Lo strappo di Fini: pronto a gruppi autonomi. La fronda finiana alla resa dei conti.

Fini farà la fine di Giuliano De Medici?

Dell’incontro fra Fini e Berlusconi, avvenuto questo pomeriggio, non si avranno foto ufficiali, né dichiarazioni congiunte al cospetto della stampa. Noi, i due hanno consumato l’ultimo pranzo: le posizioni restano inconciliabili. Fini da alcuni mesi ha mostrato un profilo politico di chiaro smarcamento rispetto al (finto) premier. Berlusconi non ha mai detto di aver compreso le strategie politiche del Presidente della Camera, neppure ha detto di averle condivise. Fini ha espressamente chiesto a Berlusconi di non andare a traino della Lega Nord. Fini sarebbe pronto allo strappo, a formare gruppi parlamentari distinti da quelli del PdL. In termini più tecnici, si tratta di scissione. Il partito del predellino è arrivato al capolinea. O si cambia politica, avrebbe detto Fini, o me ne vado. E Berlusconi gli avrebbe così imposto la rinuncia alla Presidenza della Camera:

«Come è andata con il presidente della Camera, Gianfranco Fini? Ma io… fatevelo dire dagli altri. Sapete che sono riservato…», dice il premier […] si sono lasciati con freddezza […] colloquio che viene definito franco e interlocutorio […] addirittura sfiorata la rottura (Pdl, Fini: pronto a fare i miei gruppi Berlusconi: così lasci presidenza Camera – Il Messaggero).

In sostanza, stando agli articoli di giornale usciti in questi istanti, e ai lanci di agenzia, i due non hanno chiarito un bel nulla. I fatti vedrebbero un Berlusconi arroccato sulle sue posizioni di lancio delle riforme in parlamento, anche a maggioranza, con il fine primario di mettere fuori gioco i giudici e preservarlo dai processi Mills, Mediatrade, e dalle inchieste di Firenze e Palermo sulle stragi del 1992-’93. La Lega sta al gioco di Berlusconi, che pagherebbe il prezzo richiesto da Bossi: federalismo fiscale e mantenimento del Porcellum (l’attuale legge elettorale a firma di Calderoli). Parte della strategia di Berlusconi risiederebbe nel farsi eleggere come Presidente della Repubblica per via elettorale, figura istituzionale alla quale attribuirebbe l’assoluta immunità.
E’ proprio sul quadro delle riforme che si aprono le grandissime distanze fra Fini e Berlusconi:

nodo delle riforme, Fini avrebbe ribadito la sua preferenza per il modello presidenzialista francese a doppio turno elettorale. Le posizioni con il premier, quindi, resterebbero divergenti e si dovrà approfondire (Pdl, Fini: pronto a fare i miei gruppi Berlusconi: così lasci presidenza Camera – Il Messaggero).

Fini non consentirebbe il profilarsi di una figura istituzionale totalmente al di sopra della legge, come vorrebbe Berlusconi. Fini già sul decreto intercettazioni potrebbe far sentire il peso dei suoi. E forse già la rovinosa caduta sul DDL Salvaliste potrebbe essere un primo segnale lanciato verso Palazzo Grazioli. Nel pomeriggio, dopo la conclusione del colluquio con il presidente del Consgilio, Fini avrebbe incontrato “alla Camera alcuni degli esponenti del Pdl a lui più vicini”.

Nello studio della terza carica dello Stato erano presenti il presidente vicario del Pdl a Montecitorio Italo Bocchino, il vicecapogruppo Carmelo Briguglio, il viceministro e segretario generale di FareFuturo Adolfo Urso e il sottosegretario all’Ambiente Roberto Menia. Alla riunione sono successivamente arrrivate anche la presidente della Commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno e il direttore del Secolo d’Italia anch’essa parlamentare Pdl vicina a Gianfranco Fini, Flavia Perina (Pdl, Fini: pronto a fare i miei gruppi Berlusconi: così lasci presidenza Camera – Il Messaggero).

Una prima conta dei fedeli alla linea? Oppure il ritiro del (finto) premier per una pausa di riflessione sarà occasione per preparare la congiura de’ pazzi? Fini farà la fine di Giuliano De’ Medici? Feltri De’ Pazzi cosa titolerà domani? Quando sfodererà il coltello?

Testamento biologico, la maggioranza si divide sul Ddl Calabrò.

L’emendamento del deputato radicale del PdL, benedetto Della Vedova, è in realtà il testo voluto da Fini. La famigerata soft-law che regola il “fine vita” in maniera a-dogmatica e non clerico-diretta. L’emendamento è chiaramente un tentativo di disinnescare il testo approvato al Senato, inviso tanto al Presidente della Camera quanto ai deputati radicali e laici del PD.
Di fatto si punta a riaffermare la centralità dell’individuo e della sua opinione in materia di trattamenti sanitari, se espressa, e quando non espressa, a lasciare l’iniziativa ai familiari e ai medici. Laddove il ddl Calabrò prevede “l’assoluto divieto di interrompere l’alimentazione e l’idratazione artificiale, e stabilisce che le cosiddette Dat (Dichiarazioni anticipate di trattamento) siano, per il medico, non vincolanti”, si introducono alcuni paletti fissi (niente eutanasia e niente accanimento) “che lasciano però spazio alle decisioni del paziente, dei familiari, dei medici” (fonte FfwebMagazine). Così si esprime nel testo il pensiero finiano-Della Vedova:

si riconosce «il valore assoluto e non disponibile del consenso o del dissenso alle cure espresso dai pazienti capaci, e demanda ogni scelta di cura per le persone che versano in uno stato di incapacità al rapporto fra i loro familiari, gli eventuali rappresentanti legali e i medici, tenendo conto delle volontà precedentemente espresse dagli interessati, nel rispetto dei principi del codice di deontologia medica, delle norme civili e penali e del dettato costituzionale».

Pur non privo di una certa vaghezza – non crea infatti nessun istituto giuridico atto a raccogliere la volontà del singolo – negli effetti, l’emendamento introduce senza eccesso di regolamentazione, una forma debole di testamento biologico, lasciando aperta la possibilità al singolo individuo di esprimersi, quando capace, sui trattamenti sanitari a cui intende non essere sottoposto, in modalità non definite che possono essere anche scritture private, però vincolanti per il medico.

Ci sarà battaglia in aula. Il Pd ha presentato un centinaio di emendamenti, i Radicali più di duemila. Ma la partita vera si gioca nella maggioranza. Qui i finiani si giocano molte delle loro chance di poter veramente contare nelle scelte del governo. Lo scontro, se ci sarà, sarà aperto e drammatico, poiché dal suo risultato si determineranno i nuovi rapporti di forza fra Berlusconi e Fini e sarà testata la tenuta della maggioranza sull’altro tema che scotta, la giustizia. E dal fallimento del testo governativo si potranno aprire risvolti finora insperati e inattesi: anche una crisi di governo, secondo alcuni. Il ddl Calabrò è uno dei tanti scogli che si sono frapposti fra Berlusconi e il proseguimento del suo governo. I vescovi, in caso di una mancata difesa del principio della insospendibilità dei trattamenti di idratazione, potrebbero voltare la faccia definitivamente a Mr b e appoggiare una convergenza al centro fra casiniani e rutelliani. E quindi ridisegnare nuovamente il quadro politico italiano.

    • Che la legge sul testamento biologico fosse destinata a far discutere lo sapevamo da tempo. Anche perché dallo scranno più alto di Montecitorio vi è chi l’ha caricata di fortissimi connotati ideologici
    • Il biotestamento rischia di diventare, così, non senza una sproporzione tra le differenti posizioni in campo, la cartina di tornasole della compattezza di maggioranza e opposizione
    • una quarantina di parlamentari del Pdl di fede finiana, ma non solo, hanno sottoscritto una proposta di Benedetto della Vedova, parlamentare radicale del Popolo delle libertà, che scompaginerebbe tutto l’impianto legislativo della famosa legge Calabrò licenziata dal Senato
    • La proposta, che sarebbe interamente sostitutiva di quella approvata da Palazzo Madama, rilancia l’ipotesi di soft law
    • “L’emendamento – dice della Vedova – riconosce il valore assoluto e non disponibile del consenso o del dissenso alle cure espresso dai pazienti capaci e demanda ogni scelta di cura per le persone che versano in uno stato di incapacità al rapporto tra i loro familiari, gli eventuali rappresentanti legali e i medici, tendendo conto delle volontà precedentemente espresse dagli interessati, nel rispetto dei principi del codice di deontologia medica, delle norme civili e penali e del dettato costituzionale”
    • Di fatto, l’emendamento della Vedova abolisce le Dat, le dichiarazioni anticipate di trattamento che dovrebbero contenere le volontà di un paziente per il suo fine vita, previste dalla legge del Senato, lasciando che a decidere della vita di chi si trova in condizione di incoscienza siano familiari e medici, secondo una logica del caso per caso
    • si potrebbe verificare né più e né meno di quanto è accaduto con Eluana Englaro, il caso in cui a decidere della volontà ex post di un paziente in stato vegetativo, qualora insorgessero controversie tra fiduciario e familiari, sarebbero i tribunali
    • un ibrido legislativo che – viene il sospetto – sia stato architettato solo per alzare la posta politica su questo tema, per creare all’interno della maggioranza i sempre più soliti distinguo
    • oltre 2600 gli emendamenti al testo sul biotestamento presentati in commissione Affari Sociali alla Camera: 2400 dei Radicali, 103 del Pd, 57 dell’Idv e cinque dell’Udc con Rocco Buttiglione come primo firmatario
    • ipotesi correttive arrivano anche dal Pdl: in particolare, cinque raccolgono ‘le proposte migliorative” del presidente dei deputati Fabrizio Cicchitto, del relatore Domenico Di Virgilio e del capogruppo in commissione Lucio Barani
    • Secondo il relatore di maggioranza, il testo del Senato è perfettibile. E per questo il numero di emendamenti all’esame della Commissione non potrà che migliorare l’impianto di fondo del ddl Calabrò
    • emendamenti “prevedono un ruolo dei familiari –afferma Di Virgilio – misure concrete di supporto ai pazienti in stato vegetativo e alle loro famiglie
    • la possibilità della sospensione di alimentazione e idratazione (che comunque non costituendo terapie non possono far parte della dichiarazione anticipata di trattamento)
    • Le proposte di Di Virgilio puntano anche a “estendere la normativa a tutti i casi in cui si riscontrino dal medico curante una incapacità di comprendere le informazioni e non solo nello stato vegetativo
    • Si sta per riapre alla Camera la “battaglia” sul testamento biologico e sul ddl Calabrò
    • Il termine per la presentazione degli emendamenti è scaduto alle 14 di oggi. Quelli elaborati e presentati dal Partito democratico sono più di cento
    • «Chiediamo alla maggioranza di cancellare lo scandalo dell’imposizione per legge dell’accanimento terapeutico» ha detto la capogruppo del Pd in commissione Affari sociali della Camera Livia Turco
    • Quello che però promette di scompaginare le pagine è l’emendamento, interamente sostitutivo del ddl Calabrò, presentato da Benedetto Della Vedova (Pdl).
    • Il testo prevede in sintesi un doppio «no», all’eutanasia e all’accanimento terapeutico, e stabilisce che in caso di contesa venga privilegiato il giudizio dei familiari d’accordo con il medico.
    • L’emendamento che ha Della Vedova come primo firmatario (un articolo unico di sette-otto commi) è stato sottoscritto da diversi parlamentari, molti dei quali vicini alle posizioni che su questo tema sono state espresse dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, che aveva chiesto una formulazione «meno dogmatica» di quella votata dal Senato
    • L’idea – spiega Della Vedova – è quella di una “soft law” che quindi dica no all’eutanasia, no all’accanimento terapeutico ma che lasci la definizione della materia caso per caso
    • Se si tratta di un paziente non cosciente, si lascia la decisione relativa ai trattamenti ai familiari e ai medici in base al codice di deontologia medica
    • non fare una legge che comporti uno scontro tra le posizioni autodeterministiche e non autodeterministiche

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Finanziaria, in Senato si alza la fronda finiana.

Scricchiolii. Deboli prima, più o meno forti dopo. Le liti nel consiglio dei Ministri fra Tremonti e Brunetta, o Prestigiacomo e Tremonti, o Tremonti da solo. Berlusconi riflesso su sé stesso. Un’ombra. Il pensiero rivolto agli affari privati, di famiglia e di azienda, i 750 milioni di euro solo in sospensiva, certi grattacapi che giungono dalla Svizzera e quella faccenda dello scudo fiscale (ne riparleremo), il disegno di legge sul cosiddetto "processo breve" che non piace a Fini, pronto a farlo saltare, e ora anche la Finanziaria.
Oggi è stata votata in Senato, ma non senza dilemmi. Tremonti è riuscito a farla scorrere fra i banchi di Palazzo Madama quasi indenne, eppure c’è del malumore. La Banca del Sud è andata a gambe per aria, almeno per adesso, ci si è messa di mezzo pure l’opposizione con questa insistenza sui regolamenti, che l’emendamento che la introduceva non era stato discusso in commissione, quindi era inammissibile, insieme a una norma sui tartufi. Ma guarda. Schifani, a quanto si dice, c’è rimasto male, anche quelli del MpA, il partitino di Lombardo, il governatore della Sicilia. Chissà se torneranno a parlare di Lega del Sud, lui e Micciché. La Prestigiacomo si lamenta della mancanza di fondi per i suoi provvedimenti. La Gelmini, invece, dovrà nuovamente avere a che fare con l’ira dei ricercatori, i cui fondi – datati 2007 – per assunzioni a tempo indeterminato, saranno ancora bloccati, salvo diversa decisione alla Camera.
Ecco allora il momento per dare un segnale di insofferenza: viene votato il pacchetto Baldassarri, quaranta fra finiani e altri fanno astensione, il governo non va sotto per un pelo. Gasparri tradisce il suo ruolo di capogruppo astenendosi pure lui. Un tentativo di calvalcare la fronda, secondo alcuni. In ogni modo, la sua adesione in exstremis, rappresenta forse il punto di maggior criticità del giorno.

    • Stop alla Banca del Sud, niente fondi per i ricercatori universitari, niente calo dell’Irap e cedolare secca sugli affitti: il governo non cede di fronte al pressing della maggioranza, soprattutto del Pdl, e in Finanziaria trovano posto solo una manciata di novità, tra cui 100 milioni per la sicurezza ma anche alcune micro-norme.

    • La manovra ’light’ del super ministro Giulio Tremonti incassa dunque il voto del Senato con 149 sì, 122 no e 3 astensioni dell’Mpa, ma lascia molto malumore tra i banchi di Palazzo Madama.

    • Il segnale inequivocabile del malumore arriva durante la votazione del ’pacchetto Baldassarrì (la manovra aggiuntiva messa a punto dal presidente della commissione Finanze del Senato da 40 miliardi di euro), quando il governo evita di essere battuto per un soffio con una ventina di senatori che scelgono l’astensione in segno di protesta

    • «Abbiamo avuto la conferma – dice in Aula il numero uno del Pd al Senato Anna Finocchiaro – che su questioni decisive e di indirizzo della politica economica la maggioranza è spaccata»

    • «esiste un ’partito alternativo riguardo alla linea di politica economica del ministro Tremonti»

    • una pattuglia di ex senatori di An e che oggi avrebbero appunto scelto l’astensione per inviare un «segnale politico», come spiegano nei corridoi, non nascondendo irritazione per la scelta dei vertici del gruppo del Pdl (Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello) di aggiungersi in extremis in modo, sottolineano sempre le medesime fonti, da mettere il cappello sulla protesta

    • anche il presidente del Senato Renato Schifani non nasconde un pò di amarezza per dover alla fine decretare lo stop alla Banca del Sud, che insieme a un mini-emendamento sui tartufi, incappa nella rete dell’ inammissibilità

    • Un no che viene sollecitato dalle opposizioni e imposto dal regolamento che prevede che in Aula si possano affrontare solo le questioni già discusse durante i lavori in commissione

    • L’unico escamatoge per incassare la norma sul Mezzogiorno, d’altro canto, era svanito ore prima, quando la maggioranza aveva capito che Tremonti non avrebbe mai concesso la cedolare secca sugli affitti, voluta fortemente anche dai partiti della minoranza, impedendo così un accordo bipartisan

    • sorte analoga dovrebbero subire anche i fondi per i ricercatori universitari (il cui stanziamento era stato chiesto da un emendamento del Pdl, poi fatto proprio dal Pd) che, rimasti fuori dalla Finanziaria, potrebbero rientrare nella riforma dell’Università

    • Ottanta milioni destinati all’assunzione a tempo indeterminato di 4200 ricercatori universitari finiti nel nulla

    • Il rischio che la somma, stanziata dalla Finanziaria 2007 ma ‘vincolata’ a un successivo provvedimento, svanisse nel nulla si è concretizzato quando l’emendamento presentato nell’Aula del Senato (e a suo tempo bocciato in commissione Bilancio a Palazzo Madama), (che ha appena approvato il provvedimento in via definitiva), è diventato un semplice ‘ordine del giorno’.

    • "Siamo di fronte alla ormai quasi certa perdita di fondi per le assunzioni dei ricercatori – denuncia il coordinatore dell’Osservatorio, Rino Falcone, del Cnr

    • "L’emendamento presentato dal presidente della commissione Cultura Antonio Possa (Pdl) – spiega Antonio Rusconi, presidente dei senatori Pd all’interno della commissione – era frutto di un’iniziativa comune. Quando si è andati a votare, il presidente Possa è stato costretto a togliere la firma, mentre il secondo firmatario Sciutti, capogruppo Pdl in commissione Cultura, ha chiesto che l’emendamento venisse trasformato in ordine del giorno.

    • Manuela Ghizzoni, capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, che già alcune settimane fa ha presentato un’interrogazione al governo, chiedendo quando e come s’intende sbloccare gli 80 milioni stanziati tre anni fa

    • "Se non si procederà con le nuove assunzioni, si salterà ancora una generazione – denuncia Daniele Archibuti, ricercatore del Cnr e professore alla Sapienza di Roma e all’Università di Londra – Quella dei quarantenni è già tutta all’estero. Anche a quella dei trentenni non rimarrà che partire.

    • Non c’era bisogno che parlasse, infatti non ha parlato. Ma l’immagine che Berlusconi ha offerto ieri in Consiglio dei ministri — lo sguardo spento, il volto sofferente, un senso di estraniamento durante tutta la riunione — rendeva l’idea del distacco del premier.

    • apriva gli occhi solo quando i ministri riempivano la stanza con urla e parole grosse

    • Le mani sul viso o tra i capelli, solo in un’occasione ha dato voce al proprio fastidio: «Dài, rinviamo. Se c’è un problema si risolve la prossima volta».

    • nell’esecutivo tutti pensavano si trattasse di sgravi per le imprese, del taglio degli acconti sull’Ires e soprattutto sull’Irap, balzello che Berlusconi un mese fa aveva anticipato di voler abolire. Tutto sembrava pronto, il comunicato del governo di martedì aveva preannunciato la decisione. E alcuni ministri ieri giuravano di aver letto bene il provvedimento presentato alla riunione. Invece il taglio ha riguardato l’Ire, la vecchia Irpef.

    • cos’è stato votato in Consiglio? Non è chiaro se si sia trattato solo di un «misunderstandig»

    • dopo il Consiglio sono passate ore prima della nota ufficiale alla stampa

    • in quel lasso di tempo si è svolto un incontro riservato tra Berlusconi, Letta e Tremonti

    • E lì che al decreto sarebbe stata data una «registrata», e si sarebbe deciso di tagliare l’imposta sui redditi «per una ragione di giustizia e di equità sociale»

    • le pressioni dei sindacati, «perché Cisl e Uil sono pronte allo sciopero generale se concedessimo sconti fiscali solo alle imprese. Invece con l’Ire ne beneficiano tutti»

    • tutti gli altri ministri avevano inteso diversamente

    • Ma non è una novità che in Consiglio si parlino lingue diverse, e che per capirsi si ricorra a gesti e parolacce. Come è successo ieri tra Tremonti e Brunetta, che presentava un altro pezzo della riforma sulla Pubblica amministrazione

    • Il «professor Giulio» non ha esitato a bocciare il «professor Renato»: «Non si fa la semplificazione con una nuova regolamentazione », ha iniziato a ripetere dando sulla voce del collega

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