Ddl Gelmini, l’aiutino dei finiani a Mister Cepu

Fra gli emendamenti approvati ieri durante il dibattito in aula sul Ddl Gelmini di riforma dell’Università, ce n’è uno che viene definito ‘anti-parentopoli’. E’ opera del deputato PD Eugenio Mazzarella, ed è stato votato anche dai finiani. Certo la norma è stata poi in parte disinnescata da un controemendamento del governo che impedisce l’assunzione di parenti di docenti o di personale associato solo nell’ambito del medesimo dipartimento, mentre il testo Mazzarella puntava a escludere l’assunzione all’interno dell’intera facoltà.

Tuttavia, poco dopo, gli stessi finiani che si sono scagliati contro l’ignominia di ‘parentopoli’, hanno impiegato il loro dito per votare a favore di un altra norma che non esclude l’attribuzione di una quota del 20% del fondo ‘meritocratico’ per le università private alle università telematiche: deve essere il Ministero a decidere in merito. Presto pronta l’equazione: fra i finiani siede una certa Catia Polidori, che il giornale ItaliaOggi, per mano di Franco Adriano, ci ricorda essere cugina di tal Francesco Polidori, il presidentissimo di Cepu, fedelissimo berlusconiano ma a quanto pare con un piede in FLI:Conclude il giornalista di ItaliaOggi, media affine al governo, “d’altra parte tutti tengono famiglia”, e i finiani non fanno eccezione. Certo che è veramente difficile per i vari Granata, Briguglio, Bocchino spiegare il loro voto a una norma del genere. Chissà cosa hanno promesso quando sono saliti sul tetto de La Sapienza.

 

Fini: Berlusconi si dimetta o sarà appoggio esterno. La crisi per un nuovo patto di legislatura

Un lungo, a tratti noioso e ripetitivo (molte delle cose dette oggi erano già state dette a Mirabello ad inizio Settembre), discorso che termina – finalmente – con la richiesta di dimissioni di Berlusconi da parte di Gianfranco Fini. Si dimetta, o i ministri di Futuro e Libertà usciranno dal governo.

Serve un nuovo patto di legislatura, ha detto il leader di FLI, in cui al centro debbono essere messi i temi economici. Ha insistito molto sull’economia e sul lavoro, Fini. Ha lamentato l’assenza della politica dal tavolo aperto dalle parti sociali, mesi or sono, al fine di rianimare la crescita economica italiana. Ha parlato della necessità di stabilizzare i precari del lavoro, di agganciare il salario alla produttività, di sgravi fiscali per le imprese che investono al sud. Il federalismo non può essere un danno per il meridione: deve diventare una opportunità per la sua classe dirigente. Bisogna però fare una riforma completa, modificare la forma parlamentare del bicameralismo perfetto, creando un Senato delle Regioni – coerentemente con una forma di Stato che sia genuinamente federale; non come si fece con la riforma costituzionale che cambiò l’art. 117 (opera ahimé del governo D’Alema) suddividendo confusamente la competenza regionale da quella statale e istituendo una serie di competenze concorrenti che hanno fatto aumentare il contenzioso davanti alla Corte costituzionale. Serve anche una riforma dell’amministrazione pubblica, in special modo per quanto concerne la concessione degli appalti, dove adesso è preminente l’interferenza della politica e dove prevalgono meccanismi di fedeltà all’insegna di un cameratismo proprio di cricche affaristiche plutocratiche.

Fini chiede ora una svolta– meglio tardi che mai, si è detto. Futuro e Libertà, in circa due mesi – da Mirabello a Perugia – si è strutturato come un partito popolare. Fini pare pronto alla svolta, sebbene lo sbuffo finale abbia tradito l’ansia per i probabili risvolti polemici e per le conseguenze politiche al suo pur durissimo discorso. E’ mancata, però, del tutto l’autocritica sulla strategia mantenuta in parlamento in questi ultimi due mesi, quando FLI ha votato con la maggioranza negando l’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro Lunardi, e permettendo che passasse quell’obbrobrio della norma della retroattività del Lodo Alfano costituzionale.

Restiamo in attesa delle reazioni di Arcore.

Convention Futuro e Libertà – diretta streaming del discorso di Gianfranco Fini

[Conclusa] Dalla Convention di FLI, Perugia, il discorso di Gianfranco Fini in diretta streaming.

Gli ex colonnelli all’arrembaggio de Il Secolo d’Italia: Perina rischia il posto

Si è sgonfiato l’affaire Montecarlo? Poco importa: il nuovo fronte della guerra contro Fini passa ancora per la carta stampata, ma taglia in due il giornale da sempre eco delle gesta di Gianfranco Fini, nonché storico quotidiano di alleanza Nazionale, Il Secolo d’Italia. L’appello per la sopravvivenza del giornale, improvviso, è stato pubblicato venerdì scorso:

Lanciamo un appello a chi ha a cuore il pluralismo e la libera circolazione delle idee, ai colleghi giornalisti, ai parlamentari di tutti gli schieramenti, agli amici di Fli e del Pdl, perche’ facciano sentire la loro voce a difesa del ”Secolo d’Italia”, da 49 anni voce della destra italiana, che rischia la chiusura per l’azione miope e vendicativa di un gruppo di dirigenti della ex-An. Il rifiuto improvviso ed immotivato di versare le anticipazioni che ci consentono da sempre di pagare gli stipendi degli ultimi tre mesi dell’anno comporta di fatto la liquidazione del giornale (Asca News).

C’è qualcuno che non vuole un giornalismo di destra “fuori dal coro”, tuona la Perina. Dopo “tre giorni di discussioni” – prosegue – “con il titolare del Comitato di gestione Franco Pontone, che nel frattempo è stato dimissionato, e con il Comitato dei garanti della Fondazione An, la direzione del Secolo prende atto del rifiuto di garantire, come da cinquant’anni a questa parte è stato fatto, i fondi necessari a consentire l’uscita del giornale: una anticipazione modesta – 700mila euro – necessaria a coprire gli ultimi mesi dell’anno in attesa del versamento dei contributi per l’editoria”. Pontone era imbarazzato dal caso Montecarlo, messo alle strette dagli ex colonnelli: prima della “ristrutturazione” dell’azienda-giornale, l’anticipazione dei denari era anche di uno-due milioni, oggi si chiedono solo 700mila euro ma ciò sembra non bastare. Pontone viene dimissionato lo scorso 28 Ottobre, con un voto a maggioranza dell’assemblea dei Garanti (una specie di comitato diviso fra gli ex colonnelli). I 700mila euro diventano 300mila, poi si vedrà: di fatto il giornale è strangolato. E non si fa affatto mistero che a dar fastidio sia la linea editoriale della Perina. La Perina deve essere affiancata o sostituita. Perina e Lanna messi alla porta, questo il prezzo per la continuità del giornale. Che rischia di dover bloccare le pubblicazioni poiché di quei 300mila euro non v’è traccia alcuna.

Oggi, la nuova riunione dei Garanti si è conclusa con una “fumata nera”:

La soluzione della “crisi” era stata solennemente promessa per mercoledì, ma ieri non si è registrata nessuna novità. Anzi: una nota del Comitato dei Garanti sostiene che è stata l’assenza di Rita Marino all’Assemblea del Secolo del 28 ottobre scorso a determinare il problema (Secolo, nuova riunione dei Garanti, Il Secolo d’Italia).

Nella pratica, trattasi di una battaglia per zittire la finiana Perina e sottrarre a Fini e Futuro e Libertà il loro organo di stampa. Come tutte le divisione fra “fratelli” di sangue politico, anche fra gli ex AN voleranno gli stracci. Questo è solo l’inizio: vi è ancora tutta la parte immobiliare da spartirsi.

Manifesto d’Ottobre per Fini: ritorno alla politica alta. Secondo Il Giornale è marxista

Oggi a Milano è stato presentato il Manifesto d’Ottobre, un documento a firma di alcuni intellettuali che invocano una rinascita della res publica, della Politica. I promotori sono: Monica Centanni, Peppe Nanni, Fiorello Cortiana e Carmelo Palma. Un tentativo, il loro, che si inserisce nel quadro politico di centrodestra, diviso irrimediabilmente dalla dipartita dei finiani dal partito del Padrone. Intendendo fornire un background intellettuale al neonato partito finiano, il manifesto è un documento aperto, rivolto a tutti, intellettuali di destra e intellettuali di sinistra:

È urgente uscire da una fase di transizione infinita, aprendo la strada alla modernizzazione della politica, della cultura, dell’economia italiana. Occorre promuovere una fase costituente, sottoscrivere un nuovo patto fondativo: costituzionale in un senso non solo giuridico, politico in senso non solo istituzionale. Occorre ritrovare il filo di un grande racconto, di una narrazione più vera e più nobile della cultura e della storia repubblicana contro il degradante clichè di una italietta furba e inconcludente: ripensare il modello italiano e incarnare quel progetto, ridare corpo a una tradizione civile di cui si possa andare orgogliosi (tratto da Manifesto d’Ottobre).

Parole già udite, che ricordano – e non ci può sembrare vero – Nichi Vendola e Sergio Marchionne. Il riferimento a una nuova dimensione narrativa è un referral al Nichi del Congresso di SeL, così come affermare che è necessario “ridare corpo a una tradizione civile”; inoltre, scrivere della esigenza di ripensare il modello italiano è calarsi nella più profonda mentalità riformatrice (e in un certo senso castigatrice, moralizzatrice) dell’AD di Fiat. Dove si collocano allora gli intellettuali finiani? Non è la destra né la sinistra: checché ne dica Il Giornale, Fini non è marxista, bensì si pone al di là dell’antico novecentesco abisso che divide la Politica per farsi sintesi di una ideologia nuova, basata sul civismo e sul legalismo. Hanno persino pensato a un nome: Patriottismo Repubblicano, in cui essi calano il nucleo dell’idea di un impegno civico che è «cura del bene comune e dei beni comuni, difesa del paesaggio italiano, consapevolezza collettiva del patrimonio materiale e immateriale».

Patriottismo repubblicano è promuovere un’idea espansiva e non puramente negativa della libertà. È coltivare un’idea positiva della competizione tra le parti e dell’agonismo tra le forze politiche come presidio della libertà (ibidem).

Perciò la politica non è la mera “rappresentazione del reale”, ma estende la propria narrazione a ciò che invece è messo ai margini, a ciò che non rientra nel politico, che non è parte e non rientra nei sondaggi d’opinione: loro, i clandestini della politica, gli esclusi dalla decisione pubblica, devono essere ricondotti alla propria dimensione di individui ridando a loro la piena cittadinanza nella sfera pubblica italiana.

La critica de Il Giornale non si limita a dare del marxista a Fini, giocando sul titolo del documento (Manifesto d’Ottobre ricorda la Rivoluzione leninista del 1918). Secondo Feltri e co., la proposta finiana è talmente vaga da poter accotentare tutti. Anche Cacciari, che pare deluso dal PD:

Alla fine, l’unico passaggio che può risul­tare indigesto e controverso è questo: «Senza cielo politico non c’è cultura, ma soltanto eru­dizione e retorica» quindi un rin­novato impegno civile è indi­spensabile vista «la stretta rela­zione tra Potere e Sapere che dà virtù all’etica pubblica». Allora torniamo all’intellettuale consi­gliere del Principe? Speriamo di no, è roba da marxisti anni Ses­santa. Altro che «progettare il presente e il futuro». Qui c’è solo l’apertura al passato, quello «del­l’utopia socialista» (Il Giornale.it).

Prescidendo dalla ventilata e temuta “apertura al passato socialista”, è innegabile che una nuova cultura politica si debba imporre in questo scenario di sfera pubblica completamente privatizzata. Il civismo è forse la sola risposta, che è poi la risposta che a sinistra invocano da tempo, chiedendo maggior partecipazione e ricambio delle elité: quella rottamazione che fa innervosire Bersani e dà gloria al sindaco di Firenze Renzi. E non pensate che questa sia un’altra storia.

Fini, ovvero il Migliorismo di Napolitano applicato a Berlusconi

Emblematica la vicenda odierna sul Lodo Alfano, all’indomani del doppio voto dello scandalo in Ia Commissione Affari Costituzionali al Senato – retroattività e reiterabilità dell’immunità per Capo dello Stato e Presidente del Consiglio. Napolitano invia una lettera a Carlo Vizzini, presidente della suddetta Commissione, una informale moral suasion all’interno della quale inserisce tutte le sue preoccupazioni circa il provvedimento di natura costituzionale (che chi sa mai se vedrà la luce): pur non entrando nel merito del testo, il Presidente si limita a sottolineare che la natura della carica che riveste è già tutelata dall’articolo 90 della Costituzione:

tale decisione – scrive Napolitano -, che contrasta con la normativa vigente risultante dall’articolo 90 della Costituzione e da una costante prassi costituzionale, appare viziata da palese irragionevolezza nella parte in cui consente al Parlamento in seduta comune di far valere asserite responsabilità penali del Presidente della Repubblica a maggioranza semplice anche per atti diversi dalle fattispecie previste dal citato articolo 90 (L’Unità).

Insomma, la Costituzione disegna la figura del Presidente deinterlacciata rispetto al Parlamento e al Governo. E’ una figura di dignità superiore a quella delle altre istituzioni, che opera in un quadro di bilanciamento e indipendenza dei poteri. Il Lodo si inserisce in questa architettura rigida ma limpida innestando una irrituale – e forse incostituzionale – dipedenza del Presidente dal Parlamento per quanto concerne la sua assoggettabilità al giudizio della magistratura, altro potere che rischia di perdere la sua indipendenza qualora vada in porto l’altra riforma, quella più generica sulla Giustizia. Pensate a un pm sotto l’egida del Ministro dell’Interno che bersaglia il Capo dello Stato su incipit del governo. Pensate a una maggioranza parlamentare che giudica preventivamente un Presidente della Repubblica autore eventuale di illeciti di natura penale.

Osservate invece la semplicità della norma di cui all’articolo 90 della Costituzione:

Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune [cfr. art. 55 c.2], a maggioranza assoluta dei suoi membri [cfr. artt. 134, 135 c.7 ].

Alto tradimento, attentato alla Costituzione: sono queste le accuse per cui vale la messa in stato d’accusa. E il Parlamento delibera in seduta comune e a maggioranza assoluta dei suoi membri. Basta, non serve altro. E’ già una garanzia di altissimo grado quella preservata dall’articolo 90.

Vi sarà chiaro che l’inserimento della figura del Capo dello Stato nel Lodo Alfano è pura distrazione di massa. Il Lodo è una legge ad personam. Che ha preso il voto dei finiani in Commissione. Perché?

Un tempo vi era una corrente del PCI che si chiamava Migliorismo. Protagonista di quella scena politica era proprio Giorgio Napolitano. Il Migliorismo “sostiene il possibile miglioramento dall’interno, quando non l’accettazione, del capitalismo; questo attraverso una serie di graduali riforme e praticando una politica socialdemocratica, che non si opponga cioè in maniera violenta o conflittuale al capitalismo stesso” (Wikipedia). E’ di fatto una politica dell’appeasement, dell’acquiescenza, dell’accettazione del male che è sempre un “male minore”. Il Migliorismo rompeva con l’ortodossia marxista e inaugurava la stagione del Riformismo. L’ala migliorista è ciò che è sopravvissuto del comunismo italiano dopo la svolta della Bolognina.

In analogia a quanto sopra, il finianesimo è la declinazione del migliorismo di Napolitano al berlusconismo. Fini da un lato annuncia l’emersione di un profilo politico a destra che fa della giustizia e dei diritti civili una bandiera; dall’altro, dopo averlo sostenuto per quindici anni e essersi abbeverato alla stessa marcescente putrefatta fonte, scende a patti con il male assoluto, con la degenerazione plutocratica, populista della videocrazia italiana, identificata con il corpo e la persona del leader. Fini ordina ai suoi in Commissione di concedere il Lodo a Berlusconi. Immunità per uno piuttosto che la distruzione di un sistema costituzionale. Ma l’uguaglianza di tutti davanti alla legge può essere barattata dinanzi alla minaccia di una distruzione totale?

Accade a ciascuno di cercare il male minore, nella vita individuale e pubblica. È il momento in cui urge, tatticamente, scongiurare il precipizio nel peggio. In politica spingono in questo senso la prudenza, l’astuzia. Ma il male minore rischia di installarsi, di divenire concetto stanziale anziché nomade: non ambivalente paradosso ma via aurea, con esiti e danni collaterali che possono esser devastanti, non subito ma nel lungo periodo. A forza di mitigare l’iniquità agendo dal suo interno, in effetti, sorgono insidie che la Arendt spiega bene: «Lungi dal proteggerci dai mali maggiori, i mali minori in politica ci hanno invariabilmente condotti ai primi» (Barbara Spinelli, La Stampa.it).

Ci si scorda, aggiunge Spinelli, di aver scelto un male, seppur minore. Abbiamo ammesso il male in casa nostra, nella nostra casa comune che è la Costituzione. Lentamente, esso la farà a pezzi. Come il Migliorismo, che pretendeva di cambiare da dentro il sistema capitalista, è finito per essere espressione di una classe politica di sinistra che si è persa, liquefatta nel capitalismo (Fassino e “abbiamo una banca”), così il finianesimo ammette la propria sconfitta non potendo evitare la catastrofe della riforma della Giustizia, se non pagandola a duro prezzo con una immunità ad personam.

Tardiva, se non altro, la dichiarazione di oggi di Gianfranco Fini in coda alla lettera di Napolitano, “basta leggi ad personam”. Dopo averne votate così tante, è difficile credergli ancora.

Che la crisi cominci: Gianfranco Fini in diretta streaming da Mirabello, ore 18.30

Berlusconi ha tolto il Processo Breve dal programma in cinque punti che sarà sottoposto al voto di fiducia alla ripresa dei lavori parlamentari. Se cade il governo, sarà solo “colpa” di Fini, avverte.

Oggi, alle 18.30 circa, il Presidente della Camera parlerà dal palco di Mirabello (in provincia di Ferrara), luogo in cui, più di venti anni fa, ricevette dalle mani di Almirante le redini del partito neofascista MSI, e forse nulla sarà come prima. L’ipotesi più probabile? Il governo non cadrà, ma Berlusconi dovrà ridimensionarsi: il Cavaliere dimezzato – definizione di Bossi – vedrà poco a poco farsi chiara la prospettiva di una condanna al processo Mills – previa bocciatura del Legittimo Impedimento da parte della Consulta – comprensiva di interdizione dai pubblici uffici. L’uscita di scena a cui non vuole rassegnarsi.

E quindi, diamo il via alle danze. Che la crisi cominci.

Le dirette streaming:

SKY TG24

RAINEWS (serve Silverlight)

INSTANT BLOGGING – LA DIRETTA:

Ore 18 – attesa per il discorso, Feltri su TG La7 spiega che Fini farà un discorso attendista, un bel discorso senza dire nulla.

Ore 18.13: viene suonato l’Inno Nazionale di Mameli, poi Battisti…

Ore 18.22: parla Chiara Moroni; sembra ci sia una contestazione dal fondo, ma sono solo i fotografi

Ore 18.25: adesso Fini è salito sul palco, ringrazia per gli applausi; sventolano le bandiere di AN; ricorda che a Mirabello si fondano le radici della sua famiglia e che un uomo, almirante, annunciò al popolo missino la necessità di un cambiamento; la presenza di Mirko Tremaglia conferma questa continuità; sempre a Mirabello si annunciò sia la nascita di AN che quella del PdL; confessa di essere emozionato; mai un’emozione forte come quella provata in questo istante; Mirabello capitale della politica italiana, il punto di riferimento obbligato;un popolo che non è qui ma che sente la necessità di partecipare, di ritrovare una unità; questa piazza sarà l’occasione per fare chiarezza su quello che è accaduto e quello che accadrà.

Bisogna tornare al giorno in cui tutto è cominciato: il 29 di Luglio, giorno in cui l’ufficio politico del PdL,in una riunione di due ore, in sua assenza, ha decretato l’espulsione di Fini. E’ stato approvato un documento in cui si afferma che la posizione di Fini è una partecipazione attiva al gioco al massacro delle procure (è da ridere) – giungono fischi dal fondo della piazza; non c’è stato alcun tipo di fuoriuscita, ma solo la sua estromissione dal partito che ha contribuito a creare; un atto profondamente illiberale, che nulla ha a che spartire con quel pluralismo che è una delle condizioni affinché un partito sia tale; un atto proprio solo del più bieco stalinismo.

Il governo ha ben operato sulla crisi finanziaria, ma poteva modulare in modo diverso certi interventi come i tagli lineari alla spesa pubblica; quei tagli alla scuola, che oggi provocano la protesta sacrosante delle migliaia di precari; è lecito avanzare delle critiche? dubbi che sono stati espressi, per esempio, sui costi della politica, sui costi della riforma federale. E’ lecito indicare, nel PdL, delle prospettive non condivise da tutti? lotta all’immigrazione? è però sacrosanto parlare di integrazione dell’immigrato che lavora. Sulla giustizia: mai e poi mai l’impunità permanente! (Ovazione). E’ un’eresia parlare di ciò? E’ stillicidio polemico dire che la magistratura è un caposaldo della nostra democrazia? Noi siamo un grande partito nazionale, che non può appiattirsi sulle posizioni della Lega. E’ un partito occidentale, con valori precisi: dignità e rispetto della persona umana. Indecoroso lo spettacolo con cui è stato accolto un personaggio che non ha nulla da insegnare in fatto di diritti umani (riferimento a Gheddafi). Non può ergersi a maestro, né a punto di riferimento.

Nel momento in cui si chiede rispetto della volontà popolare espressa col voto, allora pari rispetto alle altre istituzioni, a cominciare dal Capo dello Stato. Equilibrio fra le istituzioni vuol dire riconoscere al Parlamento la sua centralità. Governare non può mai significare comandare: governare vuol dire equilibrio fra i poteri. E’ provocatorio questo? Il PdL non lo avevamo concepito come forza per conservare l’esistente, bensì per il cambiamento radicale. La rivoluzione del merito, con cui si riempivano le piazze durante la campagna elettorale, deve diventare una politica fondamentale del governo.

Berlusconi ha tanti meriti, ma anche qualche difetto: non ha capito che in una democrazia liberale non ci può essere l’eresia, poiché non ci può essere l’ortodossia. Grati con B. per il 1994, ma non ci può essere il delitto di lesa maesta perché non ci sono sudditi ma cittadini liberi che vogliono partecipare. Non ha mai contestato la leadership di B., ma hacontestato la sua attitudine a comandare nel partito come in un’azienda. Un grande partito deve essere una fucina di idee. Rivendicare il diritto di avere delle opinioni, alla possibilità di svolgere delle analisi, fare valutazioni, non può essere controcanto e boicottaggio, bensì democrazia interna. Altro che teatrino della politica! Garantire la libertà di esprimere il dissenso! Ci sono tanti elettori del PdL che sono veramente liberali, che vogliono rispettare l’opinione altrui. Politica non è interesse di una parte. Sembra che il PdL lavori per alzare degli steccati e creare conflitti. Il contrario di ciò che serve al paese.

Futuro e Libertà non è una nuova AN. Si rivolge agli uomini e alle donne che non leggono più le pagine della politica, non ascoltano più i telegiornali, che sembrano sempre più fotocopie delle veline del PdL. Elettori che ci dicono, andate avanti, non fermatevi. Difendete i principi originali più autentici del PdL. Dare vita a una buona politica. L’unico antidoto alla sfiducia crescente nelle istituzioni. PdL ora è il partito del Predellino, adesso; è Forza Italia con qulche colonello di AN che ha solo cambiato Generale. Il Popolo della Libertà non c’è più. Se il PdL non c’è più, allora Futuro e Libertà non vi può rientrare. Non si rientra in ciò che non c’è più.

Si va avanti con le nostre idee, dice Fini. Non ci ritiriamo in convento, né andiamo raminghi in attesa del perdono. Anche perché questi parlamentari non possono essere trattati come se fossero dei clienti della Standa, che se non cambiano il supermercato ottengono il premio fedeltà. questi parlamentari hanno voglia di fare politica! (Ovazione). Nemmeno ci facciamo intimidire dal metodo Boffo messo in pratica da certi giornali, che dovrebbero poi essere l’espressione del Partito dell’Amore. A differenza di altri, abbiamo un sacro rispetto nella magistratura, aspettiamo che sia la magistratura a chiarire quanti e quali diffamazioni sono state attuate come una lapidazione di tipo islamico. Un attacco alla mia famiglia: è tipico degli infami avere questo attenggiamento.

Si va avanti senza ribaltoni, afferma. Senza tradire il voto degli elettori. Si va avanti e quando B. si presenterà in Parlamento per presentare i famosi 5 punti, saranno chiari i capogruppi nel dire che sosterremo al meglio il programma, ma da uomini e donne liberi chiederemo di discutere di come si traduce in realtà il titolo “riforma della giustizia” e tutti gli altri punti. Il dovere è quello di governare. Nè è certamente convinto anche Bossi. A volte siamo in disaccordo. Solo chi non conosce la storia può pensare che la Padania esiste davvero. Lui ha innalzato la bandiera del federalismo. E’ missione storica del suo movimento. Ma quel federalismo è possibile solo se è nell’interesse di tutta l’Italia. E’ possibile garantire al Nord il federalismo a patto che sia nell’interesse generale. Nella commissione bicamerale che deve discutere i decreti attuativi, il nostro senatore Baldassarre è fondamentale. Potrei dirlo, ma non lo faccio. Il federalismo non può essere a scapito del Meridione. Discutiamo di cosa sono i costi standard dei servizi. E discutiamo del fondo perequativo. Ciò alla vigilia del 150° dell’Unità d’Italia. Celebrarlo con una riforma autenticamente federalista e nazionale, equa e solidale. E’ interesse anche del Nord. Una mitica Padania autosufficiente può sopravvivere senza il Sud?

Il nuovo patto di legislatura non può essere una tavolo a due gambe. Che fine ha fatto l’abolizione delle province? Che fine ha fatto la privatizzazione e la liberalizzazione delle municipalizzate? E’ bastato che la Lega scoprisse che le municipalizzate potessero diventare un tesoretto, che ciò è stato accantonato. B. ha il dovere/diritto di governare. E’ stato scelto in modo inequivocabile dagli elettori. Scorciatoie giudiziarie per eliminarlo è lesione della volontà popolare. Nessuna dichiarazione contro il Lodo Alfano o contro il Legittimo Impedimento. Berlusconi deve governare senza il rischio giudiziario. Ma quel simpatico dottor ‘Stranamore’ che è l’onorevole Ghedini non deve trovare una soluzione purché sia. Dobbiamo lavorare non a una legge ad personam, ma per una legge, come in altri paesi d’Europa, per tutelare la figura del capo del governo. E quindi non la cancellazione dei processi, ma la sospensione. Sul Processo Breve, non è accettabile la retroattività delle norme.

Democrazia, sostiene Fini, significa poter scegliere il presidente del Consiglio e soprattutto i propri parlamentari. E’ semplicemente vergognoso, e faccio mea culpa, che ci sia la lista prendere o lasciare. E sul lavoro? La proposta finiana di una assise del mondo del lavoro? Proposta del tutto ingorata. Serve un nuovo patto tra capitale e lavoro. Il governo ha operato bene per fermare la crisi ma dobbiamo far ripartire l’economia, non ci possiamo compiacere che i conti pubblici tengono. Occorre il coraggio politico di dar vita a quelle riforme che erano nel programma originale del popolo delle libertà e che sono state dimenticate. E’ arrivato il momento di dar vita a riforme che portino ad un nuovo patto tra capitale e lavoro perché è indispensabile mettere i produttori di ricchezza dalla stessa parte della barricata dei lavoratori. Ma in quale paese può mancare il ministro allo Sviluppo Economico? Dobbiamo attendere che l’Oracolo di Delfi dia il nome?

Bisogna far ripartire il mondo dell’economia. Cominciando dai giovani. In Italia c’è una grande questione giovanile: un ragazzo su 4 è disoccupato e mi fa piangere il cuore. La flessibilità è necessaria ma non può essere trasformata in precarietà perenne: la società italiana si è profondamente modificata rispetto al passato. Nel 2010 bisogna rielaborare quella grande conquista, una delle migliori politiche del Novecento, che è stato il welfare state. Bisogna affiancare al ‘welfare state’ un welfare delle opportunità e dei meriti. E sulla famiglia interveniamo sul cosiddetto quoziente familiare in modo tale che chi ha figli o anziani a carico abbia un carico fiscale minore. E su questi temi, se l’opposizione ha qualche buona idea, ungoverno responsabile la deve coinvolgere.

Poi, l’auspicio finale:” Chiamo a raccolta l’Italia che lavora che è poi l’Italia onesta. L’Italia onesta è quella dell’etica del dovere: quella dell’etica che un padre insegna a un figlio. Il senso del dovere, di appartenza e civico”. Non bisogna avere paura di aiutare i più deboli. Sono i deboli che hanno bisogno di garanzie e non i più forti. Questo per me è il centrodestra e della politica con la P maiuscola”.

Urso: “Sarà la nostra Pontida”. In attesa di Mirabello, Gianfranco Fini alla festa API

Diretta Live del discorso di Fini dalla festa dell’Alleanza Per L’Italia (Rutelli), oggi ore 17, SKYTG24

L’attesa febbrile che coinvolge tutta la politica italiana, una febbre estranea alle cose reali, che testimonia – se ancor ce ne fosse bisogno – l’alterità della nostra sfera politica dalla sfera pubblica, è alle stelle: oggi avremo un antipasto del discorso di domani di Fini alla festa di Mirabello. Il Presidente della Camera parlerà alla festa dell’API (il micro partitino di Rutelli), fulcro del teatrino politico post-ferragostano. Intanto si sprecano i titoli e le dichiarazioni mirabolanti: per Urso, Mirabello sarà “la nostra Pontida”, mentre ieri sera a In Onda su La7, Bocchino è caduto in un lapsus freudiano, “i sondaggi ci danno allo 0.5%, per un partito che non c’è ancora non è male”, quindi il partito se non c’è ancora, si farà…

E’ presto per parlare di nuovo partito, gran parte della politica lavora agli assetti che potrebbero determinare una scissione del Pdl. Beppe Pisanu, intervenendo alla festa dell’Api, fa capire che l’ipotesi di una nuova formazione finiana non sarebbe un dramma, anzi: la scomposizione del Popolo della libertà potrebbe essere la premessa di un patto di collaborazione più trasparente nel nome del programma. «Bisogna addomesticare il bipolarismo – ha detto il presidente dell’Antimafia – renderlo più mite, rendere più omogenei gli schieramenti e se per farlo bisogna scomporre e ricomporre gli schieramenti non ne farei un cruccio» (Il Secolo d’Italia).

(to be continued…)

Venti di crisi: su Caliendo la fine del governo Berlusconi IV?

La Nuova Camera dei Deputati - XVI Leg. - In nero i deputati finiani di Futuro e Libertà

I numeri, almeno alla Camera ci sono. Trentatre deputati di Futuro e Libertà, il nuovo gruppo parlamentare dei fuoriusciti del PdL. Un numero sufficiente per far venir meno la fiducia al governo. Questo è chiaro a tutti, oggi. E spiega l’escalation della crisi di governo, che solo per ora resta fuori del parlamento ma che potrebbe irrompere, deflagrare in pieno ferragosto. A ben pensarci, un classico della politica della Prima Repubblica, la crisi estiva e il cosiddetto “governo balneare” che solitamente ne scaturisce.

Questa la composizione dei gruppi parlamentari alla Camera, aggiornata con il gruppo di Futuro e Libertà:

I finiani sono addirittura più consistenti di IdV. Questo la dice lunga sull’adesione all’interno del PdL della ‘corrente’ del presidente della Camera. Molti deputati sulla stessa lunghezza d’onda dei ribelli potrebbero manifestarsi nei prossimi giorni. Il potere di scacco al Re (Cesare) è evidente. Resta da vedere se Fini muoverà le torri già con il voto di sfiducia individuale al sottosegretario Caliendo, il rappresentante del governo sul ddl Intercettazioni, coinvolto nell’inchiesta P3. Sembra non sia ancora stata presa una decisione. Fini deciderà nei prossimi giorni, anche se la tirata per la giacca di Di Pietro di stamane dalle colonne de Il Fatto Quotidiano – Di Pietro ha invitato i finiani a votare insieme a IdV e PD per la rimozione del sottosegretario – ha già prodotto i suoi effetti. Così l’ANSA circa un’ora fa:

Fini ha le idee chiarissime su Caliendo. E’ un chiaro avvertimento: Caliendo verrà disarcionato. Non ci possono essere ombre nel governo. E quindi, in conseguenza della sfiducia individuale, si arriverà a Settembre – per Bossi è certo – alla verifica di governo alla Camera. La fibrillazione di queste ore è il segnale che il momento si avvicina. Alla Rai vogliono far iniziare i talk anzitempo, affidando l’approfondimento ai telegiornali (potete bene comprendere con quali risultati e con che taglio argomentativo).

“Trame inquinanti che turbano e allarmano”. Il progetto del Quirinale.

Alla base di qanto successo sinora vi sarebbe un progetto del Quirinale per una transizione morbida al post-berlusconismo e all’isolamento della Lega Nord. Fini ha appoggiato in pieno il disegno di Napolitano. Ha atteso l’approvazione della manovra finanziaria, tralasciando di approfondire la discussione su norme così stringenti in fatto di tagli agli enti locali; ha accelerato sulle nomine dei componenti del Csm. L’idea è che Napolitano, dopo l’emersione dei verbali dello scandalo P3, abbia percepito come insostenibile il livello di penetrazione delle organizzazioni criminali all’interno delle istituzioni. La ‘loggia’ Carboni-Dell’Utri-Verdini, con l’ambasciata di Nicola Cosentino, pare essere costruita come una sorta di parlamentino della malavita, un vero vertice dell’Antistato: associati esterni alla mafia, collusi con la camorra, vertici di banche, giudici corrotti, esperti riciclatori di denaro sembrano troppo anche per uno come Napolitano, che è passato per i momenti più bui della storia repubblicana, dallo stragismo alle BR, dalla P2 a Tangentopoli. Gli strali del Quirinale, ripetuti ancora ieri dinanzi alla vicepresidenza del Csm (Mancino) contro i giudici collusi, suonano come irrituali e dettati dall’urgenza di “salvaguardare la continuità istituzionale”: quasi che siano le istituzioni medesime ad essere minacciate, più che altro. Fini sarà il detonatore alla crisi di governo che si cercherà di risolvere con un governo di ‘salvezza nazionale’ o un governo tecnico, sostenuto – anche senza parteciparvi – da PD, UDC e Futuro e Libertà, forse con l’astensione o l’appoggio estrerno di IdV, senza di cui non si può inventare niente.

Con ciò non significa che B. sia morto e sepolto, anzi. La risposta sarà eguale e contraria alla strategia del Quirinale e presto ne avremo conferma. Se verrà sfiduciato, Berlusoni rovescerà il tavolo delle trattative e chiederà a gran voce elezioni. Ha uno squadrone di telegiornali e trasmissioni televisive e conduttori di talk show e dirigenti Rai pronto a seguirlo.