Fu Farefuturo: il de profundis degli intellettuali finiani

Farefuturo Web Magazine, il sito della ‘primavera’ finiana è finito nella polvere. Adolfo Urso, ex colonnello di An, poi colomba nel FLI, ora divorziato “in casa” e apertamente in rottura con la linea dei falchi Bocchino, Briguglio, Granata, ha tolto l’ossigeno – i soldi – alla creatura di Filippo Rossi. Questo il laconico comunicato dell’editore:

Cari amici del web, da oggi Farefuturo Web Magazine cessa le sue pubblicazioni. La società editrice ha dovuto prendere atto della assoluta impossibilità a continuare l’attività giornalistica per l’insufficienza delle risorse a sua disposizione. Quando cominciammo, nel gennaio 2009, ci eravamo proposti l’obiettivo dell’autonomia finanziaria entro un anno. Purtroppo, così non è avvenuto. Gli introiti pubblicitari si sono progressivamente ridotti, rendendo oltremodo problematica la copertura dei costi redazionali e di gestione del sito. Da qui la decisione, difficile e dolorosa, di sospendere l’attività. Questi due anni di continuo dialogo con i lettori, soprattutto giovani, hanno rappresentato un’esperienza entusiasmante, che ha segnato una fase della vita della nostra Fondazione e che ha profondamente inciso sul dibattito pubblico. In questo momento, un particolare grazie va alla redazione, ai giovani collaboratori e soprattutto a tutti voi lettori. Farefuturo prosegue la sua attività con gli strumenti classici di una fondazione di cultura politica: seminari, corsi di formazione, convegni e pubblicazioni, di cui potrete trovare notizia sul sito www.farefuturofondazione.it. Il nostro impegno continua.
L’Editore
1 marzo 2011

E così gli rispondono dal web:

Pochi ma buoni

Buongiorno Direttore,

solo un cordiale saluto ed un pensiero: come al solito quando si inizia a “ballare” i conigli ed i codardi scappano. Meglio pochi ma buoni, anche se credo che presto diventeremo molti, sperando di non imbarcare i soliti voltagabbana.

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No Bavaglio alla Rete su openDemocracy

L’appello contro il comma ammazza-blog del ddl intercettazioni ha varcato il confine nazionale. Ne parla oggi il sito openDemocracy, il portale della politica fondato da Anthony Barnett, scrittore inglese, già direttore di Charter 88, oggi guidata da Tony Curzon Price. L’articolo ci ricorda che

“il web non è la stampa. Le regole dovrebbero essere diverse per i media mainstream e per l’informazione online. Gestire tutte le richieste di correzione è lungo e complesso – solo per valutare se il reclamo è giustificato potrebbe richiedere competenze professionali che la stragrande maggioranza dei siti di informazione online non ha. La posta in gioco è l’esistenza stessa del sito – una pesante multa costituirebbe per molti la chiusura (Arianna Ciccone su openDemocracy).

La conseguenza diretta? Molti blogger torneranno nella loro condizione “primaria” di consumatori di notizie. O continueranno a averen un ruolo attivo online “ma solo su questioni di bassa visibilità mediatica al fine di evitare attirare l’attenzione a se stessi” (Ciccone, cit.).

Il web sarà castrato. La vitalità unica e sì, la libertà del ciberspazio sarà ridotta. La diversità di opinione subirà l’incertezza, la prudenza e la paura prenderanno il posto della libertà di espressione (ibidem).

Su FareFuturoWebMagazine, poi, la polemica contro il comma 29 sfocia nel poetico:

a volte anche nella democratica Italia, quella per intenderci dove trionfano le emergenze perenni, i bunker per i grandi tavoli di concertazione e le tragiche psicosi, ecco proprio in quel paese sembra che ci si dimentichi di chiamare le piante con il proprio nome. C’è una pianta, coloratissima, rigogliosa e dal profumo inebriante, che si chiama libertà. Beh, vale la pena di ricordare a chi scrive le leggi, che ogni tanto va innaffiata. Con acqua fresca, pura. E non relegata in una soffitta ad appassire mestamente (Francesco De Palo, FFWebMagazine).

E’ un bellissimo articolo, ma pare troppo. Basterebbe un solo emendamento di una sola riga: comma 29 soppresso. Concreto, non poetico.

Intercettazioni, il finiano Granata: preservare il diritto di cronaca

C’è chi si chiede dove siano i finiani. Lo fa, per esempio, Alessandro Giglioli, dalle colonne del suo blog, con questo breve post:
io vorrei tanto chiedere al bravo Filippo Rossi, all’ottima Flavia Perina, al pacato Alessandro Campi, ma anche agli onorevoli Italo Bocchino e Fabio Granata, a tutti i fondatori di Generazione Italia tipo Carmelo Briguglio e Benedetto Della Vedova, Andrea Ronchi o Roberto Menia, e così via: ma una parola contro questa legge bavaglio sulla stampa, no? Ma davvero la fate passare così, con i vostri voti decisivi alle Camere? E con quale faccia vi ripresenterete il giorno dopo a parlarci di liberalismo e destra moderna e a fare la fronda al Cav.? Scusate, ma questa mi pare un po’ una prova del nove, per vedere se pensate davvero le cose che dite o giocate solo a fare gli adolescenti ribelli, di quelli che però all’ora di cena tornano sempre a casa (Legge bavaglio: ma Fini dov’è? – micromega-online – micromega).
E coincidenza, ecco la risposta di Fabio Granata, deputato fedelissimo di Gianfranco Fini, alfiere di quella politica liberale che il presidente della Camera si pregia di condurre, direttamente dalle pagine di FareFuturo Web Magazine. Secondo Granata, i finiani sarebbero in attesa “di vedere il testo nella sua formulazione definitiva” poiché al Senato sarebbero state apportate modifiche sulle quali è necessario “riflettere ancora”. Granata e i finiani hanno fatto proprie le questioni sollevate dal procuratore generale antimafia Grasso:

  1. in primis, la questione del ‘doppio binario’ investigativo (ovvero quel complesso di norme che afferiscono principalmente ad istituti di estremo rilievo processuale poiché attengono alla fase delle indagini preliminari, al regime della custodia cautelare in carcere, ai mezzi di acquisizione della prova – in particolare, le intercettazioni telefoniche ed ambientali – ai termini di custodia cautelare ed al loro ripristino dopo la sentenza di condanna di primo grado, al regime ed alla valutazione della prova, strumenti che per i reati di tipo mafioso hanno portata eccezionale e producono risvolti negativi sulla sfera delle garanzie dell’imputato);
  2. la rapidità con cui deve essere disposta l’intercettazione;
  3. il tema della riservatezza legata alla conduzione delle indagini con lo strumento dell’intercettazione, che fonda la propria efficacia sulla inconsapevolezza dell’indagato;
  4. i precedenti punti non possono essere limitati al solo quadro dei reati di tipo mafioso, bensì devono essere riconsiderati anche per quei reati minori che per esperienza si sa esser collegati alla mafia.

Per Granata, un partito di ‘destra’ deve avere a cuore la questione della legalità. E in certi casi “il contrasto alle mafie deve venire prima della tutela della privacy di qualche deputato o di qualche cittadino”. La sicurezza dello Stato deve essere preminente rispetto al diritto alla privacy.
Poi c’è il ‘bubbone’ del diritto di cronaca: “noi”, ricorda Granata, “grazie alla presidente di Commissione Giulia Bongiorno, avevamo reintrodotto alla Camera la possibilità di pubblicare quanto meno il riassunto delle intercettazioni, in modo che il diritto di cronaca fosse garantito senza tuttavia permettere la creazione di vere e proprie gogne mediatiche”. Modifica che ora è già archiviata dalla mano restauratrice del relatore di maggioranza. Comunque, secondo il finiano, “bisogna evitare (e su questo c’è una grande attenzione da parte del presidente della Repubblica) che il ddl metta a rischio il diritto di cronaca” (Ffwebmagazine – Granata: «Ddl intercettazioni, la lotta alla mafia prima di tutto»).

Quali le conclusioni? Le strategie dei finiani, se ce ne sono, non verranno applicate prima dell’approdo in aula del provvedimento. In Commissione Giustizia continueranno a mostrarsi ‘fedeli’ al governo. Per il dopo, si possono avanzare due ipotesi: strategia congiunta con il PD al fine di far saltare la parte di norme liberticide, compresa quella sulla stampa; mantenere una fedeltà di facciata alle indicazioni del governo, ma promuovere ordini del giorno volti a far tornare il provvedimento in Commissione Giustizia dove riaffrontare i temi sopra indicati, ritenuti pregiudizievoli per le inchieste di mafia. Fini non è così sprovveduto dal caricarsi della responsabilità del fallimento del governo su un provvedimento ‘molto caro’ al presidente del Consiglio. Il giorno dopo si aprirebbe la contraerea dei giornali di Berlusconi, per ora momentaneamente messa in sordina dal (finto) premier dopo le scaramucce dello scorso mese. Allora certamente Fini potrebbe optare per una strategia più accorta, aiutando indirettamente l’opposizione, magari fornendo notizie sul numero dei senatori effettivamente presenti e offrendo al PD l’opportunità di imboscate su singoli emendamenti. Tutto si giocherà in aula.

Segui l’iter di approvazione del provvedimento:

Atto Senato n. 1611 – XVI Legislatura