L’arringa difensiva di Di Girolamo al Senato: sono una persona perbene. L’aula vota sì alle dimissioni.

Eh sì, anche Di Girolamo, la pecorella smarrita, rientrerà nel Regno dei Cieli dei Senatori. Una persona perbene. Orfano già in fasce, dovette sostenere la propria famiglia. In politica ci è arrivato da incensurato. Poi, per la strada, ha incontrato tanti malvagi che gli hanno strappato molte promesse. E lui, così candido e incapace di difendersi dinanzi alla protervia dei “malevoli e dei menzogneri”, ha ceduto. Eh sì, il povero Di Girolamo è stato preso in mezzo.

Non è satira, è il succo del suo discorso di annuncio di dimissioni dalla carica di Senatore pronunciato oggi. Leggete per credere. Intanto l’aula vota sì alle dimissioni. Forse già stasera, Di Girolamo sarà tradotto in carcere.

Legislatura 16º – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 344 del 03/03/2010.

Signora Presidente, onorevoli senatori, ho rassegnato le mie dimissioni dalla carica di senatore della Repubblica italiana. Dopo tanto fango, dopo l’ignominia di un’esposizione mediatica che mi ha descritto agli occhi del Paese come un mostro, usurpatore della politica e del mandato elettorale, credo fermamente che sia arrivato il momento della responsabilità e della verità dei fatti.

Sono convinto di dover rendere disponibile la mia persona, la mia storia personale, la mia esperienza recente, perché chi dovrà giudicarmi possa davvero conoscere i contorni di una vicenda che non è tutta criminale e che potrà finalmente essere vagliata lontano dai riflettori e dal clamore delle prime suggestioni.

Sono entrato nell’Aula del Senato forte di una delega affidatami da 24.500 elettori di tutti i Paesi europei, 24.500 cittadini italiani né mafiosi, né delinquenti. Di una piccola parte di costoro avrebbe abusato un gruppo di individui probabilmente inquinati da frequentazioni criminali. Non mi interpreti come troppo ingenuo, signora Presidente, non ero consegnato anima e corpo a questi figuri. La frenesia della campagna elettorale mi ha spinto a valutare poco e male, e lei, mi auguro, immaginerà che non si diventi mafioso nello spazio di un mattino, colpevole come sono di uno o due incontri disattenti.

Sono entrato in Senato da professionista del diritto incensurato. La mia non è stata una storia semplice. Orfano già in fasce di un prestigioso economista docente universitario, figlio unico, educato al rigore e alle buone maniere da una madre nobile, ho da sempre dovuto provvedere al sostentamento della mia famiglia e sono rimasto negli anni quello che ero: una persona perbene, incapace tuttavia di difendersi innanzi alla protervia dei malevoli e dei menzogneri. In politica ne ho incontrati alcuni, figli di un’altra storia, ben diversa dalla mia, capaci di fagocitarmi nella smania delle promesse. Ho ceduto, certo, signora Presidente, ma le mie colpe verranno circoscritte dalla verità che saprò esporre ai magistrati cui ho deciso di consegnarmi, forte della convinzione di collaborare alla ricerca della verità e della certezza che dovrò riscattare faticosamente il mio onore innanzi alla mia famiglia, ai miei amici ed all’Assemblea del Senato alla quale ho partecipato con orgoglio e dedizione.

Intendo con questa ferma decisione allontanare dalla Camera Alta del nostro ordinamento l’ignominia che mi ha riguardato e che saprò ricondurre alle circostanze ed ai fatti che possono essermi ascritti; quelli, signora Presidente, che riguardano le mie responsabilità e non certamente i contorni di un quadro di compromissioni che oggi mi vengono attribuite ma che non appartengono al mio vissuto reale.

Le chiedo scusa, signora Presidente, di averle procurato imbarazzo. Le scuse più profonde le devo tuttavia a mia moglie ed ai miei figli per quanto hanno patito in questi giorni terribili. Dovranno fare a meno della mia presenza per un lungo tempo. Sarà durissima per me e per loro, ma avrò guadagnato con questa sofferta decisione l’orgoglio del riscatto per me, per il Senato, per la politica tutta.

Forse sarò l’unico ad essere ricordato per aver rassegnato le dimissioni; è un evento davvero poco usuale in questo drammatico momento di storia nazionale. Non importa. Mi affido alla Provvidenza pronto a sfidare ogni falsità, confidando nella verità ed abbracciando con la mia famiglia il progetto di Dio in Cristo, sperando nella vocazione posta nel cuore e nella mente di ogni uomo.

Un’altra parola solamente, Presidente. Avevo scritto questo appunto perché volevo che fosse ben chiaro il percorso che ho voluto e che dovrò affrontare. Vorrei solamente dedicare due parole all’Assemblea per dire che è stata per me una esperienza esaltante ed altissima poter far parte di questa Camera Alta. Non ho assolutamente portato all’interno dell’Aula l’indegnità della ‘ndrangheta o della mafia, così come mi è stato ascritto.

Ho visto una serie di fotografie sui giornali. Vorrei che chi è qui con me in questo momento riflettesse su cosa accade in campagna elettorale. In quell’evento specifico, quella sera ho fatto circa 250 fotografie davanti a quella torta. Vi era quel signore che dicono essere un mafioso, che a me era stato presentato come un ristoratore, proprietario di una catena di ristoranti anche all’estero, quindi persona con relazioni per poter votare all’estero. Ho fatto la fotografia davanti a quella torta successivamente con il parroco del paese, con il sindaco, con il maresciallo dei carabinieri, con 300 persone. Credo che anche voi abbiate fatto delle fotografie e non credo che abbiate preventivamente chiesto in campagna elettorale i documenti o i carichi pendenti alle persone che hanno fatto le fotografie con voi. Però, per queste foto e nel giro di tre giorni è stata completamente annientata la mia vita, la mia vita professionale, politica e quant’altro.

Vorrei in ogni caso ringraziare tutti coloro del Gruppo con il quale mi sono onorato di condividere questi due anni della mia vita. Non farò dei nomi, Presidente e colleghi, e me ne scuserete, perché qualsiasi nome facessi oggi, visto che io sono l’untore ed il Lucifero della situazione, se mi riferissi ad un collega chiamandolo per nome si direbbe che lo stesso è colluso con me ed è mafioso. So che i colleghi sanno a chi è diretta questa indicazione di amicizia e di riconoscimento, ma per loro stessa tutela non li richiamerò nome per nome. Ciò vale anche per dei componenti dell’opposizione che sono stati vicino a me in alcune realtà, in alcuni sogni: il sogno di poter fare qualcosa a livello internazionale, per aiutare l’ingresso della Turchia in Europa, per un riconoscimento di Cipro, per delle ragioni che sicuramente esulano dalla mia vicenda personale, che sono alte, altissime e che non voglio minimamente infangare.

Signora Presidente, concludo il mio intervento, e non vi tedierò più, con l’auspicio che non scontino per la mia vicenda le persone innocenti: sta già accadendo innanzi tutto per la mia famiglia, ma in questo momento anche la realtà degli italiani all’estero è stata annientata, massacrata.

Mi piacerebbe che le riflessioni che voi farete dopo la mia partenza da questa Camera Alta siano tali per cui gli italiani all’estero possano essere considerati una realtà, una parte di un circuito virtuoso e, quindi, un’opportunità e non un problema come da sempre sono stati considerati. Pertanto, con tutte le modifiche che riterrete opportuno apportare a talune modalità della legge elettorale, vi invito a considerare che gli italiani all’estero non possono essere dimenticati né esclusi dalle vita politica del Paese perché ne sono parte essenziale a tutti gli effetti.

Mi premeva sottolineare tutto questo; sicuramente ho dimenticato alcune affermazioni importanti, ma non dimenticherò mai quelli che tra voi mi sono stati amici e vicini in questo periodo e che spero non dimenticheranno me e la mia famiglia.

La malapianta è in Parlamento. Chi è Di Girolamo, il senatore che nessuno conosce.

Non sono un mostro, ha affermato ieri il senatore che nessuno candidò e che nessuno conosce. Nicola Di Girolamo è un ramo della malapianta che dalla Calabria arriva fino al nord, a sversare droga, soldi sporchi, cemento e tondini di ferro, abusando della legge e del territorio.

Lo scaricano tutti, a cominciare da Schifani. Gianfranco Fini non lo ha mai candidato – eppure era in quota AN. La Russa è stato il primo a scaricarlo. “Riciclaggio, vicenda di gravità assoluta”. Era Di Girolamo, secondo il gip, il pesce pilota, insieme a Mokbel, dell’ndrangheta verso il mondo delle telecomunicazioni. Convertivano i soldi delle frodi fiscali in opere d’arte (che Tanzi abbia suggerito l’idea?). Di Girolamo è già stato oggetto di una richiesta di arresto, negata prontamente dal Senato, sia in Commissione che in Aula:

Il 24 giugno 2008, a pochi mesi dalle Politiche, la Giunta elezioni e immunità parlamentari nega (compatta da destra a sinistra) l’arresto ai domiciliari richiesto dal Tribunale di Roma per falso in atto pubblico (residenza all’estero, in Belgio). Dieci senatori, compreso Follini, avevano partecipato alla discussione: Casson, Sanna, Lusi, Adamo del Pd, Pastore , Musso, Valentino e Saro del Pdl, Li Gotti dell’Idv: “Non c’è il rischio dell’inquinamento delle prove né di fuga”. E Follini: “Ha prevalso il buon senso”. Soltanto il rappresentante del partito di Di Pietro aveva votato sì all’arresto (fonte: L’antefatto).

Poi è stato sottoposto per tutto il 2009 alla verifica della regolarità della sua elezione da parte della Giunta Elezioni e Immunità parlamentari. Chi oggi lo ha scaricato, ieri lo difendenva a spada tratta. Gasparri si consumava nella richiesta della sospensiva dell’iter di verifica per evitare la custodia cautelare a Di Girolamo:

La decadenza di Di Girolamo è frutto di una falsa dichiarazione di residenza in Belgio, rilasciata per potersi candidare nelle liste del Pdl. Un fatto che non è passato inosservato al primo dei non eletti del centrodestra, Raffaele Fantetti, che ha presentato un ricorso alla Giunta reclamando il seggio. E l’ anomalia è finita anche nei tribunali perché la procura di Roma ha aperto un’ inchiesta, arrivando a chiedere anche la custodia domiciliare di Di Girolamo (fonte Archivio La Repubblica – 21 ottobre 2008).

Insomma, Di Girolamo viene “infilato” nelle circoscrizione estero. Viene fatto passare per residente in Belgio, con documentazione falsa. Poi, quando viene scoperto da un altro candidato del PdL, gli viene fornita la migliore assistenza possibile da parte di un avvocato come Carlo Taormina. Il Belgio è un paese comodo, ha una forte comunità italiana frutto dei flussi migratori degli anni ’50. Terreno fertile in cui i rami della malapianta hanno prosperato. Hanno avuto gioco facile nel riempire le schede bianche della circoscrizione estero con i nomi del senatore.

Non è una novità il fatto di trovare l’ndrangheta in Europa. Successe già con la strage di Duisborg, nel ferragosto del 2008. Per Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della dda di Reggio calabria, fra i massimi conoscitori del fenomeno malavitoso in Calabria, “oggi i picciotti viaggiano, studiano e si godono la vita in giro per il mondo”.

“La ‘ndrangheta ha prosperato indisturbata perché è sempre stata remissiva, col cappello in mano, mentre Cosa nostra faceva le stragi. Ma noi ai tedeschi lo dicevamo già dieci anni fa: state attenti che la ‘ndrangheta è dappertutto e prima o poi vi ritrovate come noi”, dice Gratteri con amarezza perché “sì, oggi c’è collaborazione soprattutto con la polizia svizzera e tedesca ma la legislazione antimafia dei Paesi europei sta all’anno zero” (fonte Reuters).

“High tech e lupara”, è la sconcertante ma fedele fotografia che Nicola Gratteri ci dà della ‘ndrangheta, oramai a tutti gli effetti un fenomeno criminale di portata internazionale che, dopo lunghi e colpevoli ritardi, inizia finalmente a essere percepito nella sua vera dimensione. A rivelare la forza dell’organizzazione criminale calabrese bastano poche cifre: il suo fatturato annuo è di 44 miliardi di euro, il 2,9% del Prodotto interno lordo. Il “core business” è rappresentato dal traffico di droga (la ‘ndrangheta controlla quasi tutta la cocaina che circola in Europa): un ricavo di 27.240 milioni di euro all’anno, il 55% in più rispetto al ricavo annuo della Finmeccanica, il gigante dell’industria italiana. A questa spettacolare espansione fa da contraltare il degrado sociale e ambientale della Calabria, prigioniera di una criminalità che la opprime, ne sfrutta famelicamente ogni risorsa e poi l’abbandona impietosamente al suo destino. La crescita e la fortuna di questa malapianta viene raccontata attraverso temi ed eventi cruciali: dalle lontane origini alla stagione dei sequestri di persona, all’espansione sul territorio italiano e all’estero; dalle collusioni con la politica alla conquista della leadership nel traffico di droga, alle inquietanti vicende dei rifiuti tossici.

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la malapianta

La malapianta, Nicola Gratteri, Nicaso Antonio