Fini: Berlusconi si dimetta o sarà appoggio esterno. La crisi per un nuovo patto di legislatura

Un lungo, a tratti noioso e ripetitivo (molte delle cose dette oggi erano già state dette a Mirabello ad inizio Settembre), discorso che termina – finalmente – con la richiesta di dimissioni di Berlusconi da parte di Gianfranco Fini. Si dimetta, o i ministri di Futuro e Libertà usciranno dal governo.

Serve un nuovo patto di legislatura, ha detto il leader di FLI, in cui al centro debbono essere messi i temi economici. Ha insistito molto sull’economia e sul lavoro, Fini. Ha lamentato l’assenza della politica dal tavolo aperto dalle parti sociali, mesi or sono, al fine di rianimare la crescita economica italiana. Ha parlato della necessità di stabilizzare i precari del lavoro, di agganciare il salario alla produttività, di sgravi fiscali per le imprese che investono al sud. Il federalismo non può essere un danno per il meridione: deve diventare una opportunità per la sua classe dirigente. Bisogna però fare una riforma completa, modificare la forma parlamentare del bicameralismo perfetto, creando un Senato delle Regioni – coerentemente con una forma di Stato che sia genuinamente federale; non come si fece con la riforma costituzionale che cambiò l’art. 117 (opera ahimé del governo D’Alema) suddividendo confusamente la competenza regionale da quella statale e istituendo una serie di competenze concorrenti che hanno fatto aumentare il contenzioso davanti alla Corte costituzionale. Serve anche una riforma dell’amministrazione pubblica, in special modo per quanto concerne la concessione degli appalti, dove adesso è preminente l’interferenza della politica e dove prevalgono meccanismi di fedeltà all’insegna di un cameratismo proprio di cricche affaristiche plutocratiche.

Fini chiede ora una svolta– meglio tardi che mai, si è detto. Futuro e Libertà, in circa due mesi – da Mirabello a Perugia – si è strutturato come un partito popolare. Fini pare pronto alla svolta, sebbene lo sbuffo finale abbia tradito l’ansia per i probabili risvolti polemici e per le conseguenze politiche al suo pur durissimo discorso. E’ mancata, però, del tutto l’autocritica sulla strategia mantenuta in parlamento in questi ultimi due mesi, quando FLI ha votato con la maggioranza negando l’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro Lunardi, e permettendo che passasse quell’obbrobrio della norma della retroattività del Lodo Alfano costituzionale.

Restiamo in attesa delle reazioni di Arcore.

Convention Futuro e Libertà – diretta streaming del discorso di Gianfranco Fini

[Conclusa] Dalla Convention di FLI, Perugia, il discorso di Gianfranco Fini in diretta streaming.

Gli ex colonnelli all’arrembaggio de Il Secolo d’Italia: Perina rischia il posto

Si è sgonfiato l’affaire Montecarlo? Poco importa: il nuovo fronte della guerra contro Fini passa ancora per la carta stampata, ma taglia in due il giornale da sempre eco delle gesta di Gianfranco Fini, nonché storico quotidiano di alleanza Nazionale, Il Secolo d’Italia. L’appello per la sopravvivenza del giornale, improvviso, è stato pubblicato venerdì scorso:

Lanciamo un appello a chi ha a cuore il pluralismo e la libera circolazione delle idee, ai colleghi giornalisti, ai parlamentari di tutti gli schieramenti, agli amici di Fli e del Pdl, perche’ facciano sentire la loro voce a difesa del ”Secolo d’Italia”, da 49 anni voce della destra italiana, che rischia la chiusura per l’azione miope e vendicativa di un gruppo di dirigenti della ex-An. Il rifiuto improvviso ed immotivato di versare le anticipazioni che ci consentono da sempre di pagare gli stipendi degli ultimi tre mesi dell’anno comporta di fatto la liquidazione del giornale (Asca News).

C’è qualcuno che non vuole un giornalismo di destra “fuori dal coro”, tuona la Perina. Dopo “tre giorni di discussioni” – prosegue – “con il titolare del Comitato di gestione Franco Pontone, che nel frattempo è stato dimissionato, e con il Comitato dei garanti della Fondazione An, la direzione del Secolo prende atto del rifiuto di garantire, come da cinquant’anni a questa parte è stato fatto, i fondi necessari a consentire l’uscita del giornale: una anticipazione modesta – 700mila euro – necessaria a coprire gli ultimi mesi dell’anno in attesa del versamento dei contributi per l’editoria”. Pontone era imbarazzato dal caso Montecarlo, messo alle strette dagli ex colonnelli: prima della “ristrutturazione” dell’azienda-giornale, l’anticipazione dei denari era anche di uno-due milioni, oggi si chiedono solo 700mila euro ma ciò sembra non bastare. Pontone viene dimissionato lo scorso 28 Ottobre, con un voto a maggioranza dell’assemblea dei Garanti (una specie di comitato diviso fra gli ex colonnelli). I 700mila euro diventano 300mila, poi si vedrà: di fatto il giornale è strangolato. E non si fa affatto mistero che a dar fastidio sia la linea editoriale della Perina. La Perina deve essere affiancata o sostituita. Perina e Lanna messi alla porta, questo il prezzo per la continuità del giornale. Che rischia di dover bloccare le pubblicazioni poiché di quei 300mila euro non v’è traccia alcuna.

Oggi, la nuova riunione dei Garanti si è conclusa con una “fumata nera”:

La soluzione della “crisi” era stata solennemente promessa per mercoledì, ma ieri non si è registrata nessuna novità. Anzi: una nota del Comitato dei Garanti sostiene che è stata l’assenza di Rita Marino all’Assemblea del Secolo del 28 ottobre scorso a determinare il problema (Secolo, nuova riunione dei Garanti, Il Secolo d’Italia).

Nella pratica, trattasi di una battaglia per zittire la finiana Perina e sottrarre a Fini e Futuro e Libertà il loro organo di stampa. Come tutte le divisione fra “fratelli” di sangue politico, anche fra gli ex AN voleranno gli stracci. Questo è solo l’inizio: vi è ancora tutta la parte immobiliare da spartirsi.

Manifesto d’Ottobre per Fini: ritorno alla politica alta. Secondo Il Giornale è marxista

Oggi a Milano è stato presentato il Manifesto d’Ottobre, un documento a firma di alcuni intellettuali che invocano una rinascita della res publica, della Politica. I promotori sono: Monica Centanni, Peppe Nanni, Fiorello Cortiana e Carmelo Palma. Un tentativo, il loro, che si inserisce nel quadro politico di centrodestra, diviso irrimediabilmente dalla dipartita dei finiani dal partito del Padrone. Intendendo fornire un background intellettuale al neonato partito finiano, il manifesto è un documento aperto, rivolto a tutti, intellettuali di destra e intellettuali di sinistra:

È urgente uscire da una fase di transizione infinita, aprendo la strada alla modernizzazione della politica, della cultura, dell’economia italiana. Occorre promuovere una fase costituente, sottoscrivere un nuovo patto fondativo: costituzionale in un senso non solo giuridico, politico in senso non solo istituzionale. Occorre ritrovare il filo di un grande racconto, di una narrazione più vera e più nobile della cultura e della storia repubblicana contro il degradante clichè di una italietta furba e inconcludente: ripensare il modello italiano e incarnare quel progetto, ridare corpo a una tradizione civile di cui si possa andare orgogliosi (tratto da Manifesto d’Ottobre).

Parole già udite, che ricordano – e non ci può sembrare vero – Nichi Vendola e Sergio Marchionne. Il riferimento a una nuova dimensione narrativa è un referral al Nichi del Congresso di SeL, così come affermare che è necessario “ridare corpo a una tradizione civile”; inoltre, scrivere della esigenza di ripensare il modello italiano è calarsi nella più profonda mentalità riformatrice (e in un certo senso castigatrice, moralizzatrice) dell’AD di Fiat. Dove si collocano allora gli intellettuali finiani? Non è la destra né la sinistra: checché ne dica Il Giornale, Fini non è marxista, bensì si pone al di là dell’antico novecentesco abisso che divide la Politica per farsi sintesi di una ideologia nuova, basata sul civismo e sul legalismo. Hanno persino pensato a un nome: Patriottismo Repubblicano, in cui essi calano il nucleo dell’idea di un impegno civico che è «cura del bene comune e dei beni comuni, difesa del paesaggio italiano, consapevolezza collettiva del patrimonio materiale e immateriale».

Patriottismo repubblicano è promuovere un’idea espansiva e non puramente negativa della libertà. È coltivare un’idea positiva della competizione tra le parti e dell’agonismo tra le forze politiche come presidio della libertà (ibidem).

Perciò la politica non è la mera “rappresentazione del reale”, ma estende la propria narrazione a ciò che invece è messo ai margini, a ciò che non rientra nel politico, che non è parte e non rientra nei sondaggi d’opinione: loro, i clandestini della politica, gli esclusi dalla decisione pubblica, devono essere ricondotti alla propria dimensione di individui ridando a loro la piena cittadinanza nella sfera pubblica italiana.

La critica de Il Giornale non si limita a dare del marxista a Fini, giocando sul titolo del documento (Manifesto d’Ottobre ricorda la Rivoluzione leninista del 1918). Secondo Feltri e co., la proposta finiana è talmente vaga da poter accotentare tutti. Anche Cacciari, che pare deluso dal PD:

Alla fine, l’unico passaggio che può risul­tare indigesto e controverso è questo: «Senza cielo politico non c’è cultura, ma soltanto eru­dizione e retorica» quindi un rin­novato impegno civile è indi­spensabile vista «la stretta rela­zione tra Potere e Sapere che dà virtù all’etica pubblica». Allora torniamo all’intellettuale consi­gliere del Principe? Speriamo di no, è roba da marxisti anni Ses­santa. Altro che «progettare il presente e il futuro». Qui c’è solo l’apertura al passato, quello «del­l’utopia socialista» (Il Giornale.it).

Prescidendo dalla ventilata e temuta “apertura al passato socialista”, è innegabile che una nuova cultura politica si debba imporre in questo scenario di sfera pubblica completamente privatizzata. Il civismo è forse la sola risposta, che è poi la risposta che a sinistra invocano da tempo, chiedendo maggior partecipazione e ricambio delle elité: quella rottamazione che fa innervosire Bersani e dà gloria al sindaco di Firenze Renzi. E non pensate che questa sia un’altra storia.

Fini, ovvero il Migliorismo di Napolitano applicato a Berlusconi

Emblematica la vicenda odierna sul Lodo Alfano, all’indomani del doppio voto dello scandalo in Ia Commissione Affari Costituzionali al Senato – retroattività e reiterabilità dell’immunità per Capo dello Stato e Presidente del Consiglio. Napolitano invia una lettera a Carlo Vizzini, presidente della suddetta Commissione, una informale moral suasion all’interno della quale inserisce tutte le sue preoccupazioni circa il provvedimento di natura costituzionale (che chi sa mai se vedrà la luce): pur non entrando nel merito del testo, il Presidente si limita a sottolineare che la natura della carica che riveste è già tutelata dall’articolo 90 della Costituzione:

tale decisione – scrive Napolitano -, che contrasta con la normativa vigente risultante dall’articolo 90 della Costituzione e da una costante prassi costituzionale, appare viziata da palese irragionevolezza nella parte in cui consente al Parlamento in seduta comune di far valere asserite responsabilità penali del Presidente della Repubblica a maggioranza semplice anche per atti diversi dalle fattispecie previste dal citato articolo 90 (L’Unità).

Insomma, la Costituzione disegna la figura del Presidente deinterlacciata rispetto al Parlamento e al Governo. E’ una figura di dignità superiore a quella delle altre istituzioni, che opera in un quadro di bilanciamento e indipendenza dei poteri. Il Lodo si inserisce in questa architettura rigida ma limpida innestando una irrituale – e forse incostituzionale – dipedenza del Presidente dal Parlamento per quanto concerne la sua assoggettabilità al giudizio della magistratura, altro potere che rischia di perdere la sua indipendenza qualora vada in porto l’altra riforma, quella più generica sulla Giustizia. Pensate a un pm sotto l’egida del Ministro dell’Interno che bersaglia il Capo dello Stato su incipit del governo. Pensate a una maggioranza parlamentare che giudica preventivamente un Presidente della Repubblica autore eventuale di illeciti di natura penale.

Osservate invece la semplicità della norma di cui all’articolo 90 della Costituzione:

Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune [cfr. art. 55 c.2], a maggioranza assoluta dei suoi membri [cfr. artt. 134, 135 c.7 ].

Alto tradimento, attentato alla Costituzione: sono queste le accuse per cui vale la messa in stato d’accusa. E il Parlamento delibera in seduta comune e a maggioranza assoluta dei suoi membri. Basta, non serve altro. E’ già una garanzia di altissimo grado quella preservata dall’articolo 90.

Vi sarà chiaro che l’inserimento della figura del Capo dello Stato nel Lodo Alfano è pura distrazione di massa. Il Lodo è una legge ad personam. Che ha preso il voto dei finiani in Commissione. Perché?

Un tempo vi era una corrente del PCI che si chiamava Migliorismo. Protagonista di quella scena politica era proprio Giorgio Napolitano. Il Migliorismo “sostiene il possibile miglioramento dall’interno, quando non l’accettazione, del capitalismo; questo attraverso una serie di graduali riforme e praticando una politica socialdemocratica, che non si opponga cioè in maniera violenta o conflittuale al capitalismo stesso” (Wikipedia). E’ di fatto una politica dell’appeasement, dell’acquiescenza, dell’accettazione del male che è sempre un “male minore”. Il Migliorismo rompeva con l’ortodossia marxista e inaugurava la stagione del Riformismo. L’ala migliorista è ciò che è sopravvissuto del comunismo italiano dopo la svolta della Bolognina.

In analogia a quanto sopra, il finianesimo è la declinazione del migliorismo di Napolitano al berlusconismo. Fini da un lato annuncia l’emersione di un profilo politico a destra che fa della giustizia e dei diritti civili una bandiera; dall’altro, dopo averlo sostenuto per quindici anni e essersi abbeverato alla stessa marcescente putrefatta fonte, scende a patti con il male assoluto, con la degenerazione plutocratica, populista della videocrazia italiana, identificata con il corpo e la persona del leader. Fini ordina ai suoi in Commissione di concedere il Lodo a Berlusconi. Immunità per uno piuttosto che la distruzione di un sistema costituzionale. Ma l’uguaglianza di tutti davanti alla legge può essere barattata dinanzi alla minaccia di una distruzione totale?

Accade a ciascuno di cercare il male minore, nella vita individuale e pubblica. È il momento in cui urge, tatticamente, scongiurare il precipizio nel peggio. In politica spingono in questo senso la prudenza, l’astuzia. Ma il male minore rischia di installarsi, di divenire concetto stanziale anziché nomade: non ambivalente paradosso ma via aurea, con esiti e danni collaterali che possono esser devastanti, non subito ma nel lungo periodo. A forza di mitigare l’iniquità agendo dal suo interno, in effetti, sorgono insidie che la Arendt spiega bene: «Lungi dal proteggerci dai mali maggiori, i mali minori in politica ci hanno invariabilmente condotti ai primi» (Barbara Spinelli, La Stampa.it).

Ci si scorda, aggiunge Spinelli, di aver scelto un male, seppur minore. Abbiamo ammesso il male in casa nostra, nella nostra casa comune che è la Costituzione. Lentamente, esso la farà a pezzi. Come il Migliorismo, che pretendeva di cambiare da dentro il sistema capitalista, è finito per essere espressione di una classe politica di sinistra che si è persa, liquefatta nel capitalismo (Fassino e “abbiamo una banca”), così il finianesimo ammette la propria sconfitta non potendo evitare la catastrofe della riforma della Giustizia, se non pagandola a duro prezzo con una immunità ad personam.

Tardiva, se non altro, la dichiarazione di oggi di Gianfranco Fini in coda alla lettera di Napolitano, “basta leggi ad personam”. Dopo averne votate così tante, è difficile credergli ancora.

Montecarlo e il ruolo della Farnesina: chi ha raccomandato Corallo?

La scorsa settimana, Corrado Formigli, nel corso della puntata di Annozero, ha rivelato che il nome di Francesco Corallo è stato proposto come Console Onorario di Sint Maarten in una serie di email intercorse fra la Farnesina e il Console di Miami, tale Marco Rocca. Il quale, indagando su Corallo, venne a conoscenza della parentela sconveniente (il padre Gaetano, condannato per associazione a delinquere). Tanto che rispose picche. Formigli rese noto che, nei giorni delle pressioni fatte dalla Farnesina, la moglie di Rocca ebbe un “incidente” automobilistico (l’auto andò a fuoco). Un atto intimidatorio contro il console, ultimo baluardo della legalità della diplomazia italiana? Il giorno dopo lo scoop di Formigli, Frattini annunciò un’indagine interna sull’intera procedura eseguita.

Durante la settimana, quelli de Il Giornale e di Libero si sono arrovellati per far ricadere il sospetto della raccomandazione non già su Frattini, come verrebbe facile pensare, ma su Gianfranco Fini, ex ministro della Difesa nel precedente governo Berlusconi. Tanto che Feltri e soci scovano una copia delle email mandate al Console di Miami. Queste email sono state inviate dal Segretario Generale della Farnesina, Giampiero Massolo. E Massolo, secondo Libero, sarebbe un funzionario della diplomazia italiana appartenente alla “filiera” finiana. Massolo ha fatto pervenire una lettera a Libero in cui smentisce l’apparteneza a questa o a quella corrente politica. Poi aggiunge:

La segnalazione circa l’aspirazione di Corallo mi è pervenuta, tra le tante che ricevo in ragione del mio incarico, da persona che conosco da tempo, che non ha alcun rapporto con la politica, né tantomeno con ambienti legati al presidente Fini (Libero, 13/10/2010, pag. 6).

Ergo, la ricostruzione fatta da Libero è frutto di invenzione. D’altronde, il curriculum di Massolo, funzionario della Farnesina di lungo corso, è limpido oltreché lunghissimo (comincia nel 1978). E’ dal 2008, fra le altre cose, Sherpa del G8. Viene nominato Segretario Generale il 12 settembre 2007: la massima aspirazione per un diplomatico. Perché dovrebbe compromettersi per una raccomandazione, un “favore” ad un amico che non è neanche in politica? Massolo rivela che lo scambio di email è durato non più di qualche giorno, e non c’è stato spazio per i dubbi sulla reputazione di tale Corallo.

Quindi? Molto rumore per nulla? Libero e Il Giornale hanno cercato timidamente di rigirare il bubbone Corallo-slot machine contro Fini. Ma il colpo gli è rimasto in canna. Massolo non è finiano poiché a Fini non deve alcunché: la sua carriera era già una carriera di vertice all’interno della Farnesina. E la pista Saint Lucia si è completamente sfaldata. Come mai Il Giornale e Libero non approfondiscono il caso del documento del ministro della Giustizia di quell’isola? E come mai Lavitola è uscito di scena?

Lavitola cala l’asso: ecco la email di Walfenzao

Eccola, la email che Lavitola teneva nascosta nel taschino. E’ agli atti dell’inchiesta dell’Attorney General di St. Lucia, Mr. Doddy Francis. E’ per tale ragione che Lavitola ha rischiato l’incriminazione da parte degli inquirenti di Saint Lucia.

Lo scrivente è quel James Walfenzao più volte citato nell’arco della vicenda come l’amministratore delle società Timara e Primtemps, nonché presidente o simile di The Corpag Group, la madre di tutte le off-shore, se così si può dire. L’indirizzo email di Walfenzao corrisponde a quanto pubblicato qui:

La email è stata trafugata dal pc di Michael Gordon, secondo Lavitola titolare della Corporate Agents St. Lucia Ltd, sita al numero 10 di Manoel Street a Castries, stesso indirizzo di Timara e Primtemps. Corparate Agents è una società controllata da The Corpag Group. Figura fra le filiali di Corpag, nei Caraibi. E’ un mistero su chi ha trafugato la email. Gordon figura come destinatario della missiva, insieme a Evan Hermiston, socio della Corporate Agents, nonché esperto di off-shore. L’indirizzo email di entrambi riporta l’estensione di candw.lc, che corrisponde a un sito di webmail gratuite di Saint Lucia. Di primo acchito non si può affermare che le email siano false.

Ho tentato una traduzione del testo:

Signori,

Queste due società (Timara+Primtemps, nel titolo della email) hanno attirato l’attenzione della stampa italiana. A quanto ci sembra (precedentemente non conoscenza di ciò) vi è un connessione politica che è emersa in un grande conflitto/scandalo, ora che Berlusconi e Fini (precedentemente partner in politica) stanno litigando. La sorella del cliente sembra avere un forte legame con uno degli uomini politici coinvolti.
Mentre la maggior parte del fango viene gettato dalla stampa controllata da Berlusconi, giornali anche più seri come il Corriera della Sera ne stanno scrivendo.
Il mio nome è stato citato come regista; nessun commento sul fatto che abbiamo fatto qualcosa di sbagliato. Nonostante sia molto fastidioso.
Queste aziende sono state utilizzati per comprare un piccolo appartamento in MC. Abbiamo trovato il valore basso e siamo andati dal notaio per verificare. Il notaio ha spiegato che il prezzo (l’appartamento è stato ereditato da una vecchia signora che è morta, era in cattive condizioni/non mantenuto etc); il notaio ha spiegato che era soddisfatto del valore e non poteva trasferire il bene per un valore troppo basso in quanto egli deve riscuotere le tasse di trasferimento per lo Stato.
Si può essere avvicinati dai giornalisti- Io suggerisco che noi dobbiamo soltanto non rispondere. Stiamo considerando di dimetterci; per primo, voglio sentire dal cliente ciò che egli ha da dire.
Vi terrò informati.
Ho solo pensato che fosse giusto farvi sapere.
Saluti,
James

Ammessa la validità del documento, su cui si può dubitare, eccovi le mie considerazioni:

  1. stupisce come il sistema delle off-shore si sia messo in allarme appena qualche giorno dopo le rivelazioni de Il Giornale; Walfenzao si è impaurito per il solo fatto di esser stato avvicinato da giornalisti e perché il suo nome era citato sui giornali, non solo quelli di B., ma anche sul più serio (!) Corriere della Sera;
  2. Walfenzao nella email dice di aver parlato con il notaio che ha redatto l’atto di trasferimento circa il prezzo pattuito, secondo W. troppo basso; il notaio gli ha riferito che l’immobile era in cattive condizioni;
  3. il notaio riferisce che non può trasferire il bene a un prezzo troppo basso; quindi 300mila euro sono pochi o no? A me pare una contraddizione: W. trova il prezzo basso, va dal notaio che gli riferisce di non poter vendere a un prezzo più basso ancora. Ma il fatto che l’appartamento fosse in cattivo stato è riportato anche qui;
  4. W. pensa di dimettersi (dalla Timara e dalla Primtemps?); dice che ne parlerà con il clinete;
  5. il cliente sembra proprio essere Tulliani; ha una sorella legata a uno dei politici coinvolti nel conflitto fra Berlusconi e Fini.

(continua…)