Join the dots. Unisci i puntini. La leggenda del capitano Ultimo, la fiction come antistoria.

Ieri le dichiarazioni di Piero Grasso , procuratore nazionale antimafia, che in sostanza legittimava la trattativa Stato-Mafia avendo essa salvato decine di ministri della Repubblica da attentati. Oggi il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore, che si definisce scandalizzato dalle parole di Grasso. Così Di Pietro, che alza i toni e chiede siano fatti i nomi dei "trattativisti". E incredibile, su La Stampa stamane l’ex PM viene apertamente criticato, sospettato di voler mantenere alti i toni della polemica politica, di voler strumentalizzare la vicenda della trattativa.
Al di là della banale polemica, ciò che importa è che ogni giorni si delinea sempre meglio lo scenario e i protagonisti dell’epoca: da Vincenzo Scotti a Nicola Mancino, da claudio Martelli a Liliana Ferraro, passando per il generale Mori, il fantomatico capitano ultimo e il generale Subranni, a capo del segmento del Ros che costituì il Crimor, il gruppo di investigatori che arrestò Riina, celebrato da Mediaset con una fiction famossisima.
In realtà è da anni che si vocifera sulla "trattativa": Mori e De Caprio furono posti sotto processo nel 2006, pm era Antonino Ingroia, lo stesso dell’inchiesta Sistemi Criminali, dove si ipotizzava un collegamento fra settori della estrema destra, della massoneria e i clan mafiosi, inchiesta che prese le mosse dalle rivelazioni di Elio Ciolini, piccolo truffatore stranamente preveggente. Ingroia, nelle requisitoria finale del processo a Ultimo, parlò di zone grigie e di ragion di Stato. Tutto ciò non ha mai fatto parte della fiction made in Mediaset.
E il capo di Mori, De donno e De Caprio? Il generale Subranni? Quest’uomo è lo stesso che ebbe a che fare con la morte di Peppino Impastato. Impastato fu ucciso per volere di Gaetano Badalamenti il giorno della morte di aldo Moro. E Subranni, nel 1978, era a capo del reparto operativo del gruppo carabinieri di Palerno che coordino’ le indagini. Questo scrisse nel rapporto:

«Impastato viene ucciso nelle primissime ore del 9 maggio. A mezzogiorno viene ritrovato il corpo di Aldo Moro. Il giorno dopo il maggiore Subranni scrive espressamente in un rapporto di “decesso in conseguenza di un attentato terroristico compiuto dallo stesso” che aveva “progettato e attuato l’attentato dinamitardo alla linea ferrata in maniera da legare il ricordo della sua morte a un fatto eclatante”. Il suicidio, percio’, di uno che sapeva con anticipo della morte ormai prossima di Moro, quindi uno che faceva parte della direzione strategica delle Br».

Subranni ha poi fatto carriera ed è diventato Generale dell’Arma dei Carabinieri. Grazie a questo intuito. Nessuno gli ha mai chiesto spiegazioni sulle indagini dell’omicidio Impastato. Nessuno ha mai fatto veramente luce sulla sua figura.

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    • Secondo Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, l’arresto del boss dei boss, avvenuta il 15 gennaio 1993, altro non fu che una sceneggiata, perchè in realtà Zu Totò fu consegnato ai carabinieri da Bernardo Provenzano, l’altro capo di Cosa nostra, che così si garantì altri 13 anni di assoluta impunità e di latitanza protetta

    • Questa importante ricostruzione di quello che fino a ieri era da considerare come uno degli episodi chiave nella storia della lotta alla mafia, purtroppo non solo ridimensiona l’effettiva portata dell’azione dell’antimafia almeno negli anni Novanta, ma getta una luce di sospetto sui retroscena di quella cattura

    • cosa effettivamente la mafia ebbe in cambio per una simile collaborazione

    • un processo molto delicato che si svolse tra il 3 maggio 2005 e il 20 febbraio 2006. Un processo chiave. Accusati di favoreggiamento a Cosa nostra finirono alla sbarra due imputati eccellenti: Mario Mori, all’epoca dei fatti comandante del Ros dei carabinieri di Palermo, poi diventato generale e quindi prefetto come direttore del Sisde, e il tenente colonnello Sergio De Caprio, colui che materialmente ammanettò Riina, il leggendario "capitano Ultimo" che meritò non solo onori, ma anche una fiction televisiva.

    • entrambi gli ufficiali dei carabinieri sono stati assolti "perchè il fatto non costituisce reato". In altre parole il tribunale di Palermo ha stabilito, come è scritto nelle 150 pagine delle motivazioni, che non c’era stato dolo nell’azione dei due ufficiali del Ros, anche se si fa preciso riferimento a una trattativa e ai colloqui tra Mori e l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, definiti "iniziative spregiudicate"

    • interessante è ripercorrere, anche se sommariamente, i passaggi di quel dibattimento che giunse in aula 12 anni dopo i fatti e dopo ben tre richieste di archiviazione da parte della procura di Palermo

    • dopo che Mori, per due volte, e una volta De Caprio, persero cause per diffamazione intentate contro i giornalisti Attilio Bolzoni di Repubblica e Saverio Lodato dell’Unità

    • Il processo contro i due ufficiali dei carabinieri si apre il 3 maggio 2005

    • Sostengono l’accusa i pm Antonio Ingroia e Michele Prestipino

    • viene chiamata a testimoniare la "pentita" Giusi Vitale la quale afferma: "Se si fosse fatta la perquisizione nella villa di Totò Riina dopo il suo arresto ci sarebbe stato il finimondo"

    • Secondo la Vitale, all’interno della villa del capo di Cosa Nostra "c’erano documenti che avrebbero potuto rovinare uno Stato intero"

    • riferisce anche di avere appreso dal fratello Vito, capo della cosca di Partinico, che la mancata perquisizione del covo di Riina venne considerata un "bene" da Cosa nostra, in quanto all’interno dell’appartamento erano custoditi "numerosi documenti ritenuti imbarazzanti per diversi uomini delle istituzioni"

    • magistrato Luigi Patronaggio a gettare nuova luce sulla vicenda

    • Interrogato dalla corte, Patronaggio spiega che i carabinieri erano pronti ad intervenire nel residence di via Bernini, ma il capitano Ultimo chiese ed ottenne dall’allora colonnello Mario Mori di far bloccare dal procuratore Gian Carlo Caselli il blitz che stava per scattare

    • "Fui avvisato dell’arresto di Riina – racconta Patronaggio – direttamente da Caselli che aveva ricevuto una telefonata dai carabinieri del Ros con i quali era in contatto diretto. Caselli ha gestito tutta l’operazione, ed era solo lui quello che aveva rapporti con Mori e De Caprio e tutti quelli del Ros.

    • Quando Caselli mi disse di non effettuare la perquisizione, mi spiegò che la richiesta arrivava dal Ros e siccome c’era e c’è fiducia totale in De Caprio e Mori e l’indicazione proveniva da due operatori qualificati, non ho avuto nulla da obiettare

    • Caselli mi parlò di mezzi tecnici di osservazione, facendomi intendere che la villa era sotto controllo"

    • Patronaggio spiega ancora: "Credevo che il gruppo del capitano Ultimo in quelle ore stesse svolgendo altre attività operative"

    • la procura, dopo l’arresto di Riina, sollevò alcuni dubbi sull’attività svolta dai carabinieri del Ros guidati dal capitano Ultimo

    • "Il filmato girato dal Ros davanti all’ingresso del residence in cui si vedeva uscire Riina, si fermava lo stesso giorno dell’arresto del latitante. Il video venne visionato allora dal collega Vittorio Teresi e anche lui, come noi, ha avuto delle perplessità, perchè ad un certo punto del pomeriggio del 15 gennaio la registrazione si interrompeva"

    • ex procuratore aggiunto Vittorio Aliquò, il quale aveva coordinato le indagini sulla cattura di Riina: "Eravamo a pranzo con gli ufficiali che si erano occupati dell’arresto

    • Le squadre erano pronte per raggiungere il covo, quando l’allora capitano De Caprio ci chiese, accoratamente, di aspettare

    • Sembrava sconvolto, ci disse che se avessimo perquisito la villa avremmo pregiudicato le indagini e che sarebbe stato meglio proseguire il servizio di osservazione

    • stimavamo De Caprio, che era appoggiato anche dal suo comandante, e così decidemmo di attendere 48 ore

    • Per questo dicemmo a Patronaggio, che era il pm di turno e stava per andare ad eseguire la perquisizione con i militari, di rientrare, convinti che il servizio di osservazione avviato dai carabinieri continuasse"

    • I primi dubbi

    • la moglie di Riina, Ninetta Bagarella, che insieme al boss aveva vissuto nel covo di via Bernini, aveva fatto rientro a Corleone con i suoi figli: "Ricevemmo una telefonata dal Comando Generale. Mi dissero che la Bagarella era tornata nella casa di Corleone. Chiedemmo conto a tutti gli ufficiali come avesse fatto ad uscire dal covo senza essere vista. Nessuno ci diede spiegazioni.

    • 7 novembre, giorno riservato alla deposizione dell’ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli il quale, rispondendo alle domande del pm Ingroia, aggiunge: "Non ho ricordi personali di quei periodi. Tutto ciò che posso dire, anche per evitare strumentalizzazioni sulla mia persona, è legato alle note acquisite in questo dibattimento"

    • "Ero molto arrabbiato, perchè qualcosa non era andata per il verso giusto. Ma soprattutto perchè a causa di questo fatto temevo il riesplodere della stagione dei veleni dentro e fuori il palazzo di giustizia di Palermo"

    • "La Procura era pronta alla perquisizione del complesso residenziale di via Bernini subito dopo l’arresto di Riina. Si decide di cambiare iter operativo su richiesta del Ros che suggerisce di far apparire l’arresto di Riina come fatto episodico per proseguire le indagini.

    • Infine, la mancata comunicazione della sospensione delle attività di osservazione: un fatto, quest’ultimo, dettato da un equivoco, ma anche dall’autonomia decisionale data agli organi di polizia giudiziaria che stabilirono questa iniziativa senza comunicare nulla al nostro ufficio

    • Il 13 febbraio 2006 è la volta dell’accusa, che chiede la assoluzione di Mori e De Caprio perchè non avrebbero intenzionalmente favorito la mafia. L’inizio della requisitoria dei pm è fulminante: "Questa vicenda, se avesse un colore, sarebbe il grigio: il bianco e il nero si confondono perchè ci sono stranezze, condotte incomprensibili e talune ombre che hanno minacciato di oscurare un’operazione di polizia così importante

    • i magistrati della procura di Palermo sostengono che nel processo non vi è traccia di motivi o prove in grado di dimostrare che gli imputati volevano agevolare Cosa nostra

    • Nella sua replica il pm Ingroia introduce il concetto di "ragion di Stato", a cui aveva già fatto riferimento durante la requisitoria, sostenendo che ancor più dell’assoluzione, la prescrizione sarebbe stata la decisione "più adeguata e più giusta

    • Secondo i giudici, l’istruttoria dibattimentale non ha chiarito il "lato oscuro" dell’arresto di Riina. E la linea difensiva dei due imputati "è confusa".

    • Inoltre, la tesi di Ultimo, scrivono i magistrati, in cui lo stesso spiega il motivo per il quale aveva chiesto ed ottenuto dai magistrati il rinvio della perquisizione, "è contraddetta" da elementi pratici come il rinvenimento di "pizzini" addosso a Riina nel momento dell’arresto, e ciò avrebbe dovuto far intuire che il capomafia ne poteva avere altri in casa

    • "Il collegio – si legge nelle motivazioni della sentenza – ritiene di non poter condividere la prospettazione della pubblica accusa che, sulla base di imprecisate "ragioni di Stato", ha chiesto di affermare la penale responsabilità degli imputati per il reato di favoreggiamento aggravato, da dichiararsi ormai prescritto

    • Tali ragioni di Stato non potrebbero che consistere nella trattativa intrapresa dal colonnello Mori, con la consapevolezza, acquisita successivamente, da De Caprio: e dunque, lungi dall’escludere il dolo della circostanza aggravante, varrebbero proprio ad integrarlo, significando che gli imputati avrebbero agito volendo precisamente agevolare Cosa nostra, in ottemperanza al patto stipulato e cioè in esecuzione della controprestazione promessa per la consegna di Riina

    • Per i magistrati, dunque, "la ragione di Stato verrebbe a costituire il movente dell’azione", e se fosse stato provato dall’accusa, sarebbe stato "capace non di escludere il dolo specifico, bensì di svelarlo e renderlo riconoscibile"

  • SUBRANNI: CHI ERA COSTUI?

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    • generale Subranni, l’uomo che sembra diventato, negli ultimi giorni, un personaggio chiave per capire la verita’ sulle stragi del ’92

    • Chi e’ Subranni? E, soprattutto, cosa sta facendo ora sua figlia?

    • «La cattura di Riina e’ «dovuta all’attivita’ di una sezione del Ros col prezioso supporto dell’Arma territoriale di Palermo. Questa precisazione e’ diretta a far giustizia di ogni altra diversa e contraria notizia originata da fonti interessate a sminuire il valore dell’operazione». L’excusatio non petita e’ la ciliegina sulla torta di una lunga intervista rilasciata al Corriere della sera da Mario Mori il 28 gennaio 1993

    • Un’abitudine dei Ros, la coda di paglia. Stesso copione nel corso di un’udienza dibattimentale a Milano, sul banco degli imputati i giornalisti Attilio Bolzoni e Saverio Lodato, querelati per diffamazione da Sergio Di Caprio, alias Capitano Ultimo, braccio destro di Mori nell’operazione Riina.

    • Il mitico capitano interpretato nella fiction da Raoul Bova, si sente offeso dalla semplice narrazione dei fatti che sono seguiti alla cattura: ossia la mancata perquisizione e il mancato controllo del covo per la bellezza di due settimane (proprio quando Mori si faceva intervistare gonfiando il petto), tranquillamente “ripulito” dai mafiosi, addirittura ritinteggiato. «Non ho mai detto che nella cassaforte c’era un archivio di 3000 nomi», sbraita Ultimo al processo.

    • la Voce chiede all’avvocato di Bolzoni e Lodato, Caterina Malavenda, se i suoi assistiti abbiamo mai scritto o fatto riferimento a tale circostanza. Mai, risponde il legale milanese. Cosa vuol dire?

    • “Spontaneamente” Di Caprio ammette qualcosa di clamoroso, l’esistenza di un archivio di 3000 nomi, insospettabili, pezzi grossi, vip in qualche modo “nelle mani”, oppure “nella disponibilita’” di Cosa nostra.
      Il quadro si fa chiaro. Riina e’ stato “venduto”, e in cambio, oltre ad una “pax” che puo’ consentire affari a tantissimi zeri, anche un enorme potere di ricatto. Cose che possono tornare utili ai nuovi politici di riferimento.

    • Tra le pagine degli atti processuali (un’assoluzione “di condanna” per Mori, De Caprio e C., come spiega con chiarezza Sandro Provvisionato nei Misteri), fa capolino il nome di Domenico Cagnazzo, a quel tempo comandante dei carabinieri di Palermo, poi tornato nell’aversano, sua terra d’origine, oggi inquisito dalla procura di Napoli per una brutta inchiesta su rifiuti tossici, camorra e massoneria (documentati i suoi stretti rapporti con il plurifaccendiere Cipriano Chianese)

    • Accusato di aver fornito ai cronisti l’ubicazione del covo alcune ore prima del blitz, in una sfilza di non so, non ricordo e di scaricabarile, alla fine il generale Cagnazzo, ora in pensione, dichiara: «Io non avrei mai dato l’ordine di riferire dove fosse il covo… si trattava del rispetto dei patti che erano intervenuti con i colleghi del Ros e con i magistrati»

    • Ma chi era al vertice del Ros in quei giorni? Chi, insomma, un gradino al di sopra di Mori? Il generale Antonio Subranni

    • quindici anni prima, nel 1978, era a capo del reparto operativo del gruppo carabinieri di Palerno che coordino’ le indagini per l’omicidio di Peppino Impastato

    • «Impastato viene ucciso nelle primissime ore del 9 maggio. A mezzogiorno viene ritrovato il corpo di Aldo Moro. Il giorno dopo il maggiore Subranni scrive espressamente in un rapporto di “decesso in conseguenza di un attentato terroristico compiuto dallo stesso” che aveva “progettato e attuato l’attentato dinamitardo alla linea ferrata in maniera da legare il ricordo della sua morte a un fatto eclatante”. Il suicidio, percio’, di uno che sapeva con anticipo della morte ormai prossima di Moro, quindi uno che faceva parte della direzione strategica delle Br»

    • Ma Subranni ha mai subito qualche conseguenza per quella oltraggiosa indagine? Neanche per sogno. La sentenza Impastato censura il suo operato, poi il silenzio.

    • E la carriera, che prosegue nel suo corso dorato fino ai galloni di generale. Oggi la placida pensione e un pensiero alla figlia, Danila Subranni, 42 anni, giornalista.

    • Oggi Danila e’ la portavoce ufficiale del ministro della Giustizia, Angelino Alfano.

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Trattativa Stato-Mafia, il generale Subranni indagato?

Il Generale dell’Arma dei Carabinieri Subranni, nel 1992 a capo del Ros e degli ufficiali Mori e De Donno, pare essere stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Palermo nell’ambito della vicenda trattativa stato-mafia. Gli stessi Mori e De Donno sono sotto processo, accusati di aver favorito la latitanza di Provenzano. Mori nel 2006 fu assolto invece dall’altra accusa infamante di favoreggiamento e depistaggio delle indagini per non aver perquisito il covo di Riina, fino ad allora sorvegliato dagli uomini del Crimor che procedettero all’arresto del Capo dei Capi (fu inquisito anche il capitano Sergio De Caprio, poi assolto, per la stessa accusa, il cosiddetto capitano Ultimo, celebrato nelle fiction fasulle di Mediaset).
Insomma, c’è del marcio in Danimarca. La vicenda della cattura di Riina non è andata come ce l’hanno raccontata sinora gli stessi protagonisti. Riina fu arrestato nel 1993, ma stando al papello, già nel 1992 si preoccupava di far evitare il carcere duro ai boss ultrasettantenni, descrizione che stranamente gli calzava a pennello. E se Totò U Curtu si fosse consegnato egli stesso al Ros? Se la trattativa non fosse altro che una negoziazione di una resa – per così dire – condizionata? Riina al momento della cattura non era più indispensabile all’organizzazione. Si stava preoccupando di definire il passaggio di poteri. E bussò alle porte dello Stato, a quelle porte che conosceva bene. Un quadro assurdo e complicato dove non si capisce chi ci abbia guadagnato e chi no. E poi c’è il Crimor, il corpo speciale del Ros, che brillò per le catture di Riina e Brusca. Operava correttamente o era anche esso inquinato? O il Crimor era depistato, oppure depistava. E il ruolo di Subranni? Borsellino, in un colloquio con la moglie, lo definì punciutu, affiliato alla mafia. Cosa che per un generale dell’Arma può essere tradotta con un solo termine: "alto tradimento".

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    • tutta la "catena di comando" dei Ros. Colonnelli, generali, maggiori, capitani. Sono sott’accusa, sono sospettati. Per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina nel 1993. Per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. Per i patti e i ricatti fatti fra il massacro di Capaci e quello di Via D’Amelio nel 1992

    • Per le rivelazioni della vedova di Paolo Borsellino nell’agosto del 2009: "Mio marito mi ha detto che il generale Subranni era punciutu". Letteralmente significa affiliato a Cosa Nostra

    • da ieri si rincorrono voci su nuovi "avvisati" alla procura di Caltanissetta, in particolare voci sul generale Subranni

    • Qualcuno parla di un "atto dovuto" dopo le dichiarazioni della vedova Borsellino, qualcun altro – anche se la notizia è ufficialmente smentita – racconta che l’alto ufficiale sarebbe stato già indagato per favoreggiamento

    • Il generale Antonino Subranni, diciassette anni fa era il comandante dei Ros ed era il diretto superiore del colonnello Mario Mori, l’ufficiale – poi diventato capo dei servizi segreti nel penultimo governo Berlusconi – che oggi è a processo a Palermo (con il colonnello Mauro Obinu) per avere favorito Provenzano in una latitanza lunga quarantatré anni.

    • Nello stesso procedimento è ancora sub iudice anche Subranni, già indagato per favoreggiamento aggravato. Per lui il sostituto procuratore Nino Di Matteo ha chiesto l’archiviazione, il fascicolo è ancora sulla scrivania del giudice per le indagini preliminari.

    • Sono i Ros più di ogni altro soggetto istituzionale o apparato poliziesco i protagonisti di quella stagione fra stragi e mercanteggiamenti, colloqui riservati, contrattazioni.

    • È il capitano Giuseppe De Donno – ma lui nega e annuncia querela – che viene citato dall’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli come l’ufficiale che avvicina il direttore degli Affari penali Liliana Ferraro per dirle che "Ciancimino sta collaborando"

    • È sempre De Donno con il colonnello Mori che incontrano più volte don Vito per trattare con Totò Riina e, secondo Massimo Ciancimino, visionano il "papello".

    • È sempre Mori, secondo l’ex presidente della commissione parlamentare Luciano Violante, che vuole perfezionare un patto "politico" con Ciancimino.

    • È sempre il generale Subranni, secondo ancora Massimo Ciancimino, "che in un primo momento era il referente capo" di De Donno e di Mori. Un elenco interminabile di incontri e di abboccamenti, tutti finalizzati alla "trattativa" con i Corleonesi alla vigilia dell’uccisione di Borsellino.

    • I Ros hanno agito autonomamente? Hanno trattato per loro conto con Totò Riina? Hanno ricevuto un mandato politico o si sono abbandonati a scorribande sbirresche? "Mio padre mi ha detto che quegli ufficiali erano accreditati da Mancino e Rognoni", dichiara a verbale Massimo Ciancimino.

    • Nicola Mancino, che al tempo era ministro degli Interni, da mesi smentisce ogni trattativa. Virginio Rognoni, che al tempo era ministro della Difesa, dice che non "ha mai saputo nulla".

    • Chi ha "autorizzato" la trattativa con il capo dei capi di Cosa Nostra?

    • i magistrati ordineranno una perizia grafica per vedere chi ha materialmente scritto quelle richieste dettate da Totò Riina

    • I primi sospetti si stanno allungando su uno dei figli del boss di Corleone. E sul fidato Antonino Cinà, il mafioso più vicino a Riina in quell’estate del 1992

    • La prossima settimana forse arriveranno a Palermo anche le registrazioni – altra promessa di Massimo Ciancimino – dei colloqui avvenuti fra don Vito e il colonnello Mori e il capitano De Donno durante la "trattativa". Ha spiegato il figlio dell’ex sindaco: "Mio padre non si fidava di quei due e così ha registrato tutto"

    • Il contenuto del "papello" già noto ieri l’altro nel dettaglio oggi è un "atto pubblico"

    • I 12 punti sono elencati, uno dopo l’altro

    • Un’altra riga sull’abolizione del monopolio Tabacchi e un riferimento a "Sud partito". La Lega del Sud. Il sogno indipendentista dei mafiosi che non muore mai

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Borsellino non fu avvisato dell’imminente pericolo. Storia di una trattativa che nessuno ricorda.

Il giallo sulla strage di Via D’amelio, se possibile, si è complicato ancora di più. Altri personaggi sulla scena – Claudio Martelli, Liliana Ferraro, dopo la puntata di Annozero, e oggi Antonino Ingroia e il "tenente" dei Carabinieri Canale.
In sostanza, i Carabinieri sapevano dell’imminente attentato. La Mafia doveva colpire anche Di Pietro, che però fu mandato in America Latina, al fine di proteggerlo. Si dice che Borsellino avesse rifiutato la protezione – oggi, su La Stampa. Ieri, Peter Gomez ha però scritto che proprio se lo dimenticarono di avvisare Borsellino, che ci fu un inconveniente. Borsellino però sapeva dell’esistenza del dossier del Ros, "Mafia e appalti" – lo conferma oggi Ingroia, su La Stampa; sapeva dell’inchiesta di Palermo su Dell’Utri – lo disse nella famosa "ultima intervista" a una tv francese. Sapeva forse anche della trattativa fra i Carabinieri del Ros e Don Vito Ciancimino. Lo dirà in settimana la ex collaboratrice di Falcone, Liliana Ferraro alla procura di Caltanissetta. Martelli, pure, lo dirà alla procura. Nell’intervista a Annozero si è miracolosamente ricordato dell’incontro con la Ferraro e delle confidenze fatte. Fu lui a parlare alla Ferraro della trattativa e del suo rifiuto, e forse poi la Ferraro lo disse a Borsellino. Che a sua volta fu ricevuto al Ministero dell’Interno, forse dal ministro stesso e da tale Bruno Contrada. Ma chi dovrebbe sapere, non sa, non ricorda.
Anche Di Pietro interrogò Ciancimino, e persino lui non lo ricorda. Non ricorda nulla e pure non ne parla sul suo blog. Forse da quell’interrogatorio non fu cavato un ragno da un buco. Ciancimino si rifiutò di fornire informazioni poiché non si sentiva "politicamente protetto". È questo il nocciolo del problema. Chissà se questa copertura gliel’hanno data. Chissà in cambio di cosa.

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    • C’è un piccolo giallo nella storia dei mille misteri della stagione stragista di Cosa nostra del ‘92 e del ‘93. Di per sé è un episodio insignificante, ma che è importante perché è la dimostrazione che dopo 17 anni dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio i ricordi poi non sono così nitidi

    • Paolo Borsellino sapeva che era in corso una trattativa tra Cosa nostra e ufficiali del Ros dei carabinieri

    • Il piccolo giallo a cui facciamo riferimento è un interrogatorio di Vito Ciancimino da parte dell’allora pm Antonio Di Pietro.

    • Massimo Ciancimino, ha rivelato che il padre voleva essere interrogato dal pm di Mani pulite e che gli fu negato. Lo stesso Di Pietro, presente in trasmissione, è trasecolato. Stupito per questa richiesta mai comunicatagli

    • invece Di Pietro interrogò Ciancimino nel carcere romano di Rebibbia, nei primi mesi del ‘93. Lui stesso adesso precisa: «Non ricordo assolutamente la circostanza. Può essere accaduto. A quel tempo interrogavo decine di persone, ero impegnato nell’inchiesta Enimont»

    • Di Pietro non ricorda, dunque

    • il pm di Milano rimase deluso da quel colloquio: «Ciancimino non aggiunse nulla che il pm di Mani pulite non sapesse»

    • Massimo Ciancimino conferma quell’incontro avvenuto nel carcere di Rebibbia: «Erano presenti anche i magistrati di Palermo

    • l’interrogatorio di Ciancimino da parte di Di Pietro è un’ulteriore conferma che a cavallo delle stragi di Palermo e del Continente (Firenze, Roma e Milano) il rapporto del Ros di Mori e De Donno su «Mafia e Appalti» rappresentava uno spunto di indagine per arrivare a una qualche verità anche sulla scelta (apparentemente) suicida di Cosa nostra di abbracciare la strategia eversiva

    • Borsellino rimase colpito dagli appunti trovati sull’agenda elettronica di Giovanni Falcone. Ne parlò il 12 novembre del 1997 nel processo di Caltanissetta Antonio Ingroia (che oggi è uno dei pm che indagano sulla trattativa): «Borsellino si concentrò su quegli appunti. Tra questi, uno di quelli cui egli mi fece riferimento fu la vicenda relativa all’ormai famigerato rapporto del Ros su "Mafia e Appalti", rispetto al quale ebbe dei colloqui sia con ufficiali dei carabinieri sia con colleghi del mio ufficio, per cercare un po’ di ricostruire la sua storia»

    • Ingroia: «Ne parlò con il tenente Canale. Credo che vi sia stato anche un qualche colloquio con il capitano De Donno»

    • Ingroia, nel suo interrogatorio a Caltanissetta non fece riferimento a confidenze di Paolo Borsellino sul fatto che sapesse della trattativa intavolata da Mori e De Donno con Ciancimino

    • Nei prossimi giorni, Martelli e Ferraro saranno sentiti dai pm di Palermo e di Caltanissetta. L’ex capitano De Donno nega di aver incontrato Liliana Ferraro

    • «Il Secolo XIX» di ieri ha scritto che Paolo Borsellino fu informato dell’allarme lanciato dal Ros su un possibile doppio attentato: a Milano contro Antonio Di Pietro, a Palermo contro di lui. Ma se Di Pietro espatriò in America Latina, Borsellino non ne volle sapere.

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    • Ci sono dentro tutti. Gli uomini di Governo e di opposizione: quelli che tra il 1992 e il 1993, mentre per strada scoppiavano le bombe di mafia, erano al corrente della trattativa intavolata tra Cosa Nostra, i servizi servizi segreti e i carabinieri

    • il premier Silvio Berlusconi e il suo braccio destro Marcello Dell’Utri che, tra il ’93 e il ’94, proprio nei giorni in cui stava nascendo Forza Italia, furono informati, secondo il pentito Giovanni Brusca, di tutti i retroscena delle stragi

    • A Berlusconi

    • la mafia fece arrivare

    • messaggio preciso

    • i tuoi avversari politici non possono far finta di cadere dalle nuvole, non ti possono tenere sotto schiaffo, perché ci sono di mezzo anche loro; dacci invece una mano per risolvere i nostri problemi altrimenti noi continuiamo con le bombe e finiremo per renderti la vita impossibile

    • Claudio Martelli, ha svelato di essersi opposto al dialogo tra Stato e Antistato e di aver fatto arrivare la notizia della trattativa in corso a Paolo Borsellino (che si mise di traverso e forse anche per questo fu ucciso)

    • Un ricatto in cui affonda le sue radici la Seconda Repubblica

    • Borsellino, intorno al 23 giugno del 1992, viene avvertito da una collega del ministero dei colloqui che il colonnello Mario Mori e i capitano Giuseppe De Donno hanno avviato con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino.

    • In quel momento parlare con i vertici dell’organizzazione vuol dire convincere Totò Riina che le stragi pagano perché lo Stato è disposto a scendere a patti

    • Dice di no da subito e per questo il 25 giugno, durante un dibattito pubblico, spiega di aver ormai i giorni contati. Poi incontra Mori e De Donno. E, il primo luglio, vede il nuovo ministro degli Interni, Nicola Mancino (che continua a negare di avergli parlato) e il numero due del Sisde, Bruno Contrada

    • Fatto sta che Riina cambia strategia

    • Evita di uccidere, come programmato, il leader della sinistra Dc siciliana, Lillo Mannino, (considerato un traditore) e fa invece saltare in aria il 19 luglio Borsellino

    • E da un’incredibile dimenticanza: Borsellino non viene informato dell’esistenza di una relazione dell’Arma che dà per imminente un’azione di Cosa Nostra contro di lui e contro l’allora pm, Antonio Di Pietro

    • Brusca e Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, assicurano che Cosa Nostra era al corrente di come il presunto referente governativo della trattativa fosse Mancino

    • pure l’ex comunista Luciano Violante, all’epoca presidente della commissione antimafia, sapeva che i carabineri parlavano con l’ex sindaco mafioso

    • a questo punto che, secondo Brusca, entrano in scena Berlusconi e Dell’Utri

    • intorno al 20 settembre del ‘93, Brusca legge un’articolo su L’Espresso in cui si parla del Cavaliere e di Vittorio Mangano

    • Riina, che non gli aveva mai parlato di questo legame con la Fininvest, è ormai in carcere

    • Brusca pensa di utilizzare Mangano per fare arrivare al Cavaliere il suo messaggio. Ne parla con Luchino Bagarella

    • Verso metà ottobre Mangano parte in missione. A novembre, come risulta da un’agenda sequestrata a Dell’Utri, l’ideatore di Forza Italia lo incontra

    • i colloqui, mediati secondo il pentito da degli imprenditori delle pulizie di Milano, proseguono almeno fino alle elezioni del marzo ‘94

    • Brusca ricorda: “Mangano mi disse che Berlusconi era rimasto contento”

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Violante, Martelli e le rimembranze. Le discordanze di Mancino. Storia di una trattativa che non si chiama trattativa.

Nicola Mancino, oggi vicepresidente del CSM, non sa, non ricorda. Ma quando Martelli, ex ministro della Giustizia dello stesso governo in cui Mancino era ministro dell’Interno, ha riferito dell’incontro fra De Donno e la collaboratrice di Falcone, Liliana Ferraro, Mancino non si è affrettato a smentire, a dire, quello che dice Martelli è destituito di ogni fondamento; no, questo non l’ha detto. Ha detto che quel che ha riferito De Donno alla Ferraro, e cioé che Ciancimino cercava coperture politiche per continuare a parlare con i Carabinieri, non si può definire "trattativa". Quindi, se parlate a Mancino di una trattativa fra Stato e Mafia, egli la negherà sdegnato. E certo, lui non la chiama trattativa. La chiama in un altro modo, che finora non ci ha voluto rivelare. Però De Donno dalla Ferraro ci è andato. Sennò avrebbe dovuto dire, non sapevo nulla di questo incontro. In sostanza, Mancino contraddice proprio De Donno, il quale afferma di non essere mai stato dalla Ferraro. E’ una menzogna, dice il carabiniere, e querelo chi mi diffama.
Bè, che cominci pure da Mancino.
Intanto, Luciano Violante, nel ’92 presidente della commissione antimafia, tornerà nella stessa per riferire di quanto detto nei mesi scorsi circa la presunta trattativa, della quale lui non sapeva nulla ma ha vaga memoria di una visita di Paolo Borsellino al ministero dell’Interno, fatto che Mancino non sa, non ricorda.

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    • L’altra sera l’ex ca­pitano dei carabinieri Giuseppe De Donno ha visto in tv Annoze­ro , come altri cinque milioni e ot­tocentomila italiani

    • ha ascolta­to il racconto dell’ex Guardasigil­li Claudio Martelli, che lo riguar­dava da vicino: nel giugno del 1992, dopo la strage di Capaci, l’ufficiale dell’Arma andò da Li­liana Ferraro, la collaboratrice di Giovanni Falcone che ne prese il posto alla direzione generale del ministero della Giustizia, per dir­le che l’ex sindaco mafioso di Pa­lermo Vito Ciancimino «aveva una volontà di collaborazione, che si sarebbe però esplicata se avesse avuto delle garanzie poli­tiche »

    • La Ferraro gli consigliò di parlarne con Paolo Borsellino e poi — ha rivelato Martelli al giornalista Sandro Ruotolo — lei stessa lo confidò al magistra­to nel trigesimo della morte di Falcone, cioè il 23 giugno ’92

    • La reazione dell’ex capitano De Donno, all’indomani della puntata di Annozero , è piuttosto decisa: «L’episodio descritto dal­l’onorevole Martelli è completa­mente falso e destituito di qual­siasi fondamento

    • quell’episo­dio non è mai avvenuto

    • Secondo un’ipotetica ricostruzione infat­ti, Borsellino potrebbe essere stato eliminato subito dopo Fal­cone perché aveva saputo dei contatti tra «pezzi» di Stato e Co­sa Nostra, e si sarebbe opposto; nell’immediato non fu un buon affare per i mafiosi, giacché la nuova strage fece immediata­mente diventare legge il «carce­re duro» e benefici pressoché il­limitati per i pentiti, ma non c’era alternativa

    • Martelli non ha fatto cenno a tutto questo, né ha usa­to la parola «trattativa» o tirato in ballo il governo

    • ha volu­to precisare che secondo lui i ca­rabinieri «non avevano alcun ti­tolo per intavolare un’azione di persuasione» con Ciancimino

    • Ma l’accenno alla «copertura po­litica » evoca quanto affermato di recente da Massimo Ciancimi­no, figlio di Vito, sulle garanzie politiche che suo padre preten­deva per continuare a parlare coi carabinieri: De Donno e l’al­lora colonnello Mori

    • Ciancimino jr, che sostie­ne di aver visto e di voler conse­gnare ai magistrati una copia del famoso «papello» con le ri­chieste di Riina, ha indicato co­me altro ipotetico «garante» ri­chiesto dal padre l’ex ministro dell’interno Mancino, oggi vi­ce- presidente del Csm

    • Il prossimo 20 ottobre deporrà in aula l’ex presidente della commissione parlamenta­re antimafia Luciano Violante che — a 17 anni di distanza dai fatti, come Martelli — ha raccon­tato di quando Mori gli chiese di incontrare «privatamente» Cian­cimino, su sollecitazione dell’ex sindaco

    • Pure su questa circo­stanza c’è totale contrapposizio­ne tra la versione di Violante e quella di Mori, che nega di aver mai proposto una simile iniziati­va all’ex deputato

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    • "Per quanto riguarda la mia responsabilità di ministro dell’Interno, confermo che nel ’92 nessuno mi parlò di possibili trattative". Nicola Mancino, oggi vicepresidente del Csm, replica così alle affermazioni fatte anche dal suo predecessore Claudio Martelli nella puntata di Annozero andata in onda ieri sera

    • Paolo Borsellino sarebbe stato informato di questa trattativa una ventina di giorni prima di essere ucciso. Quella trattativa c’è stata, ribadisce oggi Michele Santoro, ed è "continuata anche dopo la strage di via D’Amelio" aggiunge il conduttore commentando le parole di Mancino

    • Nel corso della puntata di ieri sera Sandro Ruotolo ha riferito quanto raccontato dall’ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli, secondo cui anche il giudice Paolo Borsellino sarebbe stato a conoscenza del "dialogo" aperto dall’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, che agiva come canale di collegamento tra Cosa nostra e pezzi dello Stato. Una circostanza che aggiunge ulteriori misteri alla vicenda del magistrato ucciso nell’estate del 1992 in via D’Amelio.

    • Dopo le dichiarazioni fatte ieri sera, il cronista di Annozero Sandro Ruotolo e l’inviato di Repubblica Francesco Viviano sono stati interrogati questa mattina come testimoni in procura, a Palermo, proprio a proposito delle rivelazioni sulla trattativa fra Stato e Cosa Nostra. Ruotolo, ascoltato dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dal sostituto Nino Di Matteo, ha raccontato come sono andate le cose nel corso della preparazione della puntata, confermando quanto gli è stato riferito personalmente dall’ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli e cioè che Paolo Borsellino fu informato da Liliana Ferraro del fatto che i carabinieri cercavano una copertura ‘istituzionale’ per un’eventuale trattativa con Cosa nostra attraverso Ciancimino.

    • "Desidero far presente – dice l’allora ministro dell’Interno, Nicola Mancino – che intanto si può parlare di una trattativa intavolata con lo Stato in quanto ad autorizzarla abbia dato il suo consenso chi del governo all’epoca aveva la legittima rappresentanza: il Capo del governo, il ministro dell’Interno o il ministro della Difesa. Per quanto mi riguarda, confermo che nel’92 nessuno mi parlò di simili trattative"

    • "Il riferito incontro, come ricostruito ad Annozero dall’onorevole Claudio Martelli – prosegue Mancino – fra il capitano Giuseppe De Donno e la dottoressa Liliana Ferraro, all’epoca responsabile dell’ufficio del ministero della Giustizia già ricoperto dal giudice Falcone, incontro durante il quale il capitano De Donno rappresentava la disponibilità di Vito Ciancimino a collaborare a fronte di garanzie politiche, si concluse con l’invito rivolto dalla dottoressa Ferraro al capitano De Donno di parlarne al giudice Borsellino, incaricato delle indagini"

    • si chiede Mancino, "è questa una trattativa?"

    • Da ministro dell’Interno, ricorda Mancino, diedi "immediato e decisivo impulso" a provvedimenti legislativi "adeguati a rafforzare l’azione di contrasto alla mafia"

    • Le parole di Mancino provocano la replica di Michele Santoro: "La verità è tutta da accertare. Ma sicuramente bastano le deposizioni degli ufficiali che contattarono Vito Ciancimino, l’allora colonnello Mori e il capitano De Donno, per essere certi che la trattativa continuò anche dopo via D’Amelio. Questo, per amore della verità", ha detto il giornalista

    • "Data l’importanza dell’argomento – aggiunge Santoro – vorrei semplicemente sottolineare che l’intervento della dottoressa Ferraro precedette la strage di via D’Amelio. Come siano andate effettivamente le cose è tutto da verificare, anche se Massimo Ciancimino ritiene che proprio in quei giorni la trattativa sia entrata nel vivo"

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Join the dots. Unisci i puntini. Pesce pilota e la banca intorno.

Il pesce pilota è una specie di pesce che sguazza nei mari del nord e che di solito guida tutto il resto del branco verso i lidi migliori. si dà il caso che uno dei lidi di maggior interesse e attrattiva del Nord fosse tale banca Rasini, la banca costruita intorno a te.
Che stridore con le dichiarazioni di stamane e dell’annunciato piano anti criminalità che secondo il governo in quattro anni – ma cosa dico quattro – spazzerà via la criminalità e, udite udite, anche quella organizzata. Le forze del male, le ha chiamate Mr b. Le stesse forze che – così si suppone in una sentenza (emessa il 18 marzo 2002 dalla Corte d’assise d’appello di Caltanissetta nel processo Borsellino-bis, confermata dalla Cassazione il 3 luglio 2003) – un giorno ebbero la premura di far saltare per aria il giudice che rilasciò l’intervista che segue, la quale sembra quasi fatta apposta per fargli dire cose che era molto meglio non dire. Quel giudice, quello che venne ricevuto al Viminale ma al Viminale non l’ha visto nessuno, o forse no, l’hanno visto ma solo di sfuggita, nei corridoi.
E oggi, guai a chi si riempie la bocca di verità ,guai a scrivere che le forze del male sono colluse con quelle che dovrebbero essere le forze dell’ordine (quindi del bene) ma che accettano un ordine sbagliato. Guai a rompere l’accordo oscurantista.

Un piano straordinario a lungo termine contro la criminalità. È questo il progetto del governo lanciato dal premier Silvio Berlusconi al termine del comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica con i ministri Roberto Maroni e Angelino Alfano. L’esecutivo, ha spiegato il presidente del Consiglio durante la conferenza stampa di Ferragosto, sarà «in carica per quattro anni e metterà in atto un piano a lungo termine e si spera definitivo contro le forze del male, non solo contro la criminalità diffusa ma anche contro la criminalità organizzata». Il progetto anti-criminalità, hanno poi precisato il titolare del Viminale e il Guardasigilli, partirà da settembre e sarà operativo per i prossimi 4 anni.

  • Fabrizio Calvi intervista Paolo Borsellino (tratto da "L’odore dei soldi. Origini e misteri delle fortune di Silvio Berlusconi", Elio Veltri e Marco travaglio, Editori Riuniti, 2001)

Sì, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxiprocesso e precisamente negli anni fra il 1975 e il 1980, e ricordo di aver istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane. Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come "uomo d’onore" appartenente a Cosa nostra.
Uomo d’onore di che famiglia?
Uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia della quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò – ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io, e risultava altresì da un procedimento cosiddetto "procedimento Spatola", che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxiprocesso – che Vittorio Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale del traffico di droga, di traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane.
E questo Mangano Vittorio faceva traffico di droga a Milano?
Il Mangano, di droga… Vittorio Mangano – se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti – risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo, nel corso della quale lui, conversando con altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane,
preannuncia o tratta l’arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio convenzionale che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come "magliette" o "cavalli".
Comunque lei, in quanto esperto, può dire che quando Mangano parla di cavalli al telefono, vuol dire droga.
Sì. Tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga, è una tesi che fu asseverata dalla nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta al dibattimento, tant’è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxiprocesso per traffico di droga.
E Dell’Utri non c’entra in questa storia?
Dell’Utri non è stato imputato nel maxiprocesso, per quanto io ne ricordi. So che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano.
A Palermo?
Sì, credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari.
Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri?
Non ne conosco i particolari, potrei consultare avendo preso qualche appunto… Cioè si parla di Dell’Utri Marcello e Alberto, di entrambi.
I fratelli?
Sì.
.. Quelli della Publitalia?
Sì. Perché c’è, se ricordo bene, nell’inchiesta della San Valentino, un’intercettazione fra lui e Marcello Dell’Utri in cui si parla di "cavalli". Beh, nella conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errore, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo, quindi non credo che potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo o comunque al maneggio, non certamente dentro l’albergo.
C’è un socio di Marcello Dell’Utri, tale Filippo Rapisarda che dice che questo Dell’Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontate.
Eh, Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano più numerose. Si è parlato addirittura in certi periodi almeno di duemila uomini d’onore con famiglie numerosissime: la famiglia di Stefano Bontate sembra che in un certo periodo ne contasse almeno 200. Si trattava comunque di famiglie appartenenti a una unica organizzazione, cioè Cosa nostra, e quindi i cui membri in gran parte si conoscevano tutti, e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera.
Lei di Rapisarda ne ha sentito parlare?
So dell’esistenza di Rapisarda, ma non me ne sono mai occupato personalmente.
Perché a quanto pare, Rapisarda, Dell’Utri, erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia [Francesco Paolo Alamia, ex assessore regionale siciliano ai tempi di Ciancimino, sindaco di Palermo e socio di Filippo Rapisarda, ex datore di lavoro ed ex amico dei fratelli Dell’Utri.
Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Dell’Utri e Rapisarda, non so fornirle particolari indicazioni, trattandosi – ripeto sempre – di indagini di cui non mi sono occupato personalmente.
Non le sembra strano che certi personaggi, grossi industriali come Berlusconi, Dell’Utri, siano collegati a uomini d’onore tipo Vittorio Mangano?
All’inizio degli anni ’70, Cosa nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa: un’impresa nel senso che, attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali, una massa enorme di capitali, dei quali naturalmente cercò lo sbocco, perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero, e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali.
Lei mi dice che è normale che Cosa nostra si interessa a Berlusconi?
E’ normale il fatto che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerchi gli strumenti per potere questo denaro impiegare, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro.
Mangano era un pesce pilota?
Sì, guardi, le posso dire che era uno di quei personaggi che, ecco, erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia.
Si è detto che ha lavorato per Berlusconi.
Non le saprei dire in proposito, o… anche se le debbo far presente che, come magistrato, ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo, poiché so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco addirittura quali atti sono ormai conosciuti e ostensibili, e quali debbono rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi è una vicenda che, la ricordi o non la ricordi, comunque è una vicenda che non mi appartiene. Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla.
C’è un’inchiesta ancora aperta?
So che c’è un’inchiesta ancora aperta.
Su Mangano e Berlusconi, a Palermo?
Sì.

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    • il comando generale dell’Arma ha deciso di replicare a Bocca con un comunicato del generale Leonardo Gallitelli che “respinge con fermezza e con indignazione” le “ingiustificate e infamanti accuse che si risolvono nella delegittimazione dell’operato di fedeli servitori dello Stato”. Il generale fa il furbo, scrivendo che Bocca “sorprendentemente accosta Dalla Chiesa a figure come Totò Riina e Massimo Ciancimino, entrambi arrestati dai Carabinieri”
    • peccato che quegli stessi carabinieri del Ros (Mori e De Donno) stessero trattando col mafioso Riina tramite il mafioso Ciancimino, come hanno essi stessi ammesso dinanzi alla magistratura
    • sarebbe interessante sapere se i vertici dell’Arma erano informati di quella trattativa; e chi l’aveva autorizzata
    • L’intervista rilasciata il 21 maggio 1992 da Borsellino ai giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, in cui si parla del riciclaggio del denaro mafioso al Nord e di un’indagine ancora aperta sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e lo “stalliere di Arcore” Vittorio Mangano, “testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia per il traffico di eroina”
    • come Brusca e non come Cancemi, che il Riina possa aver tenuto presente nel decidere la strage gli interessi di persone che intendeva ‘garantire per ora e per il futuro, senza per questo eseguire un loro ordine o prendere formali accordi o intese o dover mantenere promesse’…
    • Le indicazioni che offre il Brusca sono illuminanti. Per Brusca, Borsellino muore il 19 luglio 1992 per la trattativa che era stata avviata fra i boss corleonesi e pezzi delle istituzioni. Il magistrato era venuto a conoscenza della trattativa e si era rifiutato di assecondarla e di starsene zitto.
    • E’ la trattativa di Mori e De Donno con i vertici di Cosa Nostra tramite Ciancimino: “Non disponiamo di riscontri al se, come e quando Borsellino abbia saputo della trattativa che era stata avviata. Che la trattativa vi sia stata è stato confermato dal generale Mori e dal capitano De Donno.
    • anziché fermare le stragi, la trattativa del Ros le incentivò e le moltiplicò. Infatti, dopo Capaci, vi fu subito via d’Amelio e, visto che i due alti ufficiali dell’Arma continuavano a trattare, venne pianificata la strategia terroristica del 1993 (che sfociò nelle bombe di Roma, Milano e Firenze fra il maggio e il luglio del 1993).
    • Ce n’è abbastanza per dare ragione a Giorgio Bocca e torto ai suoi infami detrattori. E per dimostrare ancora una volta, semmai ve ne fosse bisogno, che non è più questione di destra o di sinistra. Oggi la scelta è fra il partito della menzogna, dell’impunità e dell’oblio, e quello della verità, della giustizia e della memoria.
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    • è insorta anche l’opposizione. "Si può – ha osservato Marco Minniti responsabile Sicurezza del Pd – discutere di tutto. Si continui come si sta facendo ad indagare su periodi tra i più dolorosi ed oscuri della storia repubblicana, ma la consapevolezza che l’Arma dei Carabinieri costituisca e abbia costituito nel passato un pilastro fondamentale nell’azione di contrasto contro le mafie non può essere messa in discussione"
    • il problema numero uno della nazione non è il conflitto fra il legale e l’illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi, ma il loro indissolubile patto di coesistenza. L’essere la mafia la mazza ferrata, la violenza che regola economia e rapporti sociali in province dove la legge è priva di forza o di consenso.
    • Eppure la maggioranza degli italiani non se ne vuol convincere, si rifiuta di crederlo e quando il capo della mafia Totò Riina fa sapere che l’assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell’ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali, il buon italiano si dice: è l’ultima scellerataggine di Riina, mette male nel nostro virtuoso sistema sociale.
    • Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, ha detto o lasciato capire che i carabinieri ‘nei secoli fedeli’ si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali, clamorosa quanto rimasta senza spiegazioni credibili la mancata perquisizione nella villetta in cui Riina aveva abitato e guidato per anni la ‘onorata società’.

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La trattativa era politica.

La trattativa era “politica”. C’era un’intenzione politica dietro le iniziative del Gen. Mori e degli agenti dei servizi segreti. Violante, allora Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, era all’opposizione. Se la trattativa era “politica”, quindi c’era l’avallo o l’impulso o l’ordine a trattare, e questo avallo o impulso o ordine non poteva che provenire da esponenti politici della maggioranza di Governo. Poteva essere che un Generale dei Carabinieri diciamo così “deviato”, per quanto deviato fosse, si presentasse da un capo dell’opposizione e rivelasse che vi era in corso una trattativa con la mafia e che questa trattativa aveva carattere politico, il tutto impunemente, senza creare alcun problema istituzionale sul controllo dei servizi di “intelligence”? Il Ministro dell’Interno cosa faceva nel frattempo? (Probabile – immaginiamo – che in questi istanti stia preparando le proprie dimissioni da vicepresidente del CSM, quale è tuttora).

“Il generale Mori mi disse che la trattativa era politica” – cronaca – Repubblica.it.

  • Per tre volte il generale Mario Mori cercò di far incontrare “privatamente” don Vito con Luciano Violante. E per tre volte il presidente della Commissione parlamentare antimafia, in quel lontano 1992, respinse l’invito.Luciano Violante
  • punto cruciale di quell’impasto di diciassette anni fa fra i Corleonesi e i servizi segreti: chi aveva “autorizzato” ufficiali dell’Arma dei carabinieri a venire a patti con Cosa Nostra? Chi aveva dato il nulla osta per avviare un negoziato con Totò Riina ancora latitante?
  • Quest’altro “pezzo” di verità l’ha rivelata Luciano Violante nella sua testimonianza – giovedì scorso
  • L’inizio della vicenda è nota. Massimo Ciancimino, il figlio prediletto di don Vito, ha raccontato ai magistrati che suo padre – già in contatto con l’allora colonnello dei Ros Mario Mori e il suo fidato capitano Giuseppe De Donno – “voleva che del “patto” fosse informato anche Luciano Violante”. Il resto l’ha messo nero su bianco l’ex presidente dell’Antimafia nel suo interrogatorio.
  • Il primo incontro. Mario Mori va a trovare Luciano Violante nel suo ufficio di presidente dell’Antimafia. “Vito Ciancimino intende incontrarla”, gli dice. Aggiunge l’ufficiale: “Ha cose importanti da dire, naturalmente chiede qualcosa”. Violante risponde: “Potremmo sentirlo formalmente”. Cioè con una chiamata in commissione parlamentare: un’audizione. Ribatte Mori: “No, lui chiede un colloquio personale”. Il presidente Violante congeda l’ufficiale con un rifiuto: “Io non faccio colloqui privati”.
  • Dopo un paio di settimane Mario Mori, al tempo vicecomandante dei Ros, torna alla carica […] insistette ancora e con garbo che io incontrassi Ciancimino.
  • Fu a quel punto che Violante chiese se la magistratura fosse informata di questa voglia di “parlare” dell’ex sindaco di Palermo. Fu a quel punto che l’ufficiale dei carabinieri pronunciò quelle parole: “Si tratta di cosa politica… di una questione politica”.
  • Lo scenario che affiora dalle nuove testimonianze – fra Palermo e Caltanissetta non c’è soltanto quella di Luciano Violante – e dalle nuove indagini scopre l’esistenza di un patto cercato da diversi protagonisti e a più livelli. Non c’è stato solo e soltanto Mario Mori dei Ros. C’è stato anche quel “Carlo” che frequentava don Vito da almeno quindici anni, un agente segreto che il “papello” di Totò Riina l’ha avuto materialmente nelle mani. E, a quanto pare, adesso, ci sono “mandanti” politici che quella trattativa volevano a tutti i costi. La vera svolta sui massacri siciliani del ’92 ci sarà pienamente solo quando i magistrati identificheranno quegli altri nomi, i nomi di chi aveva approvato o addirittura suggerito di mercanteggiare con i boss.