la privacy degli utenti e con un software libero e open source.
L’ innovazione di Diaspora sta proprio nel suo funzionamento, infatti ogni computer su cui Diaspora sarà installato diventerà un “pod” indipendente, e il nostro profilo con le nostre informazioni personali rimarranno sulla nostra macchina senza venir divulgate ad altri senza il nostro consenso.
Inoltre se vogliamo o se non abbiamo la possibilità di creare un server nostro potremo fare affidamento a server terzi di nostra “fiducia” su cui installare i nostri profili.
Ora però Diaspora è ancora in fase di test, perciò non disponibile a tutti gli utenti; almeno fino a quando questa fase si concluderà non sarà disponibile per tutti.

In Italia alcuni ragazzi dell’Università di Pisa stanno contribuendo a questo progetto, per esempio nell’implementazione di servizio VOIP sul social network (tra l’altro non presente su Facebook). Per chi volesse provare questa fase alfa di Diaspora può farlo registrandosi a http://diaspora.eigenlab.org/.

Contribuire a questi progetti (con la semplice iscrizione o partecipando attivamente) significa sostenere quello sviluppo sociale e tecnologico che è lontano dai riflettori della moda e del business, ma nel quale, non essendo sottoposti alle politiche di mercato, si può lavorare per il semplice scopo che è la ricerca di conoscenza dedita al progresso scientifico, morale ed umano.

Spidertruman, epopea del già visto in salsa anti-Casta

D’estate sulle tv, soprattutto sui canali della RAI, i buchi nei palinsesti sono riempiti di repliche, come i muratori fanno con il calcestruzzo o la malta. Evidentemente, in assenza di psicodrammi nella maggioranza che giustifichino campagne di stampa con trasferte a Montecarlo – tanto per trascorrere mezza giornata in Costa Azzurra – era necessario un diversivo rispetto al già tanto caotico quadro politico, che sapete è dominato dai temi della manovra e dei mancati tagli ai privilegi di casta.

Spidertruman, si chiama. E’ il vendicatore mascherato di Montecitorio. Si autodefinisce un precario “licenziato dopo 15 anni di lavoro in quel palazzo” e proprio adesso ha deciso di svelare pian piano “tutti i segreti della casta”. E’ curioso che abbia impiegato la formula ‘pian piano’: come se a questo punto della nostra storia politica ci fosse proprio bisogno di una certa cautela nello svelare i temuti segreti del Palazzo. Che, detto per inciso, segreti non sono. Sono anni che i Radicali tengono nota di tutte le spese del Parlamento. Potete scorrere il lungo elenco a questo indirizzo: Open Camera – I Costi segreti delle Camera dei Deputati.

Il nostro Eroe Anti Casta ha totalizzato circa 40.000 seguaci su Facebook in poche ore. Un bel credito di popolarità per aprire un bel blog o un magazine on-line. Spidertruman è già stato accostato a Julian Assange, equazione troppo comoda per essere credibile. Come scrive Fabio Chiusi su Il Nichilista, “Assange non lancia accuse generiche («Ogni giorno c’è sempre un deputato che denuncia il furto del suo costosissimo computer portatile», per esempio), ma estrapola dati da documenti coperti da segreto che rende accessibili al pubblico tramite WikiLeaks e che contengono tutti i dettagli delle rivelazioni (nomi, cognomi, circostanze)”, ma anche “Assange è responsabile del processo di autenticazione di quei documenti, facendosi così carico della loro eventuale falsità, senza celarsi dietro a un’identità fittizia” (Il Nichilista).

Naturale porsi la domanda: Spidertruman è un troll? Ma nel momento in cui me la pongo, scopro che nemmeno mi interessa sapere la risposta. Spidertruman non aggiunge nulla a ciò che già sappiamo, ovvero che la Casta vive nel privilegio sulle nostre spalle e nottetempo trova cavilli per smontare quelle proposte di legge volte a ridurre la loro preziosissima diaria. L’errore fondamentale sta nel credere che vi sia ancora qualcosa di segreto, di nascosto. No, è tutto sotto i nostri occhi. Sappiamo tutto e lo abbiamo accettato per anni, senza batter ciglio. Abbiamo anche applaudito alle varie opposizioni, alle varie maggioranze, abbiamo legittimato questo saccheggio. E ci rendiamo conto che si tratta di un saccheggio solo quando la Casta è costretta a ricorrere alle nostre tasche per evitare il default finanziario del paese. Chiaro, no?