I Tuareg dichiarano l’indipendenza dell’Azawad: Mali nel caos, è crisi umanitaria

Il capo della giunta militare al potere in Mali, Amadou Sanogo, ha chiesto l’intervento militare Occidentale nel nord del Mali per eliminare ciò che egli chiama i gruppi gruppi armati islamici di Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) e di Ansar Edine, che hanno preso il controllo delle città del nord del Mali, pochi giorni fa. Ha detto Sanogo, in un’intervista al quotidiano francese “Le Monde”, le forze occidentali non hanno fatto ancora nulla per evitare che nel nord del Mali si insedi uno Stato canaglia, come lo era l’Afghanistan al tempo del governo dei Taliban. Il Sahel potrebbe diventare una centrale del Terrore, un nuovo campo di addestramento a due passi dall’Europa. Gli eserciti di questi paesi avevano attraversato il mare per distruggere la” infrastrutture del terrorismo in Afghanistan”, ora quella stessa struttura si sta ricreando in Mali. Per Sanogo l’intervento straniero è necessario per fronteggiare la situazione umanitaria nel nord del suo paese, ben “più urgente” della situazione nella capitale, Bamako, dove dopo il colpo di stato che lo ha portato al potere, la vita si sta svolgendo normalmente. Amnesty International ha denunciato una vera e propria crisi umanitaria, con circa sessantamila bambini costretti a lasciare le case per i campi profughi. Si presume che i profughi si siano riversati anche oltre confine, in Niger e in Mauritania, dove è in corso una carestia terribile, con morie di bestiame e – nella capitale Nouakchott – proteste degli studenti.

Intanto la Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale ha imposto sanzioni economiche e finanziarie al Mali per costringere i golpisti a ristabilire l’ordine costituzionale e restituire il potere al deposto presidente Amadou Toumani Toure (ATT). Il paese era in procinto di elezioni presidenziali, che dovevano svolgersi durante il mese di aprile.

Ieri, intanto, a Gao, il Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad ha dichiarato solennemente l’indipendenza dal Mali.

“Proclamiamo solennemente l’indipendenza dell’Azawad”, ha dichiarato Mossa Ag Attaher, [leader del Movimento per la liberazione dell’Azawad (MNLA)] indicando di voler rispettare “le frontiere con gli stati limitrofi”. La regione è considerata come la culla naturale dei tuareg. Ieri a Gao – la maggiore città del Nord del paese sconvolto dall’avanzata di tuareg e di miliziani islamici, iniziata dopo il colpo di stato della giunta militar di Amadou Sanogo – alcuni assalitori non identificati hanno rapito il console algerino. Attaher ha condannato quest’atto “molto violento” da parte di “un commando terrorista” (La Repubblica.it).

Verosimilmente la Francia non starà a guardare. A breve Sarkozy impiegherà l’Azawad come argomento di campagna elettorale. L’influenza francese nella rivolta libica e le pressioni per l’intervento Nato, che hanno determinato – insieme all’insurrezione di Bengasi e della Cirenaica – la caduta del Raìs Gheddafi, verranno impiegate nella dialettica elettorale dalla controparte socialista e da Hollande come causa radice dell’attuale crisi umanitaria nel nord del Mali. Molti combattenti del MNLA sono ex comandanti libici ma di origini tuareg. Sarkozy molto probabilmente si sentirà obbligato a intervenire, per sopire le critiche della Gauche. E il MNLA, che non è un gruppo salafista fondamentalista come invece AQMI (i rapitori di Rossella Urru) e Ansar Edine, verrà ricacciato nel deserto. Una nuova Guerra al Terrore si profila all’orizzonte.

Annunci

Il Mali cede sotto i colpi dei Tuareg

Dopo Kidali è caduta Gao, oggi Timbuctu. L’esercito maliano è in disfatta. Secondo Sahara Media il colonnello Elhadj Ag Gamou si è unito ai combattenti Tuareg. Due giorni fa il capo della autoproclamatasi Giunta Militare del Mali, Amadou Sanogo, ha lanciato un appello per un aiuto militare straniero. Viene scritto, anche sui giornali italiani – come La Repubblica – che i ribelli Tuareg si sono alleati con la cellula di Al Qaeda nel Sahel, AQMI. In realtà si tratterebbe di un gruppo minore, islamista, chiamato Ansar Edine, una formazione politico militare che vorrebbe applicare la Sharia nel nuovo stato dell’Azawad. Ma l’Azawad è la terra dei Tuareg e i Tuareg sono nomadi, seppur islamizzati, e mantengono una identità culturale ben definita.

Dire che i Tuareg si sono alleati con Al Qaeda non è completamente corretto. Il Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (MNLA) si è formato all’inizio dell’Ottobre 2011. L’impulso per questa nuova guerra dei Tuareg (l’ultima è terminata nel 2009) è venuto alla fine del regime di Gheddafi in Libia. Tuareg di diverse tribù hanno combattuto sia per il Raìs che contro. Il comandante militare dell’MNLA, Mohammed Ag Najm è stato certamente un ufficiale libico di origini maliane ed ha servito durante il regime di Gheddafi ma si è espressamente dichiarato in disaccordo con il regime fin dall’inizio dell’insurrezione di Bengasi. Ma non si tratta di mercenari. Essi sono ex ufficiali libici di etnia Tuareg. Combattono ora per il loro vero paese.

Ansar Edine è un gruppo salafista Tuareg. Certo è difficile distinguere. La presa della città di Kidal è un punto di non ritorno. Dopo sono cadute Gao – in seguito a una sanguinosa battaglia in cui l’esercito maliano ha dispiegato persino degli elicotteri, senza evidentemente ottenere l’effetto di fermare l’avanzata dei ribelli berberi – e Timbuctu. Il nord del Mali è fuori del controllo del governo di Bamako e potrebbe suggerire alla cellula di Al Qaeda in Algeria, AQMI, responsabile dei rapimenti di Rossella Urru e dei due cooperanti spagnoli, di iniziare attività terroristiche o di guerriglia in territorio algerino. Aveva ragione Giulio Sapelli sul Corriere: la caduta di Gheddafi ha spezzato l’equilibrio dell’area, importantissima per la produzione di petrolio ma anche per il traffico della droga e degli immigrati verso l’Europa. L’Azawad potrebbe nascere come narcostato, come Stato Canaglia, un nuovo Afghanistan, palestra del terrore qaedista. O forse no. Forse ci stiamo ingannando. forse siamo vittime della propaganda del governo diBamako, che già otteneva i soldi e le armi dalla Comunità Internazionale per combattere il Terrore di AQMI, soldi che invece hanno ingrassato le tasche dell’ex presidente ATT, Amadou Toumani Touré, deposto dai militari.

Cosa succederà se la guerra coinvolgerà l’Algeria? Cosa farà la Francia, da sempre dominus dell’area? Le elezioni presidenziali in Francia saranno discrimine per un intervento militare straniero, come è successo per la Libia, questa volta però in chiave conservativa, anti-ribelli? Oppure anche Francoise Hollande vede nell’Azawad una minaccia agli interessi francesi?

L’ultima lettera di Gheddafi per Berlusconi

Gheddafi scrisse a Berlusconi lo scorso 5 Agosto pregandolo di intercedere per lui con i suoi “nuovi amici e alleati” affiché la Nato cessasse i bombardamenti contro il popolo libico. Il messaggio, lo scrive lo stesso Gheddafi, doveva essere recapitato a B. per mezzo di nostri connazionali che a detta dello stesso Gheddafi sono andati in Libia a sostenere il paese. Un documento straordinario pubblicato da Paris Match oggi. il testo in italiano è stato tradotto dal sottoscritto (perdonate qualche errore o inesattezza).

Il documento era rivolto all’attenzione di Abdallah Mansour. Mansour è un generale libico che dirigeva la televisione nazionale. E’ ricercato dal Tribunale Internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità. Questo signore doveva in qualche maniera far pervenire il messaggio a B.

“Caro Silvio.
Io ti invio questa lettera attraverso tuoi connazionali che sono venuti in Libia e che ci sostengono in un momento difficile per il popolo della Grande Jamahiriya.
Sono rimasto sorpreso dall’atteggiamento di un amico con cui ho stretto un trattato di amicizia a favore dei nostri due popoli. Avevo sperato da te almeno che ti fossi interessato ai fatti e che avessi tentato una mediazione prima di dare il vostro sostegno a questa guerra.
Io non ti biasimo per ciò di cui non sei responsabile, perché so che non eri a favore di questa azione dannosa che non onora né te né il popolo italiano.
Ma credo che avete ancora la possibilità di fare marcia indietro e di tutelare gli interessi dei nostri popoli.
Siate certi che io e il mio popolo siamo disposti a dimenticare e voltare questa pagina nera dei rapporti che legano il popolo di Libia e il popolo italiano.
Fermate i bombardamenti che uccidono i nostri fratelli libici e i nostri figli. Parlate con i vostri nuovi amici ed alleati (1) per ottenere una soluzione che garantisca al grande popolo libico la totale libertà di scelta di chi lo dirige e che cessi questa aggressione continua contro Il mio paese (1).
Spero che Dio Onnipotente vi guiderà sulla via della giustizia per fermare il massacro subito da mio paese, la Libia”

(Nel testo stampato del progetto di lettera, il colonnello Gheddafi aveva aggiuntola seguente mano:
“Per l’attenzione di Abdallah Mansour: inviare il messaggio come proveniente dame attraverso questo documento, e dopo la correzione. “)

(1) aggiunto a mano.

Testo originale via Paris Match

« Cher Silvio.

Je te fais parvenir cette lettre par l’intermédiaire de tes concitoyens, qui sont venus en Libye nous apporter leur soutien dans un moment aussi difficile pour le peuple de la Grande Jamahiriya.

J’ai été surpris par l’attitude d’un ami avec qui j’ai scellé un traité d’amitié favorable à nos deux peuples. J’aurais espéré de ta part au moins que tu t’intéresses aux faits et que tu tentes une médiation avant d’apporter ton soutien à cette guerre.

Je ne te blâme pas pour ce dont tu n’es pas responsable car je sais bien que tu n’étais pas favorable à cette action néfaste qui n’honore ni toi ni le peuple italien.

Mais je crois que tu as encore la possibilité de faire marche arrière et de faire prévaloir les intérêts de nos peuples.

Sois certain que moi et mon peuple, nous sommes disposés à oublier et à tourner cette page noire des relations privilégiées qui lient le peuple libyen et le peuple italien.

Arrête ces bombardements qui tuent nos frères libyens et nos enfants. Parle avec tes [nouveaux (rayé)] amis et vos alliés (1) pour parvenir à [une solution qui garantisse au grand peuple libyen le choix en totale liberté de qui le dirige (rayé)] ce que cesse cette agression à l’encontre de mon pays (1).

J’espère que Dieu tout-puissant te guidera sur le chemin de la justice [dans le but d’arrêter ce bain de sang que subit mon pays la Libye (rayé)]. »

 

(Au texte imprimé de ce projet de lettre, le colonel Kadhafi avait ajouté la mention manuscrite suivante (en ht à g. de la lettre) :

« A l’attention d’Abdallah Mansour : faire parvenir ce message comme venant de moi par le biais de ce document et ce après correction. »)

 

(1) ajouté à la main.

Gheddafi è stato catturato vivo: un video lo dimostra

Un video pubblicato su Youtube mostra gli ultimi istanti di vita di Gheddafi in mano ai ribelli. Il Rais è stato dunque catturato vivo. La sua morte deve essere venuta dopo, o in conseguenza delle ferite, o per una esecuzione che ci è stata tenuta nascosta.

Naturalmente si potrà discutere a lungo sull’opportunità di far vedere il martirio di un dittatore, sulla violenza di queste immagini, sul destino di una rivoluzione, ma d’altronde, come scrisse Isaac Babel, “la rivoluzione spara” e la rivoluzione al tempo della videocrazia è fatta anche di immagini di sangue.

A voi la visione, con l’avvertenza che questo video non è fatto per i più impressionabili.

La costellazione tribale post Gheddafi

La deflagrazione del regime libico è insieme un collasso statale e un collasso familiare, poiché a Tripoli si fa ancor adesso fatica a distinguere ciò che è Stato da ciò che è Privato. La connessione fra sfera pubblica e privata nel sistema Gheddafi è totale. Perciò la cacciata dei governanti è insieme una faida familiare. Tanto più che molti dei “parenti” e degli amici, fino a poco tempo fa allocati nei ministeri e compiaciuti servitori del Rais, si sono sganciati dal partito perdente ed hanno preso parte al Comitato Nazionale di Transizione. Lo stesso Mustafa Jalil è stato ministro di Gheddafi; così era ministro di Gheddafi anche l’attuale primo ministro del governo provvisorio di Bengasi, Jabril. Si legge che la Farnesina stia puntando le sue chance di mantenere Roma al centro degli affari libici sull’ex numero due della rivoluzione verde, ovvero Abdessalam Jalloud, capo della tribù Magariha. Senza la sua defezione, senza il suo pollice verso contro Gheddafi, non ci sarebbe stato l’attacco a Tripoli. Le forze dei rivoltosi erano impantanate a Brega. L’attacco da Est era impotente nonostante i bombardamenti della Nato. Jalloud ha rovesciato il tavolo del conflitto.

Al coro degli ex alleati di Gheddafi si inseriscono i Fratelli Musulmani e i nazionalisti (riassumibili nelle figure del professore di economia Ali Tarhouni e nel giornalista Mahnmoud Shaman, o nel portavoce del governo Gogha). Lo stesso Jalil predica tolleranza e giustizia senza crudeltà né vendetta, ma “vuole che tutti si allineino a una mappa già tracciata nella scorsa primavera e racchiusa nella Dichiarazione costituzionale” (trentasette articoli in cui fra l’altro si dice che la Sharia è principio ispiratore della legge dello Stato – fonte Corsera, 23/8/11, p. 9).

Cosa faranno i Berberi? Cosa i Tuareg? L’aspetto generale è quello di una dissoluzione della Libia. Di un suo precipitare verso forme di conflitto tribale come in Somalia o in Iraq. La sindrome irachena sembra la definizione più coerente in questo momento. Difficile che si crei un movimento democratico e pacifista in un paese a lungo sottoposto a violazioni dei diritti umani e a violenze. Più facile che la sete di vendetta prenda il sopravvento.

Libia, si apre il fronte italiano con Parigi

Dopo quarantanni di affari con Gheddafi, le imprese italiane non ci stanno e battono il pugno sul tavolo del tentennante governo. Grazie alla proverbiale impreparazione del nostro esecutivo, incapace di riposizionarsi in tempo in uno scenario altamente mobile e incerto, si prevede che le nostre imprese subiranno la concorrenza di quelle francesi e di quelle inglesi, mentre prima potevano beneficiare di un mercato monopolistico come solo in patria potevano avere.

Per Cestari “questa silente competizione ha gia’ fruttato molto in termini di ‘preliminari di accordi’ proprio alla Francia. Sotto una mirata regia -spiega- forte di una dinamica collaudata e di una virtuosa intesa tra indirizzi politico-militari ed economico-finanziari, Parigi in questi mesi ha guadagnato molto terreno dalla strategia dei bombardamenti a tutto vantaggio del proprio sistema economico. E’ quindi illusorio -prosegue- affermare che a fine guerra si ripartira’ a parita’ di condizioni: le aziende italiane erano regine e protagoniste in Libia; in un prossimo futuro dovranno faticare molto per riconquistare le posizioni azzerate, perse” (Alfredo Cestari, presidente di ItalAfrica, via Libero-News).

Quei fautori della rivoluzione liberale in Italia sono adesso tutti in prima linea a lamentare che i francesi hanno fatto lobbing nella Libia liberata.

Libia, cosa ha detto Jalil

Assicureremo a Gheddafi un processo equo, perche’ tutto il mondo possa vedere alla sbarra il piu’ grande dittatore della Terra.

Rifiuto qualsiasi esecuzione fuori dalla legge – ha aggiunto Jalil – ma ho paura che qualcuno dei ribelli possa applicare la legge del taglione.

Speriamo di catturarlo vivo, così da poterlo sottoporre a un giusto processo, in modo che tutto il mondo possa vedere il più grande dittatore. Onestamente non so come lui possa difendersi da tutti i crimini che ha commesso contro il popolo libico e il resto del mondo.

La vera vittoria – ha concluso – ci sarà quando Gheddafi verrà catturato.

Lanuova Libia sarà diversa dal passato, sarà fondata sulla libertà, sull’uguaglianza e sulla fraternità (vive la France).

Mustafa Abdel Jalil, leader del Cnt (Consiglio Nazionale Transitorio)