Il PdL ridotto a partito di nostalgici

Genova: 8.83%; Verona 5.43%; Parma: 4.79%. Ed erano città che vedevano il Popolo della Libertà sempre sopra il 25-30%. Come commentano i superstiti del PdL? Così Franco Frattini:

Signore e signori, Mara Carfagna:

Prosegue dal blog: Il partito ha resistito ad una prova difficilissima, nella quale si è gettato senza alleati, provato dal sostegno ad un governo che, finora, si è connotato per un pesante aggravio della pressione fiscale. Il Pdl non ha nulla da rimproverarsi: ha affrontato questa sfida esprimendo candidati competitivi, coraggiosi, e pagando lo scoramento dei suoi elettori delusi dalle dimissioni del governo Berlusconi. L’arretramento generale di tutti i partiti che compongono la maggioranza di Mario Monti, il balzo in avanti degli “outsider”, dimostrano che è necessario sterzare le politiche pubbliche sulla crescita, abbandonare il rigorismo, bocciato nelle urne anche in Francia e in Grecia.

Nei mesi che ci separano alla scadenza naturale della legislatura chiederemo al governo di invertire la tendenza e di ascoltare i nostri elettori più di quanto abbia fatto finora: dal canto nostro, come partito, ci impegneremo per approvare la riforma dell’architettura dello Stato, cambiare la legge elettorale restituendo il diritto di scegliere i parlamentari ai cittadini, ridurre e rendere trasparente il finanziamento ai partiti (www.maracarfagna.net).

A botta calda subito si fece sentire l’ex Ministro della Difesa Ignazio La Russa:

Esattamente l’opposto di quanto scritto e pensato dalla Carfagna. Che dire, le analisi sul voto sono il loro forte. Hanno sempre il polso della realtà.

In serata si è fatto vivo Angelino Alfano, il segretario della Storica Sconfitta (che forse sancisce definitivamente il tramonto della Seconda Repubblica e l’inizio della Terza, scandita come fu la seconda dal crollo dello status quo del sistema politico):

Immediate le conseguenze sul governo:

Alcuni commentano lasciando intendere che Alfano non abbia alcun futuro come segretario:

E attenti perché il popolo del web azzurro è in rivolta e per Alfano non c’è scampo:

Eppure se chiedete agli ex notabili berlusconiani, essi vi risponderanno:

Ma nessuno di Voi si è accorto che quelle percentuali sono percentuali da partito di nostalgici? E’ un dato: è stata voltata pagina con un secondo schiaffo (il primo fu la Primavera milanese). Dice il saggio: porgete l’altra guancia, ovvero il 2013 si avvicina.

 

Il senso di Marta Vincenzi per le Primarie

Fra i luoghi comuni dei giornalisti italiani, oltre alla figura retorica del popolo del web, del popolo de web che si indigna e che si ribella come un ‘sol uomo’, aggiungerei ora quella del PD che perde le primarie. La disfatta del PD. E’ sempre una disfatta, per il PD. Mai si dice che hanno vinto gli elettori. Mai si dice che è pure nella logica delle primarie di coalizione il fatto di perdere una competizione elettorale fra esponenti del medesimo schieramento partitico. Altrimenti, se si volesse sempre vincerle le primarie, si potrebbe anche non farle. Molto più comodamente, senza chiedere due euro a nessuno.

Ma tant’è, oggi è anche andato in onda un caso più unico che raro di sfogo via twitter – che ho documentato a sufficienza qui – del sindaco di Genova Marta Vincenzi, già annichilita dall’alluvione di novembre e da quella leggerezza colpevole con cui si affrontò l’emergenza, incapace a mio modo di vedere di comunicare con la città né attraverso il dolore né attraverso il raziocinio. Vincenzi si è paragonata a Ipazia, martire uccisa dal fondamentalismo cristiano nel 370 d.C., ha sbraitato contro tutti, guadagnandosi peraltro una fila di commenti ingenerosi sulla sua pagina facebook. Ne scriveranno i giornali, domani, e potrete indignarvi per le sue parole.

Il punto è un altro. E cioè che il PD vince ogni volta – dico ogni volta – che si riescono a celebrare le primarie. Perché se esistono due candidati del PD a Genova, entrambi perdenti, è grazie alle primarie. Se esiste un candidato di una lista civica, il professor Doria, che può andare allo scontro con il candidato di centro-destra, è sempre grazie alle primarie. Soprattutto, è grazie alle primarie che questo candidato è il frutto della scelta dei cittadini, sì, dei cittadini, e non della scelta di un gruppo dirigenziale di un partito chiuso in quattro pareti in un palazzo di Roma. Continuare a sottoporci la medesima raffigurazione del PD diviso, del PD lacerato, del PD confuso, è sbagliato. Il clima a Genova non è più un clima favorevole all’attuale sindaco. Il clima è cambiato. E’ bene rendersene conto. Gli elettori del PD lo hanno detto ieri, e dico pagando di tasca propria due euro, che non era più il caso di proporre la Vincenzi. Lei non se ne è accorta. Chiusa nel proprio tormento, ha evitato di guardarsi attorno quando invece l’unica decisione da prendere era di ammettere le proprie responsabilità nei giorni successivi all’emergenza.

A molti – e anche al sottoscritto – la boutade su twitter era subito parsa eccessiva, forse frutto di un hackeraggio del suo account. Ma ancor più eccessive sono le dimissioni dei segretari provinciale e regionale del PD, Basso e Rasetto. In che modo e in che senso il loro operato è stato messo in discussione dall’esito delle primarie? Non è possibile che pezzi del partito crollino a terra come cornicioni ogni volta che un candidato PD perde delle primarie. Ora il candidato PD a Genova è Marco Doria. E basta.

Soldati senza divisa: la storia e le incongruenze dei tre connazionali reclusi in Libia

Qualcuno si sarà sorpreso per la storia dei tre italiani reclusi nel carcere di Abu Shalim da un mese e liberati dai ribelli. Tre agenti di sicurezza, creduti spie, malmenati dagli sgherri del regime, chiusi in una galera libica. Fin qui nulla di particolarmente diverso dalle solite storie di lavoratori all’estero, caduti rapiti o incarcerati nei più pericolosi teatri di guerra. Eppure, se indugiaste un po’ più a lungo sulle cronache dei giornali, scovereste un lungo elenco di stranezze.

Ecco quelle più importanti, a parer mio:

  1. Nessuno ne denunciato la scomparsa. Prendete ad esempio la vicenda dell’operatore di Emergency rapito in Darfur: sebbene i giornali mainstream abbiano altro di cui occuparsi, soprattutto in rete e se ne parla e si fanno seguire gli appelli per la liberazione. La Farnesina ha attivato i consueti canali di mediazione per ottenerne la liberazione. Invece dei tre contractors (?) italiani in Libia non è stata nemmeno denunciata la scomparsa. La madre di uno dei tre, Luca Boero, genovese abitante nell’entroterra alessandrino, ha rivelato di aver provato a contattare il figlio al cellulare per un mese senza riuscirci. Condotta curiosa, per una madre che non sa dov’è il proprio figlio. Non ha pensato minimamente di fare denuncia di scomparsa dopo un mese di tentativi?
  2. I tre italiani stavano cercando di sconfinare in Libia dalla Tunisia. Entrare clandestinamente in un altro paese non è proprio la miglior cosa. Ricordate cosa facciamo noi ai clandestini? Li chiudiamo nei CIE, centri di identificazione ed espulsione. I nostri dovevano andare ad un appuntamento nei pressi di Ben Gardane. Ben Gardane  si trova “a 499 km da Tunisi ed a soli 32 km dal confine con la Libia dal villaggio libico di Ras Ajdir” (wikipedia). Non si capisce perché, se uno ha un appuntamento a Ben Gardane, prima del confine libico, poi si ritrovi al di là dello stesso. Poiché è chiaro che se uno si trova in territorio libico e va a Ben Gardane non ha alcuna ragione di esser fermato e incarcerato dalla polizia di Gheddafi: si suppone che sia entrato in Libia con il visto turistico almeno, e che ne abbia uno analogo per entrare in Tunisia. Altrimenti, è chiaro, i tre dovevano trovarsi in territorio tunisino e dovevano andare a Ben Gardane per ottenere quel lavoro, poi, per ragioni ignote, hanno sconfinato illegalmente.
  3. Il lavoro era molto probabilmente fare da security a una famiglia libica. Non si comprende perché il loro datore di lavoro abbia preferito far entrare i tre illegalmente nel paese anziché fargli ottenere un visto.
  4. Luca Boero ha una vicenda personale paradigmatica: 42enne, nato a Genova ma residente a Garbagna, in provincia di Alessandria, è esperto di arti marziali, cultore del fisico e della forma, era stato nei reparti speciali dell’Esercito. Qui aveva collezionato diverse esperienze e missioni all’estero. Era stato in Kossovo ed in Bosnia. Poi aveva abbandonato la divisa e si era congedato. Aveva preso il diploma di investigatore privato e lavorato come addetto alla sicurezza anche per la Ibsa, la stessa società di sicurezza e formazione della quale aveva fatto parte anche Fabrizio Quatrocchi. Un soldato senza divisa. Come Quatrocchi, Cupertino, Stefio, tre dei quattro rapiti in Iraq nel 2004: ex carabiniere, ex militare dell’esercito, ex parà. Boero ha militato nei “reparti speciali dell’Esercito”. Non è chiarito quali. Boero opera nel settore “sicurezza” con guadagni anche di ventimila euro al mese. Chi doveva proteggere in Libia? E’ probabile che non fosse la prima volta che Boero si trovava all’estero per “missioni” di questo genere. Sui giornali raccontano di una sua residenza solo occasionale: “«Lo vediamo quando non è a Genova o all’estero per lavoro », dicono gli amici del bar.” (Agenfax).
  5. IBSA, Investigazioni, bonifiche ambientali e servizi sicurezza, ha un ufficio proprio a Genova, in via Odero Attilio.

Scuola Diaz, il bestiario del Governo dopo la sentenza d’Appello

Ribaltata la sentenza di primo grado sulla mattanza alla Suola Diaz: condannati, fra gli altri, a quattro anni Franco Gratteri, oggi capo dell’Anticrimine; Giovanni Luperi, ai vertici dell’Aisi, i servizi segreti; a tre anni e otto mesi Gilberto Caldarozzi, capo del Servizio centrale operativo; agli anni di pena detentiva si sommino anche i cinque anni d’interdizione dai pubblici uffici.
Le reazioni?

Il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano ha replicato a chi chiedeva le dimissioni immediate delle persone condannate: «Questi uomini hanno e continuano ad avere la piena fiducia del sistema sicurezza e del ministero dell’Interno […] «è una sentenza che non dice l’ultima parola, in quanto afferma l’esatto contrario di quanto era stato stabilito in primo grado e quindi ora andrà al vaglio della Corte di Cassazione». Questo non significa, prosegue «che alla Diaz non sia successo nulla, ma la sentenza di primo grado aveva individuato delle responsabilità e distinto le varie posizioni»

Il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto: è una sentenza che criminalizza tutto e tutti e fa propria la tesi dei no-global che è totalmente accusatoria nei confronti delle forze dell’ordine e del tutto assolutoria nei confronti di chi ha provocato danni gravissimi, morali e materiali, alla città di Genova [il processo non è relativo ai danni subiti dalla città di Genova, ma a quelli subiti dai no-global, soprattutto addetti stampa stranieri e volontari delle associazioni, che risiedevano
alla Scuola Diaz, usciti a pezzi dopo la retata della Polizia. Una notte da ‘macelleria messicana, è stata così ricordata
].

Dulcis in fundo: il vice presidente dei deputati del Pdl, Osvaldo Napoli, secondo il quale "il rovesciamento del verdetto di primo grado è un brutto segnale che si trasmette al cittadino sempre più disorientato nei confronti di una magistratura così radicalmente oscillante nella valutazione di una vicenda grave".

Senza parole.

De Gennaro assolto. Non vedo, non sento, non parlo.

Commentando il processo farsa sulla mattanza alla Diaz e la sentenza che assolve De Gennaro, non si può prescindere dal ricordare che per processare dei poliziotti bisogna che la polizia e il Ministro dell’Interno li faccia da parte, ovvero li sollevi dalle loro proprie funzioni. Per De Gennaro, Mortola e Colucci ciò non è stato, anzi lor signori hanno fatto carriera. E nel mentre si svolgevano le indagini, dalle loro postazioni hanno potuto inquinare, insabbiare, intimorire, depistare, il tutto con la complicità e l’ossequio dei colleghi, de superiori e dei sottoposti. Gli Assolti sono stati difesi dal gruppo, il gruppo li ha coperti, non rispondendo alle domande dei giudici, e il processo è diventato un processo all’intero corpo di Polizia. Che nelle notti di Genova ha difeso l’onore, le armi, ha combattuto eseguendo gli ordini, avendo l’obiettivo unico di regolare i conti con il Nemico una volta per tutte.

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    • In nome di quale legge sia stato assolto Gianni De Gennaro lo spiegheranno i giudici che ieri hanno raccolto il plauso quasi unanime del mondo politico

    • Gianni De Gennaro è uomo troppo potente per sporcarne il curriculum con il sangue di una macelleria notturna

    • è già un bel problema. Che diventa enorme se calato in quel che è stata Genova 2001, nel messaggio che manda ancor oggi con questa sentenza – a otto anni di distanza da Carlo Giuliani, dalla Diaz, da Bolzaneto. Quando un’intera generazione venne cacciata militarmente dalla politica

    • Dalle caserme genovesi – dove c’era anche Gianfranco Fini – e dalle stanze del potere romano – dove c’era Gianni De Gennaro – un potere che si proclamò «stato» disse a migliaia di giovani che non li voleva tra le scatole, che non aveva bisogno di loro, che anzi erano tutti nemici

    • «Cancellateli dalla scena pubblica»

    • Contribuì non poco a impoverire la scena politica, a renderla miserabile come oggi la vediamo

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    • clamoroso passaggio contenuto nelle carte depositate nei giorni scorsi presso l’ ufficio del giudice per le indagini preliminari.

    • Dove i pubblici ministeri che vogliono fare chiarezza sulle presunte menzogne di Colucci – istigate da Gianni De Gennaro e Spartaco Mortola – dipingono un quadro sconcertante del processo per il famigerato blitz alla scuola Diaz

    • Un procedimento inquinato fin dall’ inizio dalla Polizia di Stato

    • Il riferimento non è tanto alla prima fase investigativa

    • Ci sarebbe molto da dire sulla collaborazione al rallentatore da parte della questura genovese, che doveva collaborare alla identificazione dei partecipanti all’ operazione – e infatti ancora adesso ci sono decine di poliziotti senza nome

    • Ci sarebbe altrettanto da dire su quel verbale firmato da 14 persone, una delle quali non si è mai saputo chi fosse

    • Per non dire dei pasticci con cui è stata gestita la regina delle prove fasulle: le due bottiglie molotov, distrutte "per errore" dagli uomini che dovevano custodirle

    • c’ è un altro momento desolante in questa storia ed è proprio quello legato alle udienze

    • Ai "non ricordo", ai "non so" pronunciati da tanti poliziotti e funzionari

    • in molti casi si sono addirittura rifiutati di rispondere

    • Ha così un valore doppio il passaggio – inedito al pubblico – contenuto in una richiesta di proroga delle intercettazioni telefoniche che era stata formulata dalla procura

    • Scrivono, i magistrati: «Siamo in presenza di una concordata attività di inquinamento della istruttoria dibattimentale che vede compatta la struttura della amministrazione: dai suoi vertici gerarchici, che temono di essere coinvolti, sia pur al livello di responsabilità politico-amministrativa, nei fatti oggetto di accertamento giudiziale a carico di alcuni imputati, fino ai livelli subordinati, in un indistinto fronte in cui operano testimoni, imputati, funzionari vari in rapporto gerarchico con costoro»

    • Ma non sono la polizia a partire dai sui "capi" vuole inquinare il processo Diaz

    • L’ obiettivo è anche quello di gettare fango sui magistrati che indagano. «Tale fronte comune è diretto ad uno scontro finale e frontale con i magistrati della pubblica accusa, indicati come persecutori con finalità politiche e nei confronti dei quali si sollecitano e si preannunciano, anche in modo inquietante, iniziative dirette al discredito non canalizzate processualmente»

    • l’ ex questore di Genova. L’ attuale prefetto. Che in barba alle più elementari norme della giustizia chiacchierava con un imputato (Mortola) del procedimento su cui era stato chiamato a testimoniare

    • Che parlava al telefono e veniva avvertito dai colleghi della presenza di "cimici"

    • il Colucci che ha ricevuto avviso di garanzia e invito a comparire, continua ad essere contattato e a contattare su temi rilevanti dell’ indagine numerose persone

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Memento Genova. Il Fini riciclato e la strategia del dissanguamento.

Ma certo, ora la platea della festa democratica s’innamora del Fini prodigo, l’unico antagonista di Mr b rimasto in scena. L’alfiere della democraticità. La stessa Genova che una volta in Luglio fu teatro di un massacro, massacro a cui il Presidente Fini ieri, commentando la sentenza della Corte Europea di Strasburgo sul carabiniere Placanica che sparò a Carlo Giuliani "per legittima difesa", non ha minimamente fatto cenno. Genova dimentica. La Genova che va alla Festa PD. E Fini, il riciclato, è proprio lo stesso uomo che seguì il massacro in diretta dalla Questura, l’uomo che oggi saluta con applausi la sentenza della Corte e che nulla dice della mattanza della Diaz e di Bolzaneto.
Il novello campione della laicità, che dice d’essere contro il DDL Calabrò, che invoca a mezzo sito web – FareFuturo – un soft law sul fine vita, non dice una parola sul fatto che la soft law è già un atto del Senato, a firma Ignazio Marino, che andrebbe solo messa in ordine del giorno e votata.
A chi ci capisce di marketing suggerisco un approccio all’analisi: il PDL come partito contenitore, la piattaforma multi canale onnicomprensiva di qualsiasi sfumatura politica, un grande blockbuster per le famiglie, che va dal progressista Fini, al conservatore putiniano Berlusconi, per chiudere il cerchio con la destra xenofoba della Lega. Così mettono in atto la strategia del dissanguamento di voti che ridurrebbe il PD allo status di nano politico in forma perenne.

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    • Alla fine gli hanno chiesto pure l’autografo. Festeggiato Fini, come era previsto. Applausi convinti, seppure in una serata dalla temperatura (quella emotiva) non elevatissima, stante l’aplomb dei protagonisti e la serietà dei temi trattati.
    • E la notizia c’è. Arriva alla fine, quando il presidente della camera elogia la sentenza della corte europea che ha sancito che l’agente Placanica 8 anni fa, in quella maledetta piazza Alimonda che non è troppo lontano da questa Festa, sparò al giovane Carlo Giuliani per legittima difesa, sfidando una contestazione che invece, un po’ a sorpresa, non arriva. Al suo posto, anzi, un applauso. «È la cosa che mi ha colpito di più», riconosce a dibattito concluso lo stesso Fini.
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    • Lena Z., giovane cittadina tedesca, la sera del 21 luglio 2001 si trovava insieme ad altri 92 no-global all’ interno dell’ istituto di via Cesare Battisti
    • Venne massacrata di botte, umiliata ed ingiustamente arrestata.
    • Sembra impossibile credere che uomini della Polizia di Stato si siano comportati in maniera tanto inutilmente violenta e crudele: pure, in aula non era in discussione l’ avvenuto bagno di sangue, l’ indegna mattanza, quanto l’ identificazione dei singoli responsabili.
    • A Genova, dove il massacro è dato per scontato, i funzionari del Ministero dell’ Interno sono stati tutti promossi.
    • Lena Z.: «Ho preparato il sacco a pelo e ho mandato un sms. All’ improvviso ho sentito delle urla e delle finestre che si spaccavano, e sono uscita dall’ aula e sono andata fino lì per vedere che succedeva». L’ irruzione della polizia. «Avevo in quel momento la sensazione che questi ci avrebbero ammazzato di botte. Si poteva sentire la violenza nell’ aria. Ci siamo nascosti in una piccola dispensa al quarto piano, quando abbiamo sentito passi molto pesanti da stivali. Si sentiva dei rumori come se la polizia picchiasse con bastoni contro il muro. Sono rimasta nella dispensa con le mani alzate. Un poliziotto è venuto lì e mi ha preso per i capelli e sono rimasta fuori con le mani alzate davanti ai poliziotti. Hanno iniziato a picchiarmi con i bastoni sulle spalle e sulla testa. Mi hanno colpito con dei calci nella schiena, sulle gambe, mi hanno picchiato sul fianco con i bastoni e ho cercato di pararmi dai colpi con le braccia sulla testa. Mentre mi picchiavano sentivo le costole rompersi. Poi la polizia mi ha tirato su e buttato contro il muro. Alla parete c’ erano dei ganci per appendere le giacche e avevo la sensazione che mi potevano entrare questi ganci mentre mi buttavano contro la parete. Poi un poliziotto mi ha dato una ginocchiata in mezzo alle gambe e hanno continuato a picchiarmi e io sono scivolata contro la parete. Quando ero per terra hanno continuato a colpirmi».
    • «Avevo la sensazione che si divertissero mentre mi stavano picchiando e che mi venivano fuori dei rumori mentre mi picchiavano sullo sterno. Avevo la sensazione che quando mi uscivano questi rumori dessero più gioia alla polizia, come se li incitasse». «Poi mi hanno buttato giù dalle scale, sono caduta di pancia. A destra e a sinistra c’ erano poliziotti che camminavano di fianco a me e mi colpivano alla nuca e con i manganelli sulle dita. Un poliziotto mi ha alzato e trascinato per i capelli. Non potevo più camminare e le gambe pendevano dietro. La polizia che camminava dietro di me continuava a picchiarmi sulle gambe e sulla schiena. Vedevo solo macchie nere. Mi hanno gettato su altre due persone che erano nel corridoio. Non si sono mossi e io ho chiesto loro se erano vivi o morti in inglese. Ma non mi hanno risposto. Mi sono accorto che avevo la faccia insanguinata. Era una sensazione di terrore totale. E pensavo che sicuramente mi avrebbero ammazzato. La polizia e’ passata accanto a me e mi sputava in faccia, ognuno di loro. Si erano levati il foulard rosso dalla bocca». «Poi sono stata portata attraverso il cortile e fuori. Era buio, si potevano vedere i flash, la gente urlava, e mi facevano male gli occhi per i flash».
    • Pronto soccorso del San Martino. «La prima cosa che mi ricordo e’ che c’ erano tanti medici intorno al mio letto, e un medico mi ha spiegato che mi avrebbero messo un drenaggio polmonare, che le mie costole erano rotte e si erano infilzate nei polmoni, che sono collassati. Questo era il motivo per il quale non riuscivo a respirare. Durante il soggiorno con la polizia in ospedale, i poliziotti battevano con i manganelli all’ interno della camera, in corridoio o sul pavimento. Inoltre spesso giocavano con le pistole». «Ho avuto due costole spezzate e un polmone perforato. Avevo ferite sulla testa suturate, traumi in tutto il corpo. Ho avuto un dito rotto. Parti delle frazioni del muscolo del polpaccio si sono strappati. Ho quasi sempre mal di schiena e soprattutto quando lavoro. Il mio medico dice che ho il trenta per cento in meno di volume polmonare.
    • Dopo che sono tornata a casa avevo a che fare solo con le conseguenze dell’ avvenimento. Andavo in continuazione dal medico. Prendevo morfina. Non riuscivo a vivere da sola la mia vita»
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    • Il presidente della Camera ha probabilmente deciso di intervenire e parlare non solo per rispetto del ruolo istituzionale che ricopre e che lo vuole super partes, ma perché aveva più di un «sassolino» da togliersi dalle scarpe.
    • Dall’immigrazione alle «gabbie salariali», dal testamento biologico («Farò il possibile per correggere il testo») fino alla legge sull’omofobia, è spesso parso ascoltare uno dei leader dell’opposizione, piuttosto che uno dei cofondatori del Pdl.
    • Il popolo democratico ha molto applaudito, come sovente accade quando le proprie posizioni vengono «legittimate» da interventi del campo avverso. Ha applaudito e si è interrogato intorno alle ragioni per le quali (non da ora) l’ex leader di Alleanza nazionale è solito prendere vistosamente le distanze dalla maggioranza che pure lo ha eletto presidente della Camera.
    • Secondo gli scettici, Fini – con Berlusconi e Bossi – sarebbe nient’altro che il terzo attore di una sorta di oggettivo gioco delle parti che consente alla maggioranza di governo di coprire ogni spazio politico: quello più radicale, con la Lega; quello tendenzialmente centrista – salvo frequenti scivoloni – con Berlusconi; quello perfino con venature progressiste, appunto con gli smarcamenti di Fini. È una interpretazione, quella degli scettici, non peregrina e sostenuta – in fondo – dalla storia recente: che alla fine ha visto il presidente della Camera sempre accondiscendente con Berlusconi, anche a costo di giravolte sensazionali (come a proposito, per esempio, della fondazione del Pdl).
    • c’è un’altra interpretazione possibile della linea sulla quale è da tempo attestato il presidente della Camera: Fini fa sul serio, è realmente in disaccordo con molte posizioni della maggioranza (soprattutto quelle imposte dalla Lega), annusa la fine naturale del lungo ciclo berlusconiano e si prepara per il dopo. È una interpretazione certo più generosa nei confronti dell’ex numero uno di An ma per ora – e forse non può che essere così – poco suffragata da fatti importanti.
    • È facile immaginare che la prima uscita di Gianfranco Fini non sia granché piaciuta a Silvio Berlusconi, perché anche un eventuale gioco delle parti – insomma – va calibrato. Dal canto suo, però, l’opposizione sbaglierebbe a gioire per questo e ad enfatizzare oltre misura le cose dette ieri dal presidente della Camera.
    • l’opposizione farebbe bene a prendere Fini in parola ed a sfidarlo: chiedendogli, anche alla luce della carica che ricopre, di rispondere all’appello di Draghi e di dare impulso allo sforzo riformatore sollecitato dal governatore. Gianfranco Fini ha gli strumenti per farlo: sia politici, dovuti al suo prestigio, sia operativi, derivanti dalla carica che ricopre.
    • Operando nelle direzioni che lui stesso indica, insomma, il presidente della Camera renderebbe un servizio al Paese fugando, contemporaneamente, interrogativi e sospetti intorno alle ragioni del suo dissenso.

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