Israele in cerca del ‘casus belli’

Niente di quello che è accaduto sulle navi della Freedom Flotilla per mano delle teste di cuoio israeliane è accaduto per caso. Certo, di fondo vi è un certo grado di stupidità politica, che risiede nel concetto novecentesco – quindi generatore di violenza – dello stato-patria-nazione-religione (che nel caso israeliano si acquisisce per nascita, nel senso che vi è assoluta identità fra religione e nazionalità). Ma Israele ha agito scientemente, con ragionato calcolo:

  • in primis, con lo scopo di far saltare fin dal principio la strategia di Obama di un nuovo percorso di riappacificazione con la Palestina;
  • secondo, mostrando al loro vecchio alleato a stelle e strisce che possono fare anche da soli;
  • infine, per avvalorare la tesi politica di Israele superpotenza regionale dotata di arma atomica come unica formula risolutoria dell’eterno conflitto con gli arabi: una pax terroris, fondata cioè sul terrore dell’olocausto nucleare.

Una prova? Vittorio Arrigoni scrive sul blog Guerrilla Radio:

Oggi al Diane Rehm show, un popolare talk show di una radio statunitente, Michael Oren, ambasciatore israeliano negli USA ha dichiarato che la Mavi Marmara era “troppo grande per essere fermata con mezzi non violenti”. Queste sono state le sue precise parole.

“”too large to stop with nonviolent means.” .

Tutto ciò significa una sola cosa, che l’attacco alle navi della Freedom Flotilla, e l’uccisione di 9-20 civili, era PREMEDITATO (Guerrilla Radio).

L’Italia, all’ONU, ha votato allineandosi agli USA, negando cioè un’inchiesta internazionale. Gli USA hanno imposto che dalla prima bozza della risoluzione venisse tolto l’aggettivo ‘indipendente’, poiché “il termine suggeriva che l’inchiesta non dovesse essere fatta da Israele” (Onu: sì ad una missione d’inchiesta Abu Mazen sul blitz: “E’ terrorismo” – LASTAMPA.it)

Di fatto, non si può contraddire l’affermazione secondo la quale Israele abbia dato luogo ad una reazione sproporzionata. Anche la delegazione diplomatica USA non ha potuto nascondere una certa insofferenza verso l’arroganza di Israele. I precedenti storici, poi, non giocano di certo a favore di Netanyahu:

  • La notte del 15 febbraio 1988 un’imbarcazione esplodeva nel porto cipriota di Limassol. Si trattava dell’Al Awda (“il ritorno”) ed era carica di aiuti umanitari destinati ai profughi in Palestina. Il Mossad che collocava una bomba sul quello scafo qualche ora prima aveva ucciso i tre membri dell’OLP incaricati della missione
  • Ispirati da quel primo tentavo tragicamente fallito di rompere l’occupazione via mare, il 23 agosto 2008 una quarantina di attivisti provenienti da ogni angolo del pianeta navigando su due fragili pescherecci riuscirono nell’impresa di sbarcare a Gaza, infrangendo un assedio che durava dal 1967. In seguito a quell’epica missione, di cui ebbi l’onere e l’onore di far parte, altre 4 volte gli attivisti del Free Gaza Movement riuscirono a condurre barche cariche di aiuti e attivisti all’interno della Striscia. Durante e dopo il massacro israeliano del gennaio 2009, tre ulteriori sbarchi furono violentemente impediti dalla marina israeliana: i pacifisti attaccati in acque internazionali come da pirati fuoriusciti dalla più fantasiosa delle pagine di un moderno Salgari (Guerrilla radio).

Come una sorta di nemesi, la storia sembra ritorcersi contro Israele. Da popolo senza patria, da popolo della diaspora e dell’olocuasto, riveste oggi il ruolo che fu dei suoi torturatori. Qualcuno ha ricordato l’episodio di un’altra nave, che seguì un destino non dissimile dalla cronaca dell’attacco alle navi della Flotilla. Una nave che dalla Germania prese la rotta della ‘Terra Promessa’, la stessa terra di oggi, contesa, intrisa di sangue, divisa da confini illogici e filo spinato:

    • La Exodus, salpata dal porto italiano della Spezia, trasportava di 4.515 profughi ebrei scampati ai campi di concentramento che tentarono di sbarcare in Palestina e trovare rifugio nella comunità ebraica. Tuttavia l’esercito inglese, in modo assolutamente legale come era sua responsabilità in base al mandato di protettorato della Palestina, stabilito dall’ONU, che sarebbe scaduto l’anno successivo, bloccò la nave e le impedì di sbarcare i profughi. Il governo inglese infatti era intenzionato a bloccare l’immigrazioe ebraica in seguito ai disordini in atto fra arabi ed ebrei.

      La nave fu persino speronata nelle acque davanti Haifa dai cacciatorpediniere inglesi, che causò delle vittime a bordo. L’Exodus dopo un lungo giro nel Mediterraneo fu costretta a tornare in Germania, ad Amburgo dove i profughi furono rinchiusi in un ex-lager nazista convertito in un campo di prigionia per ebrei.

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