Dalla lettera di Veltroni ai riformisti: affinità e divergenze fra l’ex compagno Walter e me

Torna dall’ombra del suo ex governo ombra il Walter. Perché qui in Italia le sconfitte elettorali non pensionano mai nessuno, i fallimenti politici men che meno. Si resta sempre, in sella, si ritorna in “vita”, come fece il buon vecchio Scajola, defenestrato per quella casa regalata e ora novello capo corrente nel derelitto PdL.

Veltroni, più che pretendere per sé nuove poltrone, cariche onorifiche, ruoli di responsabilità nel partito, scrive. Scrive ai giornali incitando al nuovo ‘riformismo’. Cerca invano, cioè, di tornare alla fase più alta – ma fugace – della sua vita politica: il discorso del Lingotto.

Comincio con il dire che della sua lettera a Repubblica non condivido in primis l’analisi iniziale. Leggete:

CARO direttore, ci sono momenti, nella storia collettiva, in cui la campana suona per tutti. Il disordine, figlio dei cambiamenti, spaventa e mette alle corde. Ma costringe anche a fare salti e a riprogettare, a pensare in grande , a ritrovare profondità. Solo vent’anni fa nelle case non esistevano i computer ed invece esistevano l’Urss e la Jugoslavia e , in Italia, la Dc e il Psi. La fabbrica era ancora il centro del ciclo produttivo e la struttura sociale era solida e "aggregata". E’ nata una nuova dimensione del sapere e del comunicare, la rete, che ha completamente mutato le dinamiche delle relazioni umane e sociali. Si è fatta strada , in Occidente, la precarizzazione del lavoro e della vita di intere generazioni per le quali- come la mano di uno di loro ha scritto furtiva -" non c’è più il futuro di una volta" (LA LETTERA – Il riformismo può salvare l’Italia ecco i punti del cambiamento, di Walter Veltroni).

Vent’anni fa non esistevano i computer. O meglio, esistevano ma non erano diffusi a livello massivo. E’ vero, la rete ha cambiato il mondo. Ma non è vero che la struttura sociale si sia disaggregata per essa. Anzi, la rete, oggi, ha innescato un processo di nuova aggregazione. Non più basata sulla consapevolezza dell’appartenenza di classe, bensì sull’agire comunicativo. Io scrivo sul blog, parlo in rete, mi esprimo e interagisco con altri come me, su un piano di assoluta parità (questo almeno finché la rete resterà “neutrale”). Secondo Veltroni, il mondo “ha negato a una intera generazione la possibilità di raggiungere persino la minima sicurezza sociale”: non è stato il mondo, no. Dire che è colpa del “mondo” è fare i fatalisti. Coloro i quali hanno tagliato le gambe alla nuova generazione sono tutti lì, sono ancora tutti al governo, più o meno. Alcuni sono morti, altri si sono dimessi. Altri ancora sono passati di casacca. I più si tengono abbarbicati al loro privilegio, al loro scranno. Hanno disegnato questo mondo terribile e senza futuro agli inizi degli anni novanta, quando il muro di Berlino era caduto, la Germania riunificata e l’Unione sovietica fallita. Hanno messo al centro un sistema di mercato basato sullo scambio del nulla. Hanno venduto aria fritta. I nomi? Le banche, per esempio. Italiane o straniere che siano. Poco importa. Loro hanno truffato il globo intero. Hanno decuplicato il debito. Le industrie hanno delocalizzato, ma soltanto perché a Bruxelles si è deciso di aprire indiscriminatamente il mercato ai prodotti cinesi, di aprire il mercato all’Est Europa, non in vista di una effettiva liberalizzazione, ma soltanto per consentire utili facili a imprenditori senza alcuna visione del futuro.

Bisogna cambiare, dice Walter. Non bisogna dire “no” al cambiamento: “il no è anche la parola preferita dei conservatori” […] “oggi prevalgono movimenti che sembrano fare del no la ragione stessa della propria identità. Il no si diffonde più velocemente e facilmente dei si, è rassicurante e identitario. Ma finisce col concorrere al caos e ai pericoli che il caos genera”. E invece coloro che dicono no (penso alla Val Susa) sono coloro che vogliono contare nel processo decisionale. Vogliono riprendere in mano il proprio destino, che è stato delegato per voto a degli incompetenti. Vogliono – in poche parole – riprendersi la politica. Ovvero riprendere e governare e poter determinare quel sistema di regole che sottende alla vita comune. Riprendersi la politica equivale a riprendersi quel futuro che lo stesso Veltroni afferma sia stato sottratto a una intera generazione.

Ma lui vuole propagandare la sua ricetta politica. Tende cioè a commettere l’errore che contesta agli altri: la ricerca della “popolarità di un momento”. Farà chiasso questa ennesima uscita del primo segretario del Pd. Afferma che il riformismo non è una passeggiata di salute. Sciorina la sua proposta politica, che non è esattamente quella del suo partito. Fa, ancora una volta, il segretario ombra di Bersani. Una forma di controcanto. Alcuni progetti sono persino condivisibili (unioni civili). Ma nel complesso, questa enfasi nel Riformismo come medicina per tutti i mali, pare essere una scorciatoia comoda. Bisogna sì riformare, ma aver anche l’onesta intellettuale di ammettere le proprie colpe, che sono le colpe del riformismo degli anni novanta, del blairismo, del mercatismo e della globalizzazione. Bisogna avere il coraggio di riaffermare i diritti sociali, messi a dura prova dai tagli di bilancio pubblico. Perché la salvezza passa per Noi.

Fini-PdL: sui pullman di squadristi l’opera di una ex velina?

Attenzione poiché domenica, in quel di Mirabello, sono attesi avvenimenti indimenticabili: anche presunti lettori di Libero con copie delle dieci domande da presentare a Fini, sul palco. Ieri si parlava addirittura di pullman di contestatori pidiellini doc da infiltrare fra i sostenitori del Presidente della Camera e organizzare la protesta di piazza.

Si parla di un coinvolgimento nelle manovre per il reclutamento di urlatori di piazza di tale ex velina, al secolo Francesca Pascale, proveniente “dal club Silvio ci manchi, sempre presente ai rendez-vous napoletani del Cavaliere per pochi intimi all’Hotel Vesuvio oltre che consigliere provinciale” (Giornalettismo.com). La Pascale è una delle fervide menti uscite dalla scuola di politica che B. tiene a Villa Certosa insieme ad altre decine di ragazze come lei aspiranti veline prestate al duro lavoro della politica.

[La Pascale] è stata intervistata dal Corriere del Mezzogiorno anche in relazione alla sua partecipazione come valletta a Telecafone su TeleCapri e ad altre trasmissioni più o meno famose […] la corrente di Cesaro e Cosentino, ha le idee chiare: “LA CIVETTUOLA ‘teleCAFONCELLA’, SCARICATA DAI POLITICI CAMPANI PER INCAPACITA’, MAGNIFICANDO ‘PILOTATE’ RELAZIONI CONFIDENZIALI CON IL PREMIER , FA DA VENTRILOQUA AI VARI BOCCHINO, VITO, POMICINO, MARTUSCIELLO & COMPANY . LA BUFALA DOMENICALE RACCONTATA AL QUOTIDIANO ‘La Repubblica Napoli’”, scrive in una nota intitolata significativamente “L’EQUIVOCA E SGUAIATA ‘BOCCHINIANA’ FRANCESCA PASCALE PRO DOMO SUA”

Ebbene, la Pascale era in quota Bocchino quando Italo Bocchino non aveva ancora lavato i panni in casa Fini. Poi la Pascale ha abbandonato i vari Cesari e Cosentino e Bocchino per venir reclutata dai Promotori della Libertà della Brambilla. Un salto triplo che ora le vale – a quanto sembra – un incarico di rilievo nella rete ombra della Ministra del Turismo. La gola profonda citata da Generazione Futura ieri, tale Vitale Mattera, militante napoletano del PdL, ha ribadito tutto in una intervista a La Repubblica: la Pascale lo ha chiamato per chiedergli la disponibilità per andare al comizio di Fini per contestarlo durante il suo discorso. Questa la strategia messa in atto: far fare una pessima figura al ‘traditore’. Strategia chiarita – fra le righe – da Vittorio Feltri stamne nel suo articolo in prima pagina:

Per chi non l’avesse colto, questo è un malcelato intento di rinfacciare a Fini il diritto di critica. Chi di spada ferisce…

C’è un trojan nel PdL: si chiama Generazione Futura.

Il dopo regionali si presta a essere un periodo politicamente teso. Le grandi manovre interessano in primis il PdL, il partito del padrone. Qui qualcuno ha nottetempo inserito un virus, un trojan, pronto a svuotare il partito della sua antica linfa berlusconiana per sostituirla con quella più fresca di origine finiana. Fra l’8 e il 9 Aprile debutterà a Perugia il movimento “Generazione Futura”, opera di Gianfranco Fini che nasce con la deliberata intenzione di promuovere la leadership di sé medesimo in seno al partito.
La notizia ha fatto balzare sulla poltrona più d’uno. L’equazione è molto semplice: il PdL ha un unico solo leader e soprattutto “non avrà altro leader al di fuori di Lui”, l’unto dal Signore. Perciò, se qualcuno fonda una – diciamo – corrente e dice che questa corrente ha lo scopo di promuoverne la propria leadership, allora questo qualcuno si pone in concorrenza con chi pretende di essere leader a vita di questo partito. Fini, dopo le regionali, romperà gli indugi. Aprirà la campagna del 2011, quella della “reconquista” del partito da parte dell’ex segretario di An.
Fini, dopo il primo predellino, ha perso tutto: partito e colonnelli (La Russa, Matteoli e soprattutto Gasparri sono al soldo del biscione). La lunga sofferenza di Fini, mitigata dal ruolo istituzionale che riveste, è giunta sporadicamente alla ribalta con piccoli distinguo, parole rubate da microfoni rimasti accesi, brevi esternazioni sul partito che “così com’è, non mi piace”.
Allora il progetto della Reconquista comincia con il partito, in cui Fini è minoranza: alla Camera, i finiani pronti a rispondere non sono più di trentacinque, quaranta; al Senato, meno di venti. Il partito de lealisti è molto coeso. C’è sempre qualcuno pronto a portare la testa di Fini su un piatto d’argento al cospetto del Capo. Cosa non si farebbe per poter accedere al “paradiso” di Palazzo Grazioli.
Fini ha stilato una serie di priorità: primo, non prenderle, quindi via con il reclutamento di nuovi iscritti “fedeli alla linea”; seconda mossa, una volta raggiunto e superato il quorum del 40% del consiglio nazionale (è questa la terra da colonizzare), chiederà di aprire il congresso nazionale. Solo in quell’istante potrà esser dichiarata aperta “la guerra della destra”. E forse così si aprirà la grande crisi, prologo di una nuova era per la politica italiana.

    • [Fini] non ha nessuna intenzione di dividere o addirittura di lasciare il Pdl, ma, al contrario, l’obiettivo è quello di far crescere e rafforzare un partito che certo, così com’è, a Fini non piace
    • Assai tiepidi gli ex colonnelli di An, i vari Ignazio La Russa, Altero Matteoli e Maurizio Gasparri, che preferiscono evitare commenti e ripetono all’unisono una parola d’ordine: «Ora bisogna pensare al voto»
    • basti che non si pensi, però, di fare qualcosa che voglia sostituire il Pdl
    • Tace il sindaco di Roma Gianni Alemanno, geloso custode del suo ruolo istituzionale
    • «Ogni iniziativa politica che introduce idee, che favorisce il dibattito all’interno del Pdl -afferma la ministra della Gioventù Giorgia Meloni- dà un senso alla sua nascita. Questo nostro partito è una cosa vera, non una fiction televisiva. Vi si confrontano alla luce del sole tesi e persone.
    • «È un progetto che si inserisce in un rapporto leale con il Pdl. Un movimento d’idee», afferma Fabio Granata, che non teme di pronunciare la parola “corrente”, «un termine antico ma che rende meglio il concetto»
    • Tra gli ex Forza Italia i toni sono assai più ruvidi. Dice Giorgio Stracquadanio, direttore del quotidiano “Il Predellino”: «Ho sentito parlare Bocchino e l’ho visto impegnato a dire che cosa non è ‘Generazione Italià. Poi, se non ho capito male, ha detto che serve a costruire la leadership di Fini. Io ho un’altra idea: leader si nasce.
    • «Qualcuno pensa che il Pdl debba avere una nuova leadership? -si chiede Stracquadanio-. Va bene, contiamoci pure, così vedremo ancora una volta chi si dimostrerà leader»
    • «Ormai -afferma Napoli- la creazione di questa corrente stava nelle cose. Non è nient’altro che la conclusione di un percorso creato da lungo tempo, che si concretizzava nelle differenziazioni continue da parte dei finiani sia sui provvedimento legislativi che sui principi di linea politica»
    • Gaetano Quagliariello, presidente vicario dei senatori del Pdl, lo dice a chiare lettere: «Credo che bisogna approfondire il significato di questa iniziativa. Si è detto che ‘Generazione Italià nasce per trovare e aggregare consensi attorno a una leadership», quella di Fini. A «questo punto, mi chiedo se si parla di leadership in antitesi ad un altra, ovvero si vuole definire una nuova leadership correntizia. In ogni caso, lo ripeto ancora, questi problemi vanno posti e definiti dopo le regionali»