Nuova Sinistra

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E’ un titolo provocatorio, lo so. Guardando alle cose reali, non c’è niente di nuovo a sinistra. Se ne sono accorti in molti che la sinistra in Italia è scomparsa. Se ne sono accorti specialmente gli esperti del marketing politico. C’è un mercato. C’è un bisogno frustrato. Il prodotto politico è tutto da costruire e qualcuno intenderebbe costruirlo a partire da una personalità, poiché partire dal contenuto (la proposta politica) è sempre un po’ pericoloso e mette a rischio l’investimento.

Invece la personalità funziona bene come proxy di contenuti che ancora non esistono: una personalità forte, che appaia “di sinistra” – nel linguaggio, nella microstoria personale – aiuta a creare immedesimazione e, nel lungo periodo, conformismo. La personalità accelera il processo di coagulazione di una rete politica: se carismatica, determina la cancellazione del contenuto nonché la sua totale sostituzione. La personalità diventa contenuto politico.

Questo, diciamo, è il lato patologico. Una Nuova Sinistra non potrebbe però nascere senza personalità politiche e al tempo stesso dovrebbe tendere alla dimensione collettiva organizzata e orientata al raggiungimento di obbiettivi. Per questo, quando sento parlare di operazione DiBa (che sarebbe poi un’operazione di marketing messa in opera da Casaleggio, tramite Di Battista, per intercettare la fetta di mercato elettorale che il Pd di Renzi starebbe per consegnare definitivamente al proprio destino), il senso di ‘imballo vuoto’ si fa massimo.

Sinistra non è una etichetta che si possa applicare su confezioni industriali. La nuova Sinistra, se mai nascerà, è il recupero di una identità politica condivisa. E’ un metodo. Non è retorica del fare, e certamente non tende alla poiesis, alla mera produzione di cose, obbligata in rigide pianificazioni ove la discussione è minaccia, è perdita di tempo. La nuova Sinistra dovrebbe nascere in un contesto di confronto onesto e trasparente. E’ ideologica, nel senso che detiene un logos della idealità. Certamente non pone la meta in un futuro idealtipico, bensì la integra in un progetto discorsivo e insieme immanente.

Cos’è invece Di Battista?

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Dov’è la realtà nell’intervista di @serena_danna a Casaleggio?

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Gianroberto Casaleggio è stato intervistato da Serena Danna, giornalista del Corriere.it. Il cosiddetto guru del Movimento 5 Stelle ha palesato, nella lunga chiacchierata, un grave deficit di percezione della realtà. Prendete per esempio la risposta data alla seguente domanda:

Segretezza (nelle trattative) e leaderismo sono due caratteristiche della politica. Crede che il web possa eliminarle? Perché è giusto farlo?
«La trasparenza è uno dei princìpi di Internet e credo diventerà in futuro obbligatoria per qualunque governo o organizzazione. Non è corretto che qualcuno decida per i cittadini in base a logiche imperscrutabili e senza renderne conto. Il parlamentare o il presidente del Consiglio è un dipendente dei cittadini, non può sottrarsi al loro controllo, in caso contrario non si può parlare di democrazia diretta e forse neppure di democrazia» (@serena_danna su Corriere.it)

Ma chi ha detto che la trasparenza è uno dei principi di Internet? La trasparenza dovrebbe esser tale, è chiaro. La trasparenza va difesa, va promossa, ma non è un principio naturale di internet. Lo scandalo Nsa e Prism ci ha dimostrato che i nostri dati, le nostre tracce, vengono assimilate dagli algoritmi, catalogate, immagazzinate con procedimenti e per finalità che nessuno di noi conosce o può conoscere. Dov’è la trasparenza? La trasparenza è raggiungibile ma non è un dato di fatto. Il fatto stesso che la pagina che vedete ora è un insieme di linguaggi di programmazione che una minima parte di voi è in grado di leggere e interpretare, è già un impedimento fisico alla trasparenza. Non posso essere sicuro che, in questo momento, le tracce lasciate da voi lettori e da me autore non siano state registrate e analizzate da qualcuno, da qualche parte nel mondo, al fine unico di alimentare le strategie di marketing delle grandi corporation del web. Casaleggio idealizza la Rete e la pone in antitesi con il Sistema Politico ma ignora (volutamente?) che la Rete è di per sé un grande e potente strumento di controllo. Attraverso il web è più facile fruire dei prodotti dell’intrattenimento. Poter visualizzare sul proprio tablet, e molto celermente, l’ultimo film hollywoodiano, prima ancora che sia uscito sui grandi schermi, è consolante, rende il rapporto fra il consumatore e l’oggetto desiderato immediato. Questa immediatezza spinge al consumo non ragionato, e non è un caso se la Rete accelera la fruibilità degli audiovisivi. E’ attraverso essi che è possibile tenere occupati e distanti da problemi immanenti gli individui. Eugeny Morozov rileva, ne L’ingenuità della Rete (Codice Edizioni, 2011), il parallelo fra la diffusione dei programmi televisivi occidentali in Europa dell’Est nei primi anni ottanta e il verificarsi di rivolte e disordini contro i regimi comunisti. Ebbene, la correlazione è esattamente inversa: laddove la diffusione era scarsa, più alta era la frequenza di disordini e scioperi. Per Casaleggio, invece, la diffusione della Rete coincide esattamente con la diffusione di un sistema politico nuovo, di tipo immediato. La fruibilità del contenuto politico dovrebbe, secondo questa ‘ideologia’, andare di pari passo con il consumo di intrattenimento. Ma perché l’internauta dovrebbe interessarsi alla discussione in Rete di provvedimenti di legge se può invece accedere ad un catalogo sterminato di documenti audio e video, fatto di cinema, musica, sport, programmi tv, eccetera? Il successo del M5S in Italia è davvero frutto del maggior coinvolgimento diretto dei cittadini elettori? Serena Danna ricorda a Casaleggio che “We are the People”, il portale aperto ai cittadini di petizioni online organizzato ai margini della campagna elettorale di Obama, ha “raccolto in 3 anni solo 36 petizioni e la più votata può contare su 101 mila voti”. La risposta di Casaleggio è alquanto vaga: la Rete, afferma, aiuta a mettere in contatto gruppi di individui e “di formare una conoscenza superiore su qualunque aspetto in tempi molto brevi, condividendo esperienze e fatti”. Se questo fosse vero, allora Casaleggio ammette implicitamente la natura oligarchica della Rete: pochi gruppi organizzati (i meetup) selezionano gli argomenti della discussione pubblica e ai followers non resta che un click plebiscitario, di mera approvazione. Ciò che per astrazione viene attribuito alla Rete, la quale – secondo l’ideologia di Casaleggio – recherebbe in sé un qualche carattere di universalità, è in realtà una decisione presa dai pochi addetti ai lavori (ne sono esempio le ‘parlamentarie’, le ‘quirinarie’ e persino i voti per la ratifica delle espulsioni nel M5S: pochi gli iscritti rispetto al bacino di elettori; pochi i partecipanti reali rispetto agli iscritti). La gran parte degli otto milioni di votanti dei 5 Stelle alle elezioni del 24 e 25 Febbraio 2013 si è interessata alla politica, ed ha deciso il proprio voto, solo nelle ultime due settimane. Non si tratta né di attivisti né di cittadini pienamente coinvolti nella discussione politica, bensì di cittadini il cui rapporto con la politica è al massimo intermittente, saltuario, superficiale. In questo senso la Rete ha agito solo come facilitatore della propaganda M5S (il quale sappiamo impiega molto bene il carburante poco nobile dell’indignazione verso i privilegi di Casta).

La visione distorta di Casaleggio si spinge sino a dividere il mondo in democrazie dirette e dittature orwelliane, che naturalmente soffre della aristotelica divisione fra civili e barbari, fra occidente democratico e l’oriente dei regimi autoritari:

La Rete rende possibili due estremi: la democrazia diretta con la partecipazione collettiva e l’accesso a un’informazione non mediata, oppure una neo-dittatura orwelliana in cui si crede di conoscere la verità e di essere liberi, mentre si ubbidisce inconsapevolmente a regole dettate da un’organizzazione superiore. Può essere che si affermino entrambi. Certo, è molto più probabile che il controllo totale dell’informazione e l’utilizzo dei profili personali dei cittadini relativi a qualunque aspetto della loro vita avvenga nei Paesi dittatoriali o semi dittatoriali e che la democrazia diretta si sviluppi nelle democrazie occidentali e che queste aree in futuro confliggano.

Eppure non è forse vero che il più sofisticato software di controllo delle comunicazioni degli internauti è stato progettato e adottato dalla più grande democrazia occidentale, gli Stati Uniti d’America? Secondo Casaleggio, sarebbe la Rete a rendere possibili i ‘due estremi’ ma il suo pensiero è intriso di etnocentrismo: l’occidente sviluppato evolverà verso la democrazia diretta digitale mentre l’oriente è condannato ad involvere verso un controllo ‘orwelliano’. Ciò escluderebbe, da un lato, che elementi di controllo orwelliano siano già in atto e praticati con successo in occidente; dall’altro, che i popoli dei paesi orientali (ma anche di quelli arabi) non abbiano possibilità di sottrarsi a regimi autoritari o dittatoriali, mentre assistiamo quasi quotidianamente a sollevazioni di piazza e rivolte (la Tunisia, l’Egitto di piazza Tahrir, le rivolte in Qatar, piazza Taksim in Turchia e ora il Brasile, che pure non è annoverabile nella perfetta dicotomia di Casaleggio). Nel caso Nsa/Prism, non è la Rete a garantire la trasparenza bensì una sorta di obiettore di coscienza, Edward Snowden, che sui media italiani viene identificato come ‘talpa’ ma che è, al pari di Bradley Manning, un soldato che rifiuta un sistema ingiusto. Senza l’intermediazione di una testata mainstream, il Guardian, Snowden non sarebbe stato ascoltato da nessuno, o quantomeno sarebbe stato schiacciato dalla superpotenza Nsa. Alla medesima maniera, i leaks divulgati tramite Assange, se non fossero passati attraverso il lavoro di giornalisti professionisti, sarebbero rimasti un magma irrisolto di informazioni inconoscibili.

Casaleggio, poi, sembra divagare quando gli viene chiesto conto della propria opinione circa la selezione della leadership in un sistema di democrazia diretta. “Il concetto di leadership è estraneo alla democrazia diretta”, e cita Occupy Wall Street e il modello della leaderless. Se Casaleggio condivide il metodo di Occupy, viene da chiedersi come mai il M5S si alimenti continuamente del carisma del proprio leader. Se i 5S fossero veramente leaderless avrebbero forse la capacità di mobilitazione dei Radicali o di qualche altro micro-partito.

Fuorionda M5S: da Grillo+Casaleggio accuse a Telese, e il complotto è servito

Eh sì, l’autore di tanti post neocomplottardi è sempre lì. Firma con i riccioli grigi ma porta anche gli occhiali alla John Lennon. Una mente fervida, fantasiosa, ma anche oscura poiché riesce a trasformare in dietrologia anche le vicende più trasparenti di questo mondo. E’ stata fatta una intervista, poi il giornalista ha pescato il fuori onda, stop. Qualcuno aveva delle cose da dire e le ha dette. Cose sacrosante, fra l’altro. Mi chiedo perché non si risponde nel merito alle critiche (non volute) di Giovanni Favia.

Sul blog di Grillo compare l’articolo di un giornalista freelance, tale Maurizio Ottomano, che però è un affiliato al movimento pertanto la sua penna non è propriamente libera ma è una penna che tende a compiacere il capo. Nel lungo articolo, Ottomano rivela quella che è solo una sua impressione e che tale rimane, nonostante egli tenti in un certo qual modo di fornirci la prova provata di quel che dice: e cioè che Luca Telese e Formigli erano d’accordo, che Telese è un nemico del M5S perché si è venduto ai partiti e persino a Montezemolo. La verifica dei fatti, il nostro Ottomano, l’avrà certamente fatta ma non ce ne lascia alcuna evidenza:

Il sito è registrato a nome di Tommaso Tessarolo,definito come da suo blog, “il più giovane dirigente della storia del gruppo Fininvest” ed ex-consulente strategico per la TV Digitale Mediaset, nonchè direttore di Current TV Gruppo Sky [primo errore, Current tv non è del gurppo Sky ma è la tv di Al Gore]. Nella Pubblico Edizioni srl troviamo poi l’avvocato Feverati, che lavora per l’agente di Telese: i tre hanno insieme il 51% delle azioni della società. Il rimanente 49% è diviso tra Lorenzo Mieli, produttore televisivo (X-Factor) e cinematografico, figlio di Paolo Mieli nonchè fidanzato di Clementina Montezemolo, figlia di Luca Cordero. Con Lorenzo Mieli anche Marco Berlinguer (ex-Liberazione), figlio di Enrico e fratello della compagna di Telese, Laura Berlinguer. All’interno della società anche Mario Adinolfi*, giornalista saltato da Radio Vaticana al TG1, all’attivismo prima nella DC e poi nel PPI, per essere ora deputato in carica nel PD di Bersani con l’appoggio di Franceschini. In più, varie firme del giornalismo italiano tra cui lo stesso Corrado Formigli e Francesca Fornario ex “L’Unità”, che accusò duramente Daniele Luttazzi di plagio nel 2010 decretando praticamente la fine della carriera televisiva. Alla fine, di potenziale distanza dalla logica della partitocrazia, non se ne vede poi molta.

Telese, su Pubblico, si è fatto lunghe risate. Ed ha abbattuto il siluro di Grillo-Casaleggio-Ottomano con queste fantastiche parole:

il 5% di pubblico appartiene a una societá di produzione mediale di cui è amministratore Lorenzo Mieli. Ovvio che per Grillo sia l’emanazione del padre, Paolo, e – addirittura – l’anello di congiunzione con ben due temibili poteri forti contro di lui: l’Rcs e Montezemolo. Qui mi sono messo le mani nei capelli: perchè il giorno in cui lasciai il Fatto, Cinzia Monteverdi, amministratrice di quel giornale, urlava per i corridoi: “Ho parlato con Paolo Mieli… Mi ha detto che se suo figlio mettte un solo centesimo in quel giornale lo prende a calci in culo” (Pubblico.it).

Ottomano scrive che Telese sapeva dell’imminente scoop e ciò sarebbe dimostrato dal fatto che Pubblico scriveva del caso Favia già alle 22.23 quando il pezzo sarebbe andato in onda alle 22.27. Un dato inoppugnabile, si direbbe. Eppure mi viene da ridere lo stesso. Poiché è facilmente dimostrabile il contrario. Ma la parte migliore viene quanto Ottomano scrive di Favia e del corso audiovisivo che avrebbe frequentato anni addietro (nel senso: non poteva non sapere). Ecco spiegato l’arcano. Perché fin da oggi pomeriggio, almeno, qualcuno cercava sul web notizie del “curriculum Favia”. Dico questo perché queste parole risultano essere state impiegate sul web per fare ricerche sul consigliere regionale. Su Yes, political! si è parlato spesso di Favia ed ecco che una delle pagine che ho scritto è stata indicizzata da un motore di ricerca. La parola chiave risulta fra quelle che hanno portato traffico su questo sito. Strano, vero?

Fra le parole chiave che hanno portato traffico a questo sito, oggi, le parole “curriculum giovanni favia” e “notizie giovanni favia”, segnale forse che qualcuno sta cercando scheletri negli armadi.

Ed infatti, nel pezzo di Ottomano si specifica proprio la parola curriculum:

Favia non è lo sprovveduto che pensiamo in balia del giornalista cattivo e di una tecnologia sconosciuta. Non è un’anziana signora ottantenne, ignara di qualsiasi marchingegno elettronico, con il panico da telecamera e la voglia di salutare a casa. Il nostro Favia è abituatissimo alle interviste, dato che il suo presenzialismo in TV ormai è noto a tutti ma, soprattutto, conosce benissimo le dinamiche audiovisive! Infatti il suo curriculum recita tra l’altro:
– nel 2003 frequenta il corso professionale di tecnico di produzione audiovisive
– direttore della fotografia, titolare ditta individuale per la produzione di materiali audio-visivi e cinema indipendente.
Niente di meno! E’ questa sarebbe la persona che pensava di parlare ad un microfono spento?

Un’altra prova provata della colpevolezza di Favia è proprio la sua collateralità con Valentino Tavolazzi, l’espulso eccellente, il sovversivo che durante l’incontro di Rimini “discusse di opzioni come togliere il nome “beppegrillo” dal logo, aumentare le legislature possibili a più di due, accettare anche ex-appartenenti a partiti politici”. Fatti gravissimi, senz’altro. Naturalmente il movente di questa storia “così ben congegnata” è da ricercarsi nella fine di mandato, che per Favia è imminente, essendo egli alla seconda legislatura – ma questi da quando cominciano a contare? Favia è alla prima legislatura in Regione, in Comune a Bologna ne avrà fatta mezza – e pertanto sotto sotto deve esserci senz’altro la promessa di un “do ut des”, una dare avere – tu mi sputtani il Grilloleggio e io ti candido alle prossime elezioni. Il partito coinvolto, manco a dirlo, il Partito Democratico.

Formigli ha smentito qualsiasi coinvolgimento di Telese. Nessuno conosceva il contenuto del servizio di Pecoraro.

Ma naturalmente fra i grilloleggi il complotto è una malapianta che attecchisce subito. E’ proprio ciò che vogliono sentirsi dire. Il cibo che desiderano ingoiare:

Se credete come @GabirPepi alle fesserie Ottomane, non leggete più questo blog, grazie.

Caos a 5 Stelle: tutti dicono Giovanni Favia

Giovanni Favia è sempre stato fra i più popolari fra i 5 Stelle. All’apice della contestazione contro Berlusconi e contro l’inerzia del Capo dello Stato, Favia pensò bene insieme ai 5 Stelle bolognesi di portare in piazza lo striscione “Napolitano dorme”, proprio durante una visita del presidente nel capoluogo emiliano. Fu quella la prima volta in cui si sentì parlare di lui. Ha avuto altri picchi di popolarità, ma mai come quello attuale. Confrontiamo questi due grafici, ripresi da Google Insight:

 

Negli ultimi giorni le ricerche sul motore di Mountain View hanno avuto un picco che ha persino superato il record di ricerche del Marzo 2010, mese in cui Favia fu eletto al consiglio regionale dell’Emilia Romagna. In una scala da 0 a 100, oggi fa registrare il massimo punteggio quando nel 2010 il volume di ricerca su di lui raggiungeva soltanto 86. L’incremento verticale degli ultimi giorni, innescatosi con il fuorionda di Piazzapulita, è meglio apprezzabile in questo secondo grafico:

 

Non si può certo dire la medesima cosa di Beppe Grillo. L’effetto del fuorionda non è ancora visibile nelle statistiche del motore di ricerca, ma tuttavia è evidente come il trimestre Marzo-Maggio (periodo di campagna elettorale per le amministrative) sia servito a riportare il suo nome in cima alla lista delle ricerche. Il grafico sottostante evidenzia come invece gli anni 2010-2011 hanno rappresentato una flessione dell’interesse (se così si può dire) del web italiano per Beppe Grillo. E’ evidente che portare il Movimento alle elezioni regionali, amministrative ecc., influisce positivamente sui volumi di ricerca legati alle parole chiave del blog.

Volume di ricerca originato dalla parola “beppe grillo” (Google Insight)

Volume di ricerca originato dalle parole “blog beppe grillo” (Google Insight)

Invece il nome Casaleggio sembra diventare trending topic solo e soltanto quando i riflettori della tv si posano su di lui. Capitava a Maggio con la reprimenda di Santoro (quando apostrofò Casaleggio con il nome di “piccolo fratello” di Grillo), capita oggi dopo lo scoop di Formigli:

 

M5S e fuorionda: un’analisi della versione di Favia

Fare una sorta di analisi dello schema argomentativo (e difensivo) impiegato da Giovanni Favia per non soccombere sotto la fatwa di Grillo-Casaleggio è indispensabile per non cadere nella trappola della imprecazione, al grido di “complotto! complotto!”, un grido tanto facile alle pletore dei fan del comico (e indirettamente del ventriloquo).

Favia scrive: “Nel mio sfogo del fuori onda, parlando di assenza di democrazia, non attaccavo il Movimento, ma un problema che oggi abbiamo e che presto dovrà risolversi. Ovvero la mancanza di un network nazionale dove poter costruire collettivamente scelte e decisioni, comprese le inibizioni e le attribuzioni del logo. Questa falla concentra tutto in poche mani, seppur buone e fidate, generando una contraddizione che spesso sul territorio ci viene rinfacciata. Non è un problema di sfiducia, è un problema d’efficienza, d’organizzazione e di principio”. Favia in questa frase mette in evidenza il punto cruciale del M5S: l’assenza di regole. Il non-statuto non specifica alcuna modalità operativa. Nulla. E’ stato detto e ridetto. Un movimento ha necessità di organizzazione per poter funzionare e prendere decisioni motivate da una discussione che sia quanto più estesa possibile. Ma il duo comico-più-ventriloquo vede le regole come fumo negli occhi. Senza regole hanno potuto drenare attraverso il web un potere gigantesco in termini di consenso. Un consenso che ora devono capitalizzare affinché sia pienamente remunerativo per la propria impresa di marketing comunicativo. L'”esperimento” del Movimento 5 Stelle è un caso da laboratorio e presto farà scuola. E’ la dimostrazione che il web può essere messo al servizio di ideologie e di anti ideologie, al fine di coinvolgere e sussumere l’individuo all’interno di categorie predefinite, quindi da renderne il comportamento assolutamente parametrizzato e pertanto prevedibile e prevenibile.

Favia bis: ” Il Movimento è un grande sogno, non è Favia, non è Casaleggio. L’ultima occasione per questo paese, per riscattarsi. Mesi fa incontrai un giornalista, mi intervistò in merito alla democrazia interna nel livello nazionale. Tavolazzi era stato un grande compagno di battaglie, come me, sin dagli inizi. Lo vidi piangere, dopo l’inibizione al logo. Ero arrabbiatissimo. In pubblico non ho mai voluto manifestare il mio disagio per non danneggiare la nostra battaglia. Da ormai 5 anni sto dando la mia vita per il movimento 5 stelle, contribuendo alla sua nascita. Ora ci sono dei problemi, li chiariremo tutti insieme”. Ecco, il caso Tavolazzi è stato ben più che la rimozione di un ostacolo. E’ stato, per così dire, un tradimento di quella regola tacita che però nel movimento è evidentemente condivisa. Una regola meritocratica, secondo la quale un signore come Tavolazzi, con spirito ed idee adeguate, non può esser mandato via perché non ha obbedito alla volontà del capo (nascosto). In una logica di orizzontalità, di “uno vale uno”, il licenziamento di Tavolazzi è uno sfregio. E’ di fatto la negazione stessa di questa tanto evocata orizzontalità. Rappresenta il fallimento del progetto. Poiché dinanzi al dilemma del numero, anche il Movimento 5 Stelle non ha potuto sottrarsi alla ferrea legge dell’oligarchia (cfr. Roberto Michels). Una organizzazione reagisce alla difformità della moltitudine individuando gerarchie fondate sul potere, nelle quali il potere medesimo è delegato dall’alto verso il basso secondo linee relazionali dipendenti dal grado di fedeltà al vertice. Potere in cambio di disponibilità e di asservimento è il mezzo migliore per tenere insieme una organizzazione così poco burocratizzata. Ed ecco che riemerge la figura carismatica, la guida simbolica, che non ha bisogno di regole poiché ogni regola è desunta dalla sua propria personale interpretazione di ciò che è bene per gli altri. La sua, solo la sua, ha validità poiché Egli ha capacità straordinarie di conoscere lo spirito del tempo. Qualcosa che la Storia ci ha insegnato più di una volta.

Intanto, il blog di Grillo, a parte uno scarno comunicato del vetriloquo Casaleggio, rimane in silenzio come una qualsiasi Pravda.

#Piazzapulita nel #M5S

Pubblicato su Storify: http://storify.com/yes_political/piazzapulita-nel-m5s

Nel movimento di Grillo non c’è democrazia. Queste le parole di Favia. Dovremmo sorprenderci o indignarci? Non è un fatto nuovo. Lo stesso Favia è stato indicato dal duo Grillo-Casaleggio per le regionali 2010. Poi il vertice del M5S gli ha preferito Bugani, consigliere comunale bolognese, come referente/informatore. Il Movimento, secondo il comico e il ventriloquo, deve essere comandato. Non c’è struttura né gerarchia né regole scritte. Le regole le scrivono loro. A loro piacimento. Che dire: questi sono fatti noti da tempo. Non serve un fuori onda per denunciarli. Sono due anni e forse più che se ne parla sul web. Anche Favia è stato spesso coinvolto in queste discussioni. Se oggi afferma che nel M5S non c’è democrazia, allora evidentemente se ne è accorto pure lui.

Che poi questa storia dell’intervista ad orologeria non regge. Formigli ne parla sul suo blog, specificando che l’inchiesta è stata svolta a fine Maggio e che l’ultima puntata di Piazzapulita della scorsa stagione televisiva è datata 7 giugno, troppo poco per finire di montare i servizi. Ma Favia sentiva odore di bruciato (intorno a sé). Se ricordate bene, già Santoro si lanciò in una durissima reprimenda sul duo Grillo-Casaleggio. Era il segnale che qualcosa stava cambiando. Il segnale di una rottura fra ambienti di sinistra e il comico-ventriloquo.

Il cleavage è evidente: da una parte i tipi de Il Fatto Quotidiano; dall’altra il gionalismo in quota sinistra-centro-sinistra (una galassia che da Il Manifesto passa per Telese, per La Repubblica e si chiude con quelli di Europa). La stessa frattura emersa con il caso Napolitano-Mancino. Non è un caso.

Ed attenzione, perché il ventriloquo lascia per un momento il suo pupazzo con i ricci grigi e pretende di parlare con la propria voce e persino di essere creduto. Surreale, no? La maschera è caduta e ancora una volta rimaniamo straniti: “pensavo che Oz avesse una grande testa” (Dorothy ne Il Mago di Oz, Frank Baum).

Mai inviato infiltrati. In pieno una smentita in stile berlusconiano. Mai avuto carie in vita mia.

Ma l’iperdemocrazia non è antidoto alla Casta

Se possiamo intendere i corpi intermedi della società – partiti e sindacati – come indispensabili alla comunicazione di domanda e sostegno dalla società civile al sistema politico (si faccia riferimento alla teoria sistemica della società e in particolar modo a David Easton), altrimenti non possiamo intendere il sistema politico come un circuito parzialmente chiuso, con una modalità di reclutamento dei soggetti incaricati alla sua funzione solo ed esclusivamente correlata al legame fiduciario, o di fratellanza o tantomeno di genitorialità. Un sistema politico che non ha criteri di reclutamento oggettivi, fondati sul merito, legittimati dal consenso sociale, allora è un sistema con un forte deficit democratico: quella che giornalisticamente chiamiamo “la Casta” e che ha a che vedere con la mancata circolazione delle élite (Pareto) o per meglio dire, con una società priva di mobilità, è il vizio storico della nostra democrazia rappresentativa.

L’esigenza emersa negli ultimi quattro anni di una maggiore partecipazione dei cittadini alla vita politica tende ad evolversi in una volontà di essere attori del sistema politico proprio in quanto cittadini. I sostenitori del modello della e-democracy, di una forma di democrazia diretta che impiega la tecnologia del web per smettere di essere utopia, ritengono che dalla sostituzione delle istituzioni rappresentative con l’agorà virtuale sempre connessa possa scaturire solo del bene. La Casta è individuata negli occupanti del sistema politico, che amministrano per nome e per conto di interessi di parte. La legittimazione del voto popolare non è più sufficiente. Essi reclamano che il “deputato” sia completamente assoggettato alla volontà del gruppo di elettori di riferimento. Tramite il mandato imperativo, essi trasformano il deputato in un mero portavoce, un incaricato che esprime la volontà altrui raccolta con una sorta di plebiscito quotidiano. Il cittadino è “cittadino totale”, pienamente politico. La sfera pubblica è primaria e coinvolge tutto. La sfera privata smette di esistere in questa estrema pubblicizzazione dell’io. L’individuo non ha senso di essere nel mondo ipersociale della iperdemocrazia (M. Prospero, l’Unità 01/06/12): esso è immerso nella rete virtuale dei rapporti sociali, costantemente sotto la luce del pubblico poiché osservato e monitorato; dalla téchne del web 2.0, dai “netizen” concittadini dell’agorà virtuale, da sé stesso.

In questo contesto l’individualità non ha senso di esistere. La libertà di non essere connessi, di non essere avvinti nella trama della Rete, la libertà di non essere “politico”, non è permessa. Devi avere un’opinione. Devi esprimere un voto. La macchina della iperdemocrazia è obbligata ad alimentarsi con la perpetua deliberazione pubblica. Il tuo voto può essere il voto decisivo. In quanto produttore di opinione e di voti, servi alla macchina e non puoi essere escluso. In questo senso, l’iperdemocrazia è alla stregua di una ideologia totalitaria “che sussume e cancella gli individui e gli eventi particolari, il rilievo dato alla singolarità e alle differenze” (S. Forti, 1994).

Perché proponiamo alla nostra società bloccata, in deficit democratico, guidata da élite vecchie e maleodoranti e che pretendono di essere insostituibili, di passare all’estremità opposta di una democratizzazione assoluta e totalitaria? Perché dimentichiamo la politica della libertà? La necessità di riaffermare l’interesse pubblico rispetto alla ingerenza della sfera privata, che in Italia negli ultimi diciassette anni ha di fatto privatizzato il pubblico, non può passare dalla erosione della sfera delle libertà individuali. Il meccanismo della democrazia diretta può funzionare soltanto come elemento di un sistema che è per forza rappresentativo, non potendo prescindere dal problema della complessità delle società di massa. I corpi intermedi sono i principali responsabili della malattia che si chiama “Casta” e che in un primo momento era etichettata come “berlusconismo”. Essi sono “i guardiani” (o gatekeepers) del sistema politico. Presiedono al sistema democratico senza essere democratici. Obbligare partiti e sindacati ad avere regole democratiche di selezione delle classi dirigenti potrebbe essere la giusta proposta di riforma per questo paese. In tal modo non si rischierebbe nessuna deriva iperdemocratica, ma più semplicemente si provvede ad aggiustare il deficit attuale aprendo le porte alla società civile (e così smontando il grumo di posizioni dominanti che la caratterizza). Non che sia sufficiente promuovere e organizzare liste elettorali fittizie di candidati superstar (come nel caso della lista Scalfari/La Repubblica). Un partito politico deve essere esso stesso permeabile alla società: dalla definizione delle cariche organizzative interne, alla definizione delle politiche. Non può essere cooptato da interessi particolari, ma deve consentire alla competizione delle opinioni in un quadro di libertà comunicativa e partecipativa. Perché è possibile non essere interessati alla vita pubblica, è possibile essere ripiegati completamente nell’ombra della sfera privata; è possibile, in definitiva, esser sé stessi, e scegliere da chi esser visti (e giudicati).