Bersani: chi spegnerà il fuoco della tensione sociale

Qualcuno non avrà apprezzato il discorso di oggi di Bersani a Torino, in occasione della chiusura della Festa PD. Ci sono, è vero, delle lacune, in special modo sul fronte delle alleanze. Bersani non si dilunga neanche un po’ sulla polemica dei Cespugli (Ferrero e Diliberto) dentro alla lista PD alle prossime elezioni politiche. Ha smentito e stop. Questo mentre Ferrero querela Gasparri, il quale a sua volta ha polemizzato con il segretario PD affermando che se si allea con Ferrero si allea con un ex Br, chiara allusione al collaboratore di quest’ultimo, ex brigatista (nemmeno troppo pentito secondo il CorSera, autore della spifferata), tale Francesco Piccioni, che ora lavora al Manifesto. Diliberto, poi, manda a dire che chi si fa inserire nelle liste del PD, sarà espulso dal partito: già, ma quale? I Comunisti Italiani, così come Rifondazione, sono in smobilitazione. Solo il Nuovo Vecchio Ulivo li potrà far risorgere – un po’ come fanno gli sciamani con i morti.

Bersani, però, oggi, nonostante tutto, nonostante il suo politichese fatto di frasi fatte e proverbi, ha detto qualcosa di sinistra. Sul Lavoro:

  • C’e’ molta tensione in giro. Se un governo accende i fuochi chi li spegnera’? Attenzione!
  • Riconquistare l’unita’ del lavoro e’ una esigenza nazionale. Un governo tradisce il Paese se lavora per la divisione
  • Caro Tremonti, la legge 626 sulla sicurezza non e’ un lusso, stiamo bene attenti a tenerci ferme certe leggi sul lavoro, in particolare le normative sulla sicurezza, cosi’ come ci ammonisce la tragedia di ieri a Capua
  • Solo un nuovo equilibrio tra legislazione e negoziazione puo’ permettersi di reggere gli effetti della globalizzazione sulle condizioni di lavoro, la contrattazione da sola non bastera’. E il governo per favore, caro Sacconi, non ci proponga la mistica del meno Stato piu’ Societa’: uno slogan che puo’ servire a tanti usi buoni e cattivi, compreso quello di oscurare i diritti, compreso quello di dividere e frantumare di piu’ un Paese gia’ diviso. No. Stato e Societa’ si devono dare la mano. Diritti, partecipazione e sussidiarieta’ si devono dare la mano. Solo cosi’ si tiene assieme un Paese

Riconquistare l’unità del Lavoro, significa da una parte ricomporre l’unità sindacale, dall’altra rimediare al dualismo del mercato del lavoro fra i lavoratori a tempo indeterminato e i precari, esclusi da ogni forma di tutela. Poi ha detto, fra le righe, che serve un nuovo patto fra Capitale e Lavoro, ma che il governo non può girarsi dall’altra parte, la contrattaziopne da sola non basterà. Stato e Società si devono dare la mano, ha detto. Dite che è poco? Può darsi, ma è un segnale. Che il PD, seppur in una veste che non manca di essere ambigua – PD, partito di governo momentaneamente all’opposizione – torna a fare gli interessi dei lavoratori.

Sempre fra le righe, Bersani ha detto qualcosa che merita di essere appuntato a caratteri cubitali su un notes, come promemoria per i prossimi anni, durante i quali il PD potrebbe tornare al governo: ebbene, il segretario si è lanciato in una promessa in fatto di legalità e giustizia:

Ci impegnamo a cancellare tutte le leggi che hanno favorito la corruzione e le cricche […] Leggi sulla Protezione civile, sull’ambiente, sulla cultura, sugli appalti pubblici. Ci impegnamo per una riforma della giustizia fatta per i cittadini e non per uno solo (Bersani, Torino, Piazza Castello, 12/09/2010).
Certo avrebbe fatto bene a ribadire che, nel quadro delle riforme da fare subito e ora, devono essere ricomprese Legge Elettorale e Legge sul conflitto d’interesse. Poche righe, solo scrivere che chi ha concessioni pubbliche è ineleggibile. Badare alla sostanza, segretario. Naturalmente, sulla legge elettorale manca di specificazione:
Ci impegnamo per una legge elettorale che dia lo scettro ai cittadini per scegliere i parlamentari e che sostenga un bipolarismo civile ed europeo non esposto a rischi plebiscitari che ci potrebbero portare in altri continenti (Bersani, cit.).
Che si traduce in? Proporzionale alla tedesca? Doppio turno alla francese? Mattarellum imbastardito con il Porcellum? Provincellum alla maniera di Casini? Quale il modello, segretario?
Qui vedo il nostro compito – spiega – aiutare l’Italia a riprendere il suo sogno. Far vivere un progetto nuovo che solleciti uno sforzo comune, in cui chi ha di più deve dare di più. Il progetto dunque. Propongo due pilastri di questo progetto: più lavoro e nuovo lavoro per tornare a crescere e vivere meglio. Il secondo: una riscossa civica per tornare a crescere e vivere meglio (Bersani, cit.).
Ecco, un progetto. Questo dovrebbe avere il PD. Un progetto il PD ce l’ha, dice il segretario. Ma alcune pagine di questo progetto restano purtroppo bianche.
Sitografia:

Festa PD: Bonanni contestato, “squadristi”. Ma è crisi delle relazioni industriali

Liberi fischi in libero Stato, scriveva ieri Travaglio nella sua striscia settimanale sul blog di Grillo. Ora dovrebbe coniare un altro detto, del tipo Libero Fumogeno in libero Stato. A questo si è giunti oggi alla Festa PD, durante il dibattito con Bonanni (CISL). La contestazione è scesa a livelli da stadio: c’è stata anche l’invasione di palco.

Bonanni è stato prima accolto dai centri sociali con da fischi, urla e lanci di banconote finte. Quindi, quando è stato raggiunto da un fumogeno che gli ha bruciato il giubbotto senza però ferirlo (La Repubblica.it).

Marchionne comanda e Bonanni obbedisce, uno degli slogan. Tanto per capirci: a ciò si arriva perché manca la politica. Federmeccanica disdetta il CCNL, la Fiom si oppone e minaccia il ricorso a vie legali. Dove è il governo in tutto questo? Le parti sociali hanno oramai aperto il conflitto, la concertazione è solo più un campo di cenere e non c’è più freno all’arroganza. Si potrà mai fermare questa discesa all’inferno del conflitto sociale? Sacconi ha diviso il sindacato. Berlusconi ancora dimentica di nominare il Ministro allo Sviluppo Economico. Il governo con la scadenza abbandona il paese; i lavoratori mai li ha presi in considerazione.

Ma ora gli effetti nefasti della globalizzazione hanno avviato l’Italia verso una infelice deindustrializzazione. Non c’è un solo settore dell’industria a essere salvato dalla concorrenza cinese, dell’est Europa o dell’America Latina. Per un imprenditore non c’è alcuna convenienza a produrre in Italia. Produrre qui da noi costa venti volte che in Cina o in Messico. La globalizzazione ha emesso una condanna per la nostra industria. O si cambia, o si chiude. Lo dicono in molti, anche fra i finiani: serve un nuovo patto fra Capitale e Lavoro. Non già a senso unico, sia chiaro. Il lavoro deve essere rispettato, concedendo aumenti salariali e ribadendo la necessità di combattere la precarietà. Eppure, per poter essere competitivi, le relazioni industriali devono rinnovarsi. A cominciare dalle forme contrattuali, i cui rinnovi costano troppo in termini di contrattazione e ore di sciopero. Aprire le Assise del Lavoro sarebbe una buona idea. Discutere del lavoro è necessario e urgente.

Ecco perciò che un sindacato asservito al governo, come sembra essere quello guidato da Bonanni, non serve a nulla. Bonanni oggi è vittima di un’aggressione verbale. Però è anche arteficie di questa situazione di blocco: lui e Angeletti hanno rotto con CGIL; loro hanno permesso la creazione di un ghetto per il sindacato di sinistra. Un ghetto nel quale rimane ancor più isolata la FIOM. Anziché creare i presupposti di un dialogo che comprendesse anche Epifani e Landini, hanno lavorato per delegittimarli. Questa è la loro grave colpa.

Oggi viene facile gridare ‘squadristi’ a coloro che danno alla loro protesta la forma poco democratica della rivolta. La rivolta è ciò che serve per uscire dai ghetti, se lo ricordino. Invece, a questo paese, servono dialogo e democrazia, a cominciare dalle relazioni industriali. Certamente, al governo non ci tengono a dare il buon esempio. Prendete ad esempio le dichiarazioni di oggi di Bossi a margine della condizione di quasi crisi di governo:

Governo: Bossi, se tecnico portiamo dieci milioni di persone a Roma

Fini: Bossi, ognuno si fa uccidere dall’elettorato come vuole

Ecco, questo lessico trasuda violenza e conflitto. E generalmente il lessico è una anticipazione dell’agire collettivo. Se il lessico politico si fa violento, allora, prima o poi, quella violenza verbale si farà atto compiuto. La storia recente ce lo ha insegnato. Tenete presente ciò che accadde negli anni ’70 in questo paese.

Per concludere, il premio dell’Incoerenza è assegnato a Antonio di Pietro, prima difensore del diritto di fischiare Schifani e ora…

BONANNI CONTESTATO: DI PIETRO, VIOLENZA DANNEGGIA DEMOCRAZIA

Giglioli (Popolo Viola): sono riusciti a cambiarci

A margine di quanto detto pocanzi sulla contestazione a Schifani – il dibattito politico ridotto a guerra fra guelfi e ghibellini, dove lo spargimento di sangue (metaforico) è l’apice – interviene Alessandro Giglioli, uno degli ispiratori del Popolo Viola, con un post fortemente critico e dal tono tristemente amaro: sì, ci hanno cambiati, sono riusciti a farlo, dice Giglioli. Perché il Popolo Viola è o dovrebbe essere un movimento che vorrebbe riportare la politica al centro e mandare a casa chi occupa abusivamente con il proprio interesse particolare la sfera pubblica dell’interesse generale. E invece no, il Popolo Viola, nella sua manifestazione odierna a Torino alla festa PD, è degenerato a gruppo di facinorosi ultras che lancia epiteti contro un presidente del Senato chiaramente impresentabile, ma tutto sommato ancora persona libera. Il dibattito fra esponenti politici contrapposti, alle festa dell’Unità, c’è sempre stato: la guerra civile era uno spettro lontano nelle memorie ed era normale potersi confrontare nell’alveo di regole democratiche condivise:

A un certo punto tutto questo è saltato. Perché il potere politico e la gran parte di quello mediatico sono stati ingoiati da un avido gruppo di interessi a cui della Costituzione non fregava proprio nulla. Anzi, cercava (cerca) di liberarsene, se ne fa beffe e produce leggi dello Stato sapendo benissimo che sono incostituzionali, ma intanto salvano la ghirba al capo. Un gruppo di interessi che se ha un avversario non lo invita alle sue feste: lo consegna ai dossieratori di Feltri, lo fa pedinare dalle telecamere delle sue tivù, lo fa seguire dalle sue barbe finte a pagamento. Un gruppo di interessi che se perde le elezioni non riconosce la vittoria dell’avversario. Un gruppo di interessi che perfino i suoi ex alleati definiscono «rancido, servile e popolato di scagnozzi» al soldo del capo (Piovono Rane).

Il coppia antinomica “amico/nemico” è la base per trasformare la sfera politica nella sfera della guerra civile, della violenza a priori sull’altro che è diverso da te e non la pensa come te o non fa parte della tua famiglia, o del tuo rango sociale. La sfera pubblica resa privata è luogo di conflitto, perciò di divisione. E nella divisione non vi è più nulla di condiviso, se non la volontà di sopraffare l’altro.

Mi piace questo? No, mi fa schifo. Al contrario di Beppe Grillo, io non gioisco affatto per quello che è accaduto a Milano. Perché con Grillo stasera stanno festeggiando anche Feltri, Schifani, Previti, Dell’Utri e sicuramente lo stesso Boss che li stipendia. E perché – di nuovo – voglio vivere in una democrazia dove ci sono due o più schieramenti civili che sanno darsela di santa ragione con le idee, non con i dossier della maggioranza a cui si contrappongono le vuvuzele dell’opposizione. Ma pare che questo oggi in Italia non sia più possibile. A questo ci hanno ridotto quindici anni di berlusconismo (Piovono Rane, cit.).

Proprio il berlusconismo costringe a prender parte, a prendere le armi contro l’abusivismo del suo profeta. Ma ciò significa intrinsecamente accettare la logica amico/nemico, ed è la fine della politica e l’inizio della guerra, poiché non esiste più alcuna volontà generale.

Volano i fischi alla festa del PD, vittime Schifani e Marini

Ieri Marini. Oggi Schifani. Se la platea della Festa Democratica Nazionale in svolgimento a Torino è sufficientemente rappresentativa degli umori dell’elettorato del PD, c’è poco da ridere. La base non è arrabbiata, è incazzata (perdonate il linguaggio poco ortodosso).

Capitolo Marini: tutto ha inizio con il botta e risposta con Di Pietro su Dell’Utri fischiato a Como.

“Dell’Utri -sottolinea Marini- ha un problema giudiziario aperto due giudizi ci sono gia’ stati, deve arrivare il terzo, quindi chi decide per lui e’ la magistratura. I politici nelle piazze vanno, vengono fischiati e prendono applausi e devono stare al gioco. Sbagliato e’ dire a uno di destra, di sinistra o che sta inguaiato con la magistratura ‘tu in piazza non ci devi piu’ andare’. Questa e’ una cosa che un partito riformista che vuole andare al governo non puo’ dire. Io ricordo -prosegue- nel ’70 quando si diceva anche a Torino i sindacati non li vogliamo in piazza, questo non si puo’ accettare, non aiuta e non fa diventare maggioranza” (Libero-news).

Naturalmente Di Pietro ha ribadito la propria posizione, ovvero che Dell’Utri deve essere zittito ovunque vada: tu metti sullo stesso piano i sindacati e Dell’Utri, gli ha risposto. Ed è il boato della platea che seguita a prender di mira Marini quando egli espone il progetto del Nuovo Ulivo, aperto a destra (non a sinistra, verso Vendola), aperto all’UDC. Viene da domandarsi se alla festa del PD ci siano tutti – ma proprio tutti – quegli elettori che votarono Bersani alle primarie dello scorso anno: che forse non lo sapevano che il progetto d’alemiano-bersaniano era quello di un’alleanza con Casini? Strano modo di scegliere i propri leader, il non sapere minimamente chee progetto politico portano in dote.

Oggi è toccato a Schifani, ma la contestazione, in questo caso, ha preso una forma diversa. Guardate:

un gruppo di persone, ai margini del palco, ha gridato contro il Presidente del Senato, ma è intervenuta la Polizia e ci sono stati spintoni e prese per i capelli e braccia levate. Opera del Popolo Viola e Grillini, secondo SKYTG24. Ma anche secondo Libero:

Il Popolo Viola e il movimento dei grillini si erano dati appuntamento tramite Facebook alla Festa del Pd di Torino. Obiettivo del raduno: contestare il presidente del Senato, Renato Schifani, atteso in piazza Castello per un dibattito con Fassino, e criticarlo in particolare “sulle sue posizioni sulla mafia vicine a Berlusconi” […] Viola e grillini delusi protestano da dietro le transenne. Urli, fischi e insulti un po’ per tutti: “E’ scandaloso che alla festa di un partito che si definisce democratico – spiega Simonetta, una delle manifestanti – ci lascino fuori. Noi vogliamo semplicemente entrare ed ascoltare e fare delle domande a Schifani sull’attuale situazione politica italiana (Libero-News).

Insomma, la politica italiana si sta trasformando in un tutti contro tutti. E sempre e comunque, la critica diventa insulto, fischio, si trasforma in violenza e privazione, in divisione e denigrazione. Anziché essere il luogo della discussione, la politica diventa lo spazio del conflitto. Conflitto interno alla maggioranza (Berlusconi-Fini), conflitto fra maggioranza e opposizione (Bersani-Berlusconi), conflitto fra le opposizioni (Marini-Di Pietro), conflitto fra le opposizioni (PD-Grillini, Popolo Viola). E se ci pensate bene, il conflitto è sempre implicito alla critica se la politica è intesa come la lotta fra amico e nemico. Una sfera politica, la nostra, ancora affetta da ciò che resta dell’ideologismo in un’epoca in cui l’ideologismo è morto e sepolto, e per questo è arretrata e soffocata nella guerra di bande di privati che lottano per far prevalere il proprio interesse particolare. Al punto che  la volontà generale è sempre più spinta al di fuori di essa, camuffata abilmente mediante la propaganda con l’interesse di uno solo.

Ma l’ipocrisia del potere è tale che l’unica possibilità rimasta per manifestare la propria opinione è l’urlo. Cosa resta della politica in questo paesaggio di rottami post-ideologici? La politica è corruttela, è collusione. L’Italia permette che sullo scranno più alto del Senato sieda un possibile probabile colluso con la Mafia. Un presidente del Consiglio, che in altri paesi sarebbe già condannato per corruzione, fa di tutto per stravolgere l’ordinamento giudiziario e così salvarsi dal giudizio di condanna. L’opposizione organizza teatrini insieme a quel presidente del Senato, appunto sospettato di Mafia, e spiega al proprio elettorato che si deve avere rispetto per la figura istituzionale che esso rappresenta. Di fronte a tutto ciò, di fronte al disfacimento dell’ordine, non solo democratico ma anche valoriale, all’individuo non resta che gridare. Ciò hanno fatto oggi alcuni di essi. Ciò faranno domani, altrove. Finché non basteranno nemmeno più le grida, e allora si sarà già valicato il confine del conflitto civile.

Aggiornamento ore 20.15:

Ame pare un poco modificata, la realtà proposta da Il Fatto Quotidiano. Se Marini è fischiato dal pubblico del PD, Schifani è stato contestato in maniera organizzata da gruppi ben definiti e particolari, soprattutto esterni al PD. E invece loro scrivono ‘rivolta del pubblico ‘. A me pare sbagliato. La base del PD certo non si sarà spellata le mani, e magari avrebbe potuto liberamente fischiare Schifani, senza organizzatori di sorta. Invece, no. Forse che Il Fatto è l’organo di stampa di Grillo? Di fatto, con lo stratagemma di fischiare Schifani mentre siede accanto a Fassino, lo si è spinto nelle braccia del PD, poi, al momento giusto, ecco pronto il titolo che immortala l’abbraccio della vergogna. Il PD sceglie Schifani è un titolo sbagliato (e maligno e furbetto e falloso). Soprattutto perché il PD non finisce con Fassino. E nemmeno comincia.