Federalismo microscopico: con la Cedolare Secca al via il fisco comunale

Dalla mente fervida di Calderoli, ecco partorito il micro-federalismo: dal federalismo regionale a quello fiscale per finire nel federalismo comunale. Se proseguono di questo passo si arriverà al federalismo rionale. In ogni modo, l’etichetta viene usata per introdurre dalla finestra ciò che si è cacciato dalla porta, e cioè l’Imposta Comunale sugli Immobili, la maledettissima ICI. ai Comuni verrà dato un potere tributario legato a tre strumenti principali:

  • Cedolare Secca sugli Affitti, con aliquota al 20%: è una tassazione fissa sui redditi da immobili dati in locazione, un “regalino” ai proprietari immobiliari:
  • A decorrere dall’anno 2011 il canone di locazione relativo ai contratti stupulati per immobili ad uso abitativo, e relative pertinenze affittate congiuntamente all’abitazione, potrà essere assoggettato, se il locatore così deciderà, a questa nuova imposta sostitutiva dell’IRPEF e delle relative addizionali, nonché dell’imposta di registro e dell’imposta di bollo sul contratto di locazione. La cedolare secca potrà essere applicata anche ai contratti di locazione per i quali non sussiste l’obbligo di registrazione (AdnKronos);
  • Devoluzione ai Comuni del gettito derivante da alcune imposte tra cui l’imposta di registro, ipotecaria e catastale, l’IRPEF relativa ai redditi fondiari (escluso il reddito agrario), l’imposta di registro e di bollo sui contratti di locazione relativi ad immobili, i tributi speciali catastali, le tasse ipotecarie, la nuova cedolare secca sugli affitti.

Nella seconda fase dell’attuazione del federalismo fiscale municipale, a partire dal 2014, per il finanziamento dei Comuni ed in sostituzione delle attuali, saranno introdotte nell’ordinamento fiscale due nuove forme di tributi propri: un’imposta municipale propria ed un’imposta municipale secondaria facoltativa. La prima sostituirà, per la componente immobiliare, l’imposta sul reddito delle persone fisiche e le relative addizionali per i redditi fondiari relativi ai beni non locati, l’imposta di registro, l’imposta ipotecaria, l’imposta catastale, l’imposta di bollo, l’imposta sulle successioni e donazioni, le tasse ipotecarie, i tributi speciali catastali e l’imposta comunale sugli immobili; essa non si applicherà al possesso dell’abitazione principale; l’imposta municipale secondaria facoltativa, invece, potrà essere introdotta, anch’essa dall’anno 2014 e con esclusione degli immobili ad uso abitativo, per sostituire una o più delle seguenti forme di prelievo: la tassa per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche, il canone di occupazione di spazi ed aree pubbliche, l’imposta comunale sulla pubblicità e i diritti sulle pubbliche affissioni, il canone per l’autorizzazione all’installazione dei mezzi pubblicitari, l’addizionale per l’integrazione dei bilanci degli enti comunali di assistenza (Comunicato Stampa CdM del 04/08/2010).

Questo rimarrà uno schema di decreto legislativo almeno finché non supererà il vaglio della Conferenza unificata per la acquisizione dell’intesa e, successivamente, della Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale ed alle altre Commissioni parlamentari competenti. Se il governo non cade, si può pensare che il DL diventi legge dello stato a partire dal prossimo anno. Ma l’autunno incombe, e se Berlusconi condurrà tutti al voto, anche questo provvedimento sarà lettera morta.

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La solitudine del Sultano: paura e delirio a Palazzo Grazioli

Le nubi nere che si addensano al di là delle Alpi, si sa, non sono un mero fenomeno atmosferico. Ciò lo si può intuire anche dalle finestre di Palazzo Grazioli. Così lontano, così vicino. Lui, il Sultano, ha l’esatta percezione: i tempi sono cambiati, irreparabilmente. Meglio evitare i luoghi pubblici, meglio l’influenza.
Il tempo scorre lento fra i corridoio vuoti, una volta occupati dal vociare di ragazze. Lui ascolta cogitabondo le ricostruzioni di Giani Letta, legge i titoli dei giornali, s’indigna ancora una volta per quei titoli di Repubblica su Dell’Utri e quel rompicoglioni di Ciancimino. Passa appena lo sguardo sull’articolo del caso dell’Addaura. Poi, Tremonti.
La legislatura è ad un vicolo cieco: da un lato le pressioni della Lega per il federalismo fiscale; dall’altro, Fini, la crisi, al Grecia, la BCE, il debito. Berlusconi si trova in un cul de sac e non sa come procedere. Il federalismo fiscale non potrà esser fatto. Il suo costo – è stato valutato – si aggira sui 133 miliardi di euro, mentre allo studio vi è una manovra finanziaria da 25-30 miliardi per il 2011. L’attività legilsativa del Carroccio in Commissione Bicamerale è del tutto inutile:

L’ultima stima, aggiornata sui bilanci delle regioni nel 2008, l’ha fornita la Commissione tecnica paritetica per il federalismo, nel rapporto curato da Luca Antonini e appena depositato in Parlamento. E’ una cifra scioccante: per assicurare il passaggio al federalismo nelle materie strategiche (cioè sanità, istruzione e assistenza sociale) occorrerebbero quasi 133 miliardi di euro calcolati in termini di spesa storica (caratterizzata da sprechi, iniquità e inefficienze di ogni genere) […] La riforma federale, com’è noto, ruota intorno al principio dei “costi standard” delle prestazioni, cioè quelli considerati ottimali secondo i livelli dei servizi raggiunti dalle regioni più efficienti […] Ebbene, anche a voler dimezzare l’esborso necessario, nel passaggio dalla spesa storica a quella standard, il federalismo fiscale costerebbe allo Stato non meno di 60 miliardi (La bandiera strappata del federalismo – Repubblica.it).

L’aspetto del costo finanziario del federalismo è l’elemento che fare esplodere la maggioranza. Giorni fa con una dichiarazione, Fini aveva fatto sapere di non esser disposto ad approvare alcun provvedimento normativo legato alla riforma del federalismo fiscale che comportasse un aggravio del bilancio dello Stato.Il bilancio sarà il grande tema nell’agenda del governo per i prossimi mesi. Esso cancellerà tutte le riforme annunciate in campagna elettorale: federalismo, riduzione delle tasse, grandi opere. Tremonti studia come recuperare dal bilancio 25 miliardi di euro. Già si parla di blocco dei pensionamenti:

Allo studio ci sarebbe un intervento tampone su una o due “finestre” di uscita del 2010 che cadono a luglio e a dicembre. Con il nuovo sistema a “quote” circa 100 mila dipendenti privati stanno raggiungendo “quota 95”, cioè 59 anni di età e 36 di contributi. Il blocco congelerebbe la loro uscita per sei mesi o addirittura per un anno […] si parla anche di un intervento sulle pensioni d’oro, o contributo di solidarietà (http://www.repubblica.it/economia/2010/05/15/news/dossier_manovra-4078168/).

Il congelamento delle pensioni riguarderebbe sia il settore pubblico che il settore privato. E inoltre: blocco delle liquidazioni per gli statali; blocco degli scatti di anzianità per docenti universitari e magistrati; azzeramento delle risorse per l’imposta agevolata al 10 per cento sui premi di produttività.

Di fatto il governo, nel suo potere di “spesa”, è messo sotto tutela dalla Commissione UE e la legislatura rischia di esaurirsi ancora una volta nelle leggi ad personam -ddl intercettazioni e Lodo Alfano costituzionale – per le quali comunque si annunciano battaglie in aula e probabili ‘imboscate’ dei secessionisti di Fini. Fra l’altro, il Lodo Alfano costituzionale rischia di esser ‘incostituzionale’ per la solita ragione che viola l’art. 3 (uguaglianza):

non sarebbe più un’immunità automatica, già ritenuta più volte incostituzionale, ma una sorta di autorizzazione a procedere […] nessuno ha mai dubitato della costituzionalità dell’autorizzazione a procedere già prevista dall’art. 68 della Costituzione e abolita ai tempi di Mani Pulite, mi pare difficile che una procedura analoga, anzi meno privilegiata perché riguarda solo la sospensione del processo e non l’impossibilità definitiva di celebrarlo possa essere ritenuta incostituzionale, almeno sotto questo profilo […] Perché solo i presidenti della Repubblica e del Consiglio e i ministri? E i presidenti della Camera e del Senato? […] da qui potrebbe innescarsi un’eccezione di illegittimità costituzionale per violazione dell’art. 3 (Lodo Alfano: hanno toppato? – Antefatto).

Si aggiunga che le leggi costituzionali non sono dispensate dal giudizio di costituzionalità della Consulta (sentenza 1186/1988) e che per la loro approvazione è necessaria la maggioranza qualificata dei due terzi onde evitare il referendum, ed ecco che lo scenario è nuovamente quello di una lunga e sterile battaglia parlamentare. Il legittimo impedimento? Ha la scadenza, e inoltre è stata sollevata dalla procura di Milano la questione di legittimità costituzionale (di nuovo la Consulta in mezzo alla sua strada).

C’è anche lo scandalo corruzione della cricca a turbare i pensieri del (finto) premier: dopo Scajola, nel mirino anche Ugo Cappellacci per mazzette negli appalti dell’eolico, persino indiscrezioni su Gianni Letta e suoi presunti rapporti con Anemone. E la rabbia degli elettori corre sul web (L’Unita.it).

Insomma: il sultano è solo e conta i giorni che lo separano dalla fine.

Lettura consigliata:

Oliviero Beha – Dopo di Lui, il diluvio – Chiarelettere

“Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra…” scriveva Giuseppe Tornasi di Lampedusa, e dalla parafrasi dell’immortale “Gattopardo”, nella quale gli “sciacalli” sono coloro che ridono al telefono del terremoto dell’Aquila, parte Oliviero Beha per una ricognizione tra le macerie materiali e immateriali del Paese. A cinque anni dall’uscita del suo pamphlet “Crescete & prostituitevi”, preso alla lettera dalla classe dirigente di ieri e di oggi, l’autore si domanda che cosa succederà quando sarà finita la stagione di Berlusconi, se davvero “dopo di Lui” ci sarà “il diluvio”. Perché Berlusconi è il prototipo di quel “berlusconismo” che ha attecchito a destra e a sinistra. Per arrivare a concludere che non siamo più una “democrazia”, che tira aria da “Weimar” sia pure “all’amatriciana”, che ogni giorno che passa è peggio e il risveglio del Paese si allontana. Ma non è detto, ci sono albori all’orizzonte…

Federalismo Demaniale, come ti smonto lo Stato

Demolizioni

La neonata commissione Bicamerale per l’attuazione del Federalismo Fiscale è entrata in opera e sta preparando il primo provvedimento di attuazione della legge delega sul federalismo fiscale approvata lo scorso anno, volta a dare una compiuta attuazione all’art. 119 della Costituzione, che dovrebbe introdurre la storica riforma della forma di Stato italiana. Da che cosa comincia il presidente Calderoli, il ministro incendiario alla semplificazione? Dallo smontare lo Stato Italiano, ovvero il suo patrimonio demaniale. Un vero e proprio numero di prestidigitazione del mago Calderoli. Passare dal Federalismo Fiscale a quello Patrimoniale è un bel salto semantico. Vediamo cosa bolle in pentola:

Il primo provvedimento di attuazione della legge delega n. 42 del 2009 sul federalismo fiscale è attualmente all’esame, ai sensi della legge 5 maggio 2009, n. 42, della neo istituita Commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale. Ne è al contempo iniziato l’esame presso le Commissioni Bilancio e Finanze (Camera.it – Documenti – Temi dell’Attività parlamentare).

Primo passo: individuazione dei beni statali che possono essere attribuiti a comuni, province, città metropolitane e regioni, operata attraverso uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, e la successiva attribuzione dei beni su richiesta degli enti medesimi:

L’attribuzione di un patrimonio alle regioni e agli enti locali (Comuni, Province e Città metropolitane) trova il suo fondamento nell’articolo 119, sesto comma, della Costituzione come modificato dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, recante riforma del Titolo V della Costituzione. [Il decreto è] emanato in attuazione della delega contenuta nell’articolo 19 della legge 5 maggio 2009, n. 42, che reca i principi e criteri direttivi finalizzati all’attribuzione alle regioni e agli enti locali di un proprio patrimonio […] La disposizione va ricollegata a quanto previsto dall’articolo 1, comma 1, della stessa legge n. 42, che, nell’indicarne l’ambito di intervento, prevede che essa rechi la disciplina dell’attribuzione di un proprio patrimonio agli enti territoriali (Camera.it – Documenti – Temi dell’Attività parlamentare).
I criteri direttivi sono i seguenti:
a) attribuzione, a titolo non oneroso, a ciascun livello di governo di distinte tipologie di beni, commisurate all’estensione territoriale, alle capacità finanziarie, alle competenze e alle funzioni effettivamente esercitate dalle diverse regioni ed enti locali […]
b) attribuzione dei beni immobili secondo il criterio di territorialità
c) ricorso alla concertazione in sede di Conferenza unificata ai fini dell’attribuzione dei beni alle autonomie territoriali
d) individuazione di tipologie di beni di rilevanza nazionale che non possono essere trasferiti, inclusi quelli rientranti nel patrimonio culturale nazionale.
Certo, gli enti territoriali sono tenuti ad assicurare la massima valorizzazione funzionale dei beni loro assegnati, ma questi hanno la facoltà di inserire gli stessi “in processi di alienazione e dismissione secondo le procedure di cui all’articolo 58 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112″. Quindi, prima ancora che il potere di imposizione fiscale, ovvero del potere di batter cassa, il governo, nella mente fervida di Calderoli, dovrebbe assegnare agli enti locali il proprio patrimonio demaniale, i quali devono prendersene cura, accollandosene gli eventuali costi degli interventi di manutenzione e di “valorizzazione funzionale”. Va da sé che gli enti locali, nella condizione di perdurante mancanza di trasferimento di risorse dal centro alla periferia, si troveranno quasi certamente a vendere il patrimonio per rientrare dal debito crescente – divenuto oramai per alcuni comuni talmente elevato da far concorrenza a quello di piccoli stati come le Hawaii, o come grandi metropoli come Madrid e Valencia (vedi caso Recanati).
La situazione debitoria di comuni e regioni italiane, accompagnata dalla irresponsabilità degli stessi nella spesa pubblica, incentiverà il trasferimento patrimoniale verso la periferia come surrogato dei trasferimenti erariali e delle imposte locali precedentemente abolite (ICI). E la periferia cosa ne farà? Spenderà soldi e risorse o preferirà vendere il patrimonio ricevuto in dote? L’articolo 7 del decreto in esame prevede infatti che “con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri siano determinati i criteri e i tempi per la riduzione delle risorse spettanti alle regioni e agli enti locali in misura corrispondente alla riduzione delle entrate erariali conseguente al processo di trasferimento dei beni statali“. Tradotto: lo Stato vi cede il patrimonio, ne consegue una riduzione dell’entrate all’erario, ergo le risorse spettanti alle regioni diminuiranno. Le regioni ricevono un bene che rappresenta un costo certo e immediato e che richiede investimenti affinché mantenga la sua funzionalità e la sua produttività erariale. Qualcuno ancora pensa che l’idea del federalismo fiscale sia una riforma semplice semplice da mettere in atto?

Bossi, alleanza Lega-PdL è finita. Alle porte di una crisi di governo?

Crollo verticale, ha detto stamane Bossi. “Siamo davanti a un crollo verticale del governo e probabilmente di un’alleanza, quella di Pdl e Lega”. Più chiaro di così. Il Senatur teme le imboscate dei finiani sui regolamenti attuativi del federalismo. E alza la cresta. Un disastro per B. che ora pensa seriamente di rovesciare il tavolo e a mandare tutti a nuove elezioni.

Fini, secondo Bossi, avrebbe rinnegato il ‘patto iniziale’. E’ un gattopardo democristiano, tuona il leader della Lega. Sebbene dica di essere per la mediazione, con le sue parole annienta ogni possibilità di dialogo. La gente del Nord, dice, è stufa, vuole le riforme, non se ne può più di rinvii e tentennamenti. Le riforme vanno fatte subito. Chiaro che si riferisce al federalismo, per lui l’unica riforma fattibile. Fini finge di costruire, ma in realtà demolisce, affinché nulla cambi. “In questo modo ha aiutato la sinistra”, tuona. “E’ pazzesco. Anzi, penso che sarà proprio la sinistra a vincere le prossime elezioni, grazie a lui”. Fini è contro il popolo del Nord. Sarebbe a favore di quello meridionale. E se sei contro il Nord, per Bossi, sei contro il federalismo. Sei un centralista e meridionalista, usurpatore di denari pubblici. Berlusconi? Avrebbe fatto meglio a “sbatterlo fuori subito”. Capite, il dialogo?

L’alternativa? Se il governo va in crisi, per Bossi esiste una sola via, che passa per il superamento del federalismo, “un concetto abbandonato” dal quale non si potrà che ricominciare una nuova e diversa stagione, in cui la Lega farà da sola: “oggi non ha più senso parlare di federalismo alla nostra gente che potrebbe sentirsi tradita da ciò che non siamo riusciti a fare […] Saremo soli […] senza Berlusconi [e] dovremo comportarci di conseguenza”. Un ritorno alla strategia secessionista? Magari, in previsione dei 150 anni dall’Unità d’Italia, visto che hanno messo le mani sui festeggiamenti rimaneggiando tutta la Storia come la si è conosciuta sinora, al fine di esaltare l’origine padana della nazione, potrebbe anche venir bene una dichiarazione di secessione in diretta tv. A parte l’ironia, Bossi ha ragione: la rottura del PdL è rottura di un patto, ma non quello fra Bossi e Fini, che non c’è mai stato, bensì quello datato 1992-’93, il patto segreto con i secessionisti del sud, quelli che misero le bombe al Velabro a Roma, in via dei Georgofili a Firenze e in via Palestro a Milano. Loro, lo Stato nello Stato, la lega del Sud, che lavora nell’occulto, sanno bene che se Bossi fa tanto di tornare a parlare di secessione, si riapriranno i termini di negoziazione di quel vecchio patto, e allora forse sarà un vero grosso guaio per tutti.